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Cartolina: La globalizzazione dei boiardi
Osservare come gli stipendi degli executive delle grandi aziende siano cresciuti imitando il ritmo del commercio internazionale alimenterà di sicuro i sospetti di molti – e gli odi no global di moltissimi altri – circa gli esiti più autentici dell’economia dell’ultimo ventennio. Sembra che una classe, quella dei boiardi, pubblici e privati, abbia vinto il primo premio e sia l’unica autenticamente globalizzata. Dovunque, nelle economie che contano, i grandi dirigenti sono diventati milionari, a volte miliardari. Ma soprattutto si sono moltiplicati. Ormai ogni grande capitalista germina mille burocrati d’azienda che il birignao contemporaneo chiama manager. Costoro adducono la complessità come scusante della loro voracità e giurano che restituiscono in profitto la loro retribuzione. Nessuno può dire se ciò sia vero o falso. Sappiamo solo che loro crescono, per numero e stipendio. L’economia assai meno.
Dal 2012 The Walking Debt ha regalato oltre 1.000 articoli e diversi libri a tutti coloro che hanno avuto la cortesia di seguirci. Adesso stiamo lavorando al progetto Crusoe e vi chiediamo di continuare a seguirci partecipando alla sua crescita e al suo sviluppo. Sostenere Crusoe significa sostenere l’idea di informazione basata sul rapporto con le persone e senza pubblicità. Per sostenerci basta molto poco, e si può fare tanto. Tutte le informazioni le trovi qui.
Il rischio più grande per l’economia tedesca
La settimana scorsa Eurostat ha lanciato la #YouthWeek, una settimana di dati dedicati alla questione della gioventù europea che è cominciata con la diffusione di quelli sul numero degli under 20 nei diversi paesi dell’area. Il grafico che riepiloga la situazione mostra il primato dell’Irlanda, con il 28% di 0-19enni sul totale della popolazione e, fanalino di coda, la Germania con circa il 18%. Noi italiani siamo terz’ultimi, con qualche decimale in più.
Questa rilevazione cela il duplice problema della Germania, che è di ordine sociale ed economico insieme. La prima parte del problema è visibile da quest’altro grafico, prodotto dall’istituto statistico tedesco. Si osserva chiaramente che già nel 2015 le famiglie composte da una persona sola sono 17 milioni e quelle con due persone 14 milioni, mentre quelle con tre o più persone sono in tutto dieci milioni. Le previsioni per il 2035 sono ancora più estreme: le famiglie mononucleari saranno 19 milioni quelle con due persone 15 milioni, quelle con più di tre solo otto milioni. In pratica quasi 50 milioni di persone non parteciperanno in alcun modo alla crescita demografica del paese.
Questa articolazione sociale ha un chiaro effetto economico, fotografato con chiarezza dalla Bundesbank nel suo ultimo bollettino mensile. “L a popolazione tedesca invecchierà negli anni a venire e diminuirà significativamente in futuro e questo avrà un impatto sul mercato del lavoro”. Secondo le proiezioni fatte dalla banca il numero di persone in età lavorativa. segnatamente nella fascia di età fra i 15 e i 74 anni, diminuirà di circa 2,5 milioni entro il 2025, iniziando un trend di caduta dell’offerta di lavoro al quale si accompagnerà un aumento significativo – circa il 7% – della classe dei 55-74enni che arriverà a pesare circa il 40% della popolazione. Ed ecco perché la Germania si avvia a diventare il paese dei single e delle coppie più o meno anziane.
“I trend demografici avranno un impatto su quelli della crescita economica”, sottolina la Buba, i cui economisti vedono la crescita potenziale rallentare considerevolmente negli anni a venire, dal livello dell 1,25% medio del periodo 2011-2016 allo 0,75% previsto fra il 2021 e il 2025. D’altronde meno lavoratori e per giunta più attempati non sono il miglior viatico per la crescita della produttività, a meno che il progresso tecnologico o l’immigrazione non compensi.
Su quest’ultima possibilità, ossia che i flussi migratori regalino un po’ di gioventù alla vecchia Germania, la Buba sembra scettica: “L’immigrazione non è in grado di prevenire la caduta dell’offerta di lavoro”, sottolinea. Da una parte neanche l’aumentata partecipazione delle coorti più anziani servirà a compensare il calo dei lavoratori attivi. Dall’altro l’immigrazione sta già rallentando. Nel 2016 secondo le stime della Buba sono arrivati in Germania 500 mila immigrati e si prevede saranno solo 200 mila nel 2025. Nell’arco di tempo dovrebbero arrivare circa 2,5 milioni di persone, almeno due milioni delle quali in età lavorativa. Ma sono stime “molto incerte”, come nota la Buba e anche nello scenario di immigrazione elevata “il trend demografico non può essere stoppato nel lungo periodo: la caduta dell’offerta di lavoro può al più essere rimandata al 2023”.
Questo scenario, assai più vicino di quanto si pensi, associa al calo di produttività anche un sostanziale mutamento della produzione. Una società di anziani chiede servizi per anziani, quindi cure e assistenza, più che nuovi beni, ossia stimola settori a produttività più bassa. Ed ecco il rischio più autentico dell’economia tedesca: morire di vecchiaia.
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Cronicario: Moody’s gufa le banche, la Bce i disoccupati
Proverbio del 10 maggio Chi si profuma troppo è perché puzza
Numero del giorno: 34.000.000.000.000 Volume globale Shadow Banking
Fa sempre piacere sapere di essere nei pensieri di meravigliosi osservatori internazionali come Moody’s che il mondo ricorda per l’arguzia e soprattutto la tempestività con la quale avvisarono il mondo che il debito subprime variamente impacchettato era meraviglioso,
salvo scoprire a stalle vuote la sua autentica natura.
Tuttavia Moody’s sta ancora fra noi e io mi abbevero alle sue analisi come un pellegrino nel deserto, non tanto perché ci creda, ma perché sono divertenti. E scrutando qua e là ho trovato questa.
Ora non è tanto scoprire che su 3,9 trilioni di asset ci sono 356 problem loans, un po’ meno del 10%. Quello che non capisco è cosa siano i problem loans: scaduti, sofferenti, abbandonati, tristi?
Sono serissimo, giuro. Specie quando leggo che l’outlook sul governo è negativo come quello sulle banche che, guarda caso hanno in pancia quasi 400 miliardi di debito del governo.
Che in pratica vuol dire che se gufi le banche gufi anche il governo e viceversa. Un raro esempio di efficienza delle agenzie di rating.
Augurando care cose a Moody’s provo a cambiare registro quanto tutto d’un tratto il coro del cronicario globale si scatena attorno alla Bce che ha rilasciato un capitolo del suo bollettino economico dove dice in sostanza che la disoccupazione in Europa potrebbe essere di più di quello che si dice.
Uno dei motivi alla base di questa sorprendente intuizione è che ci potrebbe essere una quota rilevante di lavoratori sottoutilizzati
e poi anche di lavoratori scoraggiati. Sia come sia: anche la Bce gufeggia proprio mentre la disoccupazione cala. Il motivo?
Le riforme, le riforme!!
A domani.
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I consigli del Maître: L’America Saudita e l’estinzione dell’Occidente
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
La Brexit e noi. La Commissione Europea ha presentato al Consiglio europeo lo schema per l’avvio delle procedure di negoziazione con il Regno Unito che, una volta approvato con maggioranza qualificata autorizzerà i negoziatori a sedersi attorno al tavolo dove si decideranno le modalità del divorzio fra l’Europa e l’UK. La prima riunione si terrà con tutta probabilità a giugno ed è previsto che le negoziazioni si concludano entro il 29 marzo 2019, salvo la possibilità di prorogare i negoziati altri due anni qualora ci sia unanimità dei paesi coinvolti. Ma che significa la Brexit per l’Italia? Ne ha discusso in Parlamento qualche tempo fa il vice direttore generale di Banca d’Italia Luigi Signorini. Il succo si può riepilogare grazie a questa tabella.
Come si vede i rapporti fra Italia e Uk ci sono ma non sono così rilevanti. Sul versante commerciale, che poi è quello sui cui si concentrano molti interessi, l’Italia ha un saldo commerciale attivo per lo 0,7% del Pil, quindi circa 10 miliardi, mentre sono più rilevante sul versante del conto finanziario, ma assai meno di Germania e Francia. Che quindi baderanno al sodo molto più di noi. Tanto per capire chi terrà il timone delle negoziazioni.
L’America Saudita. L’IEA ha pubblicato alcuni dati che fotografano la profonda crisi in cui si agita il settore petrolifero tradizionale, che ha tagliato drasticamente gli investimenti con la conseguenza che le esplorazioni sono crollati al livello di 70 anni fa e la produzione del 2016 di nuovo petrolio è stata di 2,4 miliardi di barile a fronte della media di nove degli ultimi quindici anni.
A fronte di questa situazione, provocata dal ribasso dei corsi petroliferi che adesso sembra essere ripartito, ci sono i nuovi petrolieri dello shale oil che aumentano la produzione e gli investimenti. Per lo più dislocati negli Usa, questi imprenditori sono riusciti a contenere il costo di produzione a 40-45 dollari al barile, quindi hanno potuto far ripartire la produzione che secondo alcuni analisti ha contribuito al calo recente delle quotazioni. I vecchi petrolieri pompano ancora 69 milioni di barili al giorno, lo shale circa sei. E si prevede che arriverà a superare gli otto nel 2022. La strada per l’America Saudita è ancora lunga, ma è stata tracciata.
Meglio inattivi o disoccupati? A inizio del mese Istat ha rilasciato le stime su occupati e disoccupati nel nostro paese dalle quali si evince una diminuzione degli inattivi, ossia coloro che non risultavano né disoccupati né occupati, e un contestuale aumento della disoccupazione.
Significa in pratica che a fronte dell’aumentata disponibilità a partecipare al mercato del lavoro, quest’ultimo non è stato in grado di assorbire la nuova offerta, con la conclusione che i nuovi richiedenti sono finiti nelle liste di disoccupazione. Insomma, una buona notizia a metà. D’altronde il mercato sembra ancora poco capace di assorbire lavoro. I dati mostrano un calo di 70 mila unità fra i lavoratori indipendenti su base annua, e un aumento dei dipendenti, 41 mila permanenti e 22 mila a termine.
L’estinzione dell’Occidente. Eurostat la settimana scorsa ha celebrato la settimana della gioventù rilasciando alcune informazioni sui nostri giovani che è utile ricordare. La prima riguarda il numero degli under 20 nei vari paesi europei, che vede gli irlandesi in testa con circa il 28% della popolazione e i tedeschi fanalino di coda con circa il 18%. Noi siamo terz’ultimi.
La situazione demografica della Germania, infatti, è molto critica e di recente la Banca centrale tedesca ne ha parlato sul suo bollettino mensile, sottolineando che l’invecchiamento della popolazione rischia di far perdere 2,5 milioni di persone in età da lavoro al paese, con conseguenze esiziali per la produttività e la crescita. Ma è tutto l’Occidente che si è infilato nella trappola mortale della demografia avversa. Di recente il Canada ha celebrato un suo momento storico: gli ultra 65enni sono diventati di più degli under 15. Invertire un trend del genere è molto difficile.
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Cronicario: Il commercio e la realtà aumentata della statistica
Proverbio del 9 maggio Se non sai da dove vieni non sai dove stai andando
Numero del giorno: 3.800.000 Indennità fine mandato per Ad/Dg di Terna
Oggi è il giorno dell’Europa e lo sapete già, perché il vostro Cronicario preferito non se ne perde una di cose sollazzevoli e ve le comunica con onesto anticipo. Quindi la chiudiamo con una bella locandina e andiamo oltre.
Anche perché chissenefrega dell’anniversario delle dichiarazioni di Schuman quando escono insieme i dati sul commercio estero tedesco e quelli sul commercio al dettaglio italiano? Robe da intenditori, ve lo assicuro.
Cominciamo dai tedeschi che fanno faville. A marzo 2017 hanno esportato beni per 118,2 miliardi e ne hanno importate per 92,9 “le cifra più alte mai registrate per export e import”, dice l’istituto di statistica, aumentando del 10,8% il primo e del 14,7% il secondo su base annua. Interessante osservare che il surplus in valori assoluti di marzo 2017 è inferiore a quello di marzo 2016. Questo tanto per capire che le percentuali sono una cosa, e la realtà un’altra.
Il caso italiano è ancora più istruttivo. Nel primo trimestre 2017 le vendite al dettaglio in valore sono aumentate dello 0,7%, quelle in volume dello 0,1%. In pratica abbiamo comprato quasi le stesse cose spendendo di più. Un raro esempio di inflazione applicata.
E tralasciamo il fatto che parliamo di base trimestrale. Perché andiamo sulla base annuale scopriamo che sono pure diminuite dello 0,4% in valore e dell’1,4% in volume. Ed ecco allora come si usano le statistiche: se volete sembrare ottimisti dite che le vendite al dettaglio sono aumentate, che è vero. Se siete pessimisti dite che sono diminuite. Perché lo è altrettanto. Avete capito a che servono le statistiche?
Perciò decido di festeggiare insieme all’Europa anche la statistica, che è l’autentica realtà aumentata del nostro tempo. E poi cambio di nuovo argomento perché forse la ciccia sta altrove. Ad esempio in questa affermazione di Credit Suisse secondo la quale la Cina potrebbe investire dai 313 ai 502 miliardi (soprattutto la precisione mi stupisce) sui paesi della Belt initiative.
Magari vi state chiedendo cosa sia la Belt Initiative. Ottima domanda. La risposta però la trovate qui.
A domani.
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Cronicario: Il petrolio si sgonfia come la France e il nostro pil
Proverbio del 5 maggio Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco
Numero del giorno: 6.100.000 Auto prodotte in Cina nel I Q 2017
Sarà colpa del caldo incipiente, ma qui inizia ad ammosciarsi tutto. Ha iniziato il petrolio di prima mattina quando il WTI è scivolato sotto i 45 dollari, a 43,76 per poi rimbalzare in tarda mattinata e riportarsi sopra i 45. Ma ormai il danno era fatto: gli occhiuti ficcanaso che scrutano i listini si sono accorti che il petrolio ha un problema.
Leggo persino un ficcante analista spiegare che “il crollo è causato principalmente dalla ripresa della produzione americana di shale oil che di fatto sta coprendo il taglio attivato dai paesi del cartello Opec”. E allora mi sorge il sospetto che i fighetti del piano di sopra, quelli che scrivono cose serie – mica come il sottoscritto – e non dicono mai le parolacce, non avessero tutti i torti quando dicevano la stessa cosa a fine dicembre scorso. Ma non gli dico niente perché se la tirano e figuratevi se non lo sanno già.
Ma soprattutto mi s’ammoscia la ripresa in Italia. L’Istat, che fa di tutto per dare buone notizie, ha pubblicato la sua nota mensile dove si legge che l’indicatore anticipatore della crescita rimane positivo ma evidenzia una decelerazione.
Che non sarebbe inquietante se non andassimo già così piano. Provateci voi a decelerare una tartaruga.
Se volete una rappresentazione del nostro stato letargico, vi basti guardare l’andamento delle nostre vendite retail, scese al livello più basso degli ultimi cinque mesi
e poi confrontarle con quelle della Germania, che hanno registrato il rialzo più alto da luglio 2015.
Ma lo sgonfiamento più solenne è quello della Francia. Madame La France ha visto ammosciarsi il dibbbattito sulle sue elezioni che ci ha sfiancato per queste due settimane pre ballottaggio – e vi faccio grazia dei mesi precedenti – solo perché aveva una candidata minacciosa. E noi che dovremmo dire?
Poiché non si può dire che vincerà Macron perché tutti i cervelloni si sono scottati prima con la Brexit e poi col trionfo americano di Mister T, ecco allora che i soliti paraculi se ne escono con cose tipo Macron è in testa ma…chi può dire che succederà? Ecco:
E invece no. Non sarebbe il cronicario globale che è se non ci fossero povericristi che si pro-curano da vivere scrivendo queste cose. Il vostro Cronicario invece è speciale. Non lo paga nessuno, perciò non dice minchiate ma solo verità cristalline. E non ha certo paura di dire le cose come stanno.
Ed è in questo spirito di profonda riverenza della vostra intelligenza che esprimiamo la verità definitiva circa l’esito delle elezioni francesi.
Il nuovo presidente francese lo scoprirete dopo le elezioni.
A lunedì.
Cartolina: La moneta internazionale
Si può capire molto del carattere di un popolo osservando il modo in cui tratta il denaro. Un popolo timoroso del futuro, come pare siamo diventati noi italiani dopo gli ultimi otto anni di crisi, ritira il denaro dal giro vorticoso dei mercati e lo parcheggia nei conti correnti, pronto a qualunque evenienza. Un popolo gagliardo come quello britannico, sempre otto anni dopo, invece prende i soldi dal cassetto bancario e li getta nella mischia del risparmio gestito, ossia nella girandola delle quotazioni. Oppure ci sono i tedeschi, che sempre hanno mantenuto uguale la loro rilevante quota di depositi bancari, la più alta fra i grandi paesi europei dopo la Spagna, mostrando ancora una volta la loro fermezza di carattere. Si può capire molto del carattere di un popolo guardando al denaro, a patto di ricordare che il denaro è il modo migliore che abbiamo inventato per comprare, ognuno a suo modo e comunque illudendosi, un po’ di tranquillità nel tempo futuro a spese del nostro tempo passato. Il denaro è tempo. E il tempo è l’autentica moneta internazionale.
Cronicario: Spremuta fiscale all’italiana per Google
Proverbio del 4 maggio I bambini sono la luna che splende
Numero del giorno: 43.700.000.000 Deficit commerciale Usa a marzo
Non ci si crede, ma il nostro Fisco è riuscito a farsi pagare 306 milioni di euro da Google per non so quale pendenza che i californiani avevano maturato nei confronti del nostro erario. Adesso prepariamoci ai cazzari che parleranno di trionfo sulle multinazionali sanguisughe, del tipo Davide contro Golia, salvo poi dimenticare che quei colossi di fatto controllano l’economia a livelli mai visti prima.
Scopro ad esempio leggendo Bloomberg che Apple ha in cassaforte 257 miliardi di dollari fra cash e titoli. Questi ultimi pesano 148 miliardi e sono l’equivalente del valore del primo fondo comune a reddito fisso del mondo, il Vanguard Total Bond Market Index fund, che ne gestisce “appena” 145. Che vuol dire che Vanguard e Apple insieme fanno quasi trecento miliardi di debiti di qualcuno, che magari qualcuno è anche il vostro e neanche lo sapete. E tralasciamo il fatto che Google e i suoi compari abbiano inaugurato un trimestre iniziale record quest’anno.Solo lui ha fatto una robetta da oltre cinque miliardi di utile.
La spremuta fiscale all’italiana è un piacevole solletico per Google e fa notizia solo perché accade ogni tanto. Come quando si danno brioche al popolo.
Abbandono Google alle sue risatine e mi avventuro nei meandri del petrolio, di cui si sono occupati quelli più seri di me stamattina, per segnalarvi questo grafico che dice tutto quello che c’è da sapere.
Il petrolio sta in quella confortevole fascia di oscillazione che rende assai conveniente ai produttori di shale darsi da fare perché ci guadagnano parecchio. E c’è da giurarci che da lì non si schioderà per lungo tempo. Guarda caso la Russia ha fatto sapere di non aver ancora deciso se proseguirà nel taglio della produzione concordato con i paesi Opec alla fine dell’anno scorso. Sarà mica che non ci rientra con questi prezzi?
Per una parola di speranza, si può sempre bussare alla porta della Bce dove la gentile numero due della vigilanza europea unificata, la signora Sabine Lautenschläger ha suggerito alle banche europee di prepararsi per la Brexit: “Devono decidere come affrontarla e preparasi al peggio sarebbe opportuno”.
Ma il premio cazzeggio del giorno lo vince senza dubbio la nostra biondissima Marine Le Pen che ha detto che la Francia verrà governata da una donna: da lei o dalla Merkel. Insuperabile, come il tonno.
A domani.
Crollano gli investimenti petroliferi, ma non per lo shale
Pochi giorni fa l’IEA, agenzia internazionale dell’energia, ha pubblicato alcuni dati che mostrano come sia regredita l’attività tradizionale di esplorazione e scoperta di nuovi pozzi petroliferi a fronte di un notevole aumento delle produzioni alternative, shale oil in testa. Le compagnie, infatti, continuano a tagliare i costi di esplorazione con la conseguenza che i progetti convenzionali autorizzati per cercare il petrolio sono al più basso livello degli ultimi 70 anni (vedi grafico).
In particolare, le scoperte di petrolio sono diminuite a 2,4 miliardi di barili nel 2016, a fronte di una media di 9 miliardi l’anno lungo gli ultimi 15 anni. Al tempo stesso il volume di risorse estratto da progetti autorizzati per lo sviluppo è diminuito a 4,7 miliardi di barile, il 30% in meno rispetto al 2015, conseguenza del fatto che i progetti che si sono tramutati in decisioni di investimento sono calati al livello più basso dagli anni ‘40. Che sta succedendo?
Secondo l’IEA questo brusco ribasso nell’attività del settore tradizionale dell’estrazione è la conseguenza dell’altrettanto brusco taglio degli investimenti provocato, o quantomeno incoraggiato, dal calo dei prezzi petroliferi. E’ interessante osservare, tuttavia, che il crollo del settore tradizionale si associa a una notevole resilienza dell’industria statunitense dello shale, rimbalzata dopo l’accordo di Vienna del 30 novembre scorso, anche grazie al notevole ribasso dei costi – circa il 50% in meno dal 2014 – che ha reso i prezzi attuali più che convenienti per far ripartire la produzione. La media del prezzo di equilibrio del Permian basin texano quota adesso intorno ai 40-45 dollari al barile e si prevede che la produzione aumenti di 2,3 milioni barili al giorno entro il 2022 al prezzo corrente, e anche di più se i prezzi dovessero salire ancora. Al contrario il settore offshore, che pesa un terzo delle produzione di petrolio, è stato duramente colpito dalla crisi. Nel 2016 solo il 13% dei progetti approvati era offshore a fronte di più del 40% osservato fra il 2000 e il 2015. Nel Mare del Nord, ad esempio, gli investimenti globali sono arrivati a 25 miliardi di dollari nel 2016, circa la metà del livello del 2014.
Al momento il settore tradizionale pompa ogni giorno 69 milioni di barili che coprono in grandissima parte il fabbisogno quotidiano globale di 85 milioni, ma rimane il fatto che la produzione di shale ormai ha superato i sei milioni di barili al giorno e che buona parte arriva dagli Usa che perciò sono diventati strategicamente importanti nel mercato petrolifero. Tanto più in un contesto dove si prevede una crescita globale della domanda di petrolio di 1,2 milioni di barili al giorno l’anno nei prossimi cinque anni a fronte della quale il crollo degli investimenti potrebbe condurre a una notevole restrizione dell’offerta.
Ciò malgrado la spesa per investimenti è prevista ancora in calo quest’anno e il livello dei progetti di esplorazione approvati rimane depresso. “Ogni evidenza mostra un mercato del petrolio a due velocità – ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’IEA – con le nuove attività a un livello storicamente basso del settore tradizionale che contrasta con la notevole crescita del settore shale statunitense. La questione chiave del futuro del mercato del petrolio è per quanto tempo una crescita del settore shale può compensare il rallentamento del resto dei settori”. Questione che è economica, evidentemente, ma soprattutto strategica. Ammesso che lo shale riuscisse nel tempo a equilibrare l’offerta di petrolio, questo farebbe degli Usa una potenza energetica con potenziali effetti destabilizzanti sullo scenario globale. La dualità del mercato petrolifero rischia di essere molto più che un problema. Rischia di diventare un’opportunità. Per gli Usa.
Cronicario: Deutsche Bank studia il mandarino
Proverbio del 3 maggio Il giorno è breve per chi vuole lavorare
Numero del giorno: 3,9 Aumento % prezzi alla produzione nell’EZ su marzo 2016
Provate a pronunciarlo: Hna. Non Na: Hna, con l’ha aspirata che avrete orecchiato in qualche mercatino cinese mentre cercate carabattole a basso costo. Si perché il popolo – noi – conosce solo quei cinesi. Ma in realtà ce ne sono altri che girano in business o sui jet privati come quelli, immagino, della Hna, che è un conglomerato cinese dove dentro si trova di tutto, dagli aerei agli alberghi
e che, guardacaso, è diventata la prima azionista di Deutsche Bank col 9,92%, lasciandosi alle spalle i fenomeni di Blackrock, al 5,9%. Ce li vedo proprio i tedeschi a imparare il mandarino adesso.
Anche perché Mister Hna, al secolo Chen Feng, miliardario con fama di grande investitore in Europa, ha già in animo di spedire l’amministratore delegato del suo veicolo di investimenti europeo, tale Alexander Schuetz, che di sicuro il mandarino già lo sa, dritto nel consiglio di sorveglianza di DB, che di recente ha fatto un aumentino di capitale da un otto miliardi e ha pure postato un utile trimestrale gradevolmente in crescita.
Detto ciò, chiudo con le notizie serie perché anche oggi Eurostat, che come ricorderete ha lanciato la #YouthWeek ha postato questo grafico al fine di rispondere all’annosa domanda: ma i figli quando si levano dalle balle?
Ovviamente i nostri il più tardi possibile. Dopo i Croati e i maltesi ci siamo noi, con un’età media di 30,1 anni. Quindi considerando che mediamente facciamo i figli a quarant’anni, per lo più uno, ecco che finalmente ho scovato la vera vocazione della prole: farci da badanti al costo della nostra pensione. E così abbiamo pure bello che risolto il problema della disoccupazione giovanile.
Sempre per restare in zona Ue/EZ vi segnalo l’ultimo dato sul pil, quello relativo al primo trimestre 2017 che è in crescita su base mensile dello 0,5% e dell’1,7% su base annuale.
Se guardiamo all’Ue a 28, i dati diventano +0,4% e +1,9%. Insomma: l’Europa, eurodotata o meno, tira la carretta con una certa dignità.
In chiusura vi segnalo questa perla rilasciata dal presidente Istat che ci svela uno dei segreti meglio custoditi dalla statistica mondiale: “La disuguaglianza è un fenomeno multidimensionale: reddito, genere, educazione, tassazione, salute e aspettative di vita”. Ma anche colore dei capelli, girovita, numero di scarpa, altezza, bellezza, bruttezza, peso e forma. Rassegnatevi. Siamo diversi
A domani.










































