Etichettato: the walking debt

Cartolina. E io pago

Fa un certo effetto osservare l’andamento della spesa energetica sul pil nel 2022 rispetto al trend degli ultimi anni. Nel senso che dovrebbe rattristarci notare come negli Usa, che pure consumano parecchio, la spesa è raddoppiata – e bravi loro – mentre da noi è quasi triplicata. Anzi, a dirla tutta, da noi è aumentata più che fra tutti i grandi paesi ai quali ci pregiamo di somigliare. Tranne, evidentemente, che per il fatto che spendiamo molto più di loro per l’energia, e chissà perché. O forse lo sappiamo perfettamente perché. E lo sappiamo talmente bene che adesso viviamo con l’ansia della prossima bolletta. Le scelte, soprattutto quelle non fatte, hanno un costo rilevante. Finalmente lo stiamo capendo. Intanto io pago.

Peggio del Neet, c’è solo il Neet laureato

L’ultimo rapporto sull’istruzione pubblicato da Ocse ci ricorda una delle anomalie più vistose del nostro sistema sociale travestito ormai da normalità statistica dopo l’invenzione di un brutto acronimo – NEET, che sta per not in education, employment or training – che rappresenta icasticamente lo stato esistenziale di molta gioventù.

Quella italiana non fa eccezione, anzi si distingue. Secondo i dati Ocse, che a questo punto possiamo solo augurarci non catturino chissà quante situazioni confinate nella zone grigie che la statistica non vede, addirittura un giovane italiano su quattro fra i 18 e i 24 anni dovrebbe iscriversi a questa categoria di gente che, in pratica, non combina nulla: non studia, né lavora, né si preoccupa di prepararsi per l’una e l’altra cosa. In pratica stiamo allevando una buona percentuale di nullafacenti.

Il fatto che l’Italia, in questa triste classifica, si trovi vicino al Sudafrica, alla Turchia o a certi paesi sudamericani, pur essendo uno dei paesi più ricchi al mondo, dovrebbe suscitarci preoccupanti interrogativi circa il fallimento del nostro sistema educativo, che parte dalla famiglia e finisce nella scuola. Ma poiché è più facile buttarla sull’economia, che ha il vantaggio di essere quantificabile, il tema dei NEET ha finito col diventare l’ennesima singolarità statistica del nostro paese, buona a generare titoli di giornali mentre il governo, per dirla con le parole di un grande poeta, “si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità”. Oggi perché bisogna pagare le bollette, ieri per altre ragioni altrettanto urgenti.

A guardar meglio, tuttavia, si osserva anche altro. Noi italiani non siamo solo fra i primi per quantità di giovani fannulloni – che non sarà un termine neutro come NEET, ma rende meglio l’idea – ma soprattutto siamo ben posizionati, addirittura in seconda posizione, per la quantità di laureati che magari hanno smesso di studiare e ovviamente non lavorano. Abbiamo un sacco di NEET istruiti.

Tecnicamente questi non sono NEET, perché hanno studiato e si sono pure laureati. Perciò sono stati promossi a inattivi, che per certi versi è pure peggio. Dà l’idea di una vita spenta, che chissà se e quando si accenderà. Capitale umano che non trova investimento. E anche su questo dovremmo riflettere molto. Dopo aver pagato le bollette, ovviamente.

Cartolina. L’ira della Lira turca

Forse dovremmo aspettare che l’indice dei prezzi tocchi l’aumento del 100 per cento, ormai dietro l’angolo perché i turchi inizino a lamentarsi del loro potere d’acquisto, che ormai si avvia a dimezzarsi. Oppure, semplicemente, non succederà nulla. L’ira dei turchi non si scatenerà per il crollo della Lira turca, della quale evidentemente importa molto poco persino a chi la usa. Forse perché la usa sempre meno, come lascia sospettare una certa amorevolezza dimostrata dal governo verso i depositi denominati in dollari dei propri governati. Forse per arrabbiarsi ai turchi servirà qualcosa di più stringente, magari nella forma di un crescente controllo dei capitali, che appare sempre più probabile, considerando l’andamento del conto corrente del paese. L’ira della Lira, a quel punto terminerà. Comincerà la depressione.

Gli infaticabili lavoratori europei

Pochi si sono accorti di uno storico sorpasso avvenuto insieme alla pandemia, che però si stava preparando da tempo. Il tasso di partecipazione dei lavoratori in età avanzata in Europa ha staccato di diversi punti quello degli lavoratori statunitensi. Detto semplicemente: in Europa, a una certa età, si lavora di più che negli Usa.

Chi l’avrebbe detto? E neanche finisce qua. Secondo la Commissione europea, che ne ha scritto in un rapporto del 2021, questo tasso di partecipazione continuerà a salire fino al 2040, stabilizzandosi intorno al 72 per cento per i lavoratori fra i 55 e i 64 anni e al 20 per cento, che significa uno su cinque, per quelli fra i 65 e i 74 anni. Negli Usa invece chissà. Dopo il boom di pensionamenti osservato durante la pandemia, alcuni credono che il tasso di partecipazione, prima abbastanza stabile, si sia orientato al ribasso in maniera permanente, anche se forse è prematuro parlare di trend.

In Europa si è osservato al contrario. Il lavoratore europeo si è scoperto infaticabile, anche in età avanzata. Forse certe riforme pensionistiche hanno contribuito a persuadere alcuni che sia meglio lavorare qualche anno in più per raggranellare una pensione dignitosa. Oppure i lavoratori europei hanno capito prima degli americani che l’avanzata dell’età media più lunga implica per forza una vita professionale più lunga. Rimane il fatto. Forse anche la pensione. Ancora per un po’.

Cartolina. Il pubblico ripiego

Come spesso accade durante una crisi, e anzi ancor di più, durante il caos provocato dalla pandemia il pubblico impiego ha svolto un ruolo da mattatore nel mercato del lavoro, risultando in crescita, nel primo trimestre 2022, addirittura del 3,5 per cento rispetto al livello pre-pandemia in termini di occupati. Un trionfo, rispetto al privato, che esibisce un modesto aumento dello 0,6 per cento nell’industria e un timidissimo 0,2 per cento nei servizi di mercato. E’ sempre cosi, almeno da quando abbiamo imparato a usare il bilancio pubblico a fini di stabilizzazione. Appena il tempo volge al brutto, il governo ci mette una toppa. Il pubblico impiego diventa un pubblico rimedio. Senonché si osserva che il numero complessivo delle ore lavorate è arrivato a superare dell’1,7 per cento il livello pre-pandemia, mentre quello dell’occupazione cresceva del doppio. Ci sarà sicuramente un’ottima ragione. Non è detto che a un certo aumento di occupazione corrisponda un esatto aumento di ore lavorate. Specie se il pubblico impiego diventa un pubblico ripiego.

Il rialzo dei tassi deprime il mattone

Non faremo in tempo ad alzare i calici per festeggiare la ripresa dei corsi immobiliari, che quelli già si organizzeranno per deprimersi. Di nuovo. E neanche poco. La Bce, nel suo ultimo bollettino, stima che ogni punto di rialzo dei tassi fa scendere i prezzi del mattone del 5 per cento nei due anni successivi, e ancor peggio è l’effetto che la stretta monetaria ha sugli investimenti, che diminuiscono addirittura dell’otto. Non fasciatevi la testa: sono solo previsioni. Quindi può andar meglio. O anche peggio. Sempre la Bce, infatti, osserva che “i prezzi delle abitazioni e gli investimenti nel settore dell’edilizia residenziale
risentono maggiormente dell’aumento dei tassi sui mutui in un contesto di bassi tassi di interesse”. Che sembra una straordinaria nemesi.

Infatti, raffinando il modello, viene fuori che un rialzo dei tassi deciso in un contesto di bassi tassi può condurre a un calo dei corsi residenziali del 9 per cento, sempre dopo due anni, e degli investimenti del 15. Non esistono pasti gratis, in nessun senso.

Sicché chi ha comprato rischia di veder dimagrire il valore del suo immobile, e potrà appena consolarsi notando che nel frattempo il costo reale del suo debito è diminuito. Ma non esistono solo le spinte ribassiste. L’inflazione, specie se prolungata, potrebbe spingere molti risparmiatori a rivalutare l’investimento immobiliare. Il mattone, a ragione o a torto, viene sempre percepito come un bene rifugio. La depressione dei corsi immobiliari, insomma, è sicuramente possibile. Ma non sappiamo ancora quanto probabile.

Cartolina. L’inflazione buona

Se tutto andrà bene, ossia come immaginano i previsori professionisti di cose economiche, l’inflazione tornerà intorno al 2 per cento, ossia nei limiti del target Bce, entro un paio d’anni. Il tempo di far sgonfiare i rialzi indotti dai noti problemi che non serve qui riepilogare. A quel punto molti festeggeranno per lo scampato pericolo. Le banche centrali la smetteranno di alzare i tassi, la giostra potrà ripartire e vivremo felici e contenti. Se succederà quello che ci si aspetta, le aspettative di inflazione rimarranno ancorate al target e non partiranno spirali distruttive fra salari e prezzi. Insomma, se tutto andrà bene, non finiremo rovinati. L’inflazione buona prenderà il posto di quella cattiva. Ma il calo dell’inflazione non vuol dire che i prezzi torneranno quelli di prima. Semplicemente aumenteranno di meno. Chi ha avuto, ha avuto. E chi ha dato dovrà continuare a dare. Solo un po’ meno.

Cartolina. C’era una volta la pensione

Fra le tante cose che difficilmente si leggeranno altrove, vi segnalo giusto una banale considerazione dell’Istat, che riguarda il 2050, momento topico del nostro lungo e irrefrenabile inverno demografico. Quell’anno ci saranno una persona al lavoro e una no, proprio come oggi ce ne sono due che lavorano e una no. Questo storico one to one cela un’evidenza che nessuno si premurerà di sottolineare, specie prima di un’elezione politica dove la questione pensionistica è stata dissennatamente agitata allo scopo di suscitare consensi nell’unico ceto emergente della nostra società: i pensionandi. Ossia il fatto che in un sistema dove c’è uno che lavora e uno no, non può più esistere l’istituto della pensione. A meno che chi lavora non lavori almeno per due o chi non lavora mangi la metà. Voi cosa preferite?

Investment (de)grade

Quando scriveranno la storia, che ci sembrerà incredibile, del mondo a tassi zero, qualcuno si ricorderà di quando il collasso dei rendimenti aveva trovato il suo perfetto completamento in una gagliarda crescita dei rischi. Questo appetito, fra le altre cose, aveva condotto alla sostanziale scomparsa delle obbligazioni di buon rating nel settore dei corporate bond. E’ solo un esempio, che potremmo replicare anche fra i bond sovrani. Il credito facile nutriva debitori difficili, cullandoli dolcemente in un mare di liquidità. Così l’investment grade si deteriorava mentre aumentavano i volumi di questa carta incendiaria. Scriveranno, gli storici, che una scintilla fece scoppiare l’incendio. Ma il fuoco già ardeva. Adesso però lo vediamo.

L’inflazione è il motore della Grande Redistribuzione

Per capire meglio le conseguenze non intenzionali dell’impennata inflazionistica in corso, basta scorrere un agile articolo pubblicato dalla Fed di S. Louis qualche tempo fa, che pur essendo dedicato all’economia statunitense dice molto anche di quello che sta succedendo nelle altre.

Si tratta di osservazioni ovvie, per chi mastichi di cose economiche, ma che vale la pena ricordare perché confermano che l’inflazione sta semplicemente proseguendo una tendenza osservabile da almeno un ventennio, che pur procedendo per vie diverse da quella odierna, ha svolto gli stessi effetti: il trasferimento di ricchezza dai creditori ai debitori.

L’inflazione, infatti, non si limita ad erodere il potere d’acquisto, diminuendo il valore reale di salari, pensioni e rendite, ma rende sempre più conveniente indebitarsi, specie se le aspettative si disancorano dai target delle banche centrali.

La furiosa reazione di queste ultime, con la Bce a replicare sostanzialmente il notevole irrigidimento mostrato dalla Fed, serve proprio ad evitare questo rischio, che mai come in questi mesi è sembrato concreto. Sembra appartenere a un’altra era il pensiero che i prezzi fossero congelati al ribasso, come è stato fino a prima della pandemia.

La perdita di potere d’acquisto, inoltre, non si limita all’erosione dei redditi, ma riguarda direttamente i patrimoni. Quindi gli asset finanziari – a cominciare dal conto corrente – che insieme a quelli reali compongono la ricchezza delle famiglie. Questi asset, che sono crediti dei titolari, corrispondono ad altrettanti debiti da parte di chi è obbligato a restituirli – le banche, nel caso del conto corrente – e perciò il protrarsi del movimento inflazionistico favorisce i debitori a danno dei creditori.

Per farsi un’idea di quanto pesi la “tassa” inflazione sui conti correnti, è sufficiente confrontare gli attuali tassi di inflazione con i rendimenti

Se si confronta il potere d’acquisto perduto dai depositanti con il pil del paese, scopriamo che in alcuni posti, come il Giappone, dove i depositi bancari sono 1,6 volte il valore del pil, i correntisti hanno perso il 2 per cento del loro potere d’acquisto, visto che laggiù l’inflazione è assai più bassa che nel resto del mondo. In Italia invece le perdite di potere d’acquisto per i correntisti, malgrado i depositi complessivi corrispondano a 0,8 volte il pil, la perdita ha superato il 4 per cento. In Spagna è andata ancora peggio: l’erosione del potere d’acquisto dei depositi ha superato il 10 per cento del pil.

Lo stesso ragionamento si può estendere al valore di un’obbligazione o del risparmio previdenziale.

Ovviamente alla perdita di potere d’acquisto sui depositi, quindi dei crediti, ha corrisposto un guadagno sul lato dei debiti. Le famiglie, come le imprese, sono insieme creditrici e debitrici quindi il saldo dovrebbe farsi considerando l’intera situazione patrimoniale dei soggetti economici considerati. Se poi consideriamo il debito pubblico, che viene sostenuto con le tasse, una diminuzione del valore dei bond pubblici potrebbe generare persino benefici per i contribuenti, se lo stato adotta una politica fiscale prudente. Circostanza assai poco probabile, quando si sviluppa inflazione, visto che gli stati tendono a coprire le perdite di potere d’acquisto dei cittadini con la spesa pubblica.

Il punto rimane. Dopo un decennio a tassi negativi, che implicavano rendimenti pressoché assenti per gli asset più sicuri, adesso l’inflazione provoca un aumento dei tassi, che però non compensa quello dei prezzi. I rendimenti reali, quindi rimangono negativi. Per la gioia dei debitori.