Delusioni da QE: lo zero virgola italiano


Occuparsi del caso italiano, nella disamina degli effetti reali svolti dal QE (quantitative easing) sulle economie che ne hanno fatto uso, è parecchio istruttivo per la semplice constatazione che l’Italia è, fra i paesi europei, quella che è cresciuta di meno nell’ultimo ventennio e quella che ha patito di più dopo l’appalesarsi della crisi.

Come dire: se il QE funzionerà da noi, figuratevi che faville farà nel resto dell’Eurozona.

Purtroppo, non disponendo di una palla di vetro, devo accontentarmi delle previsioni, notoriamente imperfette, che diversi entità, a cominciare dalla Banca d’Italia, hanno elaborato per provare a quotare l’impatto che le politiche monetaria potranno avere sul nostro Pil.

Senonché, mentre mi decido a scrivere questo post, mi arrivano fresche fresche da Bruxelles le previsioni di primavera della Commissione, che con toni decisamente ottimisti, mi informano che la ripresa prende forza, e che addirittura per il 2015 per l’Italia si prevede un clamoroso +0,6, lo stesso che prevede l’Ocse, che non è ancora il +0,7 previsto dal governo nel DEF, ma è già più dello +0,5% ipotizzato da Bankitalia nell’ultimo bollettino economico, già rivisto al rialzo rispetto al +0,4 del penultimo bollettino.

L’Italia dello zero virgola, con differenze nelle previsioni che ricordano l’errore statistico mi appassiona parecchio. Specie quando leggo un po’ dappertutto che gran parte di questo progresso lo dobbiamo a Mario Draghi e al suo più che benvenuto QE.

Mi appassiona talmente, l’Italia dello zero virgola, che mi torna in mente la corposa audizione della Corte dei conti al DEF di poche settimane fa, e in particolare un agile paragrafo intitolato “Gli effetti sull’economia italiana del Quantitative Easing: opportunità e rischi”.

Alcuni ricorderanno che anche la Banca d’Italia ne ha preparato uno simile, nell’ultimo bollettino economico, a significare il gran dispendio di cervelli che il QE intanto ha provocato.

Dopo aver riepilogato qualità e quantità del QE, che qui vi risparmio, la Corte ha utilizzato il modello DSGE-Prometeia per stimare l’impatto macroeconomico dei 150 miliardi di euro di acquisiti di titoli di stato, pari al 9% del Pil, operati in gran parte dalla Banca d’Italia (130 miliardi su 20), che lo ricordo è un’entità pubblica, su una serie di variabile macro, fra le quali appunto il Pil, e ne ha ricavato una tabella.

La Corte ricorda che 79 miliardi di titoli verranno acquistati nel corso del 2015 e il resto nel 2016.

Giova sottolineare che come tutti i modelli, anche questo va preso con le pinze, anche se “il confronto con
analoghi esercizi effettuati per valutare gli effetti dei QE implementati negli US, in UK e in Giappone conforta sulla dimensione di tali effetti”.

Insomma, le previsioni sembrano ragionevoli.

I risultati, nell’arco del biennio, sono i seguenti: il rendimento dei titoli a lunga scadenza dovrebbe diminuire di 109 punti base, il tasso sugli impieghi delle imprese di 40 punti base. I prestiti alle imprese dovrebbero aumentare dello 0,57%, i consumi dello 0,14%, gli investimenti del 5,02.

Ricordo che dal 2007 gli investimenti italiani sono diminuiti del 30% (vedi grafico).

E il Pil?

Il Pil dovrebbe aumentare ulteriormente dello 0,69% rispetto alle previsioni. In due anni.

Un altro zero virgola per la nostra collezione.

(4/fine)

Leggi la prima puntata   Leggi la seconda puntata  Leggi la terza puntata

 

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  1. Jean-Charles

    Buondì

    Il PIL sommerso italiano è stimato a circa il 20-25% del PIL ufficiale di circa 1600 miliardi di €.

    Con l’aumento dei cassi integrati non dovrebbe diminuire.

    Ecco che il zero virgola viene ancor di più relativizzato.

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  2. _beneathsurface

    Questo è il caso da manuale in cui, Maurizio, ti do ragione sulla avversione ai modelli: considerata la loro necessaria semplificazione (matematica e parametrica) delle variabili, la co-dipendenza globale di mercati ed economie, il fatto di vivere da un paio di anni e sempre di più in una situazione inusuale, non sperimentata e drogata, a livello mondiale, si può benissimo concludere che è altissimo il prevedibile margine di errore di modelli che prevedono uno “zerovirgola”.
    E allora leggiamoli pure, spendiamoci le migliori menti sopra, ma non facciamone un idolo nè una bandiera.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      figurarsi se credo ai numeri diffusi dai modelli. è che li ho trovati divertenti, nel senso più che nella sostanza, per indicare come anche la teoria più benignamente disposta, ricavi pochi decimali dall’azione del Qe.
      la realtà è molto più deludente, come ho provato a mostrare in questa miniserie. e il rischio, come ho scritto, è che il mondo (i mercati) finiscano col non credere più neanche all’economia drogata dal credito gratis. non credo sia stato creato un modello per prevederne le conseguenze.
      grazie per il commento

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    • Maurizio Sgroi

      mah…non credo che la teoria economica abbia granché da dire: ormai per come la vedo è solo una stanca rimasticazione di pensieri obsoleti e sostanzialmente errati.
      se pensi che la grande invenzione di friedman fu la vecchia legge degli sbocchi di say…
      quanto a keynes, inventò l’economia dal lato della domanda, anziché dell’offerta. Tanto era domandista lui (e con lui legioni di economisti fino a oggi) quanto era offertista say (e con lui legioni di economisti fino ad oggi).
      anche il neokeynesanesimo non è altro che il tentativo di arrivare, hegelianamente, a una sintesi degli opposti, nel cui gioco riveste un ruolo assai importante l’econometria.
      cosa potrebbe proporre il nuovo keynes? la somma di economia della domanda ed economia dell’offerta è già in corso, per come la vedo io, e sono le banche centrali a supportarla. Deficit (e debiti) fiscali e privati alimentati in decenni per sostenere la domanda e adesso offerta ad libitum di mezzi monetari per sostenere questi debiti. non mi pare funzioni. la prospettiva, se tutto andrà bene, e una decennale tosatura dei creditori, per il tramite dei tassi negativi, e a costo di sempre maggiori rischi di dissesti sistemici. sarebbe più onesto annullare tutti i debiti e ricominciare daccapo, come facevano i sumeri e altre società antiche.
      per questo non mi aspetto granché dagli economisti: sono troppo presi dai loro secolari baccagliamenti e dalle loro aritmetiche astruse per pensare qualcosa capace di tirarci fuori dalle secche nella quali le loro teorie, e una politica sostanzialmente irresponsabile, ci hanno infilato.
      ma ovviamente spero che tu abbia ragione
      grazie per il commento

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      • Fla

        Però, egregio Sig. Sgroi, la “crisi” che viviamo adesso è stata preceduta da anni e anni di misure di “economia dell’offerta”. E, se ci pensiamo bene, il debito (privato) è sempre economia dell’offerta. E si pretende, a livello politico intendo, che a tirarci fuori dalle secche sia “più economia dell’offerta” accompagnata a “minori regole” e “più libero commercio”. Cioè si sbaglia (a mio avviso da trent’anni) utilizzando questi tre dettami, si va in crisi, e si pretende di risalire la china sempre con queste tre misure. Non è questione di economisti. E’ questione di scelte politiche. Ed a livello globale, in primis negli USA, sono sempre gli stessi che hanno creato il problema a fare le regole per “uscire dalle secche”. Un ricco ha sempre una bocca per mangiare, non potranno quindi essere i pochi ricchi del mondo a sostituirsi alla massa della “middle class”…

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        il punto che ho provato a illustrare è proprio questo. le teorie economiche sono tutte alla corda. quanto alle scelte politiche dovremmo chiederci forse se non sono il problema, piuttosto che la soluzione.
        grazie per il commento

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      • Fla

        Diciamo che le teorie economiche “neoclassiche” o “dell’offerta” sono alle corde. Non le postkeynesiane o “della domanda”, che trent’anni non vengono nè considerate nè tantomeno utilizzate. Saluti e grazie a Lei.

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