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Cronicario: La Corte dei Conti non fa sconti e neanche il resto del mondo


Proverbio del 5 aprile Dove c’è un desiderio c’è una via

Numero del giorno: 1.100.000.000.000 Emissione di debito privato nel IQ 2017

Come molti scribacchini appassionati di inchieste e cose dell’economia sono cresciuto a pane e Corte dei Conti e mi ricordo ancora quant’era difficile trovare in giro le pensose ricognizioni contabili di questa strani ragionieri in toga prima dell’avvento di internet. Ma poi è cambiato tutto e ormai non mi perdo più niente di quello che conteggia la Corte che non fa sconti. Infatti, come tutti i ragionieri, questi bravissimi magistrati sono pignoli e vagamente incazzati, almeno quanto sono considerati, e fate voi i conti stavolta. Io vi dico solo che agli alti lai della Corte corrisponde di solito una sostanziale strafottenza da parte dei destinatari. E pure quando la Corte si trasforma in censore, e magari condanna pure qualcuno a risarcire il maltolto o lo sprecato, alla fine il più delle volte si risolve a tarallucci e vino, con qualche spicciolo per l’erario – che tanto alla fine lo sconto arriva – e tanta vanagloria per chi l’ha procurato.

Ho capito: la faccio finita. La prolusione mi serviva perché stamane la Corte senza sconti ha pubblicato un tomo di alcune centinaia di pagine che leggerò religiosamente al fine di tradurvelo dal quale ho estratto intanto questa pregevole rappresentazione del nostro tormento finanziario pubblico.

Ora non è tanto la linea rossa del debito pubblico che mi preoccupa: il debito pubblico fa parte della mia educazione da scribacchino almeno quanto la Corte dei conti. No: a preoccuparmi sono le linee viola e quella verde. Mica me lo ricordavo che nel 1996 pagavamo quasi il 12% del pil di interessi su un debito che era più basso di adesso. Ora siamo intorno al 5% e c’è il QE, che è una cosa straordinaria e prima o poi finirà. Che succederà appena i tassi saliranno? Ed ecco la linea verde. Nel ’96 avevamo un avanzo primario superiore al 4% e pagavamo pure il 12% del pil di interessi sul debito. Ora siamo intorno al 2%. Certo, molto è dipeso dal denominatore – il famoso pil – che è collassato, ma adesso come dovremo uscirne?

La Corte dei conti non fa sconti, ma neanche il resto del mondo. Mentre che ci pensate ricordatevi che “durante la crisi la spesa per previdenza e assistenza è stata la componente più dinamica fra le uscite correnti al netto degli interessi: considerata nella sua sola parte in denaro, il tasso di crescita medio annuo è stato pari nel periodo 2008-2016 al 2,9 per cento a fronte dell’1,7 delle spese correnti primarie” Tatàaa..

La smetto coi Conti perché tanto non la raccontano mai giusta e vi do una piccola notizia che non sapevo di sapere.

Immaginatevi il traffico a Londra all’ora di punta. E mentre ve l’immaginate, visto che si parla di Uk, date uno sguardo a questa release dell’istituto statistico britannico che discetta sul puzzle della produttività. La questione è presto detta: il gap fra la produttività del lavoro UK e quella del resto dei paesi del G7 era del 16% nel 2015.

E per concludere in bellezza, non rimane che la nota mensile sull’economia italiana. Se non altro per sapere che “l’orientamento positivo dei livelli di attività economica per i prossimi mesi è confermato dall’indicatore anticipatore, che registra un’ ulteriore variazione positiva”.

A domani.

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Delusioni da QE: lo zero virgola italiano


Occuparsi del caso italiano, nella disamina degli effetti reali svolti dal QE (quantitative easing) sulle economie che ne hanno fatto uso, è parecchio istruttivo per la semplice constatazione che l’Italia è, fra i paesi europei, quella che è cresciuta di meno nell’ultimo ventennio e quella che ha patito di più dopo l’appalesarsi della crisi.

Come dire: se il QE funzionerà da noi, figuratevi che faville farà nel resto dell’Eurozona.

Purtroppo, non disponendo di una palla di vetro, devo accontentarmi delle previsioni, notoriamente imperfette, che diversi entità, a cominciare dalla Banca d’Italia, hanno elaborato per provare a quotare l’impatto che le politiche monetaria potranno avere sul nostro Pil.

Senonché, mentre mi decido a scrivere questo post, mi arrivano fresche fresche da Bruxelles le previsioni di primavera della Commissione, che con toni decisamente ottimisti, mi informano che la ripresa prende forza, e che addirittura per il 2015 per l’Italia si prevede un clamoroso +0,6, lo stesso che prevede l’Ocse, che non è ancora il +0,7 previsto dal governo nel DEF, ma è già più dello +0,5% ipotizzato da Bankitalia nell’ultimo bollettino economico, già rivisto al rialzo rispetto al +0,4 del penultimo bollettino.

L’Italia dello zero virgola, con differenze nelle previsioni che ricordano l’errore statistico mi appassiona parecchio. Specie quando leggo un po’ dappertutto che gran parte di questo progresso lo dobbiamo a Mario Draghi e al suo più che benvenuto QE.

Mi appassiona talmente, l’Italia dello zero virgola, che mi torna in mente la corposa audizione della Corte dei conti al DEF di poche settimane fa, e in particolare un agile paragrafo intitolato “Gli effetti sull’economia italiana del Quantitative Easing: opportunità e rischi”.

Alcuni ricorderanno che anche la Banca d’Italia ne ha preparato uno simile, nell’ultimo bollettino economico, a significare il gran dispendio di cervelli che il QE intanto ha provocato.

Dopo aver riepilogato qualità e quantità del QE, che qui vi risparmio, la Corte ha utilizzato il modello DSGE-Prometeia per stimare l’impatto macroeconomico dei 150 miliardi di euro di acquisiti di titoli di stato, pari al 9% del Pil, operati in gran parte dalla Banca d’Italia (130 miliardi su 20), che lo ricordo è un’entità pubblica, su una serie di variabile macro, fra le quali appunto il Pil, e ne ha ricavato una tabella.

La Corte ricorda che 79 miliardi di titoli verranno acquistati nel corso del 2015 e il resto nel 2016.

Giova sottolineare che come tutti i modelli, anche questo va preso con le pinze, anche se “il confronto con
analoghi esercizi effettuati per valutare gli effetti dei QE implementati negli US, in UK e in Giappone conforta sulla dimensione di tali effetti”.

Insomma, le previsioni sembrano ragionevoli.

I risultati, nell’arco del biennio, sono i seguenti: il rendimento dei titoli a lunga scadenza dovrebbe diminuire di 109 punti base, il tasso sugli impieghi delle imprese di 40 punti base. I prestiti alle imprese dovrebbero aumentare dello 0,57%, i consumi dello 0,14%, gli investimenti del 5,02.

Ricordo che dal 2007 gli investimenti italiani sono diminuiti del 30% (vedi grafico).

E il Pil?

Il Pil dovrebbe aumentare ulteriormente dello 0,69% rispetto alle previsioni. In due anni.

Un altro zero virgola per la nostra collezione.

(4/fine)

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L’Italia di domani: tre scenari per un teatrino


Cosa c’è di più incerto del domani? Ma neanche del domani: pure del fra poco, a dirla tutta.

Eppure eserciti di chiromanti, auruspici e lettori di frattaglie, facitori di oroscopi, cartomanti, oracoli e altre simili genìe intrattengono da secoli l’umanità con le loro previsioni che in comune hanno d’esser sempre lautamente remunerate e rigorosamente sbagliate.

Ciò malgrado, non pago di pagar dazio a chi scruta il mondo di poi, l’uomo ha insistito e insiste tuttora, tanto è impaurito da ciò che sarà, a portar in palmo di mano questi cacciaballe.

Oggi poi stiamo pure peggio: sono arrivati gli scienziati, che di tale genìa di cieche vedette sono i più perniciosi, usando la matematica, che è disciplina rigorosa, a mo’ di travestimento delle loro pinzillacchere, che perciò, invece di mostrarsi per ciò che sono, s’ammantano di astrusa seriosità capace di restituir credito ai sogni.

Ma i sogni aiutano a vivere, diceva quel tale. Tanto più qui dove discorriamo del sogno più seducente: quello della ricchezza e del benessere, che si persegue pure a rischio di strozzarsi a furia d’ingozzare, utilizzando qualunque diavoleria sia stata inventata per dar corpo alla nostra legittima richiesta di felicità.

L’economia perciò, scambiata come fine anziché come strumento, basa se stessa su ciò che riesce a prevedere, e di conseguenza, alimenta i previsori con grande generosità. E poco importa che tali previsioni siano meri esercizi retorici per legittimare precise scelte politiche.

Tale esercitarsi, che parte dalla base della previsione – ossia il dato statistico – arriva quindi a disegnare mondi virtuali – scenari li chiamano – che sostanziano graziosi teatrini politici, al termine dei quali gli spettatori – ossia noi tutti – siamo chiamati a pagare il conto.

Probabilmente penserete che sto esagerando. E allora godiamoci insieme la lettura di due documenti che tanto fiato e inchiostro hanno fatto spendere ai nostri illustri commentatori, ossia il rapporto della Corte dei conti sul coordinamento della finanza pubblica e le raccomandazioni che sono arrivate da Bruxelles il 2 giugno scorso.

Il primo ci illustra proprio tre scenari che la Corte ha elaborato servendosi dell’armamentario macro-modellistico del Cer, il centro europeo di ricerche dove alligna il fior fiore dei nostri economisti e che da vari decenni si dedica a modelizzare econometricamente la nostra povera realtà.

La Corte, giustamente preoccupata per la nostra finanza pubblica, uno degli spauracchi globali meglio pubblicizzati, ha elaborato tre simulazioni econometriche “volte a misurare l’impatto di shock favorevoli di crescita sul percorso di rientro del saldo strutturale”. Il saldo strutturale, lo ricordo, equivale al saldo fiscale corretto per il ciclo e al netto delle componenti straordinarie. Una di quelle meravigliose invenzioni di cui la stessa Corte dubita sostanzialmente.

Gli shock positivi presi in considerazione sono tre: rimodulazione del bilancio pubblico secondo le indicazioni contenute nel programma #lasvoltabuona (è scritto così, giuro); adozione di misure di incentivazione degli investimenti in ricerca e sviluppo; riforma del mercato del lavoro e dei prodotti.

I tre scenari quindi prendono in esami diverse decisioni di politica economica, a cominciare da quelle annunciate di recente dal governo, allo scopo di valutare gli effetti che tali decisioni hanno sui conti pubblici, a cominciare proprio dall’andamento del saldo strutturale (ricordo che di recente il governo ha chiesto un slittamento del pareggio che era previsto nel 2015) e poi sulla crescita del prodotto.

I risultati mostrano che tutte e tre le simulazion conducono a una maggiore crescita, rispetto allo scenario di base, “anche se con tempi e intensità diverse”. Nella prima e nella terza ipotesi considerata, a fine periodo  (t+5, ossia il 2019 se consideriamo il 2014 anno di partenza degli shock), il Pil risulta incrementato dell’1,5% l’anno, conducendosi dal valore indice 100 di inizio periodo a oltre 107. Nel secondo scenario considerato produrrebbe una crescita più lenta, pari allo 0,5% annuo, per un indice cumulato a t+5 di poco superiore a 106, a fronte a un 106 dello scenario base.

“E’ interessante notare – scrive la Corte – come una manovra di ricomposizione del bilancio pubblico (scenario 1, ndr) avrebbe effetti del tutto analoghi a quelli associabili a un programma di riforma dei mercati (scenario 3, ndr)”.

Allora uno pensa che gli effetti della #svoltabuona sono equiparabili, ai fini del computo del prodotto, a quelli di riforme che prevedono, fra al altre cose, un incremento della produttività totale dei fattori (TFP). Una differenza non da poco: la cura Renzi, chiamiamola così, rispetto alla cura “riforme strutturali”, a base quindi di aumenti di competitività, sta un po’ come il giorno alla notte.

Questa differenza si comprende bene se andiamo a vedere come evolve l’altra variabile monitorata nei tre scenari, ossia l’indebitamento nominale e il saldo strutturale. Mentre il primo rimane sostanzialmente stabile rispetto a quanto previsto dallo scenario base del governo nei vari Def, il saldo strutturale invece, che poi è la variabile che Bruxelles tiene sotto osservazione quando analizza i nostri conti pubblici, cambia sostanzialmente.

Per dirla con le parole della Corte “aumenta nel caso dei primi due esercizi, allontanandosi dal pareggio”. “Particolarmente rilevante è l’allontanamento dall’obiettivo del pareggio nel caso del primo shock”, ossia quello deciso dal governo.

“Il saldo strutturale  – nota la Corte – migliora invece, sensibilmente, nel caso del terzo shock, passando in attivo già al tempo t+2”.

Se andiamo a vedere il grafico prodotto dalla simulazione, notiamo che lo shock 1 appesantisce notevolmente il saldo strutturale, che si colloca intorno a un deficit dello 0,5% del Pil fino al t+5, scostandosi quindi significativamente dallo scenario base ipotizzato dal Def, che prevede il pareggio già alla fine del t+2, ossia dal 2016.

Ve la faccio semplice: lo scenario che si basa sulle decisioni adottate di recente dal governo rischia di mettere a repentaglio il nostro obiettivo di medio termine concordato con Bruxelles.

Questo spiega bene il senso delle raccompandazioni che sono arrivate dall’Europa il 2 giugno scorso. I tecnici europei infatti notano che l’aggiustamento strutturale sarà possibile in parte grazie a un ambizioso piano di privatizzazione, da attuare nel periodo 2014-17 pari ad almeno lo 0,7% del Pil ogni anno, notando che “non convalidato da un organismo indipendente, lo scenario economico sul quale si fondano le proiezioni di bilancio del programma è leggermente ottimistico, in particolare per quanto riguarda gli ultimi anni del programma”.

E’ così che lo scenario, esercizio econometrico mirabolante, diventa un fatto eminentemente politico.

Tant’è vero che i tecnici di Bruxelles notano come “una deviazione dal percorso di aggiustamento (come ipotizza la corte secondo lo shock 1) che si ripetesse l’anno successivo potrebbe essere valutata come significativa”. Inoltre, notano ancora “il raggiungimento degli obiettivi di bilancio, inoltre, non è totalmente suffragato da misure sufficientemente dettagliate, soprattutto a partire dal 2015”.

Fatto politicissimo, quindi. che peraltro interviene all’indomani delle elezioni europee, che hanno consegnato al governo italiano un inedito potere di contratto quantomai opportuno, laddove “il Consiglio è del parere che siano necessari sforzi aggiuntivi, in particolare nel 2014, per garantire la conformità ai requisiti del patto di stabilità”.

Tutto ciò ha dato vita al solito teatrino politico che ormai accompagna i fatti economici. Petizioni di principio politiche (faremo, diremo), che minuettano con petizioni di principio economici (dovete fare questo e quello) in difetto di una qualche attendibilità che non si aleatoria.

Scenari e teatrino: l’Italia di oggi.

E di domani.

 

Esercizi di retorica sul DEF: l’invenzione del deficit strutturale


Compulsare i vari documenti che le istituzioni stanno producendo per partecipare al grande rito collettivo del DEF è altamente istruttivo. L’evento economico assume un significato sociale che finalmente trascende la sua miseria contabile per assurgere alla dimensione di ciò che è autenticamente il Documento di economia e finanza: un pregevole esercizio retorico che si nutre di congetture economiche al solo fine di sostanziare un’azione politica di governo.

Che ciò sia il DEF, pochi dovrebbero dubitarne.

Stupefacente invece è la constatazione, che ho tratto leggendo le opinioni sul Def dell’Istat, della Banca d’Italia e della Corte dei Conti, di quanto profondo sia tale congetturare.

E, peggio ancora, che tali congetture non si limitino alle stime sul dati del futuro, come pure sarebbe lecito pensare, ma siano inerenti al dato stesso, ossia alla sua costruzione statistica.

Di cosa parliamo, insomma, quando ci riempiamo la bocca e la testa di deficit, indenitamento netto, o, peggio ancora, indebitamento strutturale?

Tecnicamente parliamo di convenzioni statistiche. Non dati oggettivi, quindi, come uno potrebbe pensare, ma costruzioni numeriche discutibili.

In alcuni casi molto discutibili.

Relativamente ai casi nostri, la vicenda del DEF ha un portato di politica, interna e internazionale, che è saggio non sottovalutare. Il governo infatti, nella persona del ministro dell’Economia, ha impugnato la penna e scritto una bella letterina a mamma Commissione Ue per chiedere di poter derogare di un anno il pareggio strutturale di bilancio, che era previsto per il 2015 e invece si propone per il 2016.

Nel 2015, infatti, il deficit strutturale sarà allo 0,1%, e non a zero come aveva assicurato il governo Letta a settembre scorso a fronte di una variazione strutturale in aggiustamento pari allo 0,5% del Pil. Tale deroga dovrà essere approvata dal nostro Parlamento e poi dalle autorità europee.

Tutto questo per un decimo di punto? E che sarà mai?

E invece pesa, perché l’Italia ha un Obiettivo di Medio Termine (OMT) concordato con la Commissione europea che prevedeva, fra le altre cose l’azzeramento del deficit strutturale entro il 2015.

A questo punto le varie tifoserie si saranno scatenate. Solo pochi ficcanaso si sono posti la domanda: ma il deficit strutturale cos’é?

Gli appassionati del genere sanno che il deficit strutturale corrisponde al deficit netto corretto per gli effetti del ciclo economico e delle misure straordinarie. Per dirlo con le parole della Corte dei conti, tratte dall’audizione sul DEF, “l’intento è quello di isolare le variazioni del saldo di bilancio che sono indotte automaticamente dalle oscillazioni del ciclo economico e che, quindi, non possono essere attribuite all’azione discrezionale dei governi”.

In sostanza, il deficit strutturale è un indice della scelleratezza fiscale governativa. E ciò spiega bene perché a Bruxelles ci tengano in tal modo. Tanto più è alto, tanto più il governo non fa il suo dovere: questo è il senso.

Definito l’oggetto, rimane ancora senza risposta la vera domanda: come si calcola una roba del genere?

Deve esser chiaro che rispondere a questa domanda significa credere che sia possibile una risposta sensata. Che nel gergo economico significa una risposta oggettiva e misurabile oggettivamente.

Purtroppo così non è: il calcolo del deficit strutturale è l’ennesimo esercizio di retorica tramite il quale una decisione politica viene camuffata da dato economico che, di conseguenza, genera un’azione politica conseguente.

Penserete che sto esagerando. Ma non dovete ascoltare me, che non so niente. Ascoltate la Corte dei Conti: “La logica sottostante l’adozione di obiettivi di indebitamento strutturale, tesa a sanzionare l’eventuale utilizzo di misure pro-cicliche, si scontra però con un problema di fondo: la non osservabilità dell’indebitamento strutturale”.

Detto in altre parole, non essendo osservabile non dovrebbe esistere.

Perciò si inventa.

“All’inconveniente (la non osservabilità, ndr) si sopperisce mediante l’utilizzo di particolari tecniche statistiche finalizzate a distinguere, all’interno della serie storica del saldo di bilancio, la componente ciclica da quella strutturale”, spiega la Corte, sottolineando però che “queste tecniche possono tuttavia condurre a risultati non univoci e anche fortemente divergenti fra loro a causa dell’ampio ventaglio di ipotesi preliminari che può essere assunto”.

Quindi non solo l’indebitamento strutturale, che decide il nostro futuro, non esiste, ma la sua invenzione sottostà a regole inventate sulle quali non c’è nemmeno concordia, e che potrebbero dare risultati molto diversi fra loro.

La Corte si spinge in avanti e illustra proprio il caso italiano. Da noi “le misurazioni proposte dalla Commissione europea, che individuano la persistenza nel 2014 e l’ampliamento nel 2015 del deficit strutturale, solleciterebbero il Governo all’adozione di misure correttive, laddove un calcolo alternativo del saldo strutturale su dati OCSE indicherebbe, per lo stesso periodo, una situazione di avanzo”.

Avete capito bene: per la Commissione abbiamo un disavanzo strutturale, che dipende dalla loro classificazione statistica dei dati. Se invece usassimo la classificazione Ocse saremmo in avanzo strutturale.

Tale differenza non pensa neanche poco. Nel grafico contenuto nel suo parere, la Corte mostra che nella misurazione svolta dalla Commissione Ue l’Italia ha un deficit strutturale dello 0,6% sul Pil, circa 9 miliardi, che rimane costante nel 2014, per arrivare allo 0,9%, oltre dieci miliardi, nel 2015. Se invece si utilizzasse la rappresentazione statistica dell’Ocse, l’italia sarebbe stata in avanzo strutturale dello 0,3% del Pil nel 2013, circa 4,5 miliardi, altrettanto nel 2014, e dello 0,1% nel 2015.

Considerate che sulla base dei disavanzi strutturali si misura la qualità dell’azione di un governo in sede europea, ma anche la sua credibilità sul mercato del debito.

E non finisce qua: “Anche rimanendo all’interno di un stessa fonte statistica, la misurazione del saldo strutturale è soggetta a continue modifiche, con differenze che
diventano molto consistenti proprio in occasione dei momenti di inversione del ciclo economico”.

Insomma: il nostro futuro dipende da un dato che non esiste, inventato alla bisogna, sul quale non c’è neanche identità di vedute nella cosiddetta letteratura scientifica e che peraltro si comporta in modo incontrollabile nei momenti in cui dovrebbe essere più stabile.

Ma il peggio sta alla fine: “E’ stato infine rilevato come, all’interno della metodologia della Commissione UE, agli attuali valori di indebitamento strutturale corrispondano livelli di
disoccupazione di equilibrio nell’ordine dell’11 per cento, evidentemente inconciliabili con qualsiasi obiettivo di piena occupazione. Sarebbe dunque lo stesso modello statistico
utilizzato per guidare le politiche di bilancio europee a imporre un severo trade-off fra crescita e stabilità delle finanze pubbliche”.

Quale migliore esemplificazione dell’esercizio retorico praticato col linguaggio dell’economia?

La decisione, questa sì politica, impone il “severo trade off fra crescita e stabilità delle finanze pubbliche”. Ciò ha originato un modello statistico che teorizza deficit strutturali, con corrispondente tassi di disoccupazione d’equilibrio, che altri modelli vedono come surplus, sulla base dei quali si impongono politiche restrittive: “aggiustamenti continui”, come dice la Corte.

E gli stati (noi) devono pure pietire una deroga.

Se questo è il gioco, chi voglia salvare la pelle ha solo una chance: deve usare la retorica meglio degli altri.

Deve spararle più grosse.

(2/segue)

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Il mattone dell’Inps segna rosso fisso


La débâcle dell’Immobiliare Nazionale della Previdenza Sociale, secondo o terzo nome dell’Inps, è scritta nei conti e nelle relazioni che li hanno accompagnati. La commissione parlamentare di controllo sugli enti di previdenza e la Corte dei conti, che al patrimonio immobiliare dell’Inps hanno dedicato pagine e approfondimenti, lo dicono a chiare lettere: il mattone dell’Inps vale oltre 1,8 miliardi di euro eppure riesce a spuntare rendimenti negativi. Un altro triste primato della cosa pubblica.

I primi a certificare tale fallimento sono stati i commissari parlamentari. Nelle conclusioni della relazione di fine consiliatura, presentata il 21 dicembre scorso, scrivono che “l’attività svolta ha fatto emergere la necessità di rivedere le modalità di gestione del patrimonio immobiliare, residuato dalle operazioni di cartolarizzazione, i cui risultati insoddisfacenti in alcuni casi piuttosti che garantire dei rendimenti positivi dallo luogo a perdite”. La gestione del patrimonio immobiliare da reddito, aggiungono, “nel consuntivo 2010 ha rilevato entrate per 38,1 milioni e spese per 93,2 milioni, determinando un risultato negativo netto per 55,1 milioni”.

L’altra certificazione arriva dalla Corte dei conti. Nella sua relazione al bilancio 2011, i magistrati notano che le perdite si erano stabilizzate intorno ai 10 milioni di euro nel biennio 2008/2009, poi sono arrivate ai 55 milioni che abbiamo già visto nel 2010 e sono scese a 33,7 milioni nel 2011, con “un aumento sensibile e costante, nel biennio 2010/2011 delle spese di conduzione, ammortamento e costi diversi”.

La circostanza più grave è che il futuro è quantomai incerto. “Dopo i ripetuti solleciti – scrive la Corte – è cessata l’anomala concessione di proroghe dei contratti scaduti per la gestione degli immobili. Le procedure di gara, pervenute ad aggiudicazione nel mese di giugno 2012 risiltano peraltro in contestazione”.

Ma non è tanto la vicenda burocratica, il problema. La questione è strategica. Dopo che nel 2009 l’inps è stata costretta a far rientrare nel proprio patrimonio tutti gli immobili avanzati dal fallimento della cartolarizzazione Scip 2, l’istituto si è trovato a dover gestire una massa di immobili enorme (valore di bilancio 1,8 miliardi) senza avere norme chiare e strumenti operativi.

In pratica, si sono bloccate le dismissioni e sui conti dell’Inps si sono scaricati enormi costi di gestione che hanno portato i conti in negativo Nel 2010 l’Inps provò a fare un fondo immobiliare ad apporto, ma nell’indeterminatezza generale tutto rimase fermo. Le vendite si bloccarono, anche a causa dei numerosi contenzioni sui cosiddetti immobili di pregio, e adesso si parla di nuovo di un fondo immobiliare, anche in seguito alle ultime decisioni del governo sul patrimonio pubblico in tal senso.

Nel frattempo rimane il rosso fisso nella gestione.

Ma neanche questa è una novità. Sin dalla metà degli anni ’90, quando per la prima volta esplose il caso dell’uso allegro degli immobili Inps, si è provato in tutti i modi a farne qualcosa di produttivo. La stagione delle vendite ha raggiunto il culmine con le due Scip di inizio anni 2000 che (ci torneremo un’altra volta) hanno portato più perdite che guadagni ai conti dello Stato, per poi, clamorosamente tornare indietro. Tutto il patrimonio tornò nella pancia dell’Inps.

In pratica dal 2009 siamo tornati al 1995.

Fallita la strategia delle vendite “coatte” rimane solo la carta di un fondo immobiliare per provare a fare cassa. Intanto ci hanno guadagnato i gestori, con le loro ricche commissioni, e pochi inquilini, più o meno illustri, che si sono portati a casa un bel pezzo di patrimonio pubblico a prezzi di realizzo in maniera perfettamente legale.

Adesso, una volta privatizzati i guadagni, rimane solo da socializzare le perdite.

Tanto per cambiare.