Categoria: Annali
Con il Myanmar la Cina rinverdisce l’antica Maritime silk road
Per apprezzare appieno il significato del progetto della Belt and Road initiative cinese, bisogna ricordarne l’aspetto meno osservato nella infinita pletora di studi e analisi che gli osservatori vi hanno dedicato: la nostalgia. Tutta l’illustrazione dell’ambizioso piano cinese, già dal riferimento alle antiche vie della seta, è intrisa quasi malinconicamente di nostalgia verso un passato lontano – quindi dimenticato e perciò irresistibile – dove l’Oriente giocava un ruolo importante, per non dire da protagonista, nell’economia mondiale, che ieri – come oggi – era molto internazionalizzata.
Senza andare troppo lontano, basta qui ricordare che la Maritime Silk Road che il presidente Xi ha presentato nell’ottobre 2013 durante un discorso al parlamento indonesiano è la sostanziale riedizione della vecchia Maritime Silk Road che già dal secondo secolo prima di Cristo e per moti secoli successivi animava gli scambi marittimi fra Occidente e Oriente. Si tratta di rotte commerciali che nell’epoca della dinastia Tang conobbero un notevole sviluppo grazie anche ai progressi della tecnologia nautica cinese, all’epoca all’avanguardia. Secondo lo studioso giapponese Kuwabara Jitsuzo (“Studies on Pu Shou Geng”) persino arabi e persiani preferivano usare navi cinesi per navigare intorno all’Asia.
Il Myanmar già all’epoca era un punto importante di queste rotte, come peraltro hanno mostrato diversi scavi archeologici condotti nell’ambito del progetto “Thanintharyi and the Maritime Silk Roads”, i cui risultati sono stati presentati in un articolo accademico del 2018. All’epoca il terminale di questi scambi era la zona di Maliwan, nella parte più a sud del Myanmar, che si trovò al centro di una corrente di scambi molto intensa favorita dall’affermazione, a Oriente, dell’Impero Maurya in India e di quello Han in Cina, e a Occidente di quello romano, che dopo la conquista dell’Egitto aveva iniziato a percorrere con grande intensità le rotte marittime verso l’India.
Rispetto ad allora, quando il collegamento dal Myanmar avveniva dalla penisola di Thai-Malay, la versione XXI secolo della Maritime Silk road punta sul porto di Kyaukpyu, che si trova appoggiato sul Golfo del Bengala ed è logisticamente predisposto ad ospitare notevoli volumi di traffico merci.
Questo spiega perché la visita del presidente cinese Xi in Myanmar del 17 gennaio scorso sia stata così importante. Far sbarcare merci a Kyaukpyu e da lì dirigerle verso la Cina via terra significa creare un corridoio economico che evita alle merci cinesi di passare dallo stretto di Malacca, uno dei peggiori colli di bottiglia dell’economia internazionale.
Ma aldilà degli aspetti pratici, che pure sono rilevanti, sarebbe poco saggio sottovalutare ciò che rende la Bri cinese così seducente per i suoi interlocutori. La seduzione degli affetti, e quindi la costante rievocazione di fasti antichi, può rappresentare quel quid che trasforma il semplice calcolo economico in una passione politica potenzialmente capace di segnare un salto di qualità alla globalizzazione emergente. Il passo è breve. E in parte è già stato fatto.
Cronicario. Italiani: più rari che unici
Proverbio dell’11 febbraio Meglio un tozzo di pane sotto un albero che un banchetto in galera
Numero del giorno 120.000 Italiani residenti all’estero nel 2019
A un certo punto il paese di ferma: sul cinguettario appare l’Istat con questo messaggio subliminale:
Come al solito, il messaggio viene frainteso. Il Cronicario viene inzeppato di dichiarazioni tutte uguali di politichesse che lamentano il lento estinguersi della stirpe italica e sollecitano l’elemosiniere pubblico a farsene carico a suon di anni di pensione (ossia di lavoro in meno) per ogni figlio e i consueti oboli, incentivi e compagnia cantante, che se avessi un euro per ogni volta che ne ho sentito parlare non starei qui a scrivere Cronicari.
Ma state tranquilli: tanto non succede che il governo faccia qualcosa per la natalità. E per fortuna. Anche perché sarebbero perniciosi. Siamo tutti vittime di un fraintendimento, come vi dicevo, che l’Istat, per ragioni di istituto, non può certo chiarire, ma che vi spiego io.
La denatalità è una strategia perseguita con successo – una delle poche insieme all’aumento del debito pubblico che tanto è ricchezza privata e comunque non esiste – dalla società italiana, al fine evidente di impreziosire l’italiano medio diminuendone l’offerta. Avrete notato, ad esempio, quanto siamo richiesti all’estero.
Chiaramente questo è il modo migliore che abbiamo trovato per affrontare la crisi – La Crisi – che deriva dal fatto che siamo in lieve deficit di autostima – il famoso deficit pubblico, ne avrete sentito parlare – e i risultati si vedono. Una volta volevamo essere unici. Oggi ci accontentiamo di essere rari.
A domani.
Finanza e petrolio alla base del matrimonio fra russi e cinesi
L’aspetto probabilmente più curioso del matrimonio di interessi che Cina e Russia portano avanti ormai da diversi anni è che la quota di investimenti diretti che i due paesi condividono è pressoché ininfluente. La banca centrale russa riporta che gli investimenti diretti cinesi nel totale dei flussi ricevuti dalla Russia è rimasta a lungo sotto l’1%.
Fra il 2014 e il 2015, in corrispondenza della crisi ucraina che fece collassare gli altri investimenti esteri in Russia mentre si registravano notevoli investimenti cinesi in alcuni progetti energetici (gli impianti nella penisola di Yamal lungo la rotta artica russa russa), la quota di FDI (foreign direct investment) cinesi toccarono un picco del 10%, per rientrare però rapidamente verso la normalità. Nel 2018 si era già tornati all’1%. Dal canto suo, la quota russa degli investimenti in Cina nell’ultimo decennio ha oscillato sempre intorno all’1%, arrivando al 2% nel 2015 per scendere allo 0,5% nel 2018.
Queste cifre danno l’idea di una consuetudine economica quantomeno curiosa fra due paesi che si vorrebbero partner di lungo periodo, ma che invece somigliano a soci avventizi. Peraltro ciò che si osserva, notando ad esempio i crediti concessi dalla Cina alla Russia, è che in buona sostanza si tratta di finanziamenti legati a grandi progetti energetici, come ad esempio i 25 miliardi di dollari di crediti che la China Development bank ha concesso a Rosfnet e Transfnet in cambio di forniture di petrolio per finanziare la componente cinese dell’ESPO oil pipeline.
E questo ci porta alla conclusione che il motivo energetico – lo abbiamo visto di recente anche con la presentazione del gasdotto Power of Siberia – è uno dei capisaldi della collaborazione russo-cinese. Questo conduce a una importante conseguenza: si è instaurato un legame finanziario abbastanza profondo fra i due paesi dalle conseguenze ancora poco difficili da individuare.
In un mondo che vende petrolio e gas in dollari, lo scambio energetico avrebbe dovuto originare un corrispettivo in valuta Usa. Cosa che è accaduta. Ma è accaduto anche altro: Russia e Cina hanno iniziato a scambiare altre valute. E anche questo ha precise ragioni geopolitiche. La Russia già dal 2014 – sempre dopo la crisi ucraina – ha iniziato un percorso di de-dollarizzazione in risposta al taglio dei finanziamenti a lungo termine che l’Occidente le ha inflitto a causa delle sanzioni. Al tempo stesso la Cina ha visto crescere l’uso internazionale della sua valuta, che sebbene ancora di nicchia, è molto cresciuta come valuta degli scambi regionali e anche come valuta di riserva, specie dopo l’ingresso nel basket degli SDR del Fmi, nel 2016.
Non a caso, un anno prima, la Russia annunciò di avere aggiunto lo yuan (CNY) nelle sue riserve estere, dopo aver firmato un accordo di currency swap nel 2014. All’inizio la quota di yuan era modesta, ma nel secondo quarto del 2018 la Russia ha intensificato la sostituzione, nelle riserve estere, di dollari con euro e yuan. Quest’ultimo è arrivato a rappresentare il 15% delle riserve estere russe, a fronte di una media del 2% nelle altre banche centrali. A metà giugno 2019 la Russia aveva 68 miliardi di dollari di riserve denominate in yuan a fronte dei complessivi 217 detenuti dalle 149 banche centrali che riportano i dati al Cofer del Fmi.
Ma aldilà del dato sulle riserve estere, è più interessante osservare che Russia e Cina hanno iniziato a usare meno dollari nelle transazioni reciproche. I dati della banca centrale russa mostrano che nella prima metà del 2019 solo il 39% dell’export russo verso la Cina era denominato in dollari, a fronte del 75% nel 2018. Una larga quota di questo export è stato denominato in euro (46% a metà 2019 a fronte del 12% nel 2018) e anche la quota di export denominato in rubli è cresciuta (9%). Il dollaro rimane invece la valuta principale di denominazione delle importazioni russe, pure se in calo (67% nel 2019 a fronte del 72% nel 2018).
Il combinato disposto di petrolio&finanza è stato di fatto il pilastro sulla base del quale si è edificato il recente sodalizio fra i due paesi, che però, non è profondo come si potrebbe credere. Forse perché troppo giovane. Forse perché c’è ancora qualche diffidenza che il comune interesse – “difendersi” da certi atteggiamenti Usa – non basta a superare. Ma entrambi sanno, come scrivono gli economisti del Bofit, che “è impraticabile per la Cina e la Russia abbandonare completamente il dollaro nel presente mercato globale”.
Il grafico sopra sommarizza meglio di ogni ragionamento la ragioni della conclusione cui arrivano gli osservatori. Ma è chiaro che non tiene conto dei progressi che stanno intervenendo nei rapporti fra i due paesi e soprattutto non considera il peso di una variabile importante come può essere l’Ue e, in particolare, l’Eurozona, che esprime una valuta di riserva importante e acquista parecchio petrolio pagandolo in dollari.
In ogni caso, i rapporti fra Cina e Russia, proprio per la relativa giovinezza della loro frequentazione economica e per tipologia che essa ha assunto sono soggetti naturalmente anche ad improvvisi sbandamenti. In questo caso la Russia ha sicuramente molto da perdere, da un rallentamento della Cina. Assai più di altri. E il petrolio, che è stato il viatico dell’infittirsi della relazioni fra i due paesi, potrebbe diventare lo strumento del contagio. Se la domanda cinese di petrolio continuerà a diminuire – secondo le statistiche di BP la Cina ha pesato il 40% dell’incremento di domanda globale di greggio fra il 2010 e il 2018 – ciò condurrà a un inevitabile calo di prezzi, dai quali dipende buona parte della salute dell’economia russa. E questo non predispone verso rapporti amichevoli.
(2/fine)
Puntata precedente: Se l’economia cinese starnutisce quella Russia prende l’influenza
Cronicario: Gli italiani non vanno più in vacanza, ci vivono
Proverbio del 10 febbraio Quando si rompe il letto c’è sempre il pavimento per dormire
Numero del giorno: 6.000 Esuberi Unicredit in Italia fino al 2023
Leggo incredulo che gli italiani sono andati meno in vacanza del solito l’anno scorso. Addirittura sono calati del 9% i viaggi, dice l’Istat, che come sempre, sa tutti gli affaracci nostri.
Ma possibile, mi dico, che noi italiani, giramondo professionisti (e professionali) siamo usciti dal tunnel del divertimento vacanziero?
E infatti capisco in fretta l’arcano. Il primo indizio me lo suggerisce la scoperta che governo e sindacati hanno intenzione di rivedere quota 100 per costruire “un meccanismo più equo e meno costoso”, come spiega un cervello del governo.
All’uopo viene convocata un’apposita commissione che, fra le altre cose, “individuerà i lavori usuranti”.
Inutile che vi dica quanto sia usurante fare il Cronicario ogni santo giorno. Anzi ve lo dico, così magari la commissione si commuove.
Soprattutto leggo che la produzione industriale scende parecchio, mentre Unicredit annuncia 6.000 esuberi in quattro anni.
E allora capisco il piano geniale dei nostri governanti e insieme mi spiego il calo della voglia di vacanza. Non si tratta di andarci. Si tratta di viverci,
A domani.
La sfida dell’euro al dollaro passa dall’energia e dal mercato dei capitali
Il discorso della nuova presidente della Bce Christine Lagarde tenuto qualche giorno fa a Parigi segna una evoluzione interessante nella visione “geopolitica” di cui la banca centrale sembra farsi interprete e in qualche modo richiama la più volte annunciata revisione della policy che ha finora guidato l’azione di Francoforte. A ben vedere, è evidente che bisogna adeguare la cassetta degli attrezzi al mutato contesto globale.
Sul mutamento delle policy vedremo, ma intanto giova segnalare l’attenzione sollevata dalla presidente relativamente a un altro tema di respiro assai ampio per le conseguenze che incorpora: il ruolo internazionale dell’euro. Tematica assai sentita a Francoforte che, non a caso, dedica alla questione approfondimenti annuali letti solo da quei pochi che seguono queste cose, ma piene di informazioni utili.
L’importanza del ruolo internazionale dell’euro si apprezza se si ricordano, come ha fatto Lagarde, le “due grandi ambizioni” che pervadono le azioni politiche europee, in un mondo che cambia e quindi genera nuove opportunità.
A parte l’ormai scontato riferimento alle politiche contro il cambiamento climatico, nuovo passpartout del discorso politico, è il riferimento all’obiettivo di “costruire una reale autonomia europa” che merita di essere sottolineato. “L’ordine globale del dopoguerra si sta frammentando – dice – crescono le tensioni tra le grandi potenze e il cambiamento tecnologico sta trasformando il modo in cui produciamo, distribuiamo e consumiamo”.
Quindi nulla di strano che le ambizioni di far crescere l’autonomia procedano di pari passo con questo frammentarsi. E “dove ciò si sovrappone maggiormente alla Bce è il ruolo internazionale dell’euro”, spiega. Proprio perché emettere una moneta internazionale “genera obbligazioni, ma crea anche opportunità”. Ad esempio, abbassa i costi di finanziamento – “il cosiddetto privilegio esorbitante” – ma al tempo stesso aumenta l’autonomia delle politiche monetarie e riduce le vulnerabilità.
Il problema è che “nel caso dell’Europa, l’uso internazionale dell’euro è ancora
leggermente indietro rispetto al dollaro, anche per il commercio europeo”. Meglio ancora: “Circa la metà del commercio internazionale dell’area dell’euro è fatturata in euro. La maggior parte del petrolio che compriamo è denominato in valuta estera”. E questo spiega perché “i politici europei stanno dimostrando un rinnovato interesse nel rafforzare il ruolo globale dell’euro e questo coincide con i compiti della Bce”.
La presidente Bce si riferisce probabilmente anche alle dichiarazioni dell’allora presidente della Commissione Ue, Juncker, che settembre del 2018 disse senza mezzi termini quanto fosse poco razionale pagare in dollari i beni energetici a fronte del limitato peso specifico dell’export americano in Europa.
Qualche mese dopo la Commissione Ue pubblicò un lungo documento titolato “Towards a stronger international role of the euro”, dove venivano indicate alcune soluzioni tecniche per condurre gradualmente a una transizione verso l’uso della valuta europea negli scambi di beni energetici.
E’ evidente che si tratta di una partita politica, non semplicemente tecnica. I russi, alle prese con un notevole processo di de-dollarizzazione che ha già portato l’euro ad essere molto presente (insieme allo yuan cinese) nelle proprie riserve estere, sarebbero ben lieti di accettare euro in cambio di dollari per le loro forniture energetiche. Ma anche le questioni tecniche hanno il loro peso. Lagarde spiega con chiarezza che uno dei requisiti principali per favorire l’internazionalizzazione della moneta è avere un mercato finanziario profondo e liquido. Così fu ai tempi della transizione dalla sterlina al dollaro. Così potrebbe (dovrebbe) essere se si volesse favorire una transizione dal dollaro all’euro.
Senonché la transizione verso un mercato dei capitali autenticamente integrato si è fermata in Europa, addirittura sembra in retromarcia. “Quindi, se vogliamo veramente rafforzare il ruolo internazionale dell’euro, è essenziale che i governi e i regolatori si impegnino a costruire un’autentica unione dei mercati dei capitali”, sottolinea.
La Bce può dare una mano aiutando a costruire un’infrastruttura sicura e innovativa – quindi facendo leva sul suo ruolo di gestore del sistema dei pagamenti – un po’ sul modello del Target Instant Payment Settlement. Sempre perché la tecnica serve la politica, se la politica ha un piano. E questo semmai è il problema.
Cartolina: Naufragare dolcemente nel mare della liquidità
Dice la Bis che il credito in dollari ai prenditori non americani è cresciuto ancora del 5 per cento su base annua, a settembre 2019, portandosi alla notevole cifra di 12,1 trilioni di dollari, quindi 12.100 miliardi. Questa pletora di debitori trova conveniente, evidentemente, prendere a prestito in valuta statunitense, pure se ciò li espone ai capricci della banca centrale e del Tesoro americani. E ovviamente una buona parte di costoro sono paesi emergenti, che ormai esprimono quasi un quarto di questa montagna di debiti. Costoro navigano spediti su un mare di liquidità in valuta estera, ben sapendo – perché ormai è chiaro a tutti – che covano un naufragio. Però silenzioso, e quindi dolce.
Cronicario: Com’era verde la mia Bce
Proverbio del 6 febbraio Un compagno loquace in viaggio serve come veicolo
Numero del giorno: 103 Età di Kirk Douglas, morto ieri
Chi dice che i banchieri centrali non hanno un cuore dovrebbe leggere l’ispirato discorso della presidenta della Bce, ormai in grandissimo spolvero, che senza colpo ferire ha spiegato perché la Banca centrale finirà con l’occuparsi anche del cambiamento climatico.
Eh, ma c’è un motivo. Mica penserete che la Bce faccia come le pare?
Eccovelo spiegato per grandi linee: “Non abbiamo un ruolo di policy making nella lotta al cambiamento climatico, e siamo soggetti all’obiettivo primario della stabilità dei prezzi. Ma all’interno dell’obiettivo primario, la sostenibilità ambientale ha un impatto e dovrebbe essere preso in considerazione perché ha un impatto su rischi, consumi. Perciò e dobbiamo tenerlo in considerazione quando pensiamo alla stabilità dei prezzi”.
Ed ecco perché “la Bce può contribuire al progetto del Green deal”.
Perciò si, è vero: la Bce non ha cuore. Al massimo ha testa per la stabilità dei prezzi, con annessi e connessi. Ma un giorno, quando l’energia arriverà dal pensiero, e alimenteremo i telefonini col battito delle ciglia potremo dire, ripensando ai tempi andati, com’era verde la nostra Bce.
A domani.
MMT, ovvero l’ennesima metamorfosi del socialismo
Ogni epoca ha il suo socialismo, viene da dire leggendo la divertente analisi di Gregory Mankiw, accademico di lungo corso, di un testo pubblicato di recente da alcuni docenti seguaci della Modern Monetary Theory, meglio conosciuta come MMT. Si tratta di una teoria che ha appassionato molte persone negli ultimi anni. E il perché è presto detto: questo pensiero sussume quello che un governo possa disporre tutto il denaro di cui ha bisogno semplicemente emettendolo. Nulla di più seducente per società che non vogliono rinunciare a nulla, pensando di non dover mai pagare il conto.
Ma se fosse solo questo sarebbe ancora poco interessante. Ciò che rende l’MMT meritevole di un approfondimento è che ha alla base un altro pensiero: quello che il governo sia praticamente onnipotente nella gestione dell’economia. Da questo punto di vista l’MMT incorpora la forma contemporanea dell’idea socialista. E anche questo ne spiega il successo, in un mondo ammalato di nostalgia e di bisogno di sicurezza.
Alcuni passaggi dell’analisi dell’autore del paper meritano di essere riportati, visto che aiutano a centrare la questione. La “celebrità” della MMT, ad esempio. “Si potrebbe immaginare che la MMT sia sorta nelle migliori università. Ma non è così. La MMT è stata sviluppata in un piccolo angolo del mondo accademico ed è diventata famosa solo quando alcuni politici di alto profilo, in particolare il senatore Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez – hanno attirato l’attenzione su di essa perché i suoi principi si conformavano alle loro opinioni politiche”. Il fatto che ad alcuni politici piaccia l’idea che il governo possa spendere sostanzialmente senza limiti non è certo sorprendente. Un po’ più che questo pensiero abbia fatto breccia presso alcuni economisti.
Nel 2019, in particolare, la Red Globe press ha pubblicato un manuale, titolato semplicemente Macroeconomics, a firma di tre economisti MMT: William Mitchell e Martin Watts (University of Newcastle, Australia) e L. Randall Wray (Bard College). Questo testo ha fornito al nostro autore lo spunto teorico per approfondire i fondamenti teorici della MMT, ma a quanto pare senza convincerlo troppo. “Forse dopo quarant’anni nella professione – ammette – , sono troppo intriso di macroeconomia tradizionale per apprezzare appieno la MMT”. E questo malgrado “un sincero sforzo di capirla”.
Vediamo alcuni punti salienti. Gli autori del manuale MMT scrivono che “la conclusione più importante raggiunta dalla teoria è che l’emittente di una valuta non abbia vincoli finanziari. In parole povere, non può mai finire il denaro e non può mai diventare insolvente nella propria valuta”. Di conseguenza, “per la maggior parte dei governi, non esiste rischio di default sul debito pubblico”.
La replica del nostro economista “mainstream” a questo argomento si può sintetizzare brevemente così: se vero che un governo può “produrre” tutta la moneta che vuole, è vero altresì che a un certo punto e per svariate ragioni si finisce sempre col provocare inflazione. “In effetti – conclude -, esiste probabilmente una curva di Laffer per il signoraggio. Un governo che agisce come se avesse nessun vincolo finanziario potrebbe trovarsi rapidamente dalla parte sbagliata di questa curva, dove la capacità di stampare denaro ha scarso valore al margine”. Detta semplicemente, il governo potrebbe sì stampare, ma producendo denaro che non vuole nessuno. Al punto che sarebbe assai più conveniente fare default sul debito piuttosto che generare l’iperinflazione. La storia è piena di episodi del genere.
Questa conclusione conduce all’idea dell’inflazione che hanno gli economisti MMT, secondo i quali “non esiste alcuna relazione fra l’aumento dell’offerta di moneta e la crescita del livello generale dei prezzi”, ciò malgrado i dati esposti nel paper parlino di una correlazione fra inflazione e creazione di moneta assai elevata. Gli economisti MMT individuano le ragioni del processo inflattivo nel conflitto fra lavoro e capitale “che viene mediato dal governo all’interno di un sistema capitalista”.
In questa visione, l’inflazione emerge quando “lavoratori e capitalisti lottano per rivendicare una quota maggiore del reddito nazionale”. Quindi basterebbe assegnare al governo il ruolo di fissare le linee guida di questi confronti, e ipotizzando al limite anche controlli sui salari e sui prezzi per risolvere il problema. Il governo, insomma, promuoverebbe “una specie di arbitrato nella lotta di classe in corso”.
Il controllo dei prezzi, oltre che dei salari, da parte del governo – altra possibilità teorizzata dalla MMT – potrebbe anche condurre l’economia verso l’ottimo della produzione e dell’occupazione, che è diverso da quello che si chiama livello naturale, ossia quello verso il quale l’economia gravita nel lungo periodo. Il punto centrale è che “a causa del potere pervasivo del mercato, il livello naturale sta sotto il livello ottimale”. E per un economista MMT “i policymaker dovrebbero puntare all’ottimale”. E quindi intervenire con linee guida sui prezzi. Peccato che “la complessità dell’economia e la storia del controllo dei prezzi suggerisca che questa soluzione non è praticabile”, osserva l’autore del paper. Come dire: bisogna accontentarsi di un mercato imperfetto che tiene l’output sotto il livello ottimale. Purtroppo il governo onnipotente e onnisciente, che potrebbe farci vivere meglio, non esiste in natura.
Ricapitoliamo: la MMT teorizza un governo che non solo decida ad libitum la quantità di denaro in circolazione, ma decida anche il livello dei salari e dei prezzi in modo da raggiungere il livello ottimale di produzione. In sostanza vuole un’economia rigidamente pianificata. La moderna teoria monetaria somiglia parecchio alla vecchia teoria socialista.
Cronicario: Ho un conflitto di disinteressi
Proverbio del 5 febbraio Per innalzare un muro serve mettere pietra su pietra
Numero del giorno: 173 Numero di anziani in Italia ogni 100 giovani
Sono sinceramente combattuto, davvero. Non bastassero gli aggiornamenti pressoché istantanei sul Coronavirus, mi trovo a dovermi decidere su cosa concentrare l’attenzione, dovendomela vedere con informazioni a dire poco salienti. Per dire: L’Ue dice di aver avviato la revisione del Patto di stabilità che, scrivono, ha ridotto i rischi ma non ha fatto diminuire i debiti.
Roba forte. Ma niente rispetto a quello che viene dopo. Lascio da parte il calo del commercio al dettaglio nell’Ue a dicembre (-1,6), ma proprio non riesco a smettere di leggere che una nota agenzia anticorruzione lancia un appello perché siano pubblicati on line gli stipendi dei dirigenti pubblici, che ovviamente sono la lettura preferita degli italiani.
A un certo punto mi sembra assolutamente dirimente fare attenzione ai giudici di pace che dicono di temere che le udienze con gli immigrati favoriscano il contagio cinese, che mi sembra la perfetta epitome dello spirito del tempo.
Ma a un certo punto arriva l’autentica notizia che sfonda il muro della mia attenzione: il vicepremier del fu governo del cambiamento chiama alla riscossa le truppe cammellate in piazza, il prossimo 15, perché – dice – un tale in perfetto conflitto di interessi, vuole abolire la riforma dei vitalizi e ridare la pensione ai vecchi politici. Ed è allora che finalmente capisco cosa si agita dentro di me.
Anche io vivo un conflitto. Di disinteressi.
A domani.
Nel cuore dell’Eurasia: Il connubio energetico con l’Ue
La questione è molto semplice: l’Unione Europea ha un disperato bisogno di energia, quindi gas e petrolio, e deve importarne molta. Per tutti gli anni ’90 e buona parte dei 2000 l’Ue ha seguito l’orientamento espresso dagli Usa, che sostanzialmente puntava sui paesi dell’Asia centrale, grandi produttori, come fonte alternativa alla Russia che – insieme alla Cina – veniva classificata come concorrente geopolitico.
Molti l’avranno dimenticato, ma furono gli Usa, nel 1999, a varare il Silk road strategy Act. La memoria della via della seta, quattordici anni prima della Cina, diventava lo strumento di un disegno politico che aveva il fine di garantire assistenza umanitaria ed economica ai paesi del Sud del Caucaso e dell’Asia centrale, prevedendo anche “assistenza nello sviluppo delle infrastrutture necessarie per la comunicazione, i trasporti, l’istruzione, la salute e il commercio energetico sull’asse Oriente-Occidente”.
In questa temperie nacque l’idea dell’amministrazione Clinton di utilizzare le rotte energetiche come strumento politico, e quindi innanzitutto per diminuire l’influenza della Russia nella zona centroasiatica. La prima opera ad andare in questa direzione fu l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, divenuto operativo nel 2006. L’infrastruttura collega il petrolio Kazako, Azero e Turkemeno da Baku fino al porto turco sul Mediterraneo di Ceyhan, attraverso la Georgia, rappresentando la prima rotta alternativa che collegava la regione al mercato europeo. Che d’altronde è un po’ lo scopo del gioco.
Sempre negli anni ’90 l’amministrazione Clinton sponsorizzò la costruzione di un’altra arteria energetica destinata a portare il gas Turkmeno in Europa, che però ebbe meno fortuna: la Trans-Caspian gas pipeline.
Il terzo progetto promosso dagli Usa fu la Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI) pipeline.
Stavolta scopo dell’iniziativa non era servire l’Europa, ma l’India, notoriamente affamata di energia (come d’altronde la Cina), e legata molto saldamente alla Russia. Si ricorda la visita di Hillary Clinton in India nel luglio 2011, quando fu nuovamente scomodata la visione della “New silk road” per definire la strategia Usa nei confronti del centro Asia, ancora due prima che il “marchio” venisse ufficialmente (e definitivamente) adottato dai cinesi, col famoso discorso del presidente Xi del 2013.
La visione Usa era leggermente diversa da quella cinese, visto che puntava sullo sviluppo dell’Afghanistan – con ciò fallendo clamorosamente – come anello di congiunzione fra Asia centrale e Asia del Sud. Ma forse il fallimento Usa ha più a che fare con la mancanza di sensibilità storica, oltre che con il fatto che gli americani non avevano (e non hanno) alcuna intenzione di investire massicciamente sulle infrastrutture asiatiche come hanno dimostrato di voler fare più tardi i cinesi.
Ma a parte gli esiti, il disegno Usa era chiaro e ancora ai nostri giorni fa vedere i suoi effetti. E tuttavia sono di molto mutati i presupposti. A parte la dipendenza energetica dell’Europa, che rimane e semmai si approfondisce, gli Usa sembrano sempre più lontani dal Grande Gioco – malgrado la recente visita di Mike Pompeo nella regione – e anche attori insospettabili, come la Turchia, che ormai è divenuta terminale strategico per molte rotte energetiche, sembrano aver preso nuovi orientamenti.
L’Ue, non a caso, ha deciso di puntare sul Southern Gas corridor, che collega il Caspio all’Italia, passando dal Sud dell’Europa. Di recente è stato inaugurata una porzione di questo gasdotto – il TANAP – ed entro l’anno dovrebbe diventare operativo anche il TAP, che arriva fino in Italia.
E così facendo raggiunge l’obiettivo della diversificazione energetica appoggiandosi a paesi che in teoria sono indipendenti dalla Russia e che però – inevitabilmente – coltivano loro disegni strategici. E al tempo stesso vengono promossi altri progetti, come il Nord stream 2, che urtano non poco la sensibilità Usa, visto che in pratica collegano maggiormente l’Ue alla Russia. Al punto che il progetto è finito nel mirino delle sanzioni Usa.
Tutto ciò lascia intuire che se è ovvio che tutte le strade del gas – come peraltro del greggio – finiscano per portare nell’Ue, è altrettanto ovvio che il declinare dell’influenza americana nel continente ha lasciato l’Europa più sola. E questo spiega certe idee che già da tempo circolavano a Bruxelles, come quella di iniziare a pagare in euro le forniture energetiche.
Se le rotte energetiche legano inevitabilmente l’Ue alla Russia e al centro Asia diventa sempre più difficile, in un mondo dove l’energia fossile è ancora vitale, svincolarsi dall’abbraccio “politico” dei propri fornitori. L’America forse l’ha dimenticato. L’Europa no.
(3/fine)
Puntata precedente: L’ombra della Turchia sull’Asia centrale


































