Categoria: Annali
La gelata degli investimenti italiani
L’ultimo Bollettino economico di Bankitalia ci consente di analizzare uno dei fattori che ha contribuito al notevole rallentamento della nostra economia: il calo degli investimenti provocato dal ciclo economico internazionale, che ha depresso la domanda estera per una serie di ragioni, ma anche da fattori interni che sembrano aver indebolito la voglia delle imprese di investire.
Il grafico è molto eloquente e non ha bisogno di molti commenti. In sostanza, “nel 2019 la spesa per investimenti a prezzi costanti si assesterebbe su livelli appena superiori a quelli del 2018, frenata dal calo prefigurato dalle aziende manifatturiere”. Al contrario, “le imprese dei servizi, che nel 2018 hanno ridimensionato la spesa, ne prevedono una ripresa”.
La spesa per investimenti, che è stata rilevata tramite un’indagine svolta su 4.200 aziende fra il mese di febbraio e di maggio impegante nell’industria e nei servizi non finanziari, mostra che ancora nel 2018 la spesa per investimenti (+3%) era cresciuta all’incirca quanto l’anno precedente (+2,7%). Al contrario le previsioni per il 2019 indicano un robusto arretramento. Ma non è questa l’unica informazione che si può trarre da grafico. Dalle proiezioni, infatti, si evince che le previsioni di investimento delle imprese più grandi, che sono positive, vengono praticamente cancellate da quelle uguali e contrarie delle imprese di minore dimensione.
Quanto alle ragioni, Bankitalia nota che “oltre metà delle aziende ha beneficiato di almeno una delle misure di incentivo agli investimenti. La spesa realizzata da tali imprese ha rappresentato nel 2018 più di due terzi degli investimenti complessivi; circa un terzo di queste ha dichiarato che almeno parte dell’accumulazione è stata realizzata grazie alle misure di sostegno”. Ciò significa che il venire meno di questi stimoli è capace di provocare un rallentamento della prospensione ad investire. Il che dovrebbe sempre farci riflettere sul lato oscuro dei sussidi, che fanno bene subito e chiedono il conto dopo. Ma si tende a dimenticarlo.
L’ombra della Bri cinese si allunga dall’Ungheria in Italia
La recente firma di un accordo fra il governo ungherese e il Friuli per l’acquisizione di un pezzo del porto di Trieste potrebbe segnare di fatto l’ingresso dalla finestra dell’Italia nelle linee di collegamento commerciali che la Cina sta costruendo da quando ha lanciato la sua Belt and Road initiative. Non è certo un caso che di recente il presidente della Regione Friuli si sia affrettato a dire che al porto triestino sono interessate anche alcune aziende americane. In tempi di contesa per l’egemonia, meglio far capire subito che non si parteggia per nessuno.
Molti si chiederanno cosa c’entri la Cina con l’investimento ungherese. Ma solo perché magari hanno dimenticato che la Cina è praticamente la padrona di casa del porto del Pireo, ma soprattutto è la grande sponsor di un progetto che cuoce lentamente sul fuoco della diplomazia internazionale: il land-sea express passage, che dovrebbe collegare il porto del Pireo proprio con l’Ungheria. Un progetto del quale di quando in quando emergono aggiornamenti, per lo più sui notiziari specializzati. Il che rende la lettura di queste cronache particolarmente complessa e tuttavia necessaria per intuire l’evoluzione delle strade della globalizzazione che sono inevitabilmente politiche, oltre che economiche.
L’Ungheria, infatti, terra tagliata fuori dal mare, ha un disperato bisogno di porti ed è insieme un luogo di passaggio importante per le merci che arrivano dal Sud Europa.
Il grafico sopra esprime meglio di ogni commento il senso dell’iniziativa cinese. Il Pireo è già diventato un hub straordinario per le merci che arrivano da Suez, ed esiste già un collegamento ferroviario fra l’Ungheria e l’Italia. L’ingresso del paese magiaro nel porto italiano diventa la terza variabile di una sistema logistico che inevitabilmente legherà insieme la Cina, l’Ungheria e il nostro paese. La qualcosa farà bene alla nostra economia. Se poi giovi anche al nostro posizionamento internazionale è tutto da vedere.
Cronicario: Flat tax o tassi piatti? Questo è il problema
Proverbio del 22 luglio Chi ama la giustizia governa con giustizia
Numero del giorno 895.220 Domande accolte da Inps per reddito di cittadinanza
E a un certo punto dagli Usa arriva la vera notizia del giorno che metterà le ali al buonumore economico. La Fed, dicono i bene informati, si prepara al primo taglio di tassi dopo un decennio dall’ultima volta, ossia da quanto la crisi è iniziata e a quanto pare non ancora finita. Uno dice ma come mai?
Dite che c’entra qualcora Mister T.? D’altronde è solo da un semestre che bombarda la Fed di Tweet. Ma non è tanto questo il punto quanto la circostanza che dieci anni dopo stiamo un po’ meglio e un po’ peggio. Abbiamo la crescita, ma agli Usa servono i tassi bassi. E noi allora? Noi italiani abbiamo i tassi bassi ma non abbiamo la crescita!
Il mistero ce l’ha spiegato il sottosegretario che presta la voce all’Iphone. E anche il rimedio: “Faremo la flat tax per il 90% degli italiani con tasso al 15%. Io sono per una frustata forte sull’economia – aggiunge -. Ma questo non è un governo monocolore leghista, occorre trovare una sintesi. Si tratta in ogni caso di un provvedimento molto robusto”.
Capito l’antifona. Noi diciamo, poi sul fare chissà. Ma intanto l’ho detto e tu c’hai creduto. Ma non è tanto questo che mi turba. Mi domando: Ma vengono prima i tassi piatti di Mister T o la flat tax di Mister IPhone? C’è un fraitendimento linguistico in corso?
Ah saperlo.
A domani
Il lento degrado del debito corporate
Dieci anni dopo la crisi, vale la pena osservare, come fa la Bis nella sua ultima relazione annuale, che per alcuni versi si sta peggio di prima. Sul versante del debito corporate, ad esempio, si scopre che non solo solo è aumentato – negli Usa ha superato il livello pre crisi – ma ha drasticamente peggiorato la sua qualità, come si può osservare nel grafico sotto (second pannello da sinistra) che misura il merito di credito delle obbligazioni corporate.
“L’elevato indebitamento rende le imprese più vulnerabili a un possibile inasprimento delle condizioni finanziarie. Anche in un contesto caratterizzato da tassi di interesse continui molto bassi, le condizioni finanziarie potrebbero peggiorare in caso gli utili vacillino”, scrive la Bis. Peraltro le cronache raccontano con dovizia di particolari quanto sia infiammabile questa miscela. Come promemoria è sufficiente ricordare la brusca caduta dei corsi azionari che si è verificata nell’ottobre e nel dicembre scorsi, quando si è osservata anche una diminuzione delle emissioni di bond societari insieme a una corposa fuoriuscita di risorse dai fondi obbligazionari.
Nulla di strano che questa volatilità affligga i mercati se si osserva quanto sia cresciuta la quota di obbligazioni con merito di credito basso. Dal 14% del totale all’inizio del nuovo secolo, questi bond quasi junk sono arrivati al 45% in Europa, mentre negli Usa si è passati dal 29 al 36%. Ciò significa che in caso questi rating vengano ulteriormente ribassati, molti gestori di fondi dovrebbero sbarazzarsi di un mucchio di carta per rimanere dentro le regole dell’investment grade. La qualcosa sembra fatta apposta per scatenare nuove vendite, o almeno timori di vendite.
Detto semplicemente, il degradare del merito di credito obbligazionario, controparte dell’aumento delle quantità di debito, ha creato un ambiente incendiario, assai sensibile alle scintille della sfiducia. Tutto il resto – dalla fragilità degli investimenti all’esito finale di una minore produzione – è una conseguenza di questo stato di cose.
Alcune stime econometriche mostrano che in seguito a un rallentamento gli investimenti di una impresa che si finanzia sul mercato high yield, ossia dei prestiti rischiosi, diminuiscono quasi il doppio rispetto ad altre imprese. Ciò a mostrare che il debito non è innocuo. E’ un fardello. Questo vale per le imprese. Ma anche per gli stati. Ci piaccia o no.
Cronicario: C’è chi dice MO (basta)
Proverbio del 19 luglio Nel salvadanaio una sola moneta fa più rumore di tante
Numero del giorno: 134 Quota % debito/pil Italia nel primo semestre 2019
Signornò! Coi No non si va avanti, e perbacco bisogna dirlo chiaro e forte, come ha fatto VicePremier Unoemezzo rivolto agli a/lleati-vversari che ancora oggi hanno detto NO! – e che diamine – a una qualche opera o a chissà cos’altro.
E’ talmente contrito, il nostro beneamato che ha comunicato urbi et orbi il suo disappunto precisando che il problema non è certo il suo alter vice, “persona perbene”, ma i compagni di partito del vice di complemento (di due). E se qualcuno non avesse capito, ecco allora il viceministro del lavoro compartitico del VicePremier antiNO!, che rincara e addirittura questiona il sacro contratto del governo del cambiamento.
“Abbiamo messo i punti sulle ‘i’, se vogliamo continuare a lavorare c’è bisogno di SI che sono importanti per poter passare all’attuazione”, dice contrito”. Quindi basta dire NO!. Bisogna dire SI!. Costui è lo stesso che poco dopo dice: “No al fondo pubblico Inps sul complementare”, nel giorno in cui un noto sindacato, pescando nel torbido delle passioni italiane, lancia l’allarme sulle pensioni a 73 per i giovani precari.
Mi chiedo se dire no ai NO! implichi dire si ai SI!. Ma non faccio in tempo a rispondermi che l’Ufficio parlamentare di bilancio rivela di prevedere una crescita dello 0,1% quest’anno e dello 0,7 l’anno prossimo sempre che un qualche VicePremier, fra un SI e un NO, si ricordi di cambiare le clausole di salvaguardia. Sennò si rischia che si scenda allo 0,4. Basta NO? Macché:
Buon week end.
Cartolina: In Fed we trust
Nulla di strano che nel nostro evo ormai disperatamente secolarizzato, i mercati abbiano assegnato attributi sovrannaturali a un’entità per molti oscura, in sospetto di onnipotenza e in predicato di onniscienza. La banca centrale, già prestatore di ultima istanza, è divenuta salvatrice di ultima istanza e, perché no, anche euforizzatrice di ultima istanza, ossia l’unico soggetto capace di moltiplicare i pani e i pesci, prosaicamente rappresentati dai valori azionari, semplicemente con la la sua parola. Anche con cospicue elargizioni di denaro scritturale, a dirla tutta, ma sono dettagli da specialisti. I più, ossia tutti noi, ascoltano la banca centrale dire che la politica monetaria rimarrà accomodante e si accomodano, in borsa o altrove, compiendo ogni giorno il miracolo della proliferazione borsistica del denaro. Una volta ci si raccomandava a Dio per avere la prosperità. Poi abbiamo scoperto che si fa prima con la Fed.
Cronicario: E dopo la flat taxi, si prepara lo sbollo auto
Proverbio del 18 luglio La bugia più astuta dura solo una settimana
Numero del giorno: 0,2 Aumento % prezzi case nel I sem. secondo Nomisma
Vabbé, ormai è chiaro: non ci sono più i due Vicepremier di una volta, quando uno valeva uno e tutti si volevano bene. Ogni giorno era un susseguirsi di petizioni amorose. Oggi invece…
Oggi invece l’unica cosa in cui i vicepremier concordano è che bisogna dare pane al popolo. Sghei, insomma, valsente, o chiamatelo come vi pare. Ai due ex amici, consumata la passione per la convivenza, è rimasta solo quella per la convenienza, che fa dire all’uno che “è ingiusto minacciare la crisi ogni giorno”, che “la crisi non c’è e non ci sarà”, e tuttavia che i partner “stanno mentendo su Europa” e che se davvero avessero ballato coi russi “non starei al governo con loro”.
Dall’altra parte quell’altro dice che l’alleato “da due giorni governa col Pd” e che “se arrivano altri no cambia tutto”, eccetera eccetera. Sicché finisce che uno si preoccupa. Sta a vedere che ci riportano a votare?
Ma poi uno dei vicepremier va in tv e tutto diventa chiaro non appena pronuncia la parola magica.
“Visto che lo spread si è abbassato, si potrebbe cominciare ad eliminare tassa odiosa che è bollo auto”, dice. “Voglio trovare i soldi per permettere ai cittadini che acquistano un’auto, che mi auguro sempre più ecologicoa, che possa essere meno tassata”. L’idea è di “un consistente riduzione o di abolirlo davvero”, ha specificato “da qui a fine anno le risorse le dobbiamo mettere insieme”. Niente crisi perciò. Dopo la flat taxi ci aspetta un altro paradiso: lo sbollo auto, grande campione di incassi della promessa (mai mantenuta) nazional-popolare. Ma sempre a spese nostre.
A domani.
Alla scoperta della diplomazia cinese dei prestiti
Se vuoi diventare ricco costruisci una strada, dice un proverbio cinese. E le strade non si costruiscono solo col le pietre e l’asfalto. La diplomazia utilizza molti strumenti per allacciare relazioni e da sempre ne viene perseguito uno potentissimo: il prestito di denaro. La diplomazia dei prestiti internazionali è materia poco nota, aldilà dei circuiti specialistici, e per questa ragione sono sempre benvenuti i lavori di analisti che ci consentono di sbirciare per un attimo nei grattacieli dove il potere politico e quello economico celebrano il loro sposalizio. Perché se certamente costruire una strada conduce alla ricchezza, e tanto più quando si concedono prestiti, è vero altresì che quando gli stati prestano agli stati non è solo il calcolo economico a guidare le decisioni. I prestiti internazionali hanno a che fare con l’influenza, più che col profitto, che pure ha la sua importanza.
La premessa serve a introdurre un recente paper del Nber che ha il pregio di illustrare in maniera sistematica la grande ragnatela di prestiti internazionali che la Cina ha tessuto già dall’indomani della fondazione della Repubblica popolare fino ai nostri giorni nei quali, dopo la straordinaria crescita registrata nell’ultimo ventennio, la Cina è divenuta una dei più grandi creditori internazionali, avendo disseminato per il mondo migliaia di miliardi di dollari in varie forme, da investimenti di portafoglio a investimenti diretti, prestiti bancari, crediti per l’esportazione e persino linee di swap attivate dalla banca centrale cinese con una quarantina di banche centrali nel mondo.
In sostanza, pressoché tutti i paesi del mondo, in un qualche modo e in una qualche misura, hanno debiti nei confronti della Cina. Il grafico sotto sommarizza questa situazione.
Come si può osservare, solo pochissimi sfuggono al ragno miliardario cinese, e chissà per quanto ancora. A ciò si aggiunga che per comporre questa rappresentazione, gli autori del paper hanno dovuto fare i conti con la scarsa trasparenza (“nel migliore dei casi”, dicono) delle fonti cinesi, costringendosi a compulsare vari database per arrivare a una rappresentazione quanto più possibile esaustiva. Ma che va comunque presa con beneficio di inventario. Il tema è straordinariamente complesso, come potrà scoprire chiunque avrà voglia di scorrere il paper, che contiene diverse indicazioni molto interessanti.
Prendiamo questa, per esempio: “I prestiti diretti e i crediti commerciali della Cina sono saliti da quasi zero nel 1998 a oltre 1,6 trilioni di dollari, o quasi il 2% del PIL mondiale nel 2018. Questi prestiti sono destinati principalmente a paesi a reddito medio-basso. In totale, le stime suggeriscono che lo stato cinese ora rappresenti un quarto del totale dei prestiti bancari ai mercati emergenti. Ciò ha trasformato la Cina nel più grande creditore ufficiale, che ha superato facilmente il FMI o la Banca mondiale”. Volontà di potenza, associata a potenza economica, insomma.
Se ai prestiti diretti associamo anche quelli indiretti, rappresentati dall’acquisto di bond governativi, il quadro si dettaglia ancor meglio.
Le stime parlano di circa 3.000 dollari di bond sovrani nella pancia della banca centrale cinese, la gran parte dei quali degli Usa, ovviamente, e poi della Germania, del Giappone e dell’Uk. Ma soprattutto è interessante osservare le modalità con le quali i cinesi prestano ai paesi più bisognosi, sempre ricordando che è molto difficile avere informazioni precise. Le vie della della diplomazia cinese, compresa quella economica, rimangono per molti versi misteriose, come mostrano anche le stime di crediti nascosti quantificate dagli osservatori che hanno avuto accesso a 1.974 prestiti cinesi e 2.947 sovvenzioni cinesi a 152 paesi emergenti o in via di sviluppo dal 1949 al 2017.
Approfondiremo nelle prossime puntate di questa serie i dettagli di questo mondo misterioso e variegato. Per il momento teniamo a mente quest’altra considerazione, che dice molto dello stile dei prestiti cinesi. “Negli ultimi decenni, – scrivono – i creditori ufficiali (le grandi istituzioni, ndr) hanno elargito prestiti ai paesi in via di sviluppo a condizioni agevolate con scadenze lunghe e tassi d’interesse inferiori a quelli di mercato. La Cina, invece, spesso presta a condizioni di mercato (con premi di rischio), scadenze più brevi e in parte con clausole che garantiscono il rimborso attraverso i proventi delle esportazioni di materie prime, in particolare dal petrolio”. In questo modo il credito cinese risulta di fatto “privilegiato” rispetto a quello delle istituzioni internazionali.
Ma è il seguito che è interessante “Queste pratiche hanno un analogia nella storia. I prestiti esteri della Cina condividono molte caratteristiche con quelli esteri francesi, tedeschi e britannici del XIX secolo, che tendevano ad essere basati su meccanismi di mercato, parzialmente garantiti dai redditi delle materie prime e caratterizzati da uno stretto legame di interessi politici e commerciali”. I cinesi hanno avuto buoni maestri insomma. Meglio ricordarselo.
(1/segue)
Serve puntare sui servizi per rilanciare la crescita italiana
Un semplice sguardo alla tabella della nostra bilancia dei pagamenti, estratta dall’ultima relazione annuale di Bankitalia, ci comunica un’informazione tanto importante quanto poco ponderata: l’economia dei servizi nel nostro paese ha enormi spazi di crescita che però rimangono largamente inespressi. Tanto da generare un deficit in questa voce del conto corrente, nonostante un notevole miglioramento della bilancia del turismo.
Notate, ad esempio, lo squisito paradosso in virtù del quale abbiamo un deficit di quasi nove miliardi sulla voce dei trasporti e al contempo un attivo di oltre 16 miliardi sui viaggi. In sostanza, siamo un paese esportatore che vive di turismo, che esprime un attivo sul conto delle merci di 44 miliardi (nel 2018) ma non disponiamo di una rete logistica capace di trasportare merci e persone dentro e fuori il nostro paese in maniera efficiente e competitiva.
Questi semplici numeri mostrano uno dei tanti limiti del nostro modello di sviluppo, nel quale l’economia dei servizi, in controtendenza rispetto alla modernità, ha sempre svolto il ruolo di cenerentola e continua in larga parte a farlo. L’attivo sulla bilancia turistica, infatti, viene cumulato per lo più grazie a servizi a basso valore aggiunto, tipicamente quelli dell’accoglienza o della ristorazione. Mentre continuiamo ad essere carenti sui servizi ad alto valore aggiunto, come ad esempio i servizi professionali o, appunto, i trasporti.
Questa discrasia viene compiutamente analizzata sempre da Bankitalia, che mostra la notevole differenza di andamenti fra la nostra economia dei servizi e quella dei nostri principali partner europei, che si può osservare dal grafico sotto, a sinistra.
“Tra il 1999 e il 2018 – scrive la Banca – le esportazioni italiane di servizi sono cresciute, a prezzi correnti, meno di un terzo di quelle tedesche (complessivamente 81 punti percentuali contro 283); il divario è stato ampio, sebbene inferiore, anche rispetto alla Francia e alla Spagna, che hanno entrambe registrato un incremento di oltre una volta e mezzo”. Di conseguenza l’anno scorso abbiamo venduto servizi per il 6% del pil a fronte dell’8-11% degli altri paesi. Detto altrimenti, se avessimo un’economia dei servizi paragonabile ai nostri partner, avremmo un pil di sicuro assai più elevato di quello attuale e una situazione ancora migliore dei nostri conti esteri.
Tale evidenza diventa ancora più chiara se si osserva l’ampio divario (figura sopra a destra) fra le nostra esportazioni di servizi, nelle tre principali tipologie osservate, e la domanda potenziale. Uno spread che è andato aumentando nel tempo e che mostra come il problema della nostra economia dei servizi non risieda nella mancanza di domanda, ma nel non riuscire ad esprimere un’offerta soddisfacente. Il che da un punto di vista paradigmatico è (o dovrebbe essere) estremamente istruttivo.
Il grosso di questo divario, il 45%, è dovuto agli altri servizi, come i servizi informatici, di telecomunicazione e finanziari, In pratica il presente e, soprattutto il futuro. “Nel 2018 gli “altri servizi” rappresentavano il 47 per cento delle esportazioni di servizi dell’Italia e poco meno del 9 per cento di quelle di beni e servizi, a fronte di quote significativamente più elevate per Francia e Germania”, sottolinea.
La domanda “che fare”, relativamente alla nostra economia dei servizi dovrebbe essere in cima all’agenda della politica, stando così le cose. Purtroppo così non è. Le riflessioni su questo piccolo Eldorado potenziale rimangono confinate nelle analisi econometriche, come quella svolta da Via Nazionale, dove si osserva, ad esempio, una “relazione diretta tra le vendite estere e alcune caratteristiche di impresa, come la dimensione, la produttività e l’appartenenza a un gruppo multinazionale”.
Nella diagnosi di Bankitalia, “la debolezza dell’Italia in quest’ampia classe di servizi è almeno in parte riconducibile alla scarsa presenza di aziende medio-grandi, alla bassa produttività delle imprese di servizi e alla limitata internazionalizzazione del settore”, tanto è vero che l’analisi dei dati mostra come, nell’ultimo triennio, “la ripresa delle esportazioni è stata trainata dalle società di grande dimensione e appartenenti a un gruppo con casa madre estera”. Insomma: per migliorare l’economia dei servizi serve ripensare la nostra struttura produttiva, partendo ovviamente dall’economia della conoscenza. L’ideale per un paese che parla solo di pensioni.
Le terre rare, ovvero la lotta comune per l’egemonia
Parlare di terre rare, in questa Italia d’inizio luglio che sembra s’interessi solo di risse politiche, decimali di pil e sbarchi migratori, sembra raro abbastanza, per non dire unico. Unico di sicuro è il pretesto, ossia la presentazione di una nuova rivista, di quelle fatte con carta a grammatura spessa, con foto lussuose impaginate in grande formato, che corredano articoli lunghi. Quindi riviste rarissime nell’epoca dell’editoria che riduce sempre più le sue taglie e si va digitalizzando, divenendo così immateriale e, per pura simpatia, inconsistente.
E tuttavia il piccolo miracolo di discorrere di un tema sconosciuto ai più, malgrado sia al centro della nostra tormentata modernità, è riuscito nei giorni scorsi, quando in un bel palazzo pieno d’affreschi al centro di Roma, il direttore Giuseppe Calderola e il suo vice Pietrangelo Buttafuoco hanno presentato la nuova Civilità delle Macchine, storica testata degli anni ’50 che la Fondazione Leonardo ha deciso di far rivivere credendo evidentemente che sia ancora possibile, nell’epoca del pensiero breve, semplice e social(ista) dibattere per iscritto, e lungamente, di questioni complesse perseguendo la visione di Leonardo Sinisgalli, che sessant’anni fa immaginava quella che più tardi sarebbe stata chiamata la terza cultura, ossia l’ibridazione fra scienza e umanesimo. Una nuova civiltà, appunto, ma delle macchine.
Da qui le terre rare, che, a dispetto del nome, non lo sono affatto. Né quanto alla loro disponibilità, né quanto al loro utilizzo, visto che corredano la gioielleria del nostro tecnoevo. Ossia quegli strumenti – i device – che portiamo con noi per ogni dove e che accompagnano il nostro incerto progredire. Gli smartphone, quindi, fino alle automobili e ai sistemi di puntamento delle armi. Le terre rare sono il carburante della civiltà delle macchine che stiamo costruendo, perciò. E non a caso nella tavola rotonda moderata da Buttafuoco, alla quale hanno partecipato scienziati e analisti esperti di geopolitica, si evoca più volte il parallelismo col petrolio, carburante della seconda globalizzazione, come della prima – anteriore alla Grande Guerra – era stato il carbone, per illustrare il valore strategico di questi elementi chimici contenuti nei minerali dal nome astruso – lantanio, cerio, praseodimio e altri – che saranno il carburante della terza globalizzazione, quella digitale e auspicabilmente verde, e perciò partecipano all’eterna lotta, questa per nulla rara, per l’egemonia.
Ed ecco che diventa un dato da annotare nel taccuino quel 70% della produzione cinese che attualmente viene esportata, per la gioia di tutti gli user del mondo, che però si prevede si ridurrà al 30% nell’arco di un decennio, visto che la fame cinese di tecnologia sembra insaziabile come d’altronde appare infinita la sua capacità di investirci sopra. La Cina, che per prima, ai tempi di Deng, ha intravisto il futuro radioso che attendeva le terre rare, e che oggi si stima abbia riserve enormi, anche perché poco si cura, a differenza di altri, del costo ambientale (e non solo) di estrazione di questi materiali, che però esistono abbondanti negli Stati Uniti, in Africa e in Russia. Paesi che finora hanno preferito comprare dai cinesi, che molto volentieri vendono.
Finora, appunto. Perché poi è arrivata la guerra commerciale fra Usa e Cina – si calcola che gli Usa importino dalla Cina l’80% delle terre rare che gli occorrono – anche questa evidente declinazione del crescente confronto che oppone la potenza egemone in carica con quella emergente, sempre la Cina, che nell’ultimo decennio ha alzato il livello, costringendo l’America di Trump a chiedere agli alleati, europei e non, di scegliere sostanzialmente fra loro e Huawei, di nuovo la Cina, come fornitore della tecnologia 5G nella quale Pechino primeggia. E non solo nel 5G. Succede anche negli investimenti infrastrutturali globali dei quali la Belt and Road initiative cinese è il piano visibile e dove è prevista, non certo a caso, anche una Digital silk road, quindi infrastrutture di rete per le comunicazioni, le cui propaggini sono già assai concrete in Africa e nel centro dell’Asia, in quella vasta area che ispirò il Grande Gioco anglorusso del tardo XIX secolo, per tacere dei cavi che Huawei e altre aziende cinesi hanno teso attorno all’America del Sud.
Certo non si arriva a primeggiare nelle tecnologie di punta del futuro prossimo se prima non si è spesa una fortuna per formare scienziati e quindi tecnici. Anche questo è noto: la Cina ha compiuto progressi spettacolari nella ricerca scientifica che le hanno consentito, ad esempio, di sviluppare enormemente la sua Blue economy, ossia l’economia collegata al mare che si stima valga un migliaio di miliardi di dollari nel paese. I cinesi sono divenuti campioni delle esplorazioni sottomarine, ma anche della cantieristica navale, riscoprendo una vocazione antica, che risale a secoli fa, quando gli europei “copiavano” dai cinesi la tecnologia nautica.
In questo e in tanti altri campi, la Cina non è ancora la prima, ma ha reso chiaro che vuole giocare in prima classe, come peraltro è risultato evidente già nel 2015 con la presentazione del piano Made in China 2025, non a caso una delle bestie nere di Trump, dove si fissano obiettivi ambiziosissimi per le produzioni cinesi in una decina di campi fra i quali grande spazio ha l’hi tech. Un piano che fa il paio con l’annuncio dato del presidente cinese di qualche tempo fa secondo il quale entro il 2050 la Cina sarà una potenza, anche militare, di livello globale. Nel grafico sotto si può osservare come sia cambiata l’economia cinese in un quindicennio osservando il dato degli investimenti nei diversi settori.
In questo scenario, che la Cina abbia un’ampia disponibilità di una materia prima strategica che minaccia di diventare scarsa ha evidentemente allertato tutte le cancellerie che contano. Le analisi e le previsioni si susseguono con regolarità. La Luiss University press ha mandato in stampa a maggio scorso un bel libro di Guillame Pitron che già dal titolo – “La guerra dei metalli rari” – imposta la questione come l’ennesima fonte di tensione internazionale fra quelle che una volta – sempre prima della Grande Guerra – si chiamavano potenze e che poi, dopo un paio di conflitti mondiali e il crollo dell’Unione Sovietica, ne ha lasciato in piedi una sola attorno alla quale si osserva una crescente voglia di multipolarismo. Una tentazione che coltiva il curioso paradosso di imperi futuribili, quello cinese in primis, che tifano a parole per la globalizzazione e insieme perseguono uno studiatissimo nazionalismo.
Anche qui, il caso delle terre rare è un ottima cartina tornasole. La Cina ha perseguito scientemente la regola dell’autosufficienza quando si è trattato di terre rare. Ed essere autosufficienti dal punto di vista delle materie prime strategiche – si pensi all’importanza recente che ha avuto per gli Usa lo sviluppo della tecnologia shale per il petrolio – è una pratica vecchia come il mondo. Nulla di più probabile che l’esempio cinese venga replicato anche dagli altri. “Spremere” duecento tonnellate di rocce per avere un chilo di lutezio non sembrerà più una variabile da calcolare secondo il principio del costo/opportunità, che tende a generare divisione del lavoro e quindi globalizzazione, ma secondo il principio della sicurezza nazionale, che alza i muri e istituisce dazi. D’altronde, come è stato opportunamente ribadito nel corso della tavola rotonda romana, alla fine si arriva sempre a un livello dove il calcolo economico cede il passo alla logica della politica, che per sua natura tende a misurare tutto i termini di egemonia. Ecco perché le terre rare sono finite nel tritacarne dell’attualità, uscendo da limbo del sapere specialistico. Se poi è in corso (o ci sarà) una guerra e di quale genere a causa loro è da vedersi. Ma il fronte non sono i minerali, questo è chiaro. Il fronte è la tecnologia.
Ed è proprio su questo fronte che l’Europa sembra evanescente. Stretta dentro la tenaglia sino-americana, l’Europa appare come sempre in debito di vocazione. Complessivamente i paesi dell’Ue spendono in ricerca scientifica poco più della metà della Cina, che ormai ha quasi raggiunto gli Usa. Con l’aggravante che la somma della spesa Ue è puramente algebrica. Quindi non esiste una visione comune, ma solo la somma delle singole spese nazionali che non fanno sistema. Col che replicandosi l’eterna dannazione dell’Europa, né stato, né nazione, ma solo unione burocratica di popoli incerta sul proprio futuro, innanzitutto politico. Non è certo un caso che in Europa non ci sia né un gigante come Google, né uno come Huawei. Riuscirà l’Ue a generare una politica comune almeno sulle terre rare? La mappa sotto, estratta dal libro di Pitron, ci comunica una informazione interessante.
Al momento solo la Francia sembra abbia una qualche capacità produttiva. Per il resto, l’Europa dipende dalle importazioni di terre rare così come da quelle di petrolio e gas. Le materie prime del futuro dovranno continuare ad essere acquistata all’estero. Per adesso dalla Cina, poi chissà. E a quanto pare anche le tecnologie per le quali servono. Che ruolo avrà l’Europa nel tecnoevo in costruzione dove imperi, presenti e futuri, giocheranno l’eterna partita per l’egemonia? Si accettano proposte.























