Categoria: Annali

Cronicario: E’ arrivata la Flat Taxi

Proverbio del 15 luglio Meglio faticare con chi si ama che riposare con chi si odia

Numero del giorno: 2.364.700.000.000 Debito pubblico italiano a maggio (-8,7 mld rispetto ad aprile)

Finalmente è arrivato il mezzoluglio di fuoco e il nostro beneamato Vicepremier UnoeMezzo, come promesso, ha indossato la felpa di primo minestra e ha presieduto una riunione con le parti sociali, addirittura una quarantina di pezzi grossi, dicono, fra sindacati e vario associazionismo.

Se vi chiedete perché mai il ministro dell’interiorità organizzi riunioni per parlare di economia mentre suggerisce di utilizzare i rifiuti come risorse energica e consigli strategia al Dalai Lama per la pace nel mondo, significa che non aveva compreso la caratura del primo minestra pro tempore.

Detto ciò, vado subito al sodo perché la notizia è talmente ghiotta che si è scomodato, per dirla, il sottosegretario che ha lo stesso nome della voce dell’Iphone.

E che ha detto questo prodigio tecnologico? “Il nostro obiettivo è la flat tax con un’unica deduzione fiscale che assorbirà tutte le detrazioni. Vogliamo portare al 15% l’aliquota fino a 55.000 euro di reddito familiare. Ci saranno benefici per 20 milioni di famiglie e 40 milioni di contribuenti. Ci sarà un grande impulso ai consumi e risparmi per 3.500 euro per una famiglia monoreddito con un figlio. C’è l’intenzione di portare nelle tasche 12-13 miliardi di euro”.

Col che si capisce la sottile strategia del primo minestra pro tempore. Portarci al voto in massa a spese nostre.

Con la flat taxi.

A domani.

Trump, Libra e il free banking 2.0

Questo pezzo è stato pubblicato su Il Foglio sabato 13 luglio.

In una delle sue intemerate diffuse via Twitter il presidente americano Donald Trump ha messo all’indice Libra, il progetto di valuta virtuale presentato da Facebook  che dovrebbe veder la luce l’anno prossimo e i cui meccanismi di funzionamento si conoscono solo per grandi linee. Ma questo per Trump è sufficiente. “Non sono un fan di bitcoin e altre criptovalute – ha scritto -, che non sono soldi e il cui valore è altamente volatile e basato sul nulla”, Dal suo punto di vista “Libra avrà poco sostegno ed affidabilità”. Ma soprattutto “se Facebook e altre compagnie vogliono diventare una banca devono ottenere un’autorizzazione bancaria ed essere soggetti a tutte le regole bancarie, come le altre banche, sia nazionali che internazionali”. L’invettiva si giustifica con la convinzione che i “cripto asset non regolati possano facilitare comportamenti illegali”.

Le sparate del presidente Usa spesso dicono più di quel che sembra. E in questo caso raccontano di un timore, evidentemente crescente, che i giganti del web possano arrivare a questionare il principio della moneta statale, emessa da una banca centrale indipendente dal Tesoro (questo probabilmente a Trump piace meno), ma che in qualche modo giochi insieme con i poteri statali, perché in fondo la moneta è un asset pubblico. Questa weltanschauung è ampiamente condivisa a tutti i livelli. Non è certo un caso che nella sua ultima audizione al Congresso anche il presidente della Fed, Jerome Powell, di sicuro al momento non in corrispondenza di amorosi sensi con il presidente Usa, abbia espresso preoccupazione per Libra riferendo che se ne parlerà la prossima settimana tra i ministri delle Finanze e i banchieri centrali dei Paesi del G7 in Francia. E Powell è solo l’ultimo ad avere espresso preoccupazione e lanciato allarmi.

D’altronde i timori su possibili usi distorti di questi strumenti sono fondati. Quando è stata presentata Libra, fra gli argomenti addotti a sostegno dell’iniziativa c’è stato quello che la moneta di Facebook, che dovrà essere acquistata utilizzando monete “reali”, favorirà l’accesso al sistema finanziario anche di molti oggi ai margini del sistema economico, senza neanche un conto corrente. Rimane da capire in che modo un soggetto che non ha un conto corrente, possa disporre un acquisto elettronico. In attesa di saperlo, possiamo solo ipotizzare che si utilizzi il credito telefonico, che si può ricaricare in contanti. E questo spiegherebbe perché nel consorzio di Libra, che sarà chiamato a gestire la moneta e l’infrastruttura come se fosse una banca centrale, si trovino soggetti come Vodafone e Iliad. In alternativa, si potrebbe disporre di carte di pagamento pre-caricate. Ma in un caso o nell’altro, sono evidenti i rischi che lo strumento favorisca attività illecite, in primis il riciclaggio di denaro.

Ma se questo è il lato oscuro, sul quale le autorità fanno bene a vigilare, rimane aperta la questione: Libra e le sue cugine virtuali possono davvero rappresentare una minaccia per il sistema dei pagamenti internazionali, basto sulla banca centrale e le banche commerciali?

Oggi si fatica pure a crederci, ma c’è stato un tempo, oltre un secolo fa, nel quale l’emissione di bancone, e quindi di valuta, non era statalizzata ma libera. Chiunque abbia letto “The rationale of central banking and the free banking alternative“, pubblicato nel 1936 da Vera Smith conosce perfettamente questa storia, che poi condusse al sistema che usiamo adesso, che ci sembra immutabile. Ma nulla lo è veramente. Le istituzioni evolvono coi tempi e gli incumbent tendono sempre ad alzare barriere. C’è da attendersi che lo Stato ricordi, con tutta la rudezza di cui è capace, le sue prerogative. E questo spiega perché Trump dica che se le Big Tech vogliono fare una banca devono chiedere una licenza. Ma non è detto che la resistenza dei poteri pubblici basti a fermare questa innovazione. Ai tempi del free banking non c’era internet e non esistevano compagnie che avevano la potenza di fuoco globale di Facebook o di Ali Baba. Oggi il free banking, in versione 2.0, potrebbe condurre ad esiti assolutamente diversi dal passato. E stati e banche centrali lo hanno capito da tempo.

 

 

 

Cronicario: Debito pubblico, palla al piede e goal

Proverbio del 12 luglio I tatuaggi sulla schiena li ammirano gli altri

Numero del giorno: 140.480.000.000 Surplus commerciale cinese vs Usa nel primo semestre 2019

E che ci vuole a parlar male del debito pubblico italiano? Al netto di pochi (confusi e/o furbetti) sostenitori, è uno degli sport nazionali più diffusi dopo il calcio. E non a caso si sentono tutti allenatori. Se governassi io, signora mia.

Per non parlare di quanto sia diffuso all’estero questo sport. Ormai il debito pubblico italiano è ospite fisso in qualunque baubau internazionale. L’ultimo l’ha fatto la Banca d’Inghilterra, dopo aver letto le previsioni della Commissione Ue, nostra nota estimatrice, nonché cultrice della materia.

Per cui, che ci vuole a parlar male del debito pubblico? Specie se sei il capataz dell’associazione delle banche italiane, oggi in grande spolvero per la presentazione del rapporto annuale, e quindi in pieno riflusso verbale. Al punto che viene utilizzata una meravigliosa metafora per parlare del debito pubblico italiano. Ve ne do qualche assaggio: “Il debito pubblico italiano, sempre crescente dalla fine degli anni Sessanta, è la principale palla al piede dello sviluppo e dell’occupazione. il suo continuo incremento è la principale causa dello spread” che “impoverisce gli italiani”, dice.

Ne volete ancora? Eccovi serviti “Quando il debito pubblico era infimo, l’Italia raggiunse il ‘miracolo economico’” mentre “nell’ultimo ventennio il debito pubblico è raddoppiato e il suo continuo incremento è la principale causa dello spread che quando è alto  innesta una catena di conseguenze: si alzano i tassi sui titoli di Stato italiani e ciò può creare una pericolosa e onerosa catena di aumenti del costo del denaro per banche, imprese e famiglie”.

Tutto giusto, vero, sacrosanto, applausi…ma…ma…c’è sempre un ma. Non appena si parla di bail in, un meccanismo studiato apposta per evitare che i crediti marci delle banche si trasformino in debito pubblico dei contribuenti, ecco che “il bail in è inapplicabile”, perché “la Costituzione tutela il risparmio e i depositi non sono investimenti”. Quando si tratta dei casi propri, d’improvviso il debito non è più una palla al piede. E’ un pallone.

E si fa sempre goal.

Buon week end.

Cartolina: Zombienomics

L’emersione delle imprese zombie, ossia quelle che con gli utili non riescono a coprire neanche il costo del servizio del debito, è solo uno degli effetti di un’economia dove l’incertezza viene annacquata col denaro a basso costo, pure se al prezzo di esiti vagamente spaventosi. Il credito generoso, infatti, contribuisce a tenere in vita imprese morte, con quelle vive a soffrirne le conseguenze, banche incluse. Dagli anni ’80, infatti, la crescita delle imprese zombie è andata di pari passo col deterioramento degli istituti di credito, mentre le imprese sane devono subire la concorrenza di imprese che, pure se “morte” divorano parecchio credito – la Bis ha calcolato che sono indebitate in media il 40% in più di quelle non zombie – e soprattutto zavorrano la produttività globale. Peraltro, sono pure tante. Si stima che circa il 6 per cento del totale delle aziende non quotate siano morte-viventi e che abbiano “sequestrato” il 2,5 per cento dell’intero stock di capitale. Quest’orda sembra invincibile. E probabilmente lo è.

Cronicario: Autonomia, ultima via

Proverbio dell’11 luglio Capita che il saggio sia consigliato da un pazzo

Numero del giorno: 6,4 Calo % spesa nazionale per la fonia mobile in Italia nel 2018

E a una cert’ora della mattina arriva la notizia: il tavolo sull’autonomia si è rotto.

Gialli e Verdi se le suonano sportivamente, come manco ai tempi del pentapartito. E mentre volano gli stracci di giornata – ormai si sta lavorando a una fiction sul governo del tormento – dove si mescolano autonomia in crisi, balletti russi (in rubli) e promesse contese di tagli fiscali all’elettore insaziabile e credulone, ecco che magicamente lo spread scende sotto 200.

Evviva l’autonomia.

A domani.

Se la Cina rallenta l’Europa frena (e l’Italia pure)

L’ultima relazione annuale dell Bis ci consente di sbirciare in uno dei processi economici meno osservato, e tuttavia parecchio strategico, dei tempi recenti: il disindebitamento cinese. Se ne parla poco perché le nostre opinioni pubbliche percepiscono Pechino ancora come un soggetto esotico, trascurando però di osservare come l’inserimento della Cina nel grande gioco dell’economia internazionale, che ormai data quasi vent’anni, non abbia significato solo l’emersione di un nuovo partner commerciale, ma anche la creazione di un grosso anello della lunga catena della produzione globale che ritma la nostra quotidianità. Se questo’anello entra in tensione, è inevitabile che anche gli altri ne risentano. Ma poiché le catene della produzione non sono lineari come quelle fisiche, osservare gli effetti del deleveraging cinese ci permette di capire innanzitutto quali paesi ne pagano il prezzo. Che in economia significa perdere prodotto.

Una premessa è d’obbligo. La Cina, come sa chiunque segua le cronache del gigante asiatico, è da anni impegnata un questo processo per liberarsi dell’enorme quantità di debiti che le ha consentito di affrontare senza troppi traumi la grande crisi finanziaria del 2008 e insieme di modernizzare notevolmente la propria economia. Senza bisogno di andare troppo lontano, è sufficiente qui ricordare a che punto siamo.

Il grafico al centro consente di apprezzare l’andamento del debito globale suddiviso nei vari settori, ormai stabilmente sopra il 240% del pil  dal 2015. Il deleveraging del settore corporate è stato in parte compensato dall’aumento dei debiti del settore delle famiglie e del governo. Ma questo non vuol dire che sia stato indolore. Le autorità hanno preso molte misure per frenare lo shadow banking, uno dei problemi più delicati del sistema finanziario cinese, e questo ha avuto effetti sia sui governi locali, in passato grandi sponsor dello shadow banking e cumulatori di debito “nascosto”, e poi dalle piccole e media imprese che “hanno visto declinare il loro capitale e la loro profittabilità”. Per giunta si è osservato che l’effetto sul pil dei prestiti alle famiglie è praticamente nullo, a differenza di quello del credito concesso alle imprese che genera investimenti sul capitale fisso e quindi ha un effetto espansivo.

“Queste decisioni – sottolinea la Bis –  sicuramente necessarie in una prospettiva di lungo periodo, hanno depresso senza dubbio gli investimenti e l’attività economica nel breve termine”. Il prodotto quindi è calato e si è osservato che le imprese più indebitate sono state quelle che hanno mostrano rallentamenti più marcati della produttività (grafico a sinistra) “riflettendo la cattiva allocazione del credito passato. Naturalmente, le tensioni commerciali hanno esacerbato questi problemi, soprattutto per i settori orientati all’esportazione”. In sostanza, le piccole e media imprese cinesi stanno pagando il prezzo più elevato nella difficile transizione dell’economia cinese verso un’economia più orientata ai servizi e meno indebitata.

I dati, riferiti solo alle imprese quotate, mostrano che nel 2018 è notevolmente cresciuta la quota di imprese non finanziarie di piccola taglia che hanno riportato perdite, con un effetto macro rilevante sul pil che è stato quantificato in una perdita dello 0,2%. Questo gruppo di imprese ha visto diminuire la sua quota di capitalizzazione di mercato del 40%, una volta e mezza in più il calo registrato dalle altre società. Ciò ha determinato “crescenti preoccupazioni sulla redditività futura e, per estensione, sulla salute finanziaria di queste imprese, gravate da un debito elevato”.

Le autorità hanno reagito a questa congiuntura provando a incentivare i prestiti bancari e persino con incentivi fiscali. i primi effetti si sono visti nel primo quarto di quest’anno, quando si è osservato il credito bancario verso le Sme cinesi crescere del 19%. Ma nel frattempo il problema del rallentamento cinese ha smesso di essere un problema solo cinese. E’ diventato un problema globale, e particolarmente europeo. “Con il rallentamento della Cina, che ha contribuito in parte al rallentamento dell’area dell’euro, un’altra importante potenza commerciale, il commercio globale ha subito un duro colpo”, scrive la Bis.

Anche qui, chiunque segua le cronache economiche internazionali non troverà di che stupirsi. E tuttavia si tende a sottovalutare l’impatto che la Cina ha sulla produzione europea, principalmente a causa della forte relazione commerciale con la Germania, e, indirettamente, anche con l’Italia. Il grafico sotto consente di osservare il peso specifico sulla manifattura e sugli ordini del rallentamento cinese.

Come si può osservare la Germania è molto esposta al commercio con la Cina, in buona parte a causa dei beni intermedi scambiati all’interno delle catene del valore. Non siamo al livello di Taipei o Corea del Sud, per i quali i beni intermedi pesano il 76-81% dell’export verso la Cina, ma si tratta comunque di scambi rilevanti.

Non finisce qui: il calo degli scambi commerciali è influenzato dalle condizioni più tirate dei finanziamento delle economie emergenti, in parte provocato dall’apprezzamento del dollaro, che è la valuta che denomina molti dei loro debiti. Quindi se la Cina rallenta, l’Europa (e la Germania in primis) frena, e l’apprezzamento del dollaro aggrava lo slowdown. A qualcuno potrebbe persino sembrare un programma politico.

 

Cronicario: E’ estate, arrivano le ultimizie italiane

Proverbio del 10 luglio Suonare il tamburo diverte, ma è anche faticoso

Numero del giorno: 205.000 Numero complessivo aderenti a Quota 100 entro fine anno stimato da Inps

E’ tempo di primizie, lo sanno tutti. Ma solo pochissimi, fa cui il vostro Cronicario, sanno che l’estate è anche il tempo in cui maturano le ultimizie, meno note ma altrettanto meritevoli di approfondimento. Specie per noi italiani, che tendiamo ad eccellere. Per dire, proprio poco fa la commissione Ue ha pubblicato le sue previsioni d’estate, e che viene fuori?

Esatto! Continuiamo a coltivare la nostra vocazione ad essere fanalino di coda nella crescita europea, frutto sicuramente del nostro perdurante ingegno creativo.

Di quell’ingegno di cui si trova traccia anche in un’altra ultimizia, che coviamo in buona compagnia con i paesi del Mediterraneo orientale, ai quali in fondo apparteniamo.

E in questa festa stagionale non potevano mancare dichiarazioni geniali, come quella arrivata dall’Inps, secondo la quale “bisogna riflettere sulla riduzione dell’orario di lavoro”, addirittura urgente “se si considera il più alto tasso di disoccupazione in Italia.

VI sembra un tuffo nel passato? Bentrovati in Italia.

A domani.

 

 

L’alba del fintech accelera il tramonto delle banche centrali

Molti avranno notato l’improvvisa proliferazione di studi sulle implicazioni presenti e soprattutto future del fintech nelle nostre società. Solo per citare le analisi più recenti, vale la pena ricordare un paper del Fmi  uscito pochi giorni dopo un capitolo della relazione annuale della Bis, dedicata sempre a questo fenomeno. Due coincidenze fanno sospettare un indizio di solito, e il sospetto è che i regolatori osservino con sempre maggiore attenzione, per non dire preoccupazione, le conseguenze che lo sviluppo delle tecnologie digitali applicate alla finanza, specie se incorporate nei grandi giganti delle rete, possono avere sull’infrastruttura basata sulle banche e le banche centrali che finora ha determinato le regole del gioco. Banche centrali e banche commerciali sono alla base non solo delle politiche monetarie, ma soprattutto del sistema dei pagamenti, ossia dell’infrastruttura che fa girare letteralmente i soldi da un capo all’altro del pianeta e garantisce il funzionamento dell’economia. Due capisaldi che oggi vengono in qualche modo questionati.

Questa storia potremmo farla iniziare nel 2008, quando il misterioso Satoshi Nakamoto pubblica online il white paper che avvia la rivoluzione bitcoin: un connubio tra crittografia e informatica per creare una moneta virtuale scambiabile in peer to peer tra gli utenti senza l’intermediazione di un sistema bancario. Già da allora, il discorso politicamente rilevante era la dichiarata volontà di fare finanza senza servirsi degli intermediari. Dal 2008 sono state create centinaia di valute virtuali e poche settimane fa Facebook ha annunciato la sua valuta virtuale, Libra. La logica è sempre la stessa: due persone possono scambiare denaro attraverso uno strumento online senza una banca (centrale o commerciale non importa) nel mezzo.

Questo evento fa comprendere come il discorso delle criptovalute, per anni confinato nell’alveo del sapere specialistico di pochi, ormai abbia varcato le soglie dell’attenzione dei grandi giganti dell’economia, rivelandosi come il principale rischio per il sistema basato sulle banche centrali. La gestione dei sistemi di pagamento, peraltro, è molto redditizia e ormai la tecnologia è in grado di rendere concreta la sfida agli incumbent storici della finanza. Questi ultimi non sono certo rimasti inerti. Aldilà degli investimenti concreti su valute virtuali e blockchain, è sempre più rilevante, come abbiamo visto, l’attività di studio e di analisi. Nel frattempo, le potenze emergenti, ovvero le società hi tech, sono andate molto avanti. “La graduale penetrazione dei giganti della tecnologia nei servizi bancari e finanziari sta avendo un impatto ad ampio raggio sul settore”, afferma un’altra analisi recente, stavolta dell’IAI italiano (Istituto affari internazionali). “Grandi aziende tecnologiche e non finanziarie possono trarre vantaggio da un rapporto privilegiato con i consumatori, precedentemente sviluppato nel corso delle loro attività commerciali e industriali e sfruttare soluzioni tecniche avanzate – come la raccolta di dati – per fornire servizi finanziari”.

In sostanza: queste big tech hanno già un mercato da sfruttare, sotto forma di milioni di users. Si tratta solo di fornire loro il servizio giusto e farlo fruttare. Il problema è che il fenomeno dei giganti della tecnologia nel settore ha implicazioni che vanno ben oltre il sistema bancario e che influenzano i sistemi fiscali e il funzionamento ordinato dei mercati. Nessuno può davvero pensare che la diffusione del sistema di pagamento tra soggetti diversi dal sistema bancario possa non avere conseguenze strutturali nella nostra società. È una rivoluzione, non meno.

Quindi è importante capire a che punto siamo. Se Libra è l’ultima novità, non significa affatto che sia l’unica. I principali giganti hi tech sono andati avanti nella loro lenta trasformazione. “Le piattaforme – come Alibaba, Amazon, Google e Facebook – sfruttano gli effetti di rete a proprio vantaggio”, afferma l’IAI. Ciò accade perché “le piattaforme digitali godono di effetti di rete diretti”, poiché più alto è il numero di clienti, hanno nelle loro reti più è facile attirare nuovi clienti”.  Inoltre, “tra i numerosi settori dell’economia in cui i giganti della tecnologia hanno spazio per muoversi, il settore finanziario è particolarmente interessante a causa della natura peculiare dei suoi dati”. Le banche sanno tutto sui comportamenti di risparmio dei loro clienti, ma – a differenza dei giganti della tecnologia – non sanno tutto del resto: i desideri, la personalità, lo shopping online. I dati finanziari e personali combinati potrebbero essere davvero dirompenti”.

Fino ad ora, i giganti della tecnologia sembrano essere più interessati ai sistemi di pagamento mobile, soprattutto perché è più facile ottenere le licenze. “La Cina è il mercato leader nel pagamento mobile – scrive IAI -, con un valore totale di circa 43 trilioni di dollari USA nel 2017. L’Europa è molto indietro, anche se sta andando avanti. Secondo Forrester, i pagamenti mobili nei sette maggiori paesi dell’UE saranno quasi triplicati entro il 2021, da 52 miliardi di dollari nel 2015 a 148 miliardi “. Negli Stati Uniti Amazon ha lanciato Amazon Pay, che è una rete di pagamento e un portafoglio digitale per consumatori e commercianti online. Inoltre, ha lanciato una moneta elettronica che offre sconti quando i clienti acquistano su Amazon.

Anche Apple e Google hanno app per il pagamento mobile. La Mela ha 270 milioni di utenti e si calcola che circa 7,7 milioni di user hanno utilizzato lo strumento Apple per i loro acquisti. Gli utenti di Google Pay sono stimati in 2,3 milioni di persone. Lo stesso Facebook offre la possibilità di utilizzare Messanger per effettuare pagamenti. Secondo l’IAI “negli Stati Uniti, nel luglio 2017, il 6% degli utenti di Facebook ha affermato di aver utilizzato Payment in Messenger più volte al giorno mentre il 3% lo ha usato una volta al giorno”. Poiché Facebook ha circa 214 milioni di utenti negli Stati Uniti, ciò significa che 19,2 milioni di persone hanno utilizzato Facebook come mezzo di pagamento per almeno una transazione al giorno. Ma gli sviluppi asiatici sono più sorprendenti. Alibaba ha lanciato Alipay nel 2004, con attualmente 870 milioni di utenti attivi in ​​tutto il mondo. Ali pay ha raggiunto 175 milioni di transazioni al giorno nel 2016. Pochi anni fa, nel 2015, Ant Financial, di cui Alibaba detiene il 33% delle azioni, ha sviluppato MYbank per fornire strumenti finanziari a privati ​​e piccole e medie imprese. Ant Financial ha anche lanciato Ant Fortune, un’app di gestione della ricchezza attraverso la quale i consumatori possono acquistare 900 diversi prodotti finanziari da 80 istituzioni finanziarie. L’app ha registrato oltre 25 milioni di utenti, per lo più al di sotto dei 36 anni. In Giappone, un altro gigante dell’e-commerce, Rakuten, ha aperto una propria banca nel 2009.

Questi pochi esempi ci aiutano a capire perché molti, a cominciare dalle banche centrali, guardino al futuro con qualche preoccupazione. Nell’analisi della Bis, possiamo trovare molte informazioni utili, partendo dalle conclusioni: “I regolatori devono garantire parità di condizioni tra i big tech e le banche , prendendo in considerazione l’ampia base di clienti dei big tech, l’accesso alle informazioni e modelli di business ad ampio raggio “. Questo perché la voce “big tech” presenta nuovi e complessi compromessi tra stabilità finanziaria, concorrenza e protezione dei dati “. Ovviamente ci sono molti problemi attorno a questa innovazione, anche se “i servizi finanziari sono solo una piccola parte del loro business a livello globale”.

Finora almeno. “Date le dimensioni e i clienti, l’ingresso nel settore finanziario delle grandi compagnie tecnologiche ha il potenziale per innescare rapidi cambiamenti nel settore”. scrive la Bis. Ecco perché” le big tech hanno il potenziale di apparire molto rapidamente come istituzioni finanziarie rilevanti dal punto di vista sistemico”. Peggio ancora:” Le big tech hanno il potenziale per diventare dominanti”. L’alba finanziaria di questi giganti, insomma, potrebbe coincidere con il tramonto delle banche centrali. E questo provoca un enorme problema politico: le banche centrali lavorano nell’interesse di un paese, le grandi compagnie hi tech in quello dei loro azionisti. Le banche centrali “lavorano” per i cittadini. Le big tech per i consumatori. Con queste tecnologie sta emergendo un nuovo tipo di cittadinanza: il cittadino digitale. Lo user-consumatore.

Il servizio finanziario è una piccola parte del business totale, come abbiamo già detto, ma se consideriamo che un sistema di pagamento è fondamentalmente uno scambio di informazioni (barra rossa del primo grafico) attraverso una piattaforma tecnologica (barra gialla), possiamo facilmente capire che i Big tech hanno il potenziale di diventare un potente sistema bancario una volta che la normativa consentirà loro di raccogliere e scambiare risorse finanziarie.

Le banche dovranno farei conti con questa situazione, e quindi anche le banche centrali, già pressate dai crescenti rischi di fiscal dominance che promana dai governi, sempre più voraci, e che ha già fatto aumentare notevolmente la quota complessiva del debito globale. E proprio la crescita del debito, sempre più difficile da gestire, insieme alla diffusione del fintech potrebbero forgiare la tenaglia capace di schiacciare le banche centrali. Una bella storia iniziata oltre 300 anni fa, ma senza un lieto fine.

Miti del nostro tempo: Il moltiplicatore degli investimenti

L’esplorazione delle mitologie economiche che finiscono con l’alimentare quelle politiche che ormai conduciamo da qualche tempo, non poteva trascurarne una fra le più persistenti: quella del moltiplicatore degli investimenti. A cominciare da quelli pubblici, ovviamente, per la semplice ragione che costoro sono la banderina preferita dei politici in campagna elettorale e il modo più presentabile che hanno trovato per impegnare risorse fiscali, e quindi consenso. Chiunque frequenti le cronache politiche di questi anni, sarà cresciuto sentendo risuonare nelle orecchie frasi come questa: “Bisogna aumentare gli investimenti pubblici ad alto moltiplicatore per garantire più crescita e occupazione”.

Più che lecito perciò, domandarsi quanto pesi davvero questo moltiplicatore. Quantificare, però, è esercizio difficile e spesso frustrante. Comprensibile che i politici se ne esimano, come d’altronde hanno fatto anche molti economisti del passato, divenuti famosi declamando le virtù della spesa pubblica senza mai sottolinearne i vizi. Ma per fortuna ci sono anche gli economisti pignoli come quelli di Bankitalia che proprio in chiusura dell’ultima relazione annuale hanno dedicato un breve approfondimento al tema che ci consente finalmente di capire di cosa stiamo parlando. O almeno in parte.

Senza bisogno di farla troppo lunga, diamo un’occhiata alle premesse a quindi vediamo i risultati. La premessa “filosofica” è nota sin dai tempi di Keynes. “Se un aumento degli investimenti pubblici migliora il contesto esterno in cui operano le imprese, si determina un incremento  della produttività del lavoro e della redditività del capitale privato che ne sospinge l’accumulazione, favorendo così l’aumento del Pil nel medio e lungo periodo”. Quindi se – e notate se – l’investimento pubblico migliora il contesto, eccetera eccetera. Bankitalia sottolinea inoltre che pure la politica monetaria ha il suo impatto, a seconda se sia accomodante o restrittiva. E pure questo ormai fa parte del senso comune.

Quanto agli effetti, “la stima dell’impatto macroeconomico della maggiore spesa per investimenti è generalmente riassunta dal valore del moltiplicatore, ossia della variazione percentuale del Pil generata da un incremento persistente (solitamente ipotizzato tra i cinque e i dieci anni) della spesa pubblica pari all’1 per cento del prodotto effettuato in disavanzo”. Quindi si parte da un’ipotesi secondo la quale per un decennio si investe in disavanzo l’1% del pil. La tavola sotto riepiloga i risultati.

Bene: “Il moltiplicatore degli investimenti pubblici è elevato (compreso tra 1 e 1,8 nel medio periodo) nel caso in cui le condizioni monetarie e finanziarie rimangano invariate e le risorse stanziate si traducano in maniera tempestiva ed efficiente in aumenti del capitale pubblico”. Quindi l’effetto miracoloso – 1,8 euro di prodotto per ogni euro investito – in una forbice piuttosto ampia e in un arco di tempo lungo, si verifica se nel frattempo la politica monetaria rimane distesa e il “sistema” digerisce con grande efficienza l’investimento. Circostanze alquanto ipotetiche. Bankitalia ne è talmente consapevole che sottolinea come “tali stime debbano essere interpretate come un limite superiore: in presenza di inefficienze nei processi di spesa le stesse analisi indicano valori inferiori del moltiplicatore, compresi tra 0,7 e 1,3”. Lascio alla vostra immaginazione ipotizzare quanto siano efficienti i processi di spesa in Italia.

Nella valutazione “realistica” che fa Bankitalia “il moltiplicatore di medio termine sarebbe compreso tra 1,1 e 1,5 nell’ipotesi di piena efficienza della spesa”. E anche qui, sulla piena efficienza della spesa meglio stendere un velo pietoso.

Notevole la conclusione: “un valore più elevato (1,8) potrebbe essere raggiunto se l’incremento della spesa fosse coordinato tra i paesi dell’area dell’euro, grazie all’aumento della domanda aggregata e a condizione del permanere dell’attuale orientamento accomodante della politica monetaria, legato alla bassa inflazione”.

Insomma: mutualizzare il debito, e grazie anche al contributo della Bce, favorirebbe la magica moltiplicazione. Il mito si internazionalizza. Ma rimane un mito.

Il rischio crescente di un restringimento del credito bancario in Italia

Alcune osservazioni contenute nell’ultima relazione annuale di Bankitalia sollevano ampi dubbi circa la capacità del nostro sistema bancario di resistere alla tentazioni di restringere il credito all’economia, come peraltro risulta stia già accadendo osservando l’inizio del 2019.

Come si può vedere dal grafico, se non fosse per i flussi di credito alle famiglie, che sostengono le erogazioni principalmente grazie alla domanda di mutui, la frenata del credito sarebbe ancora più vistosa, visto che i prestiti delle imprese sono andati parecchio giù, nel confronto col 2018. Indice di un cambiamento del clima economico, che peraltro si riflette nella (de)crescita del prodotto. Ma al netto di questa componente ciclica, rimangono alcune questioni puramente interne al sistema bancario che incoraggiano la restrizione del credito, e sono di natura sia fiscale che finanziaria.

Quanto alla prima, vale la pena scorrere un approfondimento contenuto nella relazione che osserva l’impatto della tassazione sul costo del credito, che evidentemente impatta sulla domanda di prestiti. Tale evidenza risulta osservabile notando come a fronte della circostanza che “rimane rilevante la differenza tra i costi di finanziamento delle imprese piccole rispetto a quelle più grandi, anche a parità di classe di rischio”, si evidenza un calo dei prestiti proprio nella classe di imprese di minori dimensioni.

Complessivamente “i sondaggi condotti presso le banche indicano sia un lieve inasprimento delle condizioni di accesso al credito, in termini di margini e garanzie richieste, sia una minore domanda di credito bancario”. Con l’aggravante che “l’abolizione a partire dal 2019 dell’Aiuto alla crescita economica (ACE), del quale beneficiavano anche gli intermediari, potrebbe aumentare il costo del credito bancario”.

E qui arriviamo al punto del rapporto fra fisco e credito. Bankitalia ha calcolato il cuneo fiscale al quale sono sottoposte le banche e soprattutto ha stimato il maggior costo che gli operatori devono sopportare di conseguenza. Chi auspica una maggiore tassazione delle banche dovrebbe anche ricordare che i maggior costi tendono ad essere trasferiti sui clienti, esattamente come accade con i dazi, che alla fine vengono pagati dai consumatori finali.

Fra il 1998 e il 2017, “il cuneo fiscale medio è stato di 70 punti base, con un’incidenza rispetto al tasso di interesse pagato dai debitori pari al 15 per cento”. Notate come il cuneo fiscale possa rimanere stabile anche al variare dell’aliquota nominale. Le varie politiche fiscali che si sono susseguite negli anni hanno avuto andamenti significativi sul costo del credito. In particolare “a partire dal 2013 il contributo al cuneo fiscale di questa componente è gradualmente diminuito, fino ad annullarsi; ciò ha comportato una riduzione di circa 15 punti base del tasso di interesse complessivo sopportato dai debitori bancari e la conseguente eliminazione di un’anomalia del sistema fiscale italiano”.

In compenso dal 2019 è stato abrogato l’ACE (Aiuto alla crescita economica) che aveva consentito di limitare gli effetti fiscali sfavorevoli sul finanziamento effettuato con capitale proprio, visto che prima dell’ACE si potevano dedurre solo gli interessi sul debito. In sostanza, questo effetto fiscale sfavorevole, con l’abolizione dell’ACE, è tornato a ripresentarsi, E questo spiega perché si temano conseguenze sull’erogazione di credito.

Il secondo problema con il quale le banche devono fare i conti è la quantità rilevante di obbligazioni pubbliche tenute in portafoglio. “Nel 2018 – scrive Bankitalia – le consistenze di titoli sono cresciute del 13,7 per cento, prevalentemente per i maggiori acquisti netti di titoli di Stato (oltre 50 miliardi) concentrati nel periodo successivo al forte rialzo dei loro rendimenti avvenuto in maggio”. Complessivamente le banche italiane hanno in portafoglio titoli non bancari per poco meno di 600 miliardi, il 63,1% dei quali sono titoli pubblici italiani. Questa massa di carta, soggetta com’è ai capricci dello spread rischia di avere effetti patrimoniali rilevanti, per mitigare i quali molte banche hanno deciso di inserire questi attivi fra le attività valutate al costo ammortizzato, che non concorrono al patrimonio di vigilanza, ma incorporano una controindicazione: “Pone maggiori vincoli a un’eventuale vendita dei titoli sul mercato secondario”.

In sostanza, devono conservare questi titoli fino a scadenza. E’ come se fossero vincolati. E non parliamo di piccoli importi. “L’incidenza di titoli pubblici in questo portafoglio è aumentata dal 27,2 al 55,6 per cento; l’incremento è stato maggiore per le banche meno significative (dal 30,7 al 74,1 per cento)”. Quindi parliamo di centinaia di miliardi di euro di attivi “segregati” nei bilanci bancari e di fatto non disponibili per il credito. “La quota di titoli pubblici sul totale degli attivi è cresciuta di 1,3 punti percentuali rispetto alla fine del 2017, all’11,5 per cento, un valore prossimo al picco della metà del 2016 e ampiamente superiore a quello della media delle banche dell’area dell’euro (4,7 per cento). Le banche significative detengono l’8,5 per cento delle attività in titoli pubblici, di cui l’80 per cento in titoli italiani. Per le banche meno significative – che strutturalmente hanno un’eccedenza dei depositi rispetto agli impieghi – l’incidenza dei titoli pubblici è maggiore (21 per cento) e riguarda quasi esclusivamente i titoli di Stato italiani”, conclude Bankitalia. E questo spiega perché rischiamo di vedere il credito ridotto al lumicino.