Categoria: Annali

Le bugie dei Grandi Numeri: più Pil(u) per tutti

Dovremmo infine porci, arrivati a questo punto del nostro discorso, una semplice domanda: di cosa parliamo quando parliamo di economia?

Non so a voi, ma la prima cosa che viene in mente a me sono le statistiche, les Grands Nombres, come ebbe a chiamarle Alain Desrosières in un celebre libro di una ventina di anni fa. E poi i grafici, le tabelle e gli indicatori, che su questi grandi numeri sono costruiti, e infine le teorie e i teoremi, che da essi vengono dedotti, in omaggio al più vieto metodo scientifico, al fine neanche celato di avere – retoricamente – ragione con la scusa di cercare una qualche verità almeno pratica, se non teorica.

Ecco, quando sento parlare di economia, oppure leggo di economia, l’unica cosa che mi viene in mente è che anche il più raffinato ragionamenti si basa sui numeri.

Le statistiche.

Perciò, mi rispondo, quando parliamo di economia non facciamo altro che combinare logicamente dati statistici, magari filtrandoli con un’idea/teoria, al fine – retorico – di persuadere qualcuno di qualcosa.

Detto in soldoni: quando parliamo di economia, facciamo politica.

Mi chiedo quanti ne siano consapevoli e quanti invece, sedotti o intimoriti dall’armamentario economicistico, commettano l’errore di considerarlo credibile. Ossia degno di credito.

L’essere credibile, non a caso, è alla base dell’economia, così come della finanza, che è una sua applicazione. Non dico tanto che tale credibilità impensierisca gli addetti ai lavori, che con l’economia ci campano e buon per loro. Dico che riguarda voi, noi, tutti quelli che l’economia la subiscono come una maledizione biblica.

Mi spiego meglio: il ragionamento economico, come ogni altro ragionamento, partendo da certe premesse può condurre a conclusioni assolutamene vere – nel senso che la logica dà a questo termine – ma assolutamente non reali. Basta ricordare il brillante equilibrio generale walrasiano per comprenderlo.

Con l’aggravante che il ragionamento economico ha un altro handicap: i dati di cui si serve per tessere le sue imboniture sono sostanzialmente una rappresentazione, densa di errori e di approssimazioni.

I grandi numeri sovente nascondono grandi bugie.

Ciò malgrado, il combinato disposto fra dati incerti e ragionamenti irrealistici determina il discorso economico contemporaneo, che tanto è credibile quanto più è astruso, perché a nessuno verrà mai in mente di confutare le premesse di una pagina di matematica o di un algoritmo statistico. Perciò è retoricamente efficace.

Tutto ciò vi parrà molto astratto, ma in realtà è assai concreto.

Qualche giorno fa l’Istat ha ricordato, con grande scandalo dei soliti disattenti, che a settembre verrà aggiornato il SEC, ossia il sistema dei conti nazionali, alla versione 2010, visto che vige ancora la versione 1995.

La notizia è diventata tale perché la stampa, semplificando come è suo mestiere, ha notato che nel computo del prodotto (PIL) andranno considerate anche alcune voci sommerse dell’economia illegale, come la prostituzione o il contrabbando di droga.

Apriti cielo. I benpensanti, molti dei quali non sanno neanche cosa sia il Pil però lo adorano, si sono scandalizzati. Sicché è intervenuta una robusta precisazione da parte di Bruxelles, dalla quale dipende Eurostat, che poi è l’ente statistico dell’Ue, seguita poi da una sottolineatura del nostro Istat. Vale la pena riportare questo balletto di dichiarazioni perché chiarisce molte cose.

Per Bruxelles ha parlato tale Emer Traynor, portavoce del commissario Ue al Fisco, dal quale dipende – fate attenzione – Eurostat.

Che c’entra il fisco con la statistica?

C’entra eccome. E’ fin dai tempi di Cromwell che lo stato usa le statistiche, anzi le ha inventate, per spremere tasse dai redditi e dai patrimoni. Il fatto che non sia cambiato nulla in tutti questi anni conferma l’assunto: ossia che l’economia è un fatto politico, sin dal suo sorgere, e la statitistica è il suo strumento operativo del quale la politica fissa la fisionomia per renderla omogenea ai suoi desiderata.

Non è un caso che nel nostro tempo malato di econom(an)ia vadano così forti gli econometristi, ossia coloro che riducono tutto a numero.

Scusate, divago.

Che ha detto il nostro portavoce? In sostanza che le attività illegali facevano parte del Pil da decenni e che quello che cambierà, con l’entrata in vigore del SEC 2010 è che i criteri di calcolo verranno armonizzati.

Armonizzati: che bella parola. Fa pensare alla musica. E invece qui si tratta di rendere comparabili i dati dei paesi aderenti ad Eurostat. Arida statistica omologante. D’altronde come si potrebbe avere un mercato unico, moneta compresa, se i dati non fossero omogenei?

Ancora una volta, quando parliamo di economia, parliamo di numeri. E quindi di statistica.

Comunque, la precisazione del nostro portavoce ha evidenziato che già dal SEC 95 era previsto l’inserimento delle attività illegali, malgrado, come ha precisato Istat “sia molto difficile misurarle per l’ovvia ragione che esse si sottraggono a qualsiasi forma di rilevazione”.

E tuttavia, conclude il portavoce Ue, “era necessario superare le riserve relative all’applicazione omogenee fra i paesi Ue degli standard già esistenti”, fra le quali primeggia appunto quella relativa all’inserimento delle attività illegali.

L’unificazione europea si fa beffe delle riserve mentali, anche (anzi soprattutto) a livello statistico.

Poche ore dopo il nostro portavoce, l’Istat è uscita con una dichiarazione del direttore della contabilità nazionale, Gian Paolo Oneto. Costui ha spiegato che “finora le attività illegali non sono mai state conteggiate nel Pil, in Italia e nella maggioranza dei paesi europei, anche se a livello internazionale già c’erano delle raccomandazioni che però non definivano tali attività in maniera precisa e quindi non erano applicate, tranne in casi sporadici”.

“Non definivano tali attività in maniera precisa”, ricordatevi queste parole.

La conclusione di questo teatrino politico/statistico è che con i nuovi criteri il dato del Pil italiano sarà rivisto al rialzo. E’ facile capire perché: aumentando le voci di computo, anche se sulla base di stime di dati che “si sottraggono a qualsiasi forma di rilevazione”, il prodotto aumenta. Ma non solo per questo.

Cambiando le definizioni, infatti, cambiano anche le regole di calcolo. E questo è il punto focale.

Il SEC 2010, infatti, prevede che le spese per ricerca e sviluppo siano conteggiate come investimenti e non più come costi. E anche questo cambia in positivo il valore del Pil. Così come cambia la contabilizzazione dei beni inviati all’estero o ricevuti dall’estero per essere sottoposti a lavorazione senza che vi sia un cambio di proprietà (per il cosiddetto processing). L’adozione delle nuove definizioni, inoltre, modificherà in modo significativo la stima dei flussi con l’estero di beni e servizi.

Risultato: Più Pil per tutti.

Più Pilu, direbbe Cetto Laqualunque.

E  tutto il nostro discorso economico nazionale a riformattarsi di conseguenza.

Quale sarà il frutto di questo gran lavoro degli econometristi e degli esperti di statistica economica, lo vedremo a ottobre prossimo, quando il SEC 2010 mostrerà, numericamente, le sue carte. Ma sappiamo già che al termine, secondo le prime indicazioni, il Pil potrebbe essere rivisto al rialzo fra l’1 e il 2%.

Gran lavoro per gli statistici, quindi, ma anche per i letterati, visto che le definizioni della contabilità nazionale, che vengono fissate sempre a livello europeo, sono la base epistemologica del conteggio, anche quando “non si può rilevare”.

Come abbiamo visto, cambiare una definizione impatta sul valore e sulla destinazione della voce di computo, e quindi sul calcolo finale del prodotto. E chi le scrive le definizioni? La legge, ossia la politica (ufficialmente) e i tecnici (ufficiosamente).

Le definizioni, di conseguenza, sono il fondamento della statistica, come lo erano, nel tempo remoto, della filosofia.

A questo punto dovreste aver chiaro di cosa parliamo, quando parliamo di economia.

(1/segue)

 Leggi seconda e ultima puntata

L’alba malinconica del Secolo asiatico

Il sole, sorgendo a est, illumina prima delle altre le coste d’Asia, terra mirabolante ed enigmatica che così tante leggende e fiabe ha alimentato nella cultura d’Occidente.

L’Asia, luogo di magia e spirito, di misteri ma anche di enormi ricchezze alle quali l’Europa del Medioevo guardava con invidiosa ammirazione, generandosi nel tempo un’ansia di saccheggio che ha finito col ridurre alla miseria terre una volta opulente.

Oggi, che il pendolo della storia s’inclina nuovamente verso Oriente, l’Occidente guarda all’Asia con la stessa cupidigia di secoli fa, invidiando le sue ricchezze, accumulate in misteriosi fondi sovrani o nei rassicuranti caveau delle riserve valutarie. E perciò scruta con malcelato disappunto frammisto a desiderio il sorgere del sole dello sviluppo economico, l’unico al quale ormai il nostro tempo malato presti attenzione, sulle terre d’Asia, studiando il modo migliore per godere dei suoi raggi.

Ma è un’alba malinconica, quella che saluta l’inizio del Secolo asiatico, trovando quest’aurora alimento in nient’altro che nella luce del tramonto d’Occidente incarnato dal Secolo americano. D’altronde che il capitalismo avrebbe trovato nelle enormi masse asiatiche il suo naturale compimento era stato già intuito da tempo dagli osservatori più acuti.

Alba malinconia, perciò. Innanzitutto perché il sole nascente perde vigore dietro le fitte nebbie tossiche che velano di grigio il cielo dell’Asia, spegnendosi infine sui grattacieli di enormi megalopoli dove si addensano, come formiche rese pazze dal delirio economico, miliardi di individui dis-individuati, omogeneizzati dal sogno capitalista, in omaggio al più puro spirito asiatico già celebrato da John Stuart Mill.

Perché allora dovremmo stupirci dei numeri che Zeti Akhtar Aziz, governatore della Banca centrale Malese, ha presentato all’uditorio dell’Asian Banker Summit il 21 maggio scorso? Il tema, peraltro, era di estremo interesse: “Verso la realizzazione del secolo asiatico”. Che potremmo tradurre, saltando direttamente alle conclusioni, “Verso la realizzazione del secolo americano in Asia”. Che sarebbe più corretto, visto ciò di cui discorre mister Aziz.

Perché la luce del tramonto dell’Occidente ha lo stesso colore e intensità di quella dell’alba d’Oriente.

Pil, commercio, flussi di investimenti esteri e interni. Di cos’altro potrebbe discutere un banchiere? E d’altronde cos’altro costituisce il nostro tempo oltre al Pil procapite?

Deluderà molto coloro che ancora vivono l’Asia come la terra dell’inespresso, notare quanto invece i nostri amici orientali siano diventati bravi a esprimersi in conteggi. D’altronde, ne hanno ben donde.

“Il ruolo dell’Asia nell’economia globale ha sperimentato per alcuni decenni una trasformazione significativa, non solo in termini di incremento del suo peso specifico, ma anche di influenza nell’economia globale”, dice Aziz.

Tale influenza si misura con i suoi dati economici, ovviamente.

L’Asia, osserva Aziz, ora costituisce circa un terzo dell’economia globale, ossia il 35% del Pil globale nel 2013 dal 26% del 2000. Escludendo il Giappone, l’Asia pesa il 30% sul Pil globale a fronte del 18% del 2000 e, “significativamente l’Asia ha contribuito al 62% della crescita globale nel 2013 a fronte del 30% del 2000”.

I dati ci dicono inoltre che l’Asia pesa il 32% del commercio globale, a fronte del 25% del 2000 e inoltre che è diventata un hub globale di information tecnology e di capitali esteri.

Questi ultimi, nota compiaciuto Aziz, sono cresciuti in media di 83 miliardi di dollari l’anno fra il 2000 e il 2010. Aziz glissa sull’origine di questi capitali, mostrando con ciò di essere interessato al rovescio della medaglia, più che alla medaglia stessa che vede l’Occidente come controparte.

Ma anche questo, a bene vedere, conferma la mia premessa.

Il primo decennio della globalizzazione, perciò, è davvero l’alba del secolo dell’Asia, improvvisamente divenuta la speranza nascente del capitalismo terminale.

Infinite bocche da sfamare, 3,7 miliardi dice Aziz, nel senso che dà a questo termine l’economia dei beni durevoli: quindi automobili, appartamenti dove abitare, servizi da implementare, e soprattutto svaghi.

E poi enormi quantità di risorse da investire, e quindi altrettante infinite braccia da occupare (magari a costi cinesi) e cervelli da istruire all’occidentale. Con l’Occidente sempre a vivere di rendita, ossia dei frutti che gli derivano dal copyright sul mercato globale.

Certo, gli asiatici son contenti, come lo sono i poveri che diventano ricchi.

Aziz contempla con l’orgoglio del parvenu che 16 delle 26 megalopoli nel mondo sono asiatiche, e anzi sottoliea che il 45% della popolazione asiatica (sempre 3,7 miliardi) viva in aree urbane, a fronte del 37% del 2000.

Strappare la gente dalle campagne e inurbarle nei formicai cittadini, l’eterno movimento di masse affamate che ha segnato ogni sviluppo economico occidentale. E quindi asiatico.

In cambio poi dell’usuale aumento generalizzato della ricchezza, che nel caso dell’Asia ha significato l’uscita dalla condizione di estrema povertà per 430 milioni di persone dal 2005 al 2010, mentre ormai 150 compagnie asiatiche sono entrate nella lista delle top 500 imprese nel mondo.

L’eterno miraggio dello sviluppo economico che porta benessere. Miraggio verissimo, ma profondamente ingannatore, perché riduce l’uomo ai suoi beni consumo. Ma questo gli asiatici lo capiranno più tardi, ammesso che mai lo capirà l’Occidente, che pure ne discute senza costrutto alcuno da secoli.

Sicché rimane al nostro amico Aziz solo di elencare i bisogni e le necessità di fronte alle quali si trova l’Asia se vuole consolidare il suo decennio magico, segnando davvero l’avvento del Secolo asiatico. Che poi non è tanto diverso da quello che servirebbe a tutti noi, che pure siamo partiti prima. Quindi una crescita più inclusiva, più investimenti su servizi e infrastrutture, più integrazione e regolazione finanziaria.

Soprattutto città più efficienti e ampie. Le proiezioni indicano che i quasi due miliardi (1,9 per la precisione) abitanti delle città asiatiche diventeranno 3,3 miliardi nel 2050, con una classe media, desiderosa quindi di ciò che desidera la classe media (automobili, servizi, svaghi) che passerà da 500 milioni di individui a tre miliardi entro il 2030.

Mi sono immaginato orde di turisti asiatici, ormai talmente benestanti da potersi permettere le vacanze all’estero, fare la fila per venire in Europa, ormai vecchia e spopolata, a vedere le sue rovine.

Allora mi sono rasserenato.

Nel 2030, in mancanza di una previdenza decente, potrò sempre cavarmela aprendo un B&B.

Puntata successiva. Il Secolo asiatico? La domanda è giusta, la risposta forse no

La crisi capovolta nel mondo sottosopra

Nel mondo sottosopra, come chiamano gli australiani il loro meraviglioso territorio, succede che il deficit di conto corrente sia una cosa buona e che il debito pubblico, pur quintuplicandosi, rimanga a tripla A e a rendimenti decrescenti.

Succede pure, nel mondo capovolto, come vediamo noi l’Australia, che una posizione netta degli investimenti fortemente negativa faccia intanto apprezzare il cambio, e che tutto questo combinarsi numerario origini la percezione, fra i tanti investitori, di trovarsi di fronte a uno degli ultimi paradisi sicuri, dove allocare fiumi di denaro che le accoglienti imprese australiane premiano con buoni rendimenti.

Così infine la crisi, nel mondo down under diventa veramente un’opportunità.

Questo pensiero, forse un po’ idilliaco, mi ha accompagnato lungo tutta la lettura del lungo intervento di Guy Debelle, assistant governor della Reserve Bank of Australia del 20 maggio scorso intitolato “Capital flows and the australian dollar”. Roba da secchioni, mi rendo conto, che però mi sono convinto a leggere perché dopo un lungo avventurarmi in Europa non ne potevo più della commedia dell’euro e della tragedia dell’eurozona.

Meglio occuparsi del mondo dei canguri, che peraltro è un bellissimo mondo, almeno stando a come la racconta il nostro banchiere centrale, la cui narrazione conferma, qualora ce ne fosse bisogno, che non è la teoria a fare l’economia, ma la sua applicazione pratica.

L’Australia, spiega il nostro banchiere, è stata sempre destinataria di afflussi netti di capitale dall’estero per quasi tutta la sua storia. Una storia coloniale, è bene ricordarlo, con l’Australia a fare da provider di materie prime per l’Inghilterra essendo parte costituente dell’ancora vigente Commonwealth.

Come tutti i paesi emergenti, ieri come oggi, l’Australia importa capitali ed esporta merci, oltre che sostanziose rendite che una volta arricchivano i redditieri della City e adesso anche qualche magnate americano, giapponese o cinese.

Per finanziare il proprio deficit fra risparmio interno (d’altronde gli australiani sono un terzo degli italiani) e il proprio livello di investimenti i nostri cugini del mondo sottosopra hanno dovuto massicciamente importare capitali dall’estero. Tali afflussi, per dirla con le parole di Debelle, “sono la controparte finanziaria del deficit di conto corrente australiano”. Che però, nel caso in ispecie “è una cosa buona, non cattiva”.

Ciò in quanto i flussi transfrontalieri, attratti dal buon rapporto rischio/rendimento spuntabile in Australia ha aiutato i residenti a sviluppare una capacità produttiva che altrimenti non avrebbero potuto sviluppare. “Più di recente ciò è stato particolarmente evidente osservando il ruolo degli investimenti esteri per incontrare la domanda crescente di materie prime, specialmente dalla Cina”.

La crisi, tuttavia, ha capovolto il mondo sottosopra. O, per dirla in maniera più elegante, le componenti della bilancia dei pagamenti che compongono gli afflussi lordi di capitali esteri, sono mutati dal 2007 in poi.

Nel decennio precedente al 2007 gli affussi netti di capitale in Australia quotavano circa il 5% del Pil (che era, a valore nominale, di circa 1.620 miliardi di dollari americani a fine 2013), con un picco del 7% prima del grande crash. Dopo la crisi gli afflussi netti si sono sensibilmente ridotti sotto il 3%. Il che in un paese “normale” poteva essere fonte di gravi squilibri. Ma non nel mondo sottosopra.

Quello che ha provocato, in Australia, questo repentino dimagrimento delle risorse estere, è che i finanziamenti alle banche locali, che quotavano un rispettabile 5,5% del Pil, sono diventati negativi. Al contrario sono cresciuti notevolmente gli afflussi di investimenti diretti e, per la prima volta, gli acquisti di titoli di debito pubblico australiano.

In sostanza, gli investitori sono fuggiti dalle banche, che nel turmoil post 2007 sono state l’epicentro del panico, in Australia come altrove, e si sono concentrati su investimenti tangibili, come quelli collegati al redditizio settore degli investimenti diretti, e ai titoli di stato, forti di un’invidiabile tripla A e soprattutto di una robusta posizione fiscale.

Se guardiamo ai singoli settori, notiamo che gli afflussi netti al settore privato sono passati dal 5% medio del Pil fra il 1998 e il 2007, all’1,7% del periodo 2008-2013. La fuga dalla finanza ha fortemente penalizzato le banche, passate da un +5,4% medio a un -2%, mentre sono cresciuti i prestiti alle imprese non finanziarie, più che raddoppiati dall’1,6% medio del Pil al 3,8%. I prestiti al settore industriale collegato alle risorse naturali, poi, prima inesistenti, sono cresciuti, fra il 2008 e il 2013, dell’1,6% del Pil. Dal 2011 in poi, gli afflussi a questo settore hanno pesato circa il 70% degli investimenti diretti in Australia.

Il settore pubblico che registrava deflussi netti pari allo 0,1% del Pil nel decennio ante-crisi, ha visto afflussi netti pari al 2,1% del Pil fra il 2008 e il 2013. Se proprio dovevano comprare carta, insomma, i prestatori hanno comprato quella pubblica. Il credito alle imprese australiane, di conseguenza, pure se in ragione ridotta, è stato fornito dai prestatori esteri assai più che dalle banche australiane, che  hanno dovuto rivedere tutta la loro strategia di funding per pareggiare senza squilibri gli sconquassi post crisi.

Lo stesso ha fatto lo stato.

Nel 2007 il debito pubblico lordo quotava circa 58 miliardi di dollari australiani. La crisi (degli altri) l’ha portato a oltre 250 nel 2013, dovendosi far carico il governo di potenti politiche di stimolo nel periodo buio della Grande Recessione. Le emissioni quintuplicate di Commonwealth Government securities (CGS) ha portato la quota di stock di questo debito pubblico in mano agli stranieri da poco meno del 50% del 2000 al 70% del 2013.

Interessante la motivazione che da di questi afflussi il nostro banchiere, secondo il quale i bond pubblici australiani hanno finito col diventare appetibili per gli asset manager che gesticono riserve, fra le quali quelli delle banche centrali. Che il dollaro australiano sia diventato moneta di riserva è di sicuro un fatto degno di nota. Sarà probabilmente merito dei rendimenti di questi titoli, che rimangono alti rispetto agli altri assimilabili garantiti da altre economie a tripla A.

Se guardiamo l’effetto di questa storica ricomposizione dei debiti esteri australiani notiamo due cose: la prima è che, comunque, sono aumentati di qualche punto di Pil fra il 2007 e il 2013, sfiorando ormai il 160%, ma comunque meno degli asset, arrivati al 110% dei Pil nel 2013 da poco più del 100% del 2007. Il risultato è che la posizione netta è rimasta stabile intorno al 55%. Ciò significa che l’Australia è riuscita a navigare in maniera equilibrata l’onda lunga della crisi, durante la quale ha sofferto cospicui deflussi, senza peggiorare la sua sostenibilità estera e senza intaccare quella interna.

Il debito privato delle famiglie, infatti, è rimasto anch’esso stabile, mentre è dimagrito quello delle banche e aumentato quello del settore risorse naturale e dello stato, che evidentemente ha pagato il prezzo più alto, potendoselo però permettere, visto che partiva da un livello di debiti estremamente basso. Inoltre è diminuita la quota di passività a breve termine, mentre è aumentata quella a lungo.

La narrazione del nostro banchiere, perciò, somiglia a una storia di successo, che di questi tempi sembra tanto vera quanto incredibile.

“Il cambio nella composizione dello stock del debito estero – dice – ha avuto un notevole impatto sul deficit dei redditi, ossia la parte del conto corrente che misura il costo netto del servizio di questi debiti”. Malgrado lo stock di debiti sia aumentato, tale deficit “è diminuito fino al più basso livello, in rapporto al Pil da decenni”. Ciò in parte perché i rendimenti pagati sui titoli di stato sono più bassi di quelli pagati sulle obbligazioni bancarie, e perché i tassi, in generale, sono bassi in tutto il mondo. Scambiare debito bancario privato con debito pubblico, perciò, ha avuto anche questo vantaggio.

L’epopea della crisi capovolta, tuttavia, ha il suo lato oscuro, e non potrebbe essere diversamente.

“Sembra improbabile, almeno in termini di settore bancario, che il pattern dei flussi di capitale cambierà tanto presto”, spiega. Ciò significa che le banche difficilmente potranno emettere più debito di quanto facciano adesso. Ciò comporterà che il poco credito che riusciranno a concedere è prevedibile finisca ai settori industriali non legati alle risorse naturali,  che, al contrario, è prevedibile verranno sempre più finanziati dai capitali esteri.

Il settore in questione, peraltro, ha ormai superato la fase del boom degli investimenti ed è previsto entrerà presto nella fase della produzione, che poi è quella che genererà (o dovrebbe) i profitti per gli investitori.

“La combinazione di alti profitti e più basse spese per il capitale condurrà a un aumento della quota di questi profitti che dovranno essere pagati agli investitori”, osserva. E poiché il settore è largamente in mano agli stranieri, questo potrebbe essere accompagnato da un aumento del pagamento di dividendi a questi ultimi, e quindi generare deflussi netti sul conto redditi della bilancia dei pagamenti. Deflussi peraltro denominati in dollari americani, esattamente come i debiti esteri che li hanno originati. E quindi meno richiesta di dollari australiani: l’esatto opposto di quello che è successo negli ultimi cinque anni.

“Il risultato netto che possiamo aspettarci di vedere è una riduzione dei flussi di capitale e una ridotta domanda di dollari australiani, non appena il settore risorse entrerà nella fase di produzione”, conclude il nostro banchiere.

Lato debito estero pubblico, il banchiere nota che tale quota di debito “è storicamente ai suoi livelli più alti” e che gli acquirenti esteri di bond pubblici siano alquanto stanziali nelle loro decisioni di investimento. Quindi la previsione è che la domanda di bond statali rimanga robusta. Non a caso il parlamento australiano ha di recente rialzato il suo debt ceiling. Tanto più che ci sono tanti investitori giapponesi che si indebitano a tasso negativo e potrebbero trovare nella vicina Australia un’ottima occasione di rendimenti a basso rischio.

E tuttavia non basteranno i bond pubblici a salvare la domanda di asset australiani, e quindi dei dollari che li comprano. Esiste al contrario una concreta “possibilità di un declino del dollaro australiano”.

La svalutazione del dollaro australiano avrebbe conseguenze imprevedibili sul faticoso equilibrio raggiunto dai conti australiani. Dovendo pagare rendite all’estero, gran parte delle quali in valuta estera, ciò potrebbe mettere sotto pressione il conto corrente, mentre potrebbe generare una generale riprezzatura del premio sui bond pubblici capace di alterare lo squilibrio fiscale (deficit intorno al 3% del Pil, oggi).

Insomma, la fine della crisi nel mondo di sopra potrebbe segnare l’inizio della crisi in quello sottosopra.

O la fine della ripresa capovolota.

Fate voi.

 

 

La deframmentazione dell’eurozona

Fra i tanti talenti che vado scoprendo nei nostri banchieri centrali quello più insospettabile è la loro eloquenza, cui si accompagna anche una robusta loquacità. Costoro amano parlare almeno quanto sono avvezzi a calcolare. E mi stupisco ogni volta della loro capacità di inventare, novare o anche semplicemente utilizzare parole sorprendenti a sostegno dei loro teoremi economici.

D’altronde perché stupirsi? Essendo l’economia una raffinatissima forma di retorica, è del tutto logico che i banchieri centrali, che dell’economia sono i riconosciuti sacerdoti, siano anche perfetti retori. Retori calcolatori, ma sempre retori. Quindi capaci di notevoli allocuzioni, che mi infliggo pressoché quotidianamente, perché, come diceva sempre la mamma, devo imparare dai migliori.

Sicché stavo leggendo uno speech di Benoît Coeuré, banchiere della Bce del 19 maggio scorso,  (Completing the single market in capital) quando mi è apparsa sotto gli occhi una parolina magica: deframmentazione.

Subito mi si è richiamato alla memoria l’odioso cracracra che fa l’hard disk del mio pc ogni volta che lo deframmento, e se non bastasse il rumore, la lentezza disarmante delle sue prestazioni durante l’operazione che serve, persino gli informatici dilettanti come me lo sanno, a spostare i file sparsi casualmente nell’hard disk raggruppandoli in una parte concentrata in modo da diminuire il loro tempo di accesso e lettura, aumentando in tal modo la produttività del lavoro.

Il fatto che Coeuré si riferisse al sistema finanziario europeo e non a un hard disk non sposta una virgola. I linguaggi ormai sono totalmente omologati, piegati alla logica dell’efficienza, esattamente come le persone.

La frammentazione dell’eurozona, infatti, ha rischiato di mandare in crash l’eurozona esattamente come farebbe un hard disk pieno di buchi col vostro pc. Ed esattamente come accade anche a un hard disk, la deframmentazione dell’eurozona è un processo lungo e delicato, dove qualcosa può andar male e finire peggio e che perciò richiede attenzione e pazienza per essere condotta a buon fine.

Fine che, nel caso auspicato da Couré, è appunto il completamento del mercato unico del capitale, uno dei pallini dei nostri banchieri centrali. Che, sempre per usare la metafora informatica, equivale a una profonda formattazione dell’area. O, a volerla guarda in positivo, a un definitivo upgrade.

E allora vale la pena chiedersi con Couré: cosa stiamo cercando di ottenere con le deframmentazione del mercato europeo?

Anche qui, bisogna sfatare il mito di un’altra parolina magica che ci ha accompagnato nell’ultimo decennio: la convergenza. Abbiamo fatto tutto quel che poteva per convergere no?

Ebbene, abbiamo sbagliato obiettivo.

“Dobbiamo tenere a mente – spiega il nostro gentile banchiere – che la convergenza non è la stessa cosa dell’integrazione”, dice. “Abbiamo visto convergere i prezzi sostanziali nel primo decennio dell’euro solo per trovarci di fronte a una frammentazione finanziaria quando la regione è stata colpita dalla crisi”. Perciò, sottolinea “la convergenza è un processo benvenuto, ma non garantisce di per sé una profonda e resiliente integrazione”.

Non dovevamo cercare la convergenza, quindi, ma l’integrazione. Tale sottigliezza parrà a molti finemente sofistica, e in parte – retoricamente – lo è. Ma è parecchio sostanziale. “La convergenza – spiega – puà anche essere un segno di problemi a venire”. E ce lo dicono adesso?

Anche i banchieri centrali, evidentemente, hanno qualcosa da imparare e la lezione dello spread pare sia ormai stata acquisita. Addirittura, dice ancora “la convergenza può essere un indicatore di instabilità finanziaria e quindi di disintegrazione“.

Accantonata la convergenza, perciò, il nuovo sacro graal dell’eurozona è l’integrazione finanziaria, definita come una situazione dove non ci sono frizioni che discriminano un agente economico nell’accesso agli investimenti e al capitale. Che detto in parole nostre potrebbe tradursi come una situazione ideale in cui l’imprenditore italiano si indebita a tassi tedeschi e investe in Finlandia. Il migliore dei mondi possibili.

Ecco: per realizzare quest’ennesima eu-topia, non serve la bacchetta magica: è sufficiente finire di creare un mercato unico del capitale, esattamente come è stato fatto per le merci e i servizi. Il denaro definitivamente considerato come merce a livello eurozona.

Ovviamente siamo già avanti nel percorso. I capitali circolano liberamente, in barba alla spiacevole controindicazione che sovente ciò si accompagni a un aumento della disuguaglianza, e abbiamo persino una moneta unica che facilita i conteggi. La qualcosa in un’epoca dove il tempo è denaro è di per sé un vantaggio per il conto economico. Ma quello che fa la differenza, spiega Coeuré, è la qualità di questa integrazione, non l’intensità. E tale qualità si misura valutando il grado di qualità dell’allocazione delle risorse e della loro diversificazione.

La questione dell’allocazione deve fare i conti con quella della localizzazione dei debitori, ossia col posto dove abitano, che nell’eurozona frammentata in cui viviamo è più rilevante del loro merito di credito. Il nostro imprenditore italiano, perciò, farà fatica a indebitarsi a tassi tedesci, anche se è una degnissima persona. Ciò in quanto spesso le valutazioni delle banche sono influenzate dal rating dello stato in cui risiedono. Poveri noi, perciò. Ma anche se così non fosse, se cioé il rischio sovrano fosse zero in tutta l’area, “molte banche non sono strutturate per fare prestiti trans-frontalieri”. Basti considerare che tale quota di prestiti alle imprese non finanziarie non superano il 7,5% del totale.

La questione della diversificazione ha a che fare col rischio. L’eurozona non dispone di un sistema efficace di assicurazione cross-border, anche se, nota il banchiere, l’istituto Bruegel ha calcolato che la crisi del mercato dei capitali ha assorbito appena il 10% dello stock di pil dell’area a fronte dei due terzi dell’inter mercato negli Stati Uniti. E tuttavia c’è molto da fare qui da noi. E ancora una volta la parolina magica è integrazione.

Lo strumento principe di questa iintegrazione, ovviamente sarà l’Unione bancaria che dovrebbe provvedere a migliorare sia l’allocazione delle risorse che la loro diversificazione. Tale processo inoltre dovrebbe favorire anche l’integrazione delle banche retail, uno dei principali fattori di disintegrazione dell’area, facendo ripartire i processi di fusione e acquisizione che nei tempi della crisi si sono ridotti al lumicino: sono state compiute operazione per una decina di miliardi appena.

Il processo di integrazione bancaria dovrebbe servire anche a cambiare il volto dell’economia, tuttora bank-based ritagliando un ruolo nuovo e più pervasivo al mercato del capitale, che dovrebbe diventare lo strumento principe di funding delle imprese, al contrario di quello che succede adesso. All’uomo servirà l’evoluzione del sistema Target 2, che a giugno 2015 diventerà il nuovo sistema Target 2 S, ovvero la fase 3 del processo di unificazione finanziaria.

Malgrado tutto ciò, c’è ancra un vulnus, indibiduabile nella ancora carente attività di armonizzazione legislative all’interno dell’unione monetaria. Sulla materia sta lavorando la Commissione, ma nel frattempo toccherà alla Banca centrale dare una spinta all’evoluzione verso un più integrato mercato dei capitali dando un calcione al mercato degli Abs. Il famoso qualitative easing al quale sta lavorando la Bce e che ormai è vicino ad essere inaugurato, specie dopo il risultato delle elezioni europee.

Alla fine di tutti questi processi, conclude Coeuré, e se la deframmentazione andrà bene, avremo un autentico mercato comune dei capitali. A monte però bisogna che gli stati sistemino le loro finanze, sottolinea, visto che durante la crisi uno dei fattori peggiorativi è stato proprio la diversità delle posizioni fiscali.

Non illudiamoci perciò. Magari un giorno avremo mercati finanziari unici, dalla moneta alle banche al regolamento dei titoli, ma i debitori se la passeranno comunque male. “Un mercato unico dei capitali richiede non soltanto un’unione bancaria, ma anche un’unione fiscale ed economica”.

Chi dice che bisogna uscire dall’euro dovrebbe ricordarselo.

Le quattro Europe: i nipotini di Carlo Magno

Si dice, appartenendo ormai tale affermazione al rassicurante recinto delle verità di cui nessuno dubita, che l’esser prezioso del disegno europeo trovi il suo riscontro nel lungo periodo di pace che L’Europa intera sta sperimentando ormai da settant’anni. Tale evidenza fattuale, insomma, diventa – retoricamente – pretesto per dedurne che la pace dipenda dal processo di integrazione dei vecchi stati nazionali nel superstato europeo.

Il sogno dell’Europa Unita, si argomenta, è perciò garanzia esso stesso di pace e prosperità, come dimostra la storia.

Verità che si potrebbe definire vagamente controfattuale, atteso che ignora l’influenza della pax americana imperante dal secondo dopoguerra nell’Europa occidentale

Tale argomentare – l’integrazione europea come strumento della pace – glissa altresì su un’altra evidenza, che potremmo definire controverità fattuale: l’Europa non ha mai smesso di muover guerra a se medesima, proprio cercando d’integrarsi.

“Avevamo allora per fine d’organizzare un grande sistema federativo europeo, (…) con gli stessi principi, una stessa moneta con parità diverse, le stesse leggi”.

Sarà, il nostro Spinelli? oppure Schuman? O magari Adenauer?

Acqua.

Potrebbe essere persino quell’Aristide Briand che ancora nel terribile 1929 vagheggiava un’unione doganale e dei mercati in Europa?

Acqua.

Inutile provarci. A meno di non essere bibliofili irrecuperabili non scoprirete mai che queste parole le ha scritte Napoleone Bonaparte il 22 aprile 1815, dopo il suo ritorno dall’Elba, nel suo preambolo agli Atti per la costituzione dell’impero.

L’Impero: la costante ossessione secolare dell’Europa dagli antichi romani in poi. L’ossessione nutrita da despoti e monarchi, primo fra tutti Carlomagno, agli albori del IX secolo, e poi alimentata da decine di guerre, fino alle carneficine del XX secolo, passando per l’impresa napoleonica. Fu una guerra fra imperi europei la Grande Guerra. Fu una guerra per la costituzione di un altro impero – il Reich millenario di Hitler – la seconda.

Tutti costoro, gli aspiranti o divenuti imperatori, pensavano di unire l’Europa. E così pensando facevano la guerra.

Oggi un coacervo di politici e burocrati cerca di fare la stessa cosa. E così facendo pensa la guerra.

Il sogno degli ultimi nipotini di Carlomagno, infatti, è pacifico solo in apparenza.

Le cronache di questi ultimi anni raccontano di un’altra guerra, combattuta stavolta con l’arma micidiale del denaro, che è ancora ben lungi dall’esser terminata, con i due principali contendenti, quindi Francia e Germania, che dissimulano la loro antica inimicizia con diplomatiche strette di mano a significare il tanto decantato, quanto ipotetico, asse intorno al quale sono state costruite l’Unione europea e poi l’eurozona, con noi italiani nel ruolo di cavalieri serventi, stretti come siamo nella morsa dei crediti che costoro rivendicano.

Francia e Germania, oggi come ieri, nipotini di Carlo Magno anch’essi. Nel Medioevo, nel 962, i tedeschi riesumarono dalle ceneri della storia il Sacro Romano Impero, fondando il loro primo Reich, mentre ad Occidente se ne distaccava la Franconia, ossia più o meno l’odierna Francia.

Da allora la storia dell’Europa trovò il suo centro gravitazionale attorno a questi due stati che tale rimase anche ai tempi di Carlo V, il regnante spagnolo che pure annoverava fra i suoi tanti titoli anche quello di imperatore.

L’ossessione imperiale di unire il continente, che poi fu quella di Napoleone e più tardi di Hitler, con la Gran Bretagna, ossessionata da un altro gioco imperiale, ma transatlantico, sempre a fare la mossa del cavallo dispettoso e quindi scompaginare i piani. Questo eterno ritmare della nostra storia fra equilibrio o egemonia, come magistralmente raccontato in un vecchio libro di Ludwig Dehio, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1954, che ancora oggi vede il Regno Unito minacciare di uscire dall’Ue, e la strana coppia franco-tedesca atteggiarsi a leader e ispiratori mentre si rivolgono sguardi diffidenti figli di memorie antiche.

Come ai tempi di Mitterand, il presidente francese che volle fortissimamente la moneta unica per togliere alla Germania il suo asset più prezioso, ossia il marco, spaventato com’era dall’avvenuta riunificazione tedesca. Col risultato che oggi abbiamo una moneta forte come il marco e una Germania ancora più forte, con grande scorno dei francesi, sepolti da debiti che i tedeschi, veri maestri nell’arte del prestito estero, non mancano mai di rifinanziare.

Tutti gli altri a seguire, rimorchio utile a far massa critica, sempre in omaggio all’ossessione imperiale, che certo non si chiama più così perché fuorimoda.

Pletore di cittadini, comunque, da irretire con enormi quantità di beni durevoli, ed eserciti di lavoratori che dovranno accettare di lavorare per meno, se vorranno lavorare tutti.

Sopra tutto, a moraleggiare e insieme definire la filosofia di questo impero celato, che si sforza da più di mille anni di rivedere la luce, i banchieri centrali, con gli alfieri della Bundesbank a tagliare in diagonale lo scacchiere europeo, che si offrono come fari e nocchieri nel turbinante mondo globale, e gli stati a far da zavorra in questo glorioso procedere verso l’unità, pronti ad essere sacrificati tuttavia, sull’altare della stabilità finanziaria.

Pur se evidentemente superficiale ed affrettata, questa rapida narrazione identifica l’ultima delle quattro Europe come quella che meglio delle altre simboleggia lo spirito del tempo e che quindi deve essere ben compresa. Poiché oggi la storia la fa l’economia, nel senso che il fallimento economico dell’Europa sarebbe l’ennesimo fallimento storico di integrazione.

All’uopo possiamo servirci degli ultimi economic surveys elaborati dall’Ocse, dedicati proprio all’Ue e poi all’eurozona per capire a che punto siamo arrivati e, soprattutto dove andiamo a parare.

Lo stato dell’Unione, dice l’Ocse, è migliorato ma ancora non buono. La bassa crescita ha cause strutturali profonde: alta pressione fiscale, leggi sul lavoro troppo rigide e barriere alla competizione che non favoriscono la crescita dell’innovazione. Per di più, sottolinea, “la disuguaglianza è aumentata dal 1980, indebolendo il supporto dell’opinione pubblica al progetto europeo”.

L’Unione non può farsi se non c’è consenso pubblico diffuso, perciò. E tuttavia la storia ha condotto a una costante erosione, sempre per via economica, di questo consenso.

Come non riconoscere in questo istinto suicida una delle costanti dello spirito europeo, la costituente stessa del suo guerreggiare fratricida?

Facile peraltro a soddisfarsi, questa hybris di morte, in un parlamento europeo che ricorda la babele del parlamento austro-ungarico raccontata dagli scrittori austriaci prima della Grande Guerra. Con dentro stati che nulla hanno a che vedere l’uno con l’altro e popolazioni ancora più aliene. Ma d’altronde, non appartiene alla logica imperiale unificare a tutti i costi?

I costi, per adesso, sono quelli radiografati dalle bilance del pagamenti, che l’Ocse nota in miglioramento, essendosi ridotti per via d’austerità i terribili squilibri che hanno quasi condotto l’eurozona prima e l’Europa poi a disintegrarsi, invece che il contrario.

Ma ne rimangono altri, forse più pericolosi. A cominciare dai tassi di inflazione, bassi dove servirebbero alti e alti dove bassi non farebbero danni. O quella dei costi del lavoro, che replica la stessa logica, con la Germania che esibisce tuttora il livello relativo più basso, persino della Grecia.

Ma anche qui, vedete, scorrendo il rapporto Ocse sull’Ue, finisce sempre che si parli di noi e loro. Ossia dei PIIGS e della strana coppia franco-tedesca, nel caso qualcuno non abbia chiaro cosa sia l’Europa dei nipotini di Carlomagno, che finisce sempre col gravitare attorno ai confini dell’imperatore franco.

E non si dica che è una questione di pesi specifici. L’area centro-orientale dell’Ue non è meno rilevante, da un punto di vista strategico, di quella post carolingia: è solo meno ricca, e quindi di per sé colonia, mentre chi se lo può permettere, pensate ai paesi vichinghi, cerca spazi vitali altrove, pure se partecipando al gioco senza crederci più di tanto. Questo, esattamente, è il punto.

Sicché l’Ue è diventato un contenitore amorfo, un gioco di società che non arriva ad esprimere alcun disegno geopolitico, con la crisi Ucraina davanti a noi a mostrarlo. Per avere senso strategico, nell’Ue dovrebbe entrarci tutta l’Eurasia, o almeno la Russia e la Turchia, che, piaccia o no, sono dentro il Grande gioco dell’economia che contribuisce a determinare l’Europa, ammesso che un tale calderone di popolazioni vieppiù divergenti abbia un senso. E invece discutiamo con gli Usa un trattato transatlantico di cui ancora non si capisce nulla.

Per di più anche il contenitore mostra crepe gravi. La crescita nell’Ue rimane debole e non inclusiva, avvisa l’Ocse, e per di più frammentata fra le varie Europe, che molto volentieri proseguirebbero il cammino comune se ci fosse più di tutto per tutti, mentre così non è.

Al contrario: le prospettive sono stagnanti, come il prodotto. Pensate che l’Ocse stima una crescita reale del Pil del 2,2%, nell’Ue a 21, e all’1,4% dal 2013 al 2060. Quanto grasso credete possa colare sul popolo a questo livello di crescita?

Se leggiamo l’altro report Ocse, quello dedicato all’eurozona, la musica cambia poco o nulla. Le grandi speranze accese dall’Unione bancaria gioveranno forse a rimettere in sesto un sistema finanziario zeppo di crediti non esigibili, ma più che altro gioverà alla buona salute della banca centrale e del mandarinato di Bruxelles. Ma i problemi nei paesi più deboli permangono e non sono di facile soluzione. “La posizione netta degli investimenti internazionali rimane fortemente negativa nei paesi vulnerabili e ridurla richiederebbe molti anni di saldi di conti correnti positivi”, nota l’Ocse. La qualcosa ha i noti effetti depressivi sulla crescita ed espone costantemente al rischio spread.

Inutile tornare su questioni che conosciamo bene. Vale per l’eurozona, anzi soprattutto per l’eurozona, il caveat fatto per l’Ue nel suo complesso: la crescita rimane debole e non inclusiva, quindi diseguale. Quindi a rischio esplosione sociale, ossia la parente povera della guerra.

L’economia quindi, che avrebbe dovuto essere il collante dell’Europa, rischia di essere il detonatore di una polveriera.

La pace come preparazione della guerra. Ossia quello che è sempre successo in ‘Europa.

Fin dai tempi di Carlomagno.

(5/fine)

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Le quattro Europe: l’artiglio vichingo

Se la guardate da un planisfero fisico, la penisola scandinava somiglia a un gigantesco artiglio, scaturito dall’immensa landa russa, arroccato sopra la testa dell’Europa, e in particolare sulla Germania. Una propaggine quasi, a simboleggiare il destino di fratellanza che genera, volenti o nolenti, la prossimità.

Una sorte che la storia più volte ha sperimentato, come ricordano bene i finlandesi che dovettero combattere le feroce guerra d’inverno del ’39, e più tardi subìta dai Paesi Baltici, occupati dall’Urss, mentre la Germania nazista si accasava in Danimarca e Norvegia, con la Svezia che da un lato sosteneva i finlandesi contro i sovietici, e dall’altro riforniva di ferro i nazisti. Negli anni della guerra, insomma, l’artiglio vichingo servì alla Russia tanto quanto alla Germania.

La Storia ovviamente poi è cambiata. Ma la geografia no. E questo ricordo lontano è una buona chiave di lettura per comprendere il presente della terra dei vichinghi. La regione nordica, come la chiama il Fondo monetario internazionale, che qualche tempo fa le ha dedicato un report che ci consente di scoprire un’altra Europa, quella dell’estremo nord che è anche estremo occidentale dell’oriente post-sovietico.

Un mondo che vive di un suo proprio modello economico – il cosìdetto modello scandinavo – e di una sua area d’influenza che, oggi come ieri, trova nel mar Baltico, e nei paesi che su di esso affacciano, la sua naturale esposizione. Geografica, innanzitutto. Ma anche bancaria e industriale. E sul Mar Baltico si affacciano anche la Polonia e la Germania, che come sanno gli appassionati sono anch’esse legate da profonde ragioni storiche e geopolitiche.

L’Europa del Baltico, delimitata dall’artiglio vichingo è un’altra Europa a sé, che giova raccontare seguendo la filigrana disegnata dal Fondo monetario, nostro moderno Virgilio nei foschi gironi della contabilità internazionale.

I fantastici quattro dell’estremo nord – Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia – , così come la trinità baltica rappresentata da Estonia, Lituania e Lettonia, condividono innanzitutto un destino economico. Anche questa non è una novità. Gli appassionati di storia ricorderanno che i paesi scandinavi (all’epoca la Danimarca comprendeva anche l’Islanda) condivisero persino un’unione monetaria ai tempi del gold standard, iniziata nel 1872 e finita nella tragedia della Grande Guerra.

Due guerre mondiali dopo, i nostri vichinghi hanno ripreso a parlarsi, forti di una somiglianza – questa sì – potenzialmente prodromica di una qualunque convergenza. Ma di unione monetaria non parlarono più, manco per sbaglio.

Pensate che nel 1952 fu creato il primo organo consultivo ove i quattro paesi, compresa l’Islanda, avrebbero potuto far esperimenti di convergenza. La prima riunione del Nordic Council si svolse in Danimarca a febbraio del ’53. Un anno dopo, a luglio del ’54, fu creato il Nordic market labor, e nel 1958 il Nordic passoport Union, mentre già dal 1955 era attiva la Nordic convention on social security.

Insomma, i nordici si stavano avviando con decisione verso un mercato reale integrato. Finché, nel 1959 non decisero di abbandonare i piani. Nel frattempo era nata la Comunità economica europea e la seduzione dell’ideale europeo, evidentemente, fece breccia.

Ciò malgrado, la cooperazione fra i paesi nordici non si è mai interrotta. Né formalmente – sono stati creati diversi organismi interministeriali – né sostanzialmente. Mentre la diplomazione tesseva la sua tela, infatti, le economie si integravano sempre più profondamente, guidate dalla più potente delle forze: l’appetito del profitto. Ecco nascere il mondo di oggi, dove gli intrecci bancari fra le banche nordiche diventano l’altra faccia dell’artiglio vichingo, che dalla fine dell’unione sovietica ha trovato il suo cardine nelle piccole repubbliche baltiche.

Oggi i Nordic 4, come li chiama il Fmi, sono al top della classifica Ocse per alto livello di ricchezza e bassa disuguaglianza sociale, esprimono un ambiente molto favorevole al business, grazie ai loro elevati gradiente di competitività, e hanno persino in comune finanze pubbliche che godono di ottima salute: il deficit quasi non esiste e il livello medio del rapporto debito/pil quota intorno al 40%, persino cresciuto ma solo a causa della crisi del 2008, che ha costretto gli stati, qui come altrove, ad aprire i portafogli per salvare il sistema bancario. Di nuovo. I cultori della materia ricorderanno la crisi bancaria svedese degli anni ’90.

Fin qui, i vichinghi sembrano la bella copia dei baltici.

Molto di questo stato di grazia, paradossalmente, la regione nordica lo deve proprio alla crisi bancaria del ’90, che  servì loro di lezione. Superata la crisi, a caro prezzo, i nordici, chiamiamoli così, riportarono la normalità nella gestione fiscale che ha consentito loro di superare la tregenda del 2009 (la Finlandia perse il 9% di Pil, per dire) senza che venisse scalfita la loro nomea di “safe heaven”. E ciò pure a fronte di uno dei welfare più costosi della storia, grazie soprattutto a un livello di incassi fiscali vicino al 60% del Pil.

Così tanto stato sociale – ecco che riecheggia l’utopia sovietica – e insieme così tanto capitalismo, come nella dirimpettaia Gran Bretagna.

Questo strano ibrido economico ha fatto scuola e da sempre suscita una ragionevole invidia nelle altre società europee. Ma il segreto del successo della regione nordica contiene anche i rischi che si vanno rannuvolando sopra la penisola.

Essendo un’economia molto aperta, l’Europa vichinga ha tessuto profondi link non solo con le regione vicine, a cominciare da quelle baltiche, ma con tutto il globo. La somma di import ed export, per le quattro nazioni, oscilla fra il 62 e il 70% del Pil, e poi ci sono le connessioni finanziarie, quelle che preoccupano di più.

Oltre a condividere strettissimi legami morganatici fra loro, i Nordic 4 sono l’interfaccia finanziaria dei paesi baltici, sia per gli investimenti di portafoglio che per quelli diretti, e quindi i propalatori di un contagio che, da questi ultimi, può facilmente diffondersi.

Un pregevole box del Fmi disegna la ragnatela che oppone i vichinghi al resto del mondo, tessuto col filo degli investimenti diretti, di portafoglio e dei flussi commerciali. L’analisi del fondo rileva che i paesi nordici sarebbero fra i primi a subire gli effetti di uno shock che dovesse colpire i loro partner. Questi ultimi sono diversi. La ragnatela scandinava arriva dappertutto, di qua e di là dall’oceano.

Sul versante bancario, invece, gli shock partirebbero dai paesi verso i quali i nordici sono più esposti, quindi innanzitutto i paesi baltici. Ed è proprio la rilevanza degli asset bancari, che arrivano a superare il 400% del Pil in Danimarca, e i profondi intrecci che le banche dei Nordic 4 condividono la principale fonte di rischio.

E questo non dipende soltanto dal fatto che le banche scandinave siano generose prestatrici estere. Ma anche dalla circostanza che prestino parecchio anche a casa propria.

Tanta generosità, di conseguenza, ha creato un doppio rischio per il sistema scandinavo: quello di shock importati dall’estero, a causa di problemi nei paesi debitori, e shock generati dall’interno che a loro volta potrebbero comunicarsi ai paesi debitori.

“Il grande sistema bancario nordico – osserva il Fondo – supporta un livello relativamente elevato di debito privato”. Sempre in Danimarca, infatti, il livello di debiti sul reddito delle famiglie sfiora il 300%, in pratica il doppio degli altri paesi Ocse, mentre per le imprese la palma delle più indebitate spetta a quelle svedesi, che a fine 2011 quotavano debiti totali pari a circa il 150% del Pil. Sempre per la cronaca, vale la pena rilevare che i debiti delle famiglie sul reddito sono aumentati del 60% fra il 2000 e il 2011. Nessuno, nemmeno i nordici , è sfuggito alla bengodi del credito di inizio secolo.

Questa consuetudine, di avere bilanci privati carichi di debiti, è un’altra costituente del modello scandinavo, dove le famiglie in particolare (ma anche le imprese) condividono una rilevante ricchezza patrimoniale, rappresentata dal mattone o dai fondi pensione, che però è poco liquida e quindi soggetta agli stress da valutazione.

La grande paura, anche questa comune ai Nordic 4, è quella di un calo delle quotazioni immobiliari che possa accelerare il de-leveraging bancario e mettere sotto pressione le banche. Rischio tutt’altro che peregrino, visto che nella regione, in media, i prezzi delle case sono cresciuti di più del 120% fra il 1995 e il 2007. Dopo la crisi i prezzi hanno continuato a salire in Norvegia (+10%), mentre sono crollati del 30% in Danimarca. Al contrario sono rimasti stabili in Finlandia e Svezia.

Quindi è comprensibile perché “lo sviluppo dei prezzi delle case pone un rischio sulla stabilità macroeconomica, in un contesto di bilanci delle famiglie sotto pressione”. Le stime del Fmi, infatti, “suggeriscono che i prezzi delle case nei Nordic 4 siano sopravvalutati”, anche se in maniera disomogenea. Vale la pena ricordare che un calo di valore del mattone ha effetti su vari settori: dal consumi privato agli investimenti, che necessariamente ne risentirebbero, lato fiscale (meno incassi per il governo collegati al mattone) e infine sulla capacità di prestit delle banche.

Tanto teme quest’eventualità, il Fmi, che ha anche condotto delle stime, secondo le quali un calo dei prezzi degli immobili del 10% avrebbe come conseguenza una diminuzione del Pil aggregato fino al 2,5% in Danimarca, con gli investimenti residenziali privati a picco, in Svezia, del 28,5%.

Questo è forse il modo più semplice a cagione del quale l’artiglio scandinavo incardinato sui paesi baltici, qualora subisse uno shock, può facilmente affondare l’Europa.

Ma non è certo l’unico.

Ho già detto dell’ampiezza del sistema bancario nordico. Ebbene: a tale ampiezza corrisponde una notevole fame di finanziamenti che, in gran parte non arrivano dai depositi, ma dal mercato. Il Loan-to-deposit ratio, ossia il rapporto fra i prestiti e i depositi, supera il 200% in molte banche nordiche, che ritroviamo anche fra le top 20 nella classifica di questo indicatore.  “Come ha dimostrato la crisi del 2008 – nota il Fmi – questa alta dipendenza dal mercato dei capitali ha aumentato la vulnerabilità del sistema bancario nordico agli shock da liquidità e di finanziamento”.

Ricapitolo: le banche nordiche sono al centro di una ragnatela di prestiti, interna e internazionale, che trova nei rischi del mercato immobiliare dell’area e nel pesante indebitamento privato, nonché nella sua stessa dimensione il fattore potenzialmente destabilizzante dell’economia regionale.

Fra i rischi “interni” a questo sistema bancario, merita una menzione quello inerente al largo utilizzo di covered bond, tramite i quali le banche nordiche attingono al mercato dei capitali (wholesale funding) emettendo obbligazioni in valuta nazionale ed estera. Le sei banche più grandi della regione avevano emesso 460 miliardi di covered bond a fine 2012, ossia il 70% del totale emesso nella regione e il 33% del totale dei convered bond emessi nel mondo.

Arma a doppio taglio, i covered bond, in quanto asset assicurati, visto che finiscono col ridurre, in caso di risoluzione bancaria, i fondi a disposizione per i bail in, oltre che generare un sovrappiù di costi per le banche che non li usano.

Tutto ciò viene complicato dal fatto che le banche nordiche sono profondamente interrelate fra loro. Il Fondo calcola che l’85% del totale delle esposizioni bancarie e dei depositi sono originati all’interno dei Nordic 4, così’ come il 75% dei bondo sovrani detenuti da queste banche sono di questi paesi.

Questo operare “più come banche regionali che come banche nazionali”, che individua meglio di ogni altra retorica l’artiglio vichingo, porta con sé una rilevante concentrazione di rischi. Basta un semplice dato per capirlo: quattro delle sei banche principali dell’area sono svedesi, e detengono asset pari al 120% del Pil dell’intera regione. Quindi un problema svedese ci mette pochissimo a diventare un problema nordico tout court, come peraltro è già accaduto negli anni ’90. Per questo il Fondo suggerisce di accumulare buffer fiscali comuni, da una parte, e di creare un sistema regionale di risoluzione bancario comune.

In sostanza il Fondo suggerisce di creare una base fiscale comune, se non formale almeno lato risorse, e una unione bancaria per limitare i rischi. Anzi, mentre che c’è definisce la recente Unione bancaria dell’eurozona “un’opportunità”. Che detto a paesi che condividevano un’unione monetaria fino a cent’anni fa individua l’Europa nordica/baltica come l’ennesimo esempio non riuscito di integrazione istituzionale sovranazionale.

Se neanche paesi che condividono così tanto in economia, dal sistema bancario, ai debiti, ai mercati immobiliari, e persino alle controparti estere, non si sono convinte a integrarsi in un’area comune, come può riuscirci l’eurozona?

Mi sorge il sospetto che tutti noi siamo vittime di un ricordo, che poi è diventato sogno.

Il sogno europeo.

Ovvero l’eredità dei nipotini di Carlomagno.

(4/segue)

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Le quattro Europe: la trinità Baltica

L’estrema propaggine occidentale del fu impero sovietico, quella formata dai paesi baltici, è diventata assai presto l’estrema propaggine orientale dell’Unione europea e ormai dell’eurozona. La Lettonia è entrata di recente nell’euro e ci si aspetta che l’anno prossimo entri anche la Lituania, dopo che l’Estonia aveva lavorato come apripista già dal 2011.

Come fa per quasi tutto, anche per l’euro la Banda Baltica si è mossa in perfetto coordinamento, tramutandosi in una piccola Europa/eurozona di provincia. E non tanto, e non solo, per le dimensioni ridotte del suo territorio. Ma per la connotazione stessa del suo agire economico.

I paesi baltici hanno assorbito nello spazio di un ventennio usi e consuetudini dei fratelli maggiori europei, condividendone anche le gioie – grandi tassi di crescita pompata dal credito facile e dall’export – e i relativi dolori quando, dal 2007, cominciò la grande recessione.

Sicché oggi la piccola Europa baltica si trova a dover fare i conti con i nostri stessi problemi: crescita stentata, disoccupazione ancora alta, credito stagnante. Ma con qualche atout in più da giocare sul tavolo della ripartenza. Uno fra tutti il fatto, come nota il Fmi nel suo ultimo “Baltic cluster report” di condividere un modello macroeconomico comune. Incarnano, insomma, una perfetta trinità.

Vale la pena notare come questa fisionomia sia molto diversa da quella della gran parte degli altri paesi dell’eurozona. Tutti e tre i paesi, infatti, hanno un livello molto basso di spesa pubblica in rapporto al Pil, cui corrisponde un basso livello di tassazione sui redditi, sulla ricchezza e sul capitale. Al contrario, le tasse sul lavoro sono alte. Il che certo non premia i lavoratori, ma i capitalisti sì. “I Baltici hanno creato un clima favorevoli agli investimenti”, ne deduce il Fmi.

La Banda Baltica, poi, ha deficit fiscali bassi, quando non addirittura nulla, con debiti pubblici sul Pil la cui media non supera il 30%. Nulla a che vedere con il resto dell’eurozona.

Essendo entrati tardi nell’euro, inoltre, o addirittura ancora in procinto di entrarci, i Baltici hanno potuto godersi una politica monetaria indipendente che, grazie alla flessibilità del cambio, ha favorito il mercato dei prodotti sviluppando notevolmente la loro competitività, atteso che il mercato del lavoro era già molto flessibile di suo, “più simile al modello anglosassone del laissez faire – nota il Fmi – che a quello dei paesi della regione nordica”, dove prevale il concetto di flexicurity.

Il combinato disposto di queste politiche ha determinato un livello di diseguaglianza, misurato dall’indice di Gini, più simile a quello dei paesi anglosassoni che a quelli scandinavi, che pure sono loro dirimpettai e sodàli. Il che, se volete, certifica l’avvenuta transizione dal modello sovietico a quello americano, che i Baltici hanno compiuto con rara efficacia in meno di un ventennio.

Per dirla con le parole del Fmi, “i Baltici hanno avuto un cambiamento più brusco, rispetto a Polonia, Ungheria o Repubblica Svolacca, ma più radicale”.

Ed è proprio la radicalità una delle caratteristiche della nostra trinità. Negli anni buoni dell’Europa, quando tutti facevano credito a tutti, i Baltici non si sono certo risparmiati. Forti della stretta connessione con le banche dell’area scandinava, i Baltici hanno vissuto un’esplosione del credito, da un lato, e del commercio estero, dall’altro.

Il Fondo ha calcolato che fra il 2005 e il 2012 l’import/export dei Baltici abbia superato il 120% del Pil, persino più della Germania. Questo mentre i tassi di crescita del credito marciavano con percentuali a due cifre (questo fino al 2007).

I particolare, nel 2007 la crescita annuale del credito aveva raggiunto il 36%, pompata da un autentico impazzimento del debito privato di famiglie e imprese, che nel frattempo aveva provocato deficit di conto corrente fino al 18% del Pil e inflazione al 10%, mentre il rapporto fra prestiti e depositi delle banche schizzava al 200%.

Una situazione chiaramente non sostenibile. E non serviva certo la crisi dell’euro a determinarla. La crisi dell’euro l’ha soltanto evidenziata, come d’altronde è successo anche ai nostri PIIGS.

Dal 2009 in poi i Baltici hanno iniziato a riprendersi, col risultato che nel 2011 collezionarono il più alto tasso di crescita nell’Ue, grazie al sonoro boom delle esportazioni, sempre più pompate dal lavoro flessibile e dal cambio. Il che permise di riassorbire i deficit di conto corrente, riequilibrare il rapporto fra depositi e prestiti nelle banche e abbassare drasticamente l’inflazione. Ciò ha consentito ai primi due Baltici di entrare nell’euro con i conti in ordine.

Vale la pena rilevare che le strette connessioni che i Baltici intrattengono l’uno nei confronti dell’altro e con i paesi della regione nordica non sono soltanto finanziarie ma, soprattutto, commerciali.

Nel totale del commercio prevalgono gli scambi intra-trinitari. Il 30% del totale dei commerci della Lettonia, per dire, vengono effettuati con gli altri due Baltici, e giusto l’Estonia vedere una quota rilevante del proprio commercio suddivisa fra Svezia e Finlandia.

Se guardiamo invece al flusso degli investimenti diretti (FDI) notiamo che i Baltici sono terminali privilegiati degli investimenti vichinghi. Sempre nel caso dell’Estonia, si osserva che oltre il 50% del totale degi FDI arrivano da Svezia e Finlandia e poi, in quota minore, da Norvegia e Danimarca. E’ un po’ come sei Baltici fossero i paesi emergenti di marca vichinga, insomma, e insieme i loro mercati di sbocco. E in un certo senso è proprio così.

Tutta la costruzione europea, a bene vedere, si è retta sull’equilibrio, che poi è diventato uno squilibrio, fra un gruppo core di paesi forti che usava paesi più deboli come satelliti, quindi mercati di sbocco e riserva di manodopera a basso costo, traendone questi ultimi in cambio denaro facile e promesse mirabolanti di prosperità.

I Baltici non hanno certo fatto eccezione. Per avere un ordine di grandezza di quanto pervasiva sia stata questa economia del debito, vi basti considerare che il rapporto debito privato/pil in Estonia, sempre negli anni buoni, arrivò a quotare il 110% (famiglie e imprese) a fronte del 30% di prima del bengodi.

Poi successe quello che sappiamo bene. Le banche si scoprirono piene di spazzatura, col risultato che dovettero fare un pesante disindebitamento forzato che ha ridotto il credito al lumicino, come è ancora oggi, mentre i governi cercavano disperatamente di metterci una toppa. L’export salvò il conto corrente dei Baltici, ma le conseguenze dovettero subirle le popolazioni, che ancora oggi scontano una disoccupazione media al 10% (la Lettonia stava al 20% nel 2010), mentre i mercati borsistici sono tornati poco sopra il livello del 2004. Per non parlare del mercato immobiliare, ancora sotto stress.

Sempre per amore della cronaca, notate che fra il 2008 e il 2012 i Baltici hanno subito una significativa correzione del costo unitario del lavoro (ULC) con relativo drammatico aumento di produttività. Faccio solo l’esempio della Lettonia. Nel periodo considerato l’ULC nominale è calato del 13,9%, mentre la produttività è aumentata del 15,6%.  In tal modo la disoccupazione è passata dal 20% del 2010 a poco più del 12% che però, dice il FMI, per gli standard baltici è pari al livello di disoccupazione strutturale. Il che equivale a dire che meglio di così non si poteva fare.

Il Fondo sintetizza che “la combinazione di riduzione salariale e aumento di produttività nel periodo post-crisi ha ridotto l’ULC dal 10 al 20% rispetto a quello dei competitori dell’Europa occidentale”.

La piccola Europa baltica è diventata una piccola Cina, proprio sopra le nostre teste.

Ciò malgrado il FMI non risparmia i suoi preziosi consiglio ai Baltici, che corrono il rischio, in futuro, di veder raffreddarsi l’impetuoso flusso di esportazioni che ha rimesso in piedi la sua economia, anche a causa degli avversi flussi demografici, che vedono la gioventù declinante a favore della vecchiaia da qui al 2040.

La risposta istituzionale dei Baltici alla crisi, tuttavia, è ciò che più vale rilevare. Ciò che ne è conseguito, infatti, è stato un ulteriore processo di integrazione fra i tre stati e fra loro e i vicini della regione nordica. In sostanza la versione baltica del più Europa, che il Fmi incoraggia a perseguire anche in relazione all’intera eurozona.

Maggiore integrazione, disciplina fiscale e più competitività per esportare, pure al costo di una pesante deflazione salariale, che però ha anche il vantaggio di attirae investimenti diretti: la minestra, che piaccia o no, è sempre la stessa: creare ambienti favorevoli ai più ricchi. Meglio se confinanti. E tanto più viene bene, questa pietanza, quanto più si cucini in paesi flessibili e ancora giovani, dove i diritti non sono consolidati.

In tal senso l’Europa dei baltici è il perfetto esempio del paradigma unificante dell’intera costruzione europea, che qui, come altrove, si conferma essere gioco di dominio celato dalla neutralità (teorica) dei flussi economici, essendo l’economia, e non altro, il cemento che unisce l’Europa.

E quindi il suo potenziale detonatore.

(3/segue)

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Le quattro Europe: Il campo minato a sud-est di Berlino

La fragile Europa e l’ancor più fragile Eurozona contemplano attonite l’evolvere incerto della crisi, rassicurandosi, di volta in volta, nel notare il risanarsi a carissimo prezzo di alcuni fondamentali, ma ignari, o quantomeno ancora indifferenti, dello squilibrarsi di un’intero mondo che è poco definire confinante, essendo esso stesso costituente del disegno europeo, pure se poco osservato dalle cronache.

Chi volete che si interessi, nella disperata ricerca di buone notizie che impegna la stampa politica ed economica, ammesso che questa distinzione abbia senso, di un paese come la Bulgaria o della Moldova? Cosa volete che importi del current account dell’Albania, o della bilancia commerciale della Serbia. Paesi remoti, anche nella nostra immaginazione. Legati a pensieri di torbidi, quando non direttamente di guerra. Democrazie incomprensibili, quando non tirannie mascherate, come l’Ungheria, oppure fronti di conflitto, come l’Ucraina che sta reclamando col prezzo del sangue l’attenzione del mondo e che stiamo imparando a conoscere come potenziale fonte di pestilenza finanziaria.

Eppure, vedete, questi paesi compongono un’area geografica estremamente interrelata, che il Fondo Monetario, da sempre attento cacciatori di untori, ha definito regione CESEE, ossia Europa centro-sud-orientale. L’elenco è lungo, ma giova alla comprensione del discorso.

La regione CEESE comprende: Albania, Bielorussia, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Kosovo, Lettonia, Lituania, Macedonia, Moldova, Polonia, Romania, Russia, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Turchia e Ucraina. Alcuni, come vedete, sono nostri compagni di moneta, altri d’Unione europea. Tutti di destino.

Non vi sembri esagerato. Solo un’economia astratta e insensata come è quella del nostro tempo può tendere a sottovalutare il peso specifico della prossimità e della storia. Chi misura il rischio di un potenziale contagio calcolando la semplice esposizione vis-à-vis fra un paese e un altro sottovaluta il peso degli incroci reciproci e, soprattutto, il farsi massa critica di un’intera regione che ha sperimentato enormi afflussi di capitale e adesso subisce il contrario.

“Per la prima volta dal 2009 – nota il Fmi – i flussi di portafoglio verso la regione, esclusa Turchia e Russia, sono diventati negativi nel terzo trimestre del 2013. La suscettibilità a shock esterni di finanziamento dipende dagli alti stock di debito estero, dai notevoli bisogni di rifinanziamento e dalla rimarchevole esposizione in valuta estera”.

Anche se alcuni dei paesi della regione hanno migliorato i loro conti correnti, rimangono ancora grossi problemi di debito privato, cresciuto senza freni negli anni buoni, che si sono trasformati in problemi di debito pubblico dopo il crash, visto che gli stati hanno dovuto socializzare le perdite di tanti. Questi debiti, che devono essere costantemente rifinanziati, hanno creato grandi fabbisogni di risorse finanziarie, anche perché molti di questi debiti sono denominati in euro.

Inoltre, negli anni buoni, molti investitori hanno comprato bond locali. Sicché nell’ansia da tapering che sta crescendo nel mondo, molti si interrogano sulla tenuta di queste obbligazioni una volta che le condizioni monetarie diverranno meno espansive.

Di questo mucchio di rischi potenziali i CEESE, come altri paese emergementi, ne hanno avuto un assaggio nel maggio 2013, quando la Fed fece capire di voler tirare i remi in barca, terremotando mezzo mondo. Ma questa regione esibisce una sua interessante peculiarità: l’alta concentrazione dell’esposizione di pochi investitori nei singoli paesi.

Economie piccole come quelle di alcune paesi CEESE hanno consentito che pochissimi asset manager possano decidere le sorti di intere popolazioni. “Allo stesso modo – nota il Fmi – la gran parte dei finanziamenti bancari esterni sono arrivati ada poche grandi banche europee”.

Ed ecco che il campo minato, che la finanza ha costruito a sud-est di Berlino, mostra tutta la sua pericolosità.

Il rischio, neanche tanto remoto, è che l’Asset quality reviw nella quale sono impelagate le banche europee suggerisca loro di ridurre l’esposizione verso questi paesi, amplificando i timori di un sudden stop delle loro bilance dei pagamenti.

Mi spiego meglio. Il Financial Times ha raccontato che la banca centrale belga ha praticamente imposto al più grande gruppo bancario del paese, il KBC group, di quotare per la prima volta il rischio collegato ai bond statali detenuti dalla banca. Una decisione che cambia notevolmente le regole del gioco europeo, visto che è facile prevedere che adesso farà scuola, come peraltro molti auspicavano.

Ebbene i primi bond a finire nel mirino del regolatore erano i titoli di stato ungheresi che la KBC ha tuttora fra i suoi asset.

A fronte di tutto ciò, questi paesi hanno pochi spazi di manovra. Quelli che ancora dispongono della libertà di agire sui cambi possono usare la politica monetaria come strumento difensivo. Per gli atri rimane la solita ricetta: politiche fiscali e riforme strutturali. Sempre che facciano in tempo, ovviamente.

Per capire quanto i tormenti dei CEESE ci riguardino da vicino, giova guardare a qualche elemento d’insieme.

“Un’escalation delle tensioni geopolitiche – nota il Fmi – può colpire i paesi europei trasmettendosi attraverso i canali del commercio e della finanza”. In particolare il Fmi analizza i link creati grazie al commercio di gas con la Russia e quelli tessuti dalle banche.

I paesi più vicini alla Russia, spiega il Fondo, possono essere severamente colpiti da un rallentamento della crescita russa, ma anche i paesi core dell’eurozona, segnatamente la Germania e l’Olanda hanno intrecciato relazioni commerciali molto avanzate con i russi, che adesso potrebbe risentire della crisi ucraina. E anche i centri finanziari dell’eurozona, ossia Cipro e il Lussemburgo, condivodono la stessa sorte.

Dal lato dell’energia, l’alta dipendenza dell’Europa dal gas russo (circa il 40% dei consumi globali) espone tutti noi al rischio di uno shock dei prezzi energetici, tenuto anche conto del fatto che circa un terzo del petrolio che consumano gli europei arriva da lì. Alcuni paesi dell’eurozona, come Germania, Austria e Finlandia sono addirittura assimilabili ai paesi più vicini alla Russia, con tassi di dipendenza che oscillano dal 40 al 100%.

I link finanziari, se possibile, sono ancora più stretti.

Cipro, Austria e Ungheria sono i paesi più esposti verso Russia e Ucraina, con prestiti che oscillano fra il 4 e il 13% dei rispettivi Pil. Sorte appena migliore per le banche italiane e francesi, che contano un’esposizione che oscilla fra l’1 e il 5% del Pil.

All’interno di queste connessioni, possiamo individuare i principali debitori, che devono ricorrere all’estero per finanziare il proprio debito pubblico, e i creditori. Una lettura molto istruttiva circa le dimensioni del’intreccio e le le possibilità di contagio.

Così scopriamo che la Russia deve finanziare all’estero il 25% del suo debito pubblico, mentre Lettonie e Lituania arrivano al 90%, con una media, per l’intera regione, del 55%. Nel settore privato le cose non vanno tanto meglio, anzi peggio: il 65% dei debiti privati dei paesi CEESE deve trovare creditori esteri per essere finanziato.

Al primo club, quelli con più debito pubblico da finanziare all’estero, troviamo anche la Serbia, l’Ungheria e la Lituania. Mentre al secondo club si iscrivono sempre l’Ungheria, la Lettonia, l’Estonia, la Bulgaria e la Croazia. Gran parte di questi finanziamenti, nota il Fmi, arrivano dalle banche.

E questo ci riporta al problema di fondo: chi sono i principali creditori?

L’Austria è quella che ha investito di più sulla regione, destinandole un flusso di risorse che supera il 60% del proprio Pil. Sarà un retaggio dell’impero austro-ungarico. Ciò comporta che uno shock in questa regione o uno shock in Austria condurrebbero entrambi allo stesso risultato: il caos finanziario.

Come se non bastassero i rischi provenienti dall’eurozona, la regione CEESE risulta esposta anche nei confronti degli Usa, nel senso che un cambiamento della politica monetaria americana, stante i livelli di esposizione, rende questi paesi molto vulnerabili.

Nell’insieme osserviamo che se l’Austria guida la classifica dei prestiti bancari transfrontalieri, con il 62,2% del suo Pil investito fra Russia, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca e altri, anche la Germania con il suo 4,9% del Pil non è da sottovalutare.

Le connessioni più rilevanti la Germania ce li ha con la Russia la Polonia e la Turchia, ma le risorse tedesche arrivano anche a Romania, Ungheria, Repubblica Ceca. Quindi la Francia, che ha prestato ai CEESE il 5,2% del suo Pil, in particolare alla Russia, alla Turchia e alla Polonia. Ma troviamo anche gli Stati Uniti, con lo 0,7% del Pil prestato a Russia e Turchia. E anche la Gran Bretagna, che ha prestato con le sue banche il 4,1% del suo Pil a Russia e Turchia.

Sempre gli Stati Uniti sono fra i protagonisti degli investimenti di portafoglio, che quota l’1,3% del Pil Usa, concentrato in Russia e, a scemare, in Turchia, Polonia e Ungheria. La Gran Bretagna ha investito il 4,5% del suo Pil, in larga parte sempre fra Russia e Turchia, la Francia l’1,35 e la Germania l’1,8%. Anomala, ma comprensibile, stante il suo status di paradiso fiscale, il flusso di investimenti che parte dal Lussemburgo, che quota il 207,7% del suo Pil, concentrato in Russia e Turchia.

Ora non serve chissà quale competenza per capire che di fronte a intrecci così stretti i rischi siano bilaterali. Possono derivare da un problema del debitore, come sembra probabile adesso, o da una difficoltà o una scelta del creditore, come è stato a maggio 2013.

In ogni caso tutti questi rischi sono disseminati in maniera randomica su un territorio vastissimo del quale non sappiamo praticamente nulla e del quale non ci occupiamo mai.

Salvo quando è troppo tardi.

(2/segue)

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Le quattro Europe

Cercavo l’Europa. Disadorno e umile, come un novello Diogene, la cercavo laddove mi avevano detto che fosse: nell’indistinto flusso numerario che compone il discorrere contemporaneo.

La cercavo nelle statistiche, perciò, scrutando fra congerie di dati che, dicevano tutti, illustravano meglio delle parole la costituente stessa dell’Europa, che perciò è fenomeno economico nel sentire comune, assai prima che sociale, o, forse, componendosi la sua socialità, che dovrebbe essere  spirito politico, proprio in variabili rese omogenee dal metro monetario, radice, a quanto sembra, del nostro stare insieme.

Forse tutto questo era una perversione della storia?

Ho iniziato a chiedermelo man mano che procedevo usando la lanterna dell’intelletto per decifrare il gerogilifico aritmetico che, passo dopo passo, svelava il suo arcano di terribile travestimento del nulla.

Sotto quei numeri non c’era l’Europa, ma il seme dell’ennesima guerra civile che i popoli europei hanno iniziato a combattere creando sconquassi percepiti intanto dai termometri finanziari, prima di rovinare sulla società. E mentre adesso gli stessi termomentri volgono al bello, incoraggiati da migliaia di dichiarazioni d’intenti di politici e banchieri centrali, la rovina sociale volge al peggio.

L’Europa economica migliora al peggiorare dell’Europa sociale.

Eppure la ricerca non è stata vana. Al contrario.

Cercavo l’Europa. Ne ho trovate quattro.

Sicché ne ho tratto la convinzione che l’Europa condivide la tragica sorte che fu dell’Italia ai tempi di Metternich: essere un’espressione geografica, o, volendo essere attuali, una speciosa costruzione economica fondata sul lavoro dei giuristi.

Di grande aiuto, nella mia ricognizione, è stato il lavoro tassonomico svolto dal Fondo Monetario internazionale, grande facitore di aggregati contabili, che, proprio in virtù della sua facoltà di discernimento ha isolato e classificato i legami più profondi, che sono sempre numerari e quindi economicistici, fra le aree autenticamente omogenee di quel melting pot che chiamiamo Europa, classificandosi quest’ultima, infine, come un semplice contenitore. Un indicatore di prossimità geografica.

Sicchè capite bene perché il Fmi dedichi alle quattro Europe periodici approfondimenti.

L’ultimo apparso pochi giorni fa è quello dedicato ai paesi centro-sud-orientali dell’Europa, definita regione CEESE. Si tratta di un gruppo di paesi che vanno da Russia e Turchia, fino a Serbia, Romani, Moldova e altri. Il criterio di classificazione è quello dei paesi emergenti, nei quali vengono ricompresi anche i tre paesi baltici, quindi Estonia, Lituania e Lettonia, ormai stabilmente integrati nell’area euro, e tuttavia oggetto pure loro di un report regionale del Fondo monetario.

Un’altra Europa, che si aggiunge a queste due, è quella dei paesi delle regioni nordiche, quindi Svezia, Danimarca, Finlandia e Norvegia, fuori dall’euro (a parte la Finlandia), ma dentro l’Ue. I vichinghi del Nord, proprio come i tre paesi baltici, sono profondamente interrelati, condividendo sistemi finanziari e sociali e realizzando fra loro una notevole convergenza.

Infine, l’Europa d’occidente, che compone il nucleo forte dell’eurozona, quella composta dai nipotini di Carlomagno, che oggi guida (o vorrebbe guidare) il processo di integrazione europeo con i risultati che stanno davanti ai nostri occhi e dei quali si è interessata di recente l’Ocse.

Conoscere meglio le quattro Europe è esercizio utile per comprendere ciò di che parliamo quando parliamo di integrazione europea.

Ciò non vuole dire che poi quello che si capisce finisca col piacerci.

(1/segue)

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Esercizi di retorica sul debito pubblico: la Germania insostenibile (al contrario di noi)

Nel meraviglioso mondo delle retorica, che oggi usa l’algoritmo e l’equazione astrusa per darsi importanza, non è la verità che importa, e neanche il buon senso del padre di famiglia, ma la persuasione.

E d’altronde cosa meglio dell’artifizio retorico potrebbe giovare a convincere i creditori a finanziare il debito monstre che ormai si aggira per il globo?

Non è un caso, perciò, ma una precisa strategia di marketing, che le tecniche finanziarie, a cominciare quelle che misurano la sostenibilità dei debiti, siano evolute con il loro aumentare.

Al crescere dei debiti, e quindi dei crediti concessi, l’artifizio deve necessariamente raffinarsi per divenire ogni volta più convincente. E quindi bisogna addestrare, nutrire e soprattutto pagare, una pletora ormai innumerevole di specialisti che devono studiare pratiche, elaborare software, insegnare pure queste materie, in una parola economicizzare sempre di più il mondo per continuare a rendere possibile che la giostra continui a girare.

Che poi  questo immane sforzo di calcolo sovente si riduca al paradosso, se non addirittura all’assurdo, fa parte di quello che Popper chiamava costante processo di falsificazione della teoria scientifica che, in quanto tale, si presume infinitamente perfettibile proprio in virtù della sua approssimazione. Celebrare l’assurdo come prologo della verità, di conseguenza, è solo il capolavoro del moderno argomentare retorico del nostro tempo che chiamiamo discorso scientifico, del quale l’economia è solo un’applicazione.

Ora, nulla più di un esempio serve a comprendere.

Stavolta prendiamo a prestito dall’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato da Bankitalia dove, fra le tante cose che contiene, troviamo alcuni dati su un tema assai delicato che abbiamo iniziato a conoscere: quello della sostenibilità dei debiti pubblici dei principali stati europei.

In particolare, Bankitalia cita due indicatori di sostenibilità: l’indicatore S2, che conosciamo già, e l’indicatore elaborato dal Fmi, che l’organizzazione usa quando redige i suoi fiscal monitor.

Bene, contraddicendo quello che potrebbe pensare il nostro senso comune, secondo l’indicatore S2, il nostro debito pubblico gode di ottima salute. In particolare, l’indice quota -2,3, il che significa che il nostro debito pubblico è sostenibile nel lunghissimo periodo, e, anzi, la nostra contabilità pubblica gode di un grado di libertà pari al 2,3% del Pil che potrebbe essere utilizzato qualora se ne ravvedesse la necessità.

Ricordo che l’indicatore S2 calcola la quota di avanzo primario (nel nostro caso essendo negativo significa che possiamo permetterci una diminuizione dell’avanzo primario) necessario, date le proiezioni demografiche a macroeconomiche, a soddisfare il vincolo del bilancio intertemporale. Tale stima tiene anche conto delle prospettive di crescita dell’economia, dell’andamento dei tassi di interesse e del flusso degli avanzi primari futuri.

Tutto è bene quel che finisce bene, allora?

Non proprio. La Commissione Ue, dalla quale Bankitalia ha estrapolato l’indice S2, sottolinea nel suo Fiscal sustainability report del 2012 che la sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica italiana si basa sull’ipotesi che l’Italia tenga il suo avanzo primario al 5% del Pil dal 2014 in poi. Significa in pratica che dovremmo coprire interamente con l’avanzo primario il deficit, trovandoci in una condizione di pareggio strutturale di bilancio.

Sappamo già che nel suo ultimo Def, tali condizioni non si verificheranno quest’anno, ma, forse dal 2016 in poi.

Ma aldilà del suo numerico argomentare, la realtà politica del discorrere emerge con prepotenza allorquando la Commissione elogia la riforma delle pensioni italiana che, nota, “ha consentito di far cadere il rapporto della spesa pensionistica sul Pil”.

E questo, insieme alla spesa sanitaria, è il punto qualificante.

Detto ciò, vale la pena osservare l’altro indicatore, quello del Fmi. Quest’ultimo, estratto dal Fiscal monitor di aprile 2014, calcola l’aumento dell’avanzo primario sul Pil che dovrebbe essere conseguito entro il 2020, e mantenuto per un altro decennio, per avere un rapporto Debito/Pil al 60%. In pratica replica il comportamento dell’indicatore S1, includendovi la dinamica della spesa pensionistica e sanitaria fra il 2014 e il 2030.

Ebbene, quest’indice, per l’Italia, vale 2,8, ossia il 2,8% del Pil. Quindi significa che, entro quest’anno, dovremmo aumentare del 2,8% del Pil l’avanzo primario del 2013 (che era il 2,2%) e quindi arrivare al 5% fino al 2030 per avere un debito/Pil al 60% entro il 2030.

Come vedete, i due indicatori sono evidentemente interrelati e il succo politico è molto semplice: già da quest’anno, a bocce (della crescita) ferme, dovremmo fare un avanzo primario monstre per avere garanzia della sostenibilità del nostro debito. Questo quando sappiamo che la sorte del nostro avanzo primario ipotizzata dal governo è assai diversa.

Potremmo finirla qua, per sprofondare nella solita eurodepressione che avvolge ognuno di noi quando parliamo o sentiamo parlare di finanza pubblica.

Peer consolarci, invece, andiamo a prendere lezioni dalla Germania, che, in teoria, dovrebbe essere un esempio di finanza pubblica per tutti noi.

Pensate, ad esempio, che la Germania ha un disavanzo pubblico pari a zero, e solo in leggera crescita (allo 0,1% del Pil) nel 2015. Ciò significa in pratica che il debito pubblico tedesco scende ogni anno. E infatti i dati di Bankitalia lo vedono al 78,4% del Pil nel 2013, al 74,6 quest’anno e al 70,8% l’anno prossimo. Il costo al quale la Germania s’indebita, poi, dovrebbe convincere qualunque creditore della bontà del debito pubblico tedesco.

Eppure, i nostri indicatori la vedono diversamente.

L’indicatore S2 quota nell’ordine dell’1,4% del Pil l’aggiustamento dell’avanzo primario che la Germania dovrebbe conseguire per rispettare il vincolo del bilancio intertemporale. L’indicatore FMi, invece, stima sia necessario un aggiustamento in aumento dello 0,9% del Pil, entro il 2014, per arrivare al 60% del debito Pil entro il 2030. Considerate che il Germania l’avanzo primario del 2013 è stato del 2,2% del Pil come in Italia, ma si prevede in calo fino all’1,4% del Pil nel 2015.

Conclusione: il debito tedesco, visto nella sua prospettiva di lungo termine, è, secondo i nostri leggendari indicatori, non sostenile.

Quello italiano, al contrario, no.

Sentitevi liberi di ridere.

(3/fine)

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