Categoria: cronicario

Ecco perché comandano i tedeschi

In un mondo in cui l’unico valore riconosciuto è quello che si può misurare (e quindi monetizzare) non c’è da stupirsi che la Germania emerga come un gigante nell’Ue e si possa permettere di far risuonare forte e chiara la sua voce fra i suoi cosìddetti partner.

Tutti coloro che soffrono tale egemonia – ormai conclamata – e sono sempre di più, nel nostro Paese e fuori, dovrebbero farsi una semplice domanda: è colpa dei tedeschi se sono forti nel gioco dell’economia del nostro tempo, o è colpa delle regole del gioco economico del nostro tempo se i tedeschi sono forti?

A qualcuno tale domanda sembrerà oziosa. Ma chi non si limiti al dato economico, e sia alla ricerca di un senso più profondo nella crisi del nostro tempo, dovrà convenire che serve una riflessione più accurata per capire come uscirne.

Ne riparleremo.

Intanto limitiamoci ai numeri, che confermano ancora una volta la fisionomia germanica assunta ormai dall’eurozona.

Cominciamo con l’ultimo report sul saldo del conto corrente della bilancia dei pagamenti dell’Ue a 27, rilasciato pochi giorni fa da Eurostat, che registra un lusinghiero risultato.

Addirittura un saldo netto positivo di 31,4 miliardi di euro nell’ultimo quarto del 2012.

Il risultato è tanto più lusinghiero se si osserva la curva dell’andamento del saldo dal 2005 in poi. Questa curva dà due informazioni interessanti.

La prima è che la curva dell’Ue a 17 ha un andamento sempre migliore rispetto a quella dell’Ue a 27. Come dire: l’euro ha favorito la contabilità esterna dell’eurozona, mentre le valute nazionali hanno reagito peggio agli shock della crisi.

I numeri, infatti, ci dicono che a fronte del surplus di 31,4 miliardi dell’Ue a 27, l’Ue a 17 ha registrato un surplus di 59,6 miliardi nell’ultimo trimestre 2012.

Il secondo dato è quello più eloquente. A fronte del surplus di 59,6 miliardi che abbiamo visto, il surplus della Germania (compresivo di scambi intra-Ue ed extra-Ue) è arrivato a 53,5 miliardi.

In pratica l’attivo tedesco corrisponde all’87,9% del totale dell’attivo dell’eurozona.

Il resto, le briciole, se lo spartiscono l’Olanda, con un saldo positivo di 17,1 miliardi, la Spagna, 4,4 miliardi, l’Italia, con 3,8 miliardi, l’Irlanda, con 2,9. La Grecia perde due miliardi.

In pratica tutti i Piigs fanno un saldo attivo di 9 miliardi circa, più o meno il 15% del totale. L’equivalente, si potrebbe dire, del loro peso politico.

Tutti gli altri sono a saldo zero o registrano ampi deficit che finiscono col far scendere il saldo complessivo dell’eurozona. A cominciare dalla Francia, che chiude il quarto trimestre con un deficit del saldo corrente di 11,2 miliardi.

Difficile contrappuntare i “solisti” tedesche in queste condizioni.

Peggio fa solo la Gran Bretagna (che però sta fuori dall’eurozona) con un deficit di 14,3 miliardi.

Degno di nota che i migliori saldi, fuori dall’Ue, siano quelli con gli Usa (+23,2 miliardi), la Svizzera (+18 miliardi), il Brasile (+8,6 mld) e Honk Hong (+7,5 mld), mentre il saldo con la Cina rimane negativo per 29 miliardi.

Ultima osservazione utile, il grosso del surplus è stato realizzato sui servizi, che pesano circa 10 volte più del saldo ottenuto dal commercio di beni.

Questo tanto per capire quale sia l’autentica vocazione dell’Ue.

Sempre Eurostat ci fornisce altri dati che spiegano bene le ragioni dell’egemonia tedesca, riferiti stavolta alla contabilità pubblica.

Nel 2012 il deficit fiscale dell’eurozona si è fermato, in media, al 3,7%, mentre il debito, sempre in media è arrivato al 90,6%. Interessante notare come l’andamento del deficit, in calo dal -6,4% del 2009, sia inverso rispetto a quello del debito, che nel 2009 era all’80% del Pil.

Se usciamo dalle media e vediamo i singoli paesi, notiamo che, nel 2012, la Germania è andata in avanzo fiscale (che significa che il settore pubblico ha sottratto ricchezza al privato) per lo 0,2% del Pil, mentre noi italiani, che siamo considerati fra quelli che stanno meglio, siamo riusciti a non sforare il limite del 3% di deficit sul Pil.

I Pigs, al contrario, stanno sempre peggio. La Spagna chiude con un deficit del 10,6% sul Pil, la Grecia del 10%, l’Irlanda del 7,6%, il portogallo del 6,4. Poco meglio la Francia, che chiude l’anno con un deficit del 4,8% sul Pil.

Ricapitoliamo. La Germania ha chiuso il 2012 con un saldo netto di conto corrente pari quasi al totale del saldo netto dell’eurozona. E ha il miglior bilancio pubblico, con un surplus netto dello 0,2% e un debito di una decina di punti più basso della media dell’eurozona, l’81,9%, peraltro previsto in calo secondo i dati del Fmi. E vi risparmiamo i dati sulla posizione netta sull’estero (che sono ottimi).

Come se non bastasse i saldi esterni e quelli fiscali della Germania sono migliorati costantemente dall’inizio della crisi, al contrario di quanto è accaduto per i principali partner dell’eurozona, Pigs in testa. Caso pressoché unico fra i paesi core dell’euro.

Ecco perché comandano i tedeschi.

La crisi del debito che cova a Pechino

C’è una montagna di debito nascosta fra i bilanci cinesi che, sebbene finora sia stata appannaggio di pochi consessi internazionali, inizia ad emergere dalle cronache di questi mesi tormentati.

Di recente se ne sono occupati l’Ocse e il Fondo monetario internazionale, ma la grande stampa se n’è accorta solo pochi giorni fa, quando il Financial times ha pubblicato un articolo con le dichiarazioni allarmanti di un pezzo grosso della società di revisione contabile cinese Shine Wing, Zhang Ke, secondo il quale “il debito delle autorità locali cinesi è fuori controllo”. “Una crisi è possibile – ha aggiunto – ma non si ha ancora certezza sui tempi”.

Per dare un’idea dell’ordine di grandezza del problema, basti considerare che non è nemmeno chiaro di che cifra si stia parlando. Le stime parlano di debiti che oscillano fra fra i 1.600 miliardi e i 3.200 miliardi di dollari, ossia fra il 20 e il 40% del Pil cinese. Quasi al livello dei 3,4 trilioni di dollari di riserve del gigante asiatico.

La montagna ha iniziato ad accumularsi nel 2008, quando Pechino varò un imponente piano di stimolo per frenare il crollo seguito alla crisi subprime americana. I governi locali iniziarono ad emettere bond per finanziare opere pubbliche finiti nei bilanci delle banche cinesi, fuori perciò dal computo del debito pubblico ufficiale. Per farlo, poiché i governi locali non possono essere emittenti di debito, usarono speciali veicoli di investimento.

Ma la montagna c’è e inizia a preoccupare gli analisti. Tanto è vero che ai primi di aprile, per la prima volta dal 1999, l’outlook sul rating della Cina è stato declassato da positivo a stabile da Fitch. Forse perché, ancora nel primo trimestre di quest’anno, questi speciali veicoli avevano già emesso 283 miliardi di yuan di debito, più del doppio dello stesso periodo del 2012.

E la circostanza che tale montagna di debiti continui a crescere nel momento in cui il Pil cinese mostra segni di rallentamento spaventa non poco i finanzieri. E le banche cinesi in particolare, visto che “quando il momento arriverà – ha detto Zhang – non sarà il governo a doversi far carico di questi debiti, ma chi li ha emessi e le banche”. Che però sono pubbliche. Il film già visto per l’eurozona e gli Usa rischia di andare in seconda visione in Asia.

“La Cina ha più di 2.800 governi locali – ha concluso Zhang -. Se ognuno di loro ha emesso debito ne potrebbe venir fuori una crisi più grande di quella partita dagli Stati Uniti con i mutui subprime”.

Al tema dell’esplosisione dei prestiti bancari in Cina pochi giorni fa il Fondo monetario ha dedicato un approfondimento dove leggiamo che tali prestiti sono cresciuti a doppia cifra negli ultimi anni. Dalla già stratosferica quota del 130% del Pil si è arrivati al 172%. E, notate bene, malgrado la questione dei prestiti concessi ai veicoli speciali degli enti locali, viene fuori che è il settore corporate quello più esposto.

Il debito privato, ancora una volta, rischia di fare strame del bilancio pubblico. Basti considerare che alcune società cinesi hanno un livello di asset comprati a debito che supera l’80%, quando la quota prudenziale, secondo gli standard del Fmi, non dovrebbe superare il 30%. Con l’aggravante che i profitti delle compagnie non riescono più a tenere il passo dell’aumento dell’incidenza degli interessi sui debiti. La crisi finanziaria, insomma, è dietro l’angolo.

A fronte di questo sconquasso potenziale, che è insieme bancario e aziendale, e che potrebbe avere ripercussioni globali devastanti, il bilancio pubblico cinese mostra un aspetto rassicurante.

Nell’ultimo fiscal monitor del Fondo monetario leggiamo che il deficit cinese è previsto in calo dal -2,1% del 2013 al -1,8% del 2014, mentre il debito pubblico, dopo il picco raggiunto nel 2010, quando arrivò al 33,5% del Pil, scenderà al 21,3% nel 2013 e al 20% nel 2014.

Insomma, pare di capire che la contabilità pubblica cinese sia abbastanza capiente da sopportare una crisi debitoria della portata che abbiamo detto. Ma chi segue le cronache dell’eurozona ricorderà che la Spagna, prima della crisi bancaria, aveva un debito Pil intorno al 60%.

E questo non è bastato.

L’eurodepressione riaccende la miccia del debito privato

Finirà che per risanare i bilanci pubblici falliranno quelli privati. Ossia che la crisi dell’eurozona torni da dov’era cominciata: da quell’enorme debito privato che è stato la causa (prima ancora che la conseguenza) della crisi dei debiti sovrani.

Già perché anni e anni di vulgata sulla cattiveria del debito pubblico hanno (volutamente?) messo in ombra l’estrema pericolosità del debito privato che, a partire dalla crisi subprime americana (debiti privati contratti per comprare abitazioni) ha costretto gli stati a metterci la faccia (e una montagna di soldi) per salvare il salvabile.

Senonché la strategia di nascondere la polvere del debito privato sotto il tappeto di quello pubblico aveva il fiato corto. Per gli stati è stata una scommessa che si potrebbe più o meno sintetizzare in questi termini: salviamo le banche e il sistema finanziario stressando i bilanci pubblici e poi, una volta che riparte la crescita, risaniamo i bilanci pubblici.

Senonché la crescita non è arrivata. Anzi, l’Ue è in preda all’eurodepressione.

L’austerità ha smagrito senza pietà i bilanci pubblici.

Il tappeto si è accorciato e la polvere è saltata fuori. Se n’è accorto pure il premier francese Hollande: “Senza crescita non c’è riduzione del deficit”, ha detto.

Maddai.

Tale condizione di austerità indotta ha finito col far tornare sotto pressione i bilanci privati: famiglie e imprese, scrive il Fondo monetario internazionale nel suo aggiornamento del rapporto sulla stabilità finanziaria globale, sono ancora pesantemente indebitate. E ciò ha un effetto diretto sui bilanci bancari, nel frattempo gonfiati di titoli di stato, che sono alle prese con uno dei disindebitamenti più eclatanti della loro storia. 

Si calcola che le banche europee dovranno dimagrire per almeno 1.500 miliardi di euro.

E così il cerchio si chiude: il debito privato, che ha causato la crisi del debito pubblico, torna ad essere il problema.

Forse perché è sempre stato il problema.

Gioverà a coloro che non sono sordi, e quindi hanno voglia di sentire (leggere) tratteggiare per grandi linee quello che scrive il Fondo monetario sulla crisi europea e quella bancaria, che procede a braccetto.

Sentite questa: “Una delle ragioni del fallimento delle economie avanzate nel rispondere ai sostanziali stimoli fiscali e monetario risiede nel fatto che le famiglie e le aziende in molti paesi sono pesantemente indebitate”. La cura prescritta è quella delle svalutazioni dei debiti. Il famoso de-leveraging. Sommessamente il Fondo nota che il superindebitamento privato è particolarmente pronunciato nei paesi periferici della zona euro.

Casa nostra.

Vediamo qualche numero. I dati sulle aziende non finanziarie ci mostrano che il primato del debito privato aziendale ce l’ha l’Irlanda. Qui i debiti aziendali valgono il 291% del Pil, a fronte di un debt-over equity del 135%. Quest’ultimo indicatore misura la quantità di capitale sottostante al debito. Per semplificare, un DoE del 135% vuol dire che ho 1,35 euro di debiti per un euro di capitale.

E questo secondo primato lo vince la Grecia, con un DoE pari a 237%. Che però ha un rassicurante 75% del Pil come ammontare totale di debiti corporate. Quindi le aziende greche sono sottocapitalizzate rispetto al debito che esprimono.

Noi italiani abbiamo debiti corporate per il 115% del Pil a fronte di un DoE del 140%. Gli spagnoli debiti corporate per il 180% del Pil e un DoE del 152%. In gran parte qui i guai sono concentrati nel settore delle costruzioni. Il Portogallo un debito pari al 157% del Pil e un DoE del 152%.

Dovrebbe essere chiaro a tutti perché i Piigs sono entrati in crisi, non appena è stato sottratto loro l’ossigeno finanziario.

Belgio e Francia hano la leva più bassa dell’eurozona, rispettivamente 52% e 78%, mentre il debito corporate è rilevante: 187% del Pil per il Belgio e 157% per la Francia.

La Germania è quella con meno debiti corporate, appena il 95%, con un DoE pari al 134%.

Ma l’eccezione non basta a rassicurare: nella parte debole dell’eurozona lo stato di salute delle aziende non finanziarie è peggiorato “mentre la crescita dei profitti rimane molto più debole del periodo del credit boom”.

Quando, vale a dire, le banche dei paesi forti prestavano a tutto spiano.

Un altro indicatore che testimonia questo stato di cose è il rapporto Debt-to-Asset, che misura la percentuale di patrimonio che una società si è procurata tramite debito. Per gli standard del Fmi un DtA superiore al 30% implica una alto livello di leva finanziaria, quindi di rischio sostenibilità.

Ebbene, i grafici raccontano che l’Irlanda, dopo il robusto deleveraging subito a partire dal 2008 (quado era il 40%) si colloca sotto quella soglia, insieme con la Francia. La Spagna, dopo aver sfiorato il 60% ora quota intorno al 45%. L’Italia intorno al 35%.

Se poi andiamo a guardare il livello sistemico, vediamo che gli squilibri dell’eurozona che hanno provocato la crisi permangono, o sono migliorati di poco. “Alcune banche nella zona periferica sono sotto pressione a causa della spinta del de-leveraging, il costo ancora elevato del funding, il deterioramento degli asset e i profitti deboli”. Detto in parole povere, le banche della zona periferica hanno sempre meno fieno in cascina.

I saldi di target 2 mostrano che il mercato interbancario è ancora frammentato mentre prosegue l’emorragia dei crediti concessi dal centro della zona euro alla periferia. Le banche francesi e quelle tedesche, ad esempio, hanno ridotto i loro crediti del 28 e del 39% verso i paesi periferici fra il giugno 2011 e il settembre 2012.

Di ciò ne ha risentito, e non poteva essere diversamente, il credito alle imprese, in declino in tutta l’eurozona, tranne un piccolo incremento nella solita Germania. Che come al solito fa tutto al contrario del resto del mondo.

Infatti la Germania è pure il paese che, a livello corporate, si è indebitato di meno, dal 2002 in poi. 

Fatto 100 l’indice di quell’anno, la Germania non arriva neanche a quotare 130 a fine 2012,mentre la Francia, poco sopra l’Italia, supera 160, il Portogallo 170, il Regno Unito 180, la Spagna 200 e l’Irlanda supera 230.

Ma anche qui, lo stato di salute relativamente migliore della Germania non basta a far tirare il fiato al resto dell’eurozona.

La bomba del debito privato, insomma, è ancora fra noi.

Banche e imprese sono legate l’una all’altra, ma in un contesto di risorse scarse ciò comporta che un miglioramento finanziario dell’una implica un peggioramento dell’altra. I programmi della Bce, infatti, hanno diminuto le tensioni sui bilanci bancari senza però alleviare quelli delle imprese, sempre più in difficoltà.

A questa partita si aggiunge anche il debito delle famiglie, che soffre degli stessi mali di quello corporate: indebitamento crescente, redditi in contrazione a causa della disoccupazione, deterioramento degli asset, sia reali che finanziari.

Di fronte alla bomba innescata del debito privato, quello pubblico sembra una miccetta.

La nube dei Pigs nel cielo sopra Berlino

Che lo vogliano o no i tedeschi dovranno spendere di più, se vorranno mantenere le promesse di crescita nei prossimi anni. Che lo vogliano o no, dovranno consumare i loro preziosi attivi commerciali, capitalizzati nell’ultimo decennio.

Che lo voglia o no, la Germania dovrà aumentare i salari, con relativi effetti sulla sua domanda interna e sul suo import, e dovrà subire un rialzo dei suoi corsi immobiliari, già in fibrillazione.

In pratica per crescere dovrà percorrere la strada attraversata prima della crisi dai paesi del Sud Europa e dall’Irlanda.

Una grossa nuvola a forma di Pigs fa rotta sul cielo sopra Berlino.

Alcuni dati sembrano avvalorare tale ipotesi. Il primo arriva dall’indice Zew, che misura le aspettative dell’economia tedesca, che ad aprile 2013 è sceso a 36,3 punti a fronte dei 48,5 di marzo, molto al di sotto delle aspettative.

Gli altri arrivano dagli aggiornamenti dei database del Fondo monetario internazionale che proprio oggi ha rilasciato il suo World economic outlook di aprile e il suo fiscal monitor, letture molto istruttive sulle quali ritorneremo nei prossimi giorni.

Per il momento accontentiamoci di alcuni numeri. Il primo: le previsioni di crescita della Germania.

Il Pil reale, cresciuto dello 0,9% nel 2012, dovrebbe fermarsi allo 0,6 nel 2013 per arrivare all’1,5% nel 2014, in linea con la media europea per l’anno. Per dare un’idea di che significa, basta ricordare che nel 2011 la Germania era cresciuta del 3,1%.

Il secondo dato è assai più rilevante. Parliamo del saldo di conto corrente della bilancia dei pagamenti, storico punto di forza della Germania. La politica deflazionistica imposta ai Pigs via austerità non poteva che avere effetti sugli attivi commerciali tedeschi.

A fronte di un saldo corrente positivo per il 7% del Pil nel 2012, le proiezioni per il 2013 parlano di un saldo al 6,1%, che scenderà ancora fino al 5,7% nel 2014.

In pratica in un biennio la Germania perderà una quota dei suoi attivi commerciali pari all’1,3% del suo Pil. Un bel salasso.

Per capire perché sia uno degli effetti del dimagrimento dei Pigs, basta vedere i saldi di conto corrente di Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna. Il primo, che ha sperimentato un disavanzo di conto corrente pari all’1,5% nel 2012, navigherà intorno allo zero fra il 2013 (+0,1%) e il 2014 (-0,1). L’Irlanda, ormai da un pezzo in recupero sul versante estero, capitalizzerà attivi fra il 3,4 e il 3,9% del Pil. Persino la Grecia migliorerà il suo saldo di conto corrente, dal -2,9% del Pil del 2012 al +0,4% del 2014. E la Spagna, -1,1% del Pil nel 2012, chiuderà il 2014 con un saldo attivo per il 2,2% del Pil.

Insomma: i Pigs staranno leggermente meglio, la Germania altrettanto peggio.

Vale la pena sottolineare che questa correzione di squilibri storici all’interno dell’eurozona avviene grazie al calo dell’import nei Pigs, non certo per l’aumento dell’import tedesco.

O almeno non ancora.

Già perché le ultime statistiche Eurostat mostrano con chiarezza che mentre il costo del lavoro unitario nei Pigs diminuisce, quello tedesco aumenta dopo essere stato deflazionato per anni. E maggiori redditi generano maggiori consumi finali, anche esteri.

Se poi guardiamo a un altro indicatore, il mercato immobiliare, un grafico del Fmi mostra con chiarezza che a partire dal 2010 in Germania i prezzi reali delle abitazioni stanno crescendo.

Fatto 100 l’indice dei prezzi nel 2004, a fine 2012 l’indice dei prezzi tedeschi è arrivato quasi a quota 110. Questo mentre il mercato immobiliare nei Pigs (ma non solo, anche in Italia e in Francia), dopo il picco dell’indice di 110 raggiunto fra il 2007 e il 2008, ora quota appena 80, meno persino del Giappone.

Prezzi crescenti sul mercato immobiliare significa che le famiglie tedesche dovranno spendere di più. Quindi aumentare i consumi finali, attingendo ai propri risparmi o indebitandosi. 

Se poi andiamo a vedere i dati fiscali, vediamo altre cose.

Primo: il deficit tedesco corretto per il ciclo è previsto sostanzialmente a zero quest’anno e il prossimo, con la conseguenza che il debito lordo passerà dall’82% del Pil del 2012 al 78,3% del 2014, sotto la media mondiale (78,6%). Tale andamento provocherà che i bisogni annuali di finanziamento tedesco diminuiranno dall’8,2% del Pil del 2012 a un misero 5,5% nel 2014.

Per dare un’idea di quello che significa basti considerare che nel 2014 lo stato italiano dovrà finanziare a debito una cifra pari al 28,3% del Pil.

Ricapitoliamo. Per la Germania è prevista nel 2014 una crescita del Pil dell’1,5%, a fronte di un calo robusto del saldo commerciale, e un deficit fiscale azzerato, che significa meno spesa pubblica per consumi e investimenti.

Poiché il Pil si compone di consumi finali, investimenti, spesa dello stato e saldo commerciale è facile capire capire da dove arriverà questa crescita.

Ma non ditelo alla Merkel.

Il mattone europeo è appeso a un fido

La curva disegnata da Eurostat l’11 aprile scorso per raccontare l’andamento del prezzo degli immobili nell’Ue a 17 e a 27 ci dice che i prezzi ormai sono tornati quasi al livello del 2009, dopo sei trimestri consecutivi di ribassi.

La curva ci illustra pure come tale livello sia analogo a quello che il mercato europeo aveva raggiunto a fine 2006, quando però il cavallo beveva ancora e le banche pompavano credito. Per darvi un’idea, l’indice dei prezzi, che misurava 98 a fine 2006, sarebbe salito ancora fino a quasi quota 105, raggiunta nel primo quarto del 2008, prima di inziare a declinare brutalmente.

Per darvi un’altra idea di cosa fosse successo prima, tale indice quotava meno di 85 nel primo trimestre 2005.

A fine 2012, perciò, ci ritroviamo allo stesso livello di fine 2006 e inizio 2009, circa 98 di indice. Lo stesso numero, ma in due contesti completamente diversi. A fine 2006 il mercato tirava, a inizio 2009 retrocedeva. E vista l’impennata dei corsi immobiliari fra il 2005 e il 2007, le probabilità di una ulteriore decrescita sono assai maggiori di quelle di una ripresa.

Anche perché nel frattempo i paesi dove più si sono registrati i rialzi sono quelli dove più duro sta colpendo la crisi finanziaria (e bancaria).

Se guardiamo in casa nostra, gli ultimi dati Istat raccontano di un mercato dei mutui che, nei primi mesi del 2012, ha perso oltre il 50% nelle isole e il 42,8% al Sud, mentre a livello nazionale il dato si colloca al -39,5%, mentre nel terzo trimestre le compravendite sono crolla te del 23%.

Il dato è coerente con quanto leggiamo nel rapporto Eurostat, visto che il calo delle compravendite ha un effetto diretto sui prezzi. Nel quarto trimestre 2012, infatti, i prezzi italiani sono calati in media del 4,6% rispetto all’ultimo trimestre 2011, quando erano già calati.

E fin qui non ci sarebbe nulla di nuovo.

Il dato interessante emerge se guardiamo al confronto internazionale. La crisi ha colpito duramente il mercato spagnolo, già deflazionato senza pietà a partire dal 2008, che ha perduto il 12,8% a fine 2012 su fine 2011, dopo un picco di oltre il 15 nel terzo trimestre, e non smette di colpire quello Irlandese, che si calcola abbia perduto quasi la metà del proprio valore da inizio crisi. A fine 2012, l’Irlanda ha visto i prezzi diminuire del 4,5% rispetto a fine 2011, dopo punte del -16,3% e del -14,4% nei primi due trimestri dell’anno.

Nessuna buona nuova, ovviamente, in Portogallo, dove il mattone ha perso un altro 6% a fine 2012, né in Slovenia, dove la crisi bancaria ha definitivamente congelato il credito al settore e fatto cadere i prezzi dell’8,8% a fine 2012.

La sopresa, tuttavia, arriva dall’Olanda. Anche lì la paura del mattone fa novanta e i prezzi sono calati per tutto il 2012, con un picco dell’8,5% nel terzo trimestre, per chiudere il quarto trimestre a -6,1%.

Nel suo complesso l’eurozona chiude il 2012 con quattro trimestri negativi, l’ultimo dei quali a -1,8% su fine 2011.

Come mai? Perché a compensare le performance negative dei Piigs+Olanda, ci pensano i piccoli stati come il Belgio, l’Estonia, il Lussemburgo, Malta e la Finlandia. Ma soprattutto la Germania.

Nel rapporto Eurostat c’è solo il dato del primo trimestre 2012, che segnava un +2,2% sul 2011. Ma andando a curiosare nel sito dell’ente di statistica tedesco leggiamo che a febbraio 2013 i prezzi degli edifici residenziali sono cresciuti del 2,1% rispetto a febbraio 2012. In sostanza la crescita dei corsi immobiliari tedeschi non è clamorosa, ma costante sì, grazie anche agli investimenti dei fondi immobiliari.

Poiché non è pensabile che i piccoli paesi possano tirare il mattone europeo fuori dalla sacca della depressione, è chiaro a tutti a chi toccherà (toccherebbe) far da locomotiva. La Germania dovrebbe fare una politica creditizia espansiva per tirare su i corsi del suo mattone che, peraltro, è quello cresciuto di meno (per non dire che è arretrato) nel periodo in cui i Piigs facevano faville.

Senonché finora non sono arrivati segnali in tal senso. Il mattone europeo rimane appeso a un filo esilissimo.

Anzi, a un fido.

L’eurozona made in China

Un giorno qualcuno ci spiegherà come sia possibile immaginare una moneta unica in un mercato dove il costo del lavoro orario oscilla da 3,7 a 39 euro.

Gli studiosi ripetono da anni che un’area valutaria ottimale dovrebbe prevedere fattori di produzioni omogenei, oltre a un sistema di regole simili. E invece…

Invece la Commissione europea il 10 aprile scorso, forte dei dati Eurostat, ha certificato l’estremo divario che esiste nei paesi dell’Ue. Squilibri che non riguardano solo l’annosa questione delle partite correnti, ma la struttura stessa della società, a cominciare dal mercato del lavoro, profondamente differenziato sia per costi che per produttività.

Non c’è da stupirsi che, sempre il 10 aprile, la Commissione abbia squadernato il suo cahier de doléance elencando la bellezza di 13 paesi su 27 dell’intera zona alle prese con squilibri strutturali anche gravi.

Strano non siano di più.

Guardiamo i dati. In Bulgaria il lavoro costa 3,7 euro l’ora, mentre nell’eurozona la media è di 28 euro; 23,4 nell’Ue a 27. I più cari sono i lavoratori svedesi, che costano 38,1 euro l’ora. I francesi, al quinto posto, quotano 34,2 euro, i tedeschi, in nona posizione, 30,4 euro.

Noi italiani siamo sotto la media Ue17, a 27,4 euro. In compenso abbiamo una delle più alte percentuali di incidenza dei fattori non salariali sul costo del lavoro. Il famoso cuneo fiscale che pesa da noi il 27,9% a fronte, ad esempio, del 12,4% danese (secondo in classifica per costo del lavoro totale).

Molto interessante è vedere cosa è successo alle retribuzioni dell’Ue a 27 dall’inizio della crisi.

Nei cinque anni fra il 2008 e il 2012. Nell’Ue a 17, quindi i paesi dell’Euro, i salari sono cresciuti dell’8,7%. Nell’Ue a 27 poco meno: l’8,6%.

La prima domanda è se tale aumento abbia almeno coperto l’inflazione nel periodo considerato. E anche qui, prima o poi qualcuno ci spiegherà come sia possibile avere una Banca centrale che fissa un target d’inflazione al 2% e 27 paesi con inflazioni differenti.

Per cui la risposta è: dipende. In alcuni paesi, i salari si sono deflazionati. In altri (pochi) sono cresciuti in termini reali.

La seconda questione è vedere la differenza di crescita delle retribuzioni nei vari paesi nel quinquennio.

Anche qua, gli squilibri sono evidenti. Abbiamo realtà come la Grecia, dove il costo del lavoro è diminuito dell’11,2%, e altre come la Svezia dove invece è cresciuto del 23,3%. Scenari deflazionistici sono rilevati in Ungheria, -4,6%, in Polonia, -2,6%, mentre in Portogallo si va verso crescita zero (+0,4%) come anche in Irlanda (+0,8%).

Nei paesi core dell’eurozona, si va dal +9,5% della Francia al 9,1% della Germania el’8,9 italiano, poco sopra l’8,3% spagnolo. 

In pratica, stante i tassi di inflazione registrati nei quattro paesi nel frattempo, la crescita reale dei salari è stata risicatissima, per non dire nulla, salvo forse per la Germania e per l’Austria (+15,5%). Una caratteristica, questa sì, comune a tutta l’eurozona. Non si salva neanche la ricca Olanda, dove il costo del lavoro è cresciuto di appena il 7,5% in cinque anni.

Degno di nota il dato per la Gran Bretagna. In cinque anni il Regno Unito ha incrementato il costo del lavoro di appena il 3,3%. I rubinetti della Banca centrale inglese, evidentemente, non arrivano a irrigare i portafogli del lavoratori.

Questi incrementi retributivi fanno i conti con mercati del lavoro sempre più devastati dalla disoccupazione che, naturalmente, tende a deprimere ancora di più i redditi. E a guardare le cifre viene il fondato sospetto che l’unica convergenza possibile fra i paesi dell’Eurozona e, in generale, dell’Ue sia proprio questa: un costo del lavoro sempre più decrescente, a partire proprio dai paesi in difficoltà, per garantirsi la competitività.

Il caso della Grecia è eclatante, e con pochi precedenti nella storia recente.

Anzi no, uno c’è. Ce lo illustra un interessante studio dell Banca dei regolamenti internazionali uscito pochi giorni fa.

A metà degli anni ’90, fra il 1994 e il 1997, i salari nominali cinesi furono tagliati di oltre il 30%. Ci fu  un lieve aumento l’anno successivo ma poi la crescita si è sostanzialmente arrestata. Nel 2010, quindi oltre 15 anni dopo, malgrado gli aumenti registrati nel frattempo, i salari cinesi non avevano ancora raggiunto il livello del ’94.

Perché mai la Cina fece una cosa del genere?

All’interno la manovra servì ad abbattere notevolmente l’inflazione (che evidentemente dipende molto dal costo del lavoro). All’esterno, la Cina si preparò a entrare nel WTO (accadde nel dicembre del 2001), l’organizzazione mondiale del commercio. Il taglio dei salari fece schizzare verso l’alto la produttività dell’industria, più che triplicata. La conseguenza fu che la Cina iniziò a crescere del 10% l’anno grazie alle esportazioni.

Un caso classico di mercantilismo spinto.

In Europa, qualcosa di simile è successo in Germania dopo le riforme del mercato del lavoro dei primi anni del 2000. I salari sono stati deflazionati, la produttività è andata alle stelle e sono decollati, grazie anche all’introduzione dell’euro, i surplus commerciali. Il calo dei salari ha depresso le importazioni tedesche tenendo sotto controllo l’inflazione.

Si dice spesso che i tedeschi siano i cinesi d’Europa.

Ma forse ormai tutta l’Eurozona è sempre più Made in China.

La distruzione del risparmio italiano

La tenaglia della crisi, che deprime i redditi ed erode i patrimoni, ha fatto strame del risparmio italiano, ormai ridotto ai suoi minimi storici, sia come stock, che come propensione annua.

L’Istat di recente ha certificato che la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici, nel 2012, si è fermata all’8,2%, a fronte dell’oltre 12% registrato nel 2008.

Un calo di quasi il 40% in quattro anni.

Tale propensione misura la differenza fra il reddito totale lordo e la spesa lorda per consumi. La circostanza che il risparmio sia crollato, quindi, può voler dire che i cittadini hanno consumato di più o che hanno guadagnato di meno.

Nel caso nostro è successo che, mentre il reddito lordo è rimasto più o meno costante (circa 250 miliardi a fine 2006, poco più di 257 nel 2012) è crollato il potere d’acquisto. In particolare le famiglie consumatrici hanno subito un dimagrimento forzoso via inflazione.

Il potere d’acquisto, infatti, valeva 246 miliardi a fine 2006, a fronte di una spesa per consumi finali di 217 miliardi.

A fine 2012, invece, il potere d’acquisto era crollato a 220 miliardi, mentre la spesa finale era salita a 236. Le famiglie hanno perso oltre il 10% di potere d’acquisto a fronte di un incremento di circa l’8% dei consumi.

In pratica, a fronte di un reddito lordo stagnante, i redditi reali si deflazionano mentre i prezzi di beni e servizi salgono. L’Istat infatti nota che solo nel 2012 il potere d’acquisto è diminuito del 4,8% sul 2011: un record.

Quindi non si consuma di più, ma si spende di più per gli stessi consumi. Una differenza sottile, ma rilevante.

La distruzione del risparmio italiano passa anche per l’assottigliamento clamoroso della ricchezza finanziaria patita dalle famiglie negli ultimi anni, che ci racconta l’ultimo bollettino statistico della Consob.

Dovendo coprire quote crescenti di spesa per consumi con redditi insufficienti, gli italiani attingono alla loro ricchezza finanziaria, peraltro falcidiata dalla crisi che ha fatto dimagrire i corsi di azioni e obbligazioni.

I numeri sono notevoli. Dal secondo trimestre 2010 al terzo trimestre 2012 la clientela retail, ossia i cittadini, ha perso 716 miliardi di ricchezza finanziaria, passando da 1.985 miliardi a 1.269.

Un terzo della ricchezza finanziaria delle famiglie italiane, il 36%, è andato letteralmente in fumo.

Il dimagrimento ha riguardato tutte le diverse classi di investimento, quindi i titoli di borsa, le obbligazioni corporate e quelle di stato. Giusto  per dare un’idea: nel 2010 i cittadini detenevano 431 miliardi di titoli di stato. Nel 2012 solo 265.

In controtendenza col dato retail, quello della clientela professionale, ossia gli operatori finanziari più o meno qualificati. Che, al contrario dei semplici cittadini ci hanno guadagnato.

Nel 2010 avevano asset per un valore di 1795 miliardi, nel 2012 avevano superato i 1.900. Lasciamo a persone di sicuro più qualificate di noi la spiegazione di tale controtendenza. Sottolineiamo solo che gli asset denominati in titoli di stato italiano sono aumentati nel biennio da 588 miliardi a 786.

A questo punto, per risparmiarvi l’eurodepressione che di sicuro vi avrà colpito, chiuderemo in bellezza con un dato tratto dalla comparazione internazionale svolta pochi giorni fa dalla Banca Centrale europea sulla ricchezza delle famiglie dell’eurozona. E’ una lettura molto illiminante, sulla quale torneremo.

Ma intanto accontentiamoci di un paio di dati che ci riguardano.

Il primo: nell’area euro il 43,7% delle famiglie è indebitato, mentre in Italia si registra il valore più basso, pari al 25,2%.

Il secondo: nell’area euro Italia e Spagna sono i paesi che presentano una ricchezza finanziaria media pro capite più alta, a quota 108.000 euro. Seguono la Francia, con 104.100 euro. E la Germania, con 95.500.

Purtroppo lo studio Bce è riferito a dati 2010 e da allora abbiamo visto come sia peggiorata la nostra situazione (insieme a quella della Spagna).

Ricapitoliamo. E’ in corso una distruzione di risparmio senza precedenti nel nostro Paese. Quelli che una volta erano i campioni – ossia noi – di risparmio e ricchezza finanziari netta, sono scivolati drammaticamente verso il basso.

Verso la media europea, viene da dire.

Anzi, stavolta la convergenza con l’Ue sembra garantita: abbiamo ampi margini di peggioramento.

Il debito privato affossa la Slovenia

Un altro piccolo indiano dell’Ue allunga la fila di quelli finiti nella macina dei mercati e candidati all’eurouscita.

Da tempo ormai gli osservatori guardano alla Slovenia come il protagonista della crisi prossima ventura. E i risultati dell’ultimo Economic survey dell’Ocse sembrano confermare la brutta sensazione che passata la buriana di Cipro l’eurozona dovrà vedersela con un’altra, stavolta proveniente da questo piccolo stato che conta appena un paio di milioni di abitanti, entrato nell’unione monetaria nel gennaio del 2007, con un Pil, a prezzi correnti 2012, di 35,5 miliardi.

Senonché, proprio dall’ingresso nell’Unione cominciano i guai della Slovenia.

La media della crescita del Pil negli ultimi cinque anni è stata negativa per l’1,1%, a fronte di una media Ocse del +0,8%. “L’economia è in profonda recessione – scrive l’Ocse – la disoccupazione aumenta e la performance dell’export è in stallo”.

Osservare i conti nazionali della Slovenia conferma un’altra amara verità: lo squilibrio non parte dai conti pubblici – in Slovenia il debito sul Pil nel 2011 era al 52,1% a fronte di una media Ocse del 98,5 – ma dal debito privato e, in particolare, da quello estero. Basti considerare che la posizione netta estera, sempre a fine 2011, era negativa per il 39,3% del Pil.

Il problema è che il deterioramento della posizione debitoria ha avuto, e avrà sempre di più anche in futuro, un impatto notevole sui conti pubblici. Lo Stato, infatti, è stato costretto a ricapitalizzare le banche, in gran parte pubbliche, proprio per ovviare alla “severa crisi bancaria” che, aggiunge l’Ocse, “è stata guidata da un’eccessiva presa di rischio”. Tale azzardo morale, chiamiamolo così, ha contagiato anche il settore corporate, gravato da una mole enorme di debiti che lo spingono verso l’insolvenza.

Ne è scaturito un notevole piano di de-leveraging che, come di consueto, si è articolato lungo le solite coordinate: consolidamento fiscale, riforme strutturali, programmi di privatizzazione e salvataggi bancari a spese dello Stato. Con la conseguenza che senza interventi correttivi il Debito/Pil è previsto  sopra il 100% già nel 2025. Ciò malgrado, il giudizio dell’Ocse non è dei più ottimistici: “La posizione fiscale non è ancora sostenibile”.

Servirà dell’altro, insomma, a cominciare da una profonda rivisitazione del welfare, pensioni e sanità in testa. Il film, insomma, va in quinta o sesta visione. Con i soliti titoli di coda: “Il mercato del lavoro non è ancora sufficientemente flessibile, anche se le recenti riforme del mercato del lavoro dovrebbero ridurre significativamente il dualismo esistente”.

Alcuni grafici contenuti nel documento, poi, forniscono informazioni utili a chi vuole comprendere perché siamo in questa situazione.

Uno, in particolare, racconta la storia delle esportazioni dal 2000 al 2012. Fatto 100 l’indice dell’export nel 2000, le esportazioni slovene vanno alla grande fino al 2008, persino meglio di quelle tedesche.

L’indice, sempre nel 2008, quota quasi 120 per la Slovenia, circa 110 per la Germania mentre quelle italiane crollano a 70. Meglio della Slovenia fanno solo i paesi del centro-est Europa (che sono fuori dall’euro) che svettano verso 140.

Dopo il 2008 il mondo cambia. L’export sloveno inizia a declinare, tanto che, nel 2012, finisce sotto quello tedesco. Quello italiano smette di declinare, ma non aumenta, al contrario di quello dei paesi fuori dall’euro che supera 140.

E il futuro, per i conti commerciali sloveni non è previsto in miglioramento: il contributo dell’export alla crescita del Pil, che quotava 3,3 punti nel 2012, è previsto in calo a 2,6 quest’anno e a 2 nel 2014. Ciò malgrado il saldo del conto corrente sul Pil sia previsto in crescita quest’anno e il prossimo.

Questo a fronte di un incremento della disoccupazione che dal valore medio del 5,8% del periodo 2003-2008 è prevista arrivi al 9,8% nel 2014. E il bilancio pubblico segue. Il deficit/Pil a seguito della correzione approvata, dovrebbe arrivare al fatidico 3% l’anno prossimo, a fronte però di un aumento del debito pubblico che arriverà lo stesso anno al 61% del Pil.

Vi sembra poco? Ma è più o meno il livello al quale si trovava la Spagna prima della crsi bancaria, che in Slovenia, come in Spagna, sta colpendo duro.

Bastano un paio di dati per rendersene conto. L’incidenza dei debiti bancari sul Pil è passata dal 40% del 2003 al 92% del 2011: più del doppio, riflettendo “una combinazione – scrive l’Ocse – fra i tassi di interesse bassi e un massiccio afflusso di capitali esteri (chissà da dove, ndr) che hanno fatto esplodere il rapporto fra prestiti/depositi al 136% nel 2012, dopo il picco del 160% raggiunto nel 2008”.

Questo dovrebbe bastare a quelli che dicono che i tassi bassi sono stati una benedizione per l’eurozona.

La conseguenza è che i prestiti in sofferenza in Slovenia hanno superato il 15% del totale. In questa triste classifica generale la Slovenia è quarta, dopo Grecia, Irlanda e Ungheria.

Per la cronaca: l’Italia è quinta, prima di Portogallo e Spagna.

Il mitico dividendo dell’euro, finora, per la Slovenia ma non solo, è una gigantesca cambiale che ora gli stati sono chiamati a pagare.

Indovinate a chi.

La Germania cerca spazio vitale in Cina

Il sogno, o almeno la speranza, della Germania è scritto nelle ultime cifre diffuse dall’ente nazionale tedesco di statistica sull’export dell’ultimo trimestre 2012 e sul totale dell’andamento delle esportazioni nel 2012: sostituire gradualmente la quota di export finora destinata ai paesi dell’eurozona con quella ai paesi extra Ue, in particolare alla Cina.

Questa affannosa ricerca di uno spazio vitale a Oriente è strategica per il primo esportatore europeo, vista la quota sempre minore di risorse che i paesi in crisi del Sud Europa possono dedicare alle importazioni. E fa leva sui redditi degli abitanti  nei paesi emergenti – Cina in testa – che sono previsti in crescita in futuro.

Per farla semplice: 1,3 miliardi di cinesi più ricchi, possono gradualmente compensare, in tutto o in gran parte, 400 milioni di europei diventati più poveri.

Cinico, ma razionale.

Anche perché pure se i redditi in Germania stanno iniziando a crescere, dopo la deflazione indotta dalle riforme sul mercato del lavoro nei primi anni del 2000, e la produttività a decrescere, rimane il fatto che l’economia tedesca, sin dal dopoguerra, è fortemente orientata all’export, e non sembra possibile che i politici tedeschi accettino di cambiare modello di sviluppo nel breve periodo. Anziché provare a rilanciare i consumi interni, e quindi “importare” un po’ di inflazione dai disgraziati cugini del Sud, sarà sempre più semplice esportare.

Guardiamo i dati. Nel IV trimestre 2012 le esportazioni tedesche sono aumentate dell’1,3%, a 271,4 miliardi, rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Le esportazioni verso L’Ue a 27, però, sono in calo dello 0,8% a 153,5 miliardi di euro. Al contrario, le esportazioni verso i paesi terzi sono cresciute del 4,2% a 118,0 miliardi di euro.

Il dato si fa interessante se scomponiamo l’Ue fra i paesi che aderiscono e quelli che non aderiscono all’euro. Nei confronti dei non aderenti l’export è cresciuto (+1,7% a 52,4 miliardi di euro). Fra quelli che usano l’euro, al contrario è diminuito del 2,1% a poco più di 101 miliardi. Quindi il calo maggiore dell’export verso l’Ue si registra proprio nei paesi che usano l’euro. Quelli dell’austerità.

Se poi andiamo a vedere i dati per l’intero 2012, notiamo che l’istituto di statistica titola il suo report mettendo l’accento proprio sull’aumento dell’export verso la Cina. Tanto per far capire qual è lo spazio vitale prossimo venturo.

Notiamo che nel 2012, le esportazioni tedesche verso la Cina sono cresciute del 2,7% a 66,6 miliardi di euro rispetto al 2011, mentre le importazioni, sempre dalla Cina sono calate del 2,8% a 77,3 miliardi di euro. Quindi il deficit della bilancia commerciale del commercio estero tedesco con la Cina è diminuito del 27,1% a 10,7 miliardi di euro rispetto al 2011, quando era di 14,7 miliardi di euro.

Complessivamente il bilancio tedesco commerciale nel 2012 ha registrato globalmente un surplus di 188,3 miliardi, in crescita del 18,6% sul 2011.

Il quadro è chiaro. E anche il significato “politico” di questi numeri: l’incremento dell’export verso la Cina (+2,7%) dovrebbe gradualmente compensare il calo dell’export nell’eurozona (-2,1% nel IV trimestre 2012).

Riusciranno i nostri eroi?

E’ presto per dirlo. Intanto rileviamo un altro dato, stavolta tratto da un recente studio del Fmi che analizza lo stato di salute dell’industria manufatturiera in diversi paesi, dal 1980 al 2010. Trent’anni fa al top della classifica stavano gli Stati Uniti, seguiti da Germania, Giappone, Uk, Francia e Italia. La Cina veniva dopo di noi, al settimo posto.

Nel 2010 il mondo era (quasi) rovesciato. Gli Usa mantengono il primo posto, ma al secondo ora c’è la Cina. Il Giappone mantiene il terzo posto, mentre la Germania è scivolata al quarto e l’Italia è salita al quinto. Dopo di noi ci sono il Brasile e la Corea del Sud. Seguono, in ottava e nona posizione, la Francia e la Gran Bretagna.

Che vuole dire? Semplice: che la campagna tedesca per la conquista della Cina dovrà vedersela con un’economia molto più forte proprio sul campo dove si dovrebbe combattere la guerra per le esportazioni. La Germania, insomma, rischia di fare il passo più lungo della gamba.

Con un corollario: l’Italia, pur con tutte le sue contraddizioni, è l’unico paese europeo che ha guadagnato terreno nel settore manifatturiero (alla faccia di chi teme la nostra deindustrializzazione).

Forse siamo più forti di quello che pensiamo.

Purtroppo, pensiamo male.

Italia a stelle e strisce contro l’eurodepressione

Per sfuggire all’eurodepressione mi sono rifugiato negli Stati Uniti, concedendomi qualche ora di lettura dei loro dati economici più recenti. Lo spunto me l’ha fornito il discorso, pubblicato sul sito della Fed di Boston, di Eric S. Rosengren
President & Chief Executive Officer, dal titolo impegnativo: Monetary policy and financial stability.

Il succo delle 13 cartelle e della mole di grafici allegati al discorso è molto semplice: gli Usa, anche se lentamente, stanno uscendo dal tunnel della crisi grazie al vasto programma di acquisti di asset da parte della banca centrale (85 miliardi di dollari al mese fra titoli di Stato e obbligazioni immobiliari).

Provenendo pro domo propria, l’analisi della Fed di Boston può sembrare interessata e forse lo è. Però i dati parlano chiaro.

Secondo le stime fatte dalla Fed, tanto per fare un esempio, ogni 500 miliardi di acquisti fatti dalla Fed ha abbassato per un quarto di punto il tasso di disoccupazione. Quindi tale spesa origina in media circa 400.000 posti di lavoro. Per la cronaca,le ultime previsioni della Fed stimano che, nel 2013, la disoccupazione americana sarà intorno al 7,5%, ancora un punto in più rispetto all’obiettivo fissato dalla banca centrale.

Per deduzione, possiamo calcolare che se la Fed acquisterà altri 2.000 miliardi nei prossimi mesi, quindi entro i prossimi due anni, l’obiettivo della disoccupazione al 6,5% sarà raggiunto più o meno a metà 2015. In quel momento, se del caso, inizierà l’exit strategy della banca centrale, con tutte le conseguenze di cui abbiamo già discusso in un atro post.

Altri dati rafforzano l’opinione che i benefici della strategia espansiva della banca centrale americana stiano dando i primi corposi risultati. Con una premessa: a dispetto dei pessimisti, che temono impatti superinflattivi, l’inflazione americana è ferma all’1,2%, ben al di sotto del target previsto.

In cambio i risultati sono evidenti. Oggi la borsa americana ha superato il suo record di sempre, che risaliva al 2007. E sempre oggi il dipartimento del commercio ha modificato al rialzo (0,4% anziché 0,1) le stime di crescita americane per il quarto trimestre 2012.

Se non vi basta, il presidente della Fed di Boston fa una ricognizione del mercato immobiliare che, se pur lontano dai valori di bolla del 2007, mostra chiari segni di ripresa con prezzi e transazione in crescita dappertutto.

Il “viaggio” in America ha spiegato i suoi effetti sul mio umore fino a quando, stamane, non è uscito l’ultimo Economic outlook dell’Ocse. Ancora una volta l’eurodepressione ha avuto il sopravvento. Già dal titolo: l’economia globale sta migliorando, ma l’Europa rimane indietro.

Ci risiamo. Dal sole nascente dell’economia americana al tramonto incipiente dell’eurozona. Per noi italiani, poi, il discorso è ancora più deprimente. L’Ocse stima che i primi due trimestri del 2013 saranno negativi: -1,6% il primo e -1% il secondo. Siamo l’unico paese del G7 ad ottenere questo risultato.

Siamo i peggiori della classe.

Persino la Francia, che pure è previsto chiuderà il primo trimestre in recessione (-0,6%) si riprenderà nel secondo (+0,5). Mentre a noi ci è già toccata una revisione al ribasso della stima del Pil per il 2013, da -1 a -1,3%, e Bankitalia ha detto pure che la crescita stimata del Pil per il 2014 (+1,4%) è sopravvalutata di un buon 30%. Questo mentre l’Istat, sempre oggi, calcolava che la lunga recessione italiana, iniziata sei trimestri fa, ha riportato il Pil al livello del 2000.

Tredici anni persi.

Questo mentre, sempre l’Ocse notava con rinnovata preoccupazione che “c’è una rinnovata divergenza tra la crescita in Germania e quella degli altri Paesi”. Già. Mentre noi franiamo, le previsione dei primi due trimestri 2013 per la Germania sono di un +2,3 e un +2,6%. Un risultato che compete con quello del Giappone, previsto un +3,2% e un +2,2% per i due prossimi trimestri, e con gli Usa (+3,5% e +2%).

E lasciamo da parte, per amor di patria, gli altri dati sulla disoccupazione, che nell’eurozona svetta verso il 12% a fronte del 4% giapponese e di quello Usa che abbiamo già visto.

Poiché siamo in periodo pre-festivo, e quindi per qualche giorno il blog rimarrà chiuso, abbiamo pensato, dopo aver letto tutti questi dati, di regalarci una suggestione sulla quale riflettere fra una fetta di colomba e un uovo pasquale.

Poiché facciamo parte, anche se non sappiamo per quanto ancora, dei paesi avanzati, dobbiamo guardare ai migliori di noi per decidere del nostro futuro. I campioni li abbiamo visti: Germania, Usa e Giappone.

Lasciando da parte quest’ultimo, troppo distante da noi per una serie di ragioni (non ultima la ventennale deflazione), rimangono solo la Germania e l’America. A chi vogliamo somigliare?

Personalmente credo che nel nostro stato di Grandi Debitori, ricordo che abbiamo un saldo estero negativo del 30% sul Pil, un debito pubblico che sfiora il 127% del Pil e un debito privato crescente, sia nel nostro legittimo interesse inflazionare il debito, piuttosto che provare a deflazionarlo con l’austerità indotta.

L’America il suo debito lo sta già inflazionando, visto che i suoi tassi d’interesse a lungo sono sotto il livello di inflazione, e una volta che partirà la ripresa la crescita abbatterà anche il debito.

La Germania, al contrario, ha tutto l’interesse a mantenere il valore dei suoi crediti, che sono i debiti altrui, fra i quali i nostri.

Quindi la risposta dovrebbe essere automatica: usciamo dall’Ue e entriamo negli Usa. Potremmo diventare la 51° stella, come si auspicava per la Sicilia nel dopoguerra. 

Vu’ cumpra?