Di cosa parliamo quando parliamo di ceto medio

Esplorare il mito sul declino del ceto medio richiede buona volontà e pazienza, vista la quantità di ricerche che ha ispirato, ultima delle quali il rapporto Ocse “Under pressure: the squeezed middle class” che ha motivato questa mini serie di approfondimento. Soprattutto è necessario intendersi sul significato dei termini, cominciando proprio da quello di ceto medio, che sembra una di quelle espressione fatta apposta per andar bene a tutti pure quando ognuno ne ha un’idea diversa.

In realtà, come ogni termine che ha alle spalle un’elaborazione statistica, il termine ceto medio ha un significato preciso. Almeno per l’Ocse. E qualcuno potrà trovare singolare che magari il modo in cui l’istituto definisce gli appartenenti al ceto medio non corrisponda al suo modo di vedere la cosa. Ma questo è il bello dei luoghi comuni: sono fatti apposta per mettere d’accordo tutti anche quando significano cose diverse per ognuno.

La definizione scelta da Ocse per ceto medio è parecchio ampia. In dettaglio, si classifica come appartenente al ceto medio una famiglia che abbia un reddito compreso fra il 75% e il 200% del reddito mediano del paese di riferimento. Quindi ogni paese avrà una classificazione diversa del ceto medio perché diverso è il livello del reddito mediano. Ma prima di andare a vedere nel dettaglio, è utile sottolineare un dato che dovrebbe servire a capire meglio di cosa stiamo parlando. “In media, nei paesi dell’Ocse, la percentuale di persone nelle famiglie a reddito medio, (definito come abbiamo visto, ndr) è sceso dal 64% al 61% tra la metà degli anni ’80 e la metà del 2010”. Quindi il declino del ceto medio nei paesi Ocse sta tutto in questo 3% di persone. E dovremmo chiederci in che misura sia dipeso da una discesa sotto la soglia che abbiamo visto o da una salita sopra. Si smette di esser ceto medio anche perché si diventa più ricchi, pure se su questo il mito tende a sorvolare.

Ma il punto, secondo Ocse, è un altro. “L’influenza economica della classe media e il suo ruolo di centro di gravità economica si sono indeboliti. Il reddito complessivo di tutte le famiglie a reddito medio era tre volte il reddito aggregato delle famiglie ad alto reddito tre decenni fa. Oggi, questo rapporto è inferiore a tre”. Il punto, quindi, è politico. Specie considerando che “il gruppo a medio reddito è diventato più piccolo con ogni successivo generazione: il 70% dei baby boomer faceva parte della classe media ventenne, rispetto al 60% dei millennial. La generazione del baby boom ha avuto una vita lavorativa più stabile rispetto alle generazioni più giovani”.

Questo significa che la classe media sia “sotto pressione”, come titola il paper? In effetti “i redditi medi sono a malapena cresciuti, sia in termini relativi che assoluti, nella maggior parte dei paesi dell’Ocse. Complessivamente, negli ultimi 30 anni, i redditi mediani sono aumentati di un terzo in meno rispetto al reddito medio del 10% più ricco”. Il problema quindi non è che il ceto medio non guadagna abbastanza rispetto al ceto più elevato. E qui si arriva al punto saliente: la diseguaglianza nella crescita dei redditi.

A fronte di questa cornice, che implica evidenti punti di vista, è opportuno fare un altro passo in avanti nella ricognizione dei dati, che ci consenta di quantificare per capire meglio. Cominciamo da una rappresentazione che ci permette di osservare la percentuale di classe media, cosi come definita, nei vari paesi dell’area.

 

Ovviamente, come abbiamo già detto, la soglia qualificante per l’appartenenza al ceto medio vari a seconda del paese considerato. In Messico il range varia dai 3.800 ai 10.000 dollari annui, negli Usa fra i 26.500 e i 70.600.

Ancora più interessante è osservare l’andamento dei redditi delle varie classi considerate, che mostra con chiarezza che l’accelerazione del reddito è direttamente proporzionale all’ammontare del reddito stesso. Per dirla in altro modo, più si guadagna, più i redditi crescono. E d’altronde, piove sempre sul bagnato, come insegnano i proverbi senza bisogno di sapere la statistica.

Purtroppo l’analisi di Ocse non risale a prima del 1985, scelto chissà perché come momento di partenza dell’osservazione. In compenso ci fa sapere che in alcuni paesi l’inclinazione della curva, ossia la crescita relativa dei redditi più elevati rispetto a quelli mediani è stata più pronunciata. Negli Usa, ad esempio, “la quota dell’1% più ricco è quasi raddoppiata dall’11 al 20% nel corso dei tre decenni fino a quasi la metà dell’incremento del reddito complessivo registrato nel periodo”. E questo ha provocato l’indebolimento del ceto medio, ossia della sua capacità “politica” di  influenzare i processi.

Prima di farsi avvolgere dal sacro fuoco dell’indignazione, è opportuno farsi alcune domande. Davvero è sufficiente considerare solo il reddito per classificare il ceto medio senza considerare la ricchezza? E’ saggio pensare che siano variabili esclusivamente economiche a determinare le influenze politiche?

L’Ocse non sembra aver dubbi. Ma forse dovrebbe.

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Cartolina: Comprasi casa disperatamente

Fortuna che a Pechino i prezzi delle abitazioni son calati dopo la crisi, visto che prima servivano quasi sessant’anni di stipendio per comprare una casa di 100 metri quadri. Adesso, che il mercato è più abbordabile, ne bastano cinquantacinque. Quindi una persona fa giusto in tempo a entrare nell’età adulta – e speriamo per lui professionale – e spendere tutto il resto della sua esistenza, pure da pensionato, a pagarsi la casa. Se non vuole fare un sacrificio così grosso, può sempre comprare una casa più piccola. O, se proprio non ce la fa, trasferirsi a Shanghai, dove di anni di stipendio ne bastano quaranta. In alternativa rimane la provincia, dove te le cavi con un ventennio di stipendi. Ma è triste la vita senza le luci della città. Anche in Cina.

Cosa ci racconta l’analisi del saldo Target 2

Appartiene ai vezzi di una certa divulgazione economica, purtroppo assai diffusa, utilizzare in maniera disinvolta termini e linguaggi tecnici per sottintendere significati che spesso poco a nulla hanno a che vedere con la realtà. Addirittura, alcune espressioni tecniche sono diventate ammiccamenti. Il saldo Target 2 è sicuramente uno di questi. Uno strumento puramente contabile è divenuto fonte di dibattito politico. Il che è sensato quanto potrebbe esserlo dibattere politicamente sulle quattro operazioni.

Tant’è. Come non si ripete mai abbastanza, viviamo immersi in mitologie che sono particolarmente invadenti quanto si discorre di cose economiche e la vicenda del Target 2, che è roba da contabili, ha finito con l’interpretare suo malgrado un ruolo nella recita a soggetto sul tema l’Italia e l’Europa, con tutte le sue varianti (“Noi buoni, loro cattivi”, oppure “Noi cattivi loro buoni”, eccetera).

CIò spiega perché possa essere utile prendere a pretesto l’ultimo bollettino economico della Banca d’Italia e provare a svelare l’arcano (se tale è) del Target 2, che, aldilà delle interpretazione che se ne possono dare, è uno strumento molto utile per fotografare i flussi finanziari fra l’Italia, rappresentata dalla sua Banca centrale, e l’Europa dell’euro, quindi l’eurosistema delle banche centrali.

Come è noto, tutti i passaggi di denaro fra un paese e un altro vengono intermediati dalle banche centrali di riferimento. E poiché l’eurozona condivide una moneta unica, il sistema delle banche centrali (l’eurosistema) si è dotato di uno strumento contabile che serve proprio a rendicontare i flussi finanziari fra le banche sorelle. Il Target 2, appunto. Il cui saldo, per dirla con le parole di Bankitalia, rappresenta “la contropartita contabile di tutte le transazioni eseguite fra residenti e non residenti” di un paese. Dell’Italia, nel caso nostro.

Nel 2018, questo saldo è risultato debitorio per 482 miliardi. Questo non significa che la Banca d’Italia abbia un debito di 482 miliardi, ma che il saldo fra gli ingressi e le uscite di denaro passato dalla Banca d’Italia è stato negativo per 482 miliardi. In sostanza, sono usciti più soldi di quanti ne siano entrati. Questa situazione viene rappresentata dal grafico sotto, che individua anche le componenti di questi flussi finanziari.

Notate l’istogramma azzurro, che rappresenta gli “investimenti italiani in titoli esteri”. Si tratta quindi di attivi dei residenti italiani, che quotano centinaia di miliardi, che rappresentano un deflusso nel sistema Target per la Banca d’Italia perché questi fondi sono passati dalla Banca d’Italia per trovare la loro collocazione estera. Il saldo di conto corrente, al contrario, che rappresenta la somma algebrica degli scambi con l’estero, e che nel nostro caso origina un surplus, rappresenta un attivo per la Banca d’Italia anche se puramente contabile, perché sono entrati dei soldi in Italia e quindi sono “passati” dalla banca centrale.

La premessa generale serve a capire l’andamento dei flussi nel corso dell’anno passato che è utile osservare perché racconta molto degli umori (e dei timori) degli attori economici, italiani e non. La tabella rappresenta i flussi del 2018, suddivisi nelle varie voci collegate alla bilancia dei pagamenti.

La prima informazione è che nel 2018 il saldo è peggiorato per 43 miliardi, quindi la posizione debitoria dei Bankitalia (nel senso che abbiamo detto) è peggiorata. In sostanza sono usita dall’Italia 43 miliardi in più di quelli che sono entrati e la tabella ci aiuta a capire le ragioni. Ad esempio sono usciti 51 miliardi di investimenti esteri dai titoli di stato italiani, e altri 13 miliardi sono usciti dagli investimenti esteri in obbligazioni private, cui se ne aggiungono altri 12 usciti dalle obbligazioni bancarie. Quindi l’estero ha venduto titoli italiani per 76 miliardi che rappresentano un deflusso sul sistema Target 2. Un altro deflusso è rappresentato dagli investimenti degli italiani in titoli esteri, che sono ammontati in 46 miliardi. Complessivamente quindi i deflussi sono stati (76+46) 122 miliardi. A questi bisogna aggiungere anche i 17 miliardi rappresentati da “altre voci” che fra le altre cose misurano anche gli investimenti diretti che hanno rappresentato ulteriori deflussi. Arriviamo cosi a 139 miliardi di uscite complessive.

Sul lato degli afflussi le voci sono due: la raccolta netta all’estero delle banche italiane e il saldo di conto corrente. Del secondo abbiamo già detto. La prima voce merita un approfondimento, visto che è stata anche oggetto di qualche strumentalizzazione e diatriba. Leggiamo quello che scrive Bankitalia. “La raccolta interbancaria all’estero comprende sia quella direttamente effettuata sul mercato monetario tramite transazioni bilaterali con controparti estere, che viene registrata nel conto finanziario della bilancia dei pagamenti come aumento di passività (“altri investimenti”) del settore “banche”, sia quella sul mercato MTS Repo, in cui si negoziano contratti pronti contro
termine in titoli di Stato”. In sostanza le nostre banche svolgono alcune operazioni all’estero che rappresentano per loro un aumento di indebitamento, ma per il paese un  ingresso di risorse finanziarie che quindi contribuiscono a incrementare gli afflussi e quindi diminuire il saldo negativo.

Se guardiamo alla tabella scorgiamo che gran parte di queste operazioni – 43 miliardi – vengono mediate da controparti centrali che “nell’analisi dell’evoluzione del saldo sono riclassificate nella raccolta netta all’estero del settore bancario italiano”. Quindi per una ragione puramente contabile. Nella classificazione della bilancia dei pagamenti, infatti, questi importi sarebbero classificati come relativa al settore privato non bancario. Ma al di là delle differenza di classificazione, è il fine di questa raccolta ad essere interessante. “Nel complesso dei primi due mesi del 2019 il saldo TARGET2 è rimasto sostanzialmente stabile. A fronte di afflussi netti derivanti dagli investimenti in titoli di Stato da parte degli investitori non residenti si è ridotta la raccolta del sistema bancario italiano sul mercato MTS Repo”, scrive ancora Bankitalia. Questo invece è quanto si legge nel rapporto sulla stabilità finanziara, sempre di Bankitalia, del novembre scorso: “Le banche italiane hanno aumentato notevolmente la posizione debitoria netta nei confronti dell’estero sul mercato MTS repo per finanziare a tassi contenuti gli acquisti di titoli di Stato”.

Ricapitoliamo: L’estero vende i titoli pubblici italiani. Le banche italiane sono “costrette” a comprarli per non fare esplodere lo spread (e i loro bilanci) e per farlo raccolgono denaro all’estero sul mercato dei repo, quindi a tassi calmierati, per far rientrare questi denari in Italia sotto forma di acquisti di titoli di stato da parte dei residenti. In sostanza: si può pure tentare di spacciare (e qualcuno ci ha provato) due brutte notizie (la vendita dei titoli italiani dall’estero e l’indebitamento estero delle nostre banche per sostenere il corso dei nostri titoli di stato) per una buona. Ma poi la realtà, della quale il saldo Target 2 è solo uno specchio, presenta sempre il conto. Ed è sempre salato.

Il Secolo asiatico? La domanda è giusta, la risposta forse no

E’ più che sensata la domanda che titola l’edizione italiana dell’ultimo libro di Parag Khanna (“Il secolo asiatico?”, Editore Fazi). Quanto alla risposta, il titolo dell’edizione inglese (“The Future is Asian. Commerce, Conflict, and Culture in the 21st Century) rivela che l’autore ha pochi dubbi. Anzi: non ne ha affatto. Il secolo XXI sarà asiatico. Convinzione sempre più diffusa, che gareggia con quella del tramonto occidentale, di cui in fondo è la conseguenza logica. Due luoghi comuni, però, non fanno una realtà.

Detto ciò, il libro è istruttivo e vale la lettura, al netto di un tono alquanto perentorio che dissimula una certa leggerezza di argomenti. Si inserisce in quella vasta produzione di testi con ritmo giornalistico, taglio storiografico e ambizioni onniscienti che sono sempre più alla moda fra i lettori che ambiscono a penetrare problemi complessi leggendo un libro solo. Il testo è corposo, perciò, e zeppo di aneddotica su qualunque argomento, covando ambizioni enciclopediche. E questo spiega perché la lista dei ringraziamenti somigli ai titoli di coda di un film, per quant’è lunga.

Certamente, come ogni libro, paga dazio al suo autore, nato in India, cresciuto negli Emirati Arabi e poi definitivamente “occidentalizzato” dopo il trasferimento negli Stati Uniti da dove ha iniziato il suo perpetuo giro per il mondo, specializzandosi in relazioni internazionali. Oggi Khanna abita a Singapore, che per lui è una sorta di avanguardia del futuro che ci aspetta. In sostanza è il perfetto esemplare di quell’élite globalizzata, oggi in disgrazia presso svariate opinioni pubbliche, che l’Occidente ha cresciuto e coccolato ricevendone spesso in cambio sonori rimproveri. Tant’è. E’ giusto che Khanna ci ricordi l’importanza dell’Asia, ma dovremmo prima intenderci su cosa sia l’Asia.

E infatti il libro parte da qui, con una bella cartina che fotografa la porzione di mondo racchiusa fra la parte orientale dell’Africa, lungo un meridiano immaginario che include anche l’Italia, fino al Giappone, con un confine meridionale nel nord dell’Australia. Più che l’Asia, le Asie dunque. Ma l’Asia di Khanna, a cui viene dedicato un excursus storiografico molto utile per il lettore occidentale, si può considerare un monolite regionale solo a patto di notevoli semplificazioni. E tuttavia è proprio questo il punto di osservazione. “Geograficamente – scrive -, l’Asia si estende dal Mediterra­neo e dal Mar Rosso fino al Pacifico, abbracciando due terzi del continente euroasiatico e comprendendo cin­quantatré paesi e quasi cinque miliardi di persone, di cui 1,5 miliardi nella sola Cina. Il secolo asiatico, dunque, avrà inizio quando l’Asia si cristallizzerà in un tutto maggiore della somma delle parti. Questo processo è già iniziato”.

Il tono vagamente oracolare non deve scandalizzare. Non si scrive un libro del genere senza avere una visione e Khanna ce l’ha. L’Asia, con la sua connotazione di società a forte vocazione burocratica dove il valore della democrazia è subordinato alla sua capacità di assicurare il benessere dei cittadini, è il futuro che il nostro analista preconizza per noi occidentali, stanchi e disordinati. E il punto di inizio di questa narrazione è il 2017, quando per la prima volta si sono riuniti a Pechino i 68 paesi della Belt and Road iniziative promossa dalla Cina. La Cina è il gigante asiatico col quale Khanna sa di dover fare i conti. E tuttavia dice che “la Bri è stata concepita e lanciata in Asia e sarà guidata dagli asiatici”. Il che suona stonato. La Bri è un’idea cinese sulla quale sta investendo massicciamente la Cina. La parola Cina, d’altronde, è presente oltre 760 volte nelle 528 pagine del libro di Khanna e questo significherà pure qualcosa.

A parte questo dettaglio (non da poco), che siano le Asie di Khanna i grandi motori dello sviluppo economico dell’ultimo ventennio risulta chiaro dai numeri. Così come è vero che l’Occidente si sta auto-fagocitando generando crisi di vario genere, economiche, politiche e sociali, che messe insieme manifestano una crisi di senso.

Ma basta questo a dedurne che l’Asia, anzi, le Asie esprimano una visione comune? Basta dire che la zona economica asiatica – i paesi dalla penisola arabica alla Nuova Zelanda – rappresenta il 50 per cento del pil globale per credere che questa “zona” abbia una dignità politica?

Pensare che un’economia comune generi una politica comune è un errore che noi europei dovremmo avere imparato a riconoscere. E il fatto che uno studioso indulga in certe semplificazioni fa sospettare più che altro le sue simpatie. L’Asia di Khanna in sostanza è una bellissima invenzione. Territoriale, innanzitutto: “Asia è prima di tutto un descrittore geografico”. Al limite geoeconomica. Mentre è poco convincente che diventi anche un’entità geopolitica senza una qualsiasi leadership che ne guidi il processo.

Ma questo, direbbe Khanna, è un pregiudizio tipicamente occidentale. Fra le tantissime convinzioni del nostro autore c’è anche quella che fra le caratteristiche dell’ “asianità” ci sia l’essere multilaterale e che questa sia una qualità che l’Asia porterà in dote all’Occidente in vista della sua “asianizzazione”. O sarebbe meglio “cinesizzazione”, come già vaticinava Geminello Alvi in un bel libro di diversi anni fa (“Il capitalismo, verso l’ideale cinese, Marsilio)?

Eh no: “L’Asia non può essere limitata alla Cina”, dice sempre Khanna. Il che è geograficamente corretto e politicamente dubbio. In ogni caso ridurre il tutto a un confronto fra un’Asia, multilaterale e moderna, e un Occidente declinante che finirà con l’essere “asianizzato”, può essere una buona idea per un libro, ma rischia di rappresentare nulla di più che letteratura.

In definitiva, in un tempo in cui abbondano le primazie è lecito dubitare che ne serva un’altra, stavolta asiatica. Fra l’America First di Trump e l’Asia First di Khanna (“È come se gli asiatici stessero dicendo: «Prima l’Asia»”, scrive) è solo questione di sfumature. Tesi e antitesi che non è detto diventeranno sintesi, se non per chi ne scrive. Khanna è un indiano ormai americano che vive a Singapore. Ma trasformare un’autobiografia nel destino dell’umanità è un po’ troppo. Persino per Khanna.

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Cronicario: Un bel ponte sulla via Trucis

Proverbio del 19 aprile Non puoi comprare la saggezza col denaro

Numero del giorno: 110,5 Indice Istat fiducia consumatori ad aprile (al minimo da luglio 2017)

Dai che ci siamo: parte il ponte. Quello di Pasqua intendo. L’unico ponte che si riesce a fare in Italia senza liti e tangenti, manette e titoli di giornali (anzi, no, quelli sì, ma sono inevitabili come il raffreddore d’inverno). L’unica opera pubblica che mette d’accordo tutti.

Parte il ponte e finalmente l’Italia si scopre felice e ottimista col suo fiume di automobili che già s’incolonna lungo le autostrade, preannunciando città desertificate, al netto dei turisti, coste affollate, hotel pieni e ristoranti zeppi che regaleranno conti salati e dolcissimi disordini alimentari. E lamenti, ovviamente, come quelli della tale confcommerciante secondo cui le prenotazioni in hotel sono andate bene, ma non benissimo.

Di buono c’è che essendo Pasqua possiamo pure sperare in una qualunque risurrezione sorvolando persino sull’aria truce che spira in questo momento attorno al nostro bellissimo governo del cambiamento, che sembra nel pieno della sua personalissima via crucis.

Dite che il ponte di Pasqua/25 aprile/Primo maggio non sarà abbastanza lungo per dimenticarsi di loro? Tranquilli, c’è sempre quello di Natale.

Buone feste.

Ci rivediamo alla fine del ponte.

Cartolina: La Banca centralissima

Sembra quasi poco, quel 5,4 per cento di crescita su base annua degli asset della banca centrale giapponese, solo che lo si confronti col picco del 47 per cento che la BoJ raggiunse nel febbraio del 2014, all’apice della lotta senza quartiere (e senza risparmio) ai prezzi gelidi e alla pigrizia del pil, che peraltro proprio in quegli anni rialzava la testa. Forse per questo la banca centrale da quel picco clamoroso ha iniziato a togliere il piede dall’acceleratore monetario, con la conseguenza che la crescita degli asset ha gradualmente rallentato fino a oggi, quando potremmo persino dirla modesta. O forse no. Perché nel frattempo, a furia di comprare debito del governo, l’attivo di 557 trilioni di yen della BoJ ha superato, e di parecchio, i  549,743 trilioni di yen di prodotto interno lordo del Giappone. La BoJ non è più una banca centrale. E’ una banca centralissima.

Cronicario: Arriva il navigator di cittadinanza

Proverbio del 18 aprile Ci sono sempre orecchie dall’altro lato del muro

Numero del giorno: 120.723 Domande per Quota 100 arrivate all’Inps

Pronti? Via: arrivano i navigator. Tremila posti, mica bruscolini: di questi tempi magri almeno fanno un po’ di pil.

Ma pil a parte c’è anche il segnale politico, vivaddio: innanzitutto uno stipendio dignitoso: 30.938 euro l’anno lordi, compresi 300 euro al mese di rimborsi spese. Certo sarà a termine (fino al 30 aprile 2021), ma tutte le cose belle finiscono anche i navigator.

Ma oltre a ciò finalmente si stabilisce un principio: il merito. Infatti saranno ammessi alla selezione per il ruolo di navigator al massimo 20 candidati per ogni posizione su base provinciale “in ragione del miglior voto di laurea”, si legge nel bando pubblicato da Anpal. Se per ipotesi ci fossero voti equivalenti, verrà preferito il candidato più giovane di età.

E che succede se ci sono candidati di pari merito e pari età?

“In caso di ulteriore parità verranno ammessi tutti i candidati di pari età”. E allora capisco: è arrivato il navigator di cittadinanza.

A domani.

Il fallimento italiano più grave è quello dell’istruzione

Potremmo pure infischiarcene del sostanziale (pure se non formale) fallimento della nostra contabilità pubblica, come suggeriscono certi pifferai teorici dell’infinita indebitabilità di uno stato sovrano. Potremmo pure infischiarcene di un modo di far politica che privilegia manifestamente la rendita anziché la produzione, atteso che decenni di prediche non sono servite a raddrizzare il legno storto della nostra realtà politica. Non dovremmo e non possiamo infischiarcene del fallimento più clamoroso del nostro stato del quale si parla pochissimo, malgrado sia rovinoso: quello dell’istruzione. Il fatto che in settant’anni di istruzione pubblica siamo ancora nella condizioni certificate di recente da un rapporto Istat dovrebbe suscitare dubbi assai concreti sulla nostra capacità di far funzionare questo paese. Un’istruzione fallimentare non può che provocare il fallimento di un paese, a meno che non si pensi che tutti diventino veline, comici o calciatori.

I dati di cui stiamo parlando fanno parte del goal 4, ossia l’obiettivo che fa riferimento ai parametri dell’istruzione che viene riepilogato da questa tabella.

In Italia c’è ancora un tasso elevato di uscita precoce dal sistema scolastico, ma pure chi non esce precocemente non se la passa tanto bene. “In Italia – scrive Istat – la quota di ragazzi 15enni che non raggiungono la sufficienza in lettura è del 20,9% (era del 26,4% nel 2006 e del 19,5% nel 2012, quindi siamo peggiorati), in matematica e scienze è del 23,3% (era rispettivamente del 32,8% e del 25.3% nel 2006 e del 24,6% e del 18,7% nel 2012)”.

Più generalmente “le competenze alfabetiche, numeriche e per la lingua inglese sono molto basse per alcuni gruppi di studenti. In Italia, la quota di ragazzi iscritti al terzo anno delle scuole secondarie di primo grado che non
raggiungono la sufficienza è del 34,4% per le competenze alfabetiche, del 40,1% per la matematica. Una  percentuale più elevata di ragazze si situa sotto la sufficienza nelle competenze matematiche (41,7% contro
38,5%) mentre per la lettura la situazione si inverte, 38,3% dei ragazzi contro 30,4% delle ragazze. Molte
sono le differenze territoriali, di genere e di provenienza, spesso determinate da fattori che alimentano le
disuguaglianze nell’accesso alle opportunità educative”.

Questa situazione nella scuola secondaria non può che impattare su quella terziaria, nella quale ci distinguiamo per numero fra i più bassi d’Europa.

Di fronte a questi risultati possiamo continuare a sognare di riforme scolastiche, sottolineare quanto pletorica ed evidentemente inefficiente sia la nostra istruzioni pubblica o iniziare seriamente a metterne in discussione le fondamenta. Invece non faremo nulla, purtroppo. Non ne parleremo proprio.

Cronicario: I soldi degli italiani emigrano Def-initivamente

Proverbio del 17 aprile Una piccola falla può affondare una grande imbarcazione

Numero del giorno: 2.000.000.000 Blocco spesa pubblica scattato a causa della minor crescita in Italia

Mentre la finanza pubblica sta come le foglie d’inverno, come diceva il poeta, è con grande e somma soddisfazione che vi annuncio che quella privata va alla grande. All’estero.

Gli italiani emigrano. O almeno lo fanno i capitali degli italiani. E questa emigrazione di liquidi dura da abbastanza tempo da consentire l’erogazione di una quantità di rendite sufficienti a raddrizzare il nostro conto corrente della bilancia dei pagamenti malgrado il conto delle merci inizi a declinare.

I redditi primari, lo dico per i distratti, sono quelli che incorporano il rendimento del capitale in senso stretto. Le rendite, insomma. E il saldo misura la differenza fra le rendite che paghiamo all’estero e quelle che l’estero paga a noi. Se leggete la didascalia del grafico scoprirete che il saldo è migliorato di oltre otto miliardi in un anno. Esportare capitali, evidentemente, paga.

Aspettate a farvi venire il mal di testa, perché c’è un altro grafico per voi. Quello della nostra posizione netta sull’estero.

Siccome abbiamo un bel pacco di miliardi all’estero, il calo dei mercati ci ha fatto dimagrire sul lato degli attivi. Ma si tratta di un movimento provvisorio. Il rimbalzo dei mercati si dovrebbe già vedere il prossimo mese. In sostanza i denari all’estero hanno dato un robusto contributo all’equilibrio dei nostri conti. Se poi vi capita di leggere le ultime audizioni sul Def – oggi è di scena il ministro Mammamia, che casualmente si occupa di economia – capirete anche perché c’è un futuro radioso che attende i nostri capitali. Sempre all’estero, ovviamente.

A domani.

Miti del nostro tempo: Il declino della classe media

Fra le tante narrazioni – o mitologie se preferite – che accompagnano il nostro discorso pubblico quella sul declino del ceto medio è probabilmente quella più suggestiva perché racchiude in un’immagine semplice e assai evocativa tutte le le altre: la crescita della diseguaglianza, la necessità di un intervento pubblico risanatore, i tormenti delle nuove generazioni che hanno meno opportunità rispetto a quelle che l’hanno precedute, risolvendosi infine, questo mito, in un sonoro piagnisteo che ormai è il sottofondo di qualunque analisi.

Che questo piagnisteo sia divenuto ormai globale non dovrebbe consolarci, ma preoccuparci. Perché è all’interno di questa mitologia che risiede la radice autentica di quel populismo che, paradossalmente, viene alimentato  dagli stessi che dicono che occorre contrastarlo. Questa schizofrenia sembrerà stupefacente, ma solo perché si trascura quanto sia consustanziale alla nostra contemporaneità. E il debito crescente, che tutti a parole dicono di voler ridurre, basta come esempio.

Detto ciò il mito, com’è noto, contiene molte verità. O meglio molte verità contribuiscono alla costruzione di un mito. E quello sul declino del ceto medio si basa su ricognizioni accuratissime di fonti autorevoli come l’Ocse che proprio di recente ha pubblicato un paper dal titolo chiarissimo: Under Pressure: The Squeezed Middle Class che potremmo definire la Summa theologiae del mito che la stessa Ocse ha contribuito non poco a rendere globale e che giustamente rivendica nelle premesse. “L’Ocse – recita in apertura di paper – è stata in prima linea nel documentare i crescenti livelli di disuguaglianza di reddito, la mancanza di opportunità che molti paesi dell’Ocse hanno vissuto negli ultimi 30 anni. Attraverso le sue analisi e pubblicazioni, l’Ocse ha dimostrato fino a che punto famiglie a medio reddito hanno visto il loro tenore di vita stagnare o declinare, mentre i gruppi a più alto reddito hanno continuato ad accumulare reddito e ricchezza”.

Ci si potrebbe chiedere la ragione di tanto impegno. E la risposta risiede nella convinzione dell’istituto parigino che “una classe media forte e prospera è fondamentale per qualsiasi economia di successo e per una società coesa”. “Il ceto medio – prosegue – sostiene i consumi, spinge l’investimento nell’istruzione, la sanità e gli alloggi e svolge un ruolo chiave nel sostenere i sistemi di protezione sociale attraverso i suoi contributi fiscali. Le società con una classe media forte hanno tassi di criminalità più bassi, godono di più alti livelli di fiducia e soddisfazione della vita, oltre a una maggiore stabilità politica e buon governo”. Dunque la classe media è buona e necessaria, e il suo declino una iattura.

Quanto a quest’ultimo, per gli elementi che lo certifichino c’è solo l’imbarazzo della scelta. “I dati attuali – scrive – rivelano che il 10% dei redditi più elevati detiene quasi la metà della ricchezza totale, mentre il 40% inferiore solo il 3%”. La diseguaglianza della ricchezza, signora mia. “L’Ocse ha anche documentato che l’insicurezza economica riguarda un’ ampia porzione di popolazione: più di una persona su tre è economicamente vulnerabile”. La povertà, signora mia. E vogliamo parlare della diseguaglianza delle opportunità? “Abbiamo anche riscontrato che i bambini nati da genitori che non hanno completato la scuola secondaria hanno solo il 15% di possibilità di accedere all’università, rispetto a una possibilità del 63% per i bambini i cui genitori frequentavano l’università. Anche i risultati di salute e persino l’aspettativa di vita sono fortemente influenzati dal background socio-economico”.

Questa tregenda “ha spinto i governi ad agire per rimediare a una situazione che è diventata economicamente e politicamente insostenibile in quanto mina la fiducia del pubblico nelle politiche e nelle istituzioni”. E mentre che il governo salvatore raddrizza a suon di intervento pubblico il legno storto della realtà, ecco l’Ocse che “ha chiesto una nuova narrativa di crescita che metta il benessere delle persone al centro”.

Il mito ne genera un’altro ovviamente. Ossia che contrastando il declino della classe media costruiremo finalmente un paradiso dove finalmente la medietà sarà il valore assoluto. Se nel frattempo anziché esercitarci nel piagnisteo ci dessimo tutti un po’ da fare forse non sbaglieremmo. Ocse permettendo, ovviamente.

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