La crisi del mattone? Conta pure il pre-giudizio dei proprietari

Gli amanti delle quantità osservabili, fra i quali s’iscrivono d’ufficio anche gli economisti, guardano con una certa difficoltà a ciò che si fatica a impacchettare in un modello matematico. Per costoro, far riferimento a categorie sfuggenti come il giudizio, l’umore, la percezione e cose simili svilisce il rigore formale al quale ambiscono e così dimenticano, specialmente gli economisti, che sono amenità siffatte a informare il nostro essere uomini e quindi il nostro agire economico. Per un Keynes che è riuscito a far digerire agli economisti un concetto tutto sommato banale come quello delle aspettative, ci sono milioni di economisti formali che storcono il naso quando ad esempio si prova a capire, come ha fatto di recente la Fed di Boston, quanto i giudizi confusi sui valori immobiliari di proprietà impattino negativamente sull’economia reale e quella finanziaria. Per noi italiani la questione dovrebbe riservare un sicuro interesse. Specie adesso che gli ultimi dati Eurostat hanno certificato che l’andamento deludente dei nostri corsi immobiliari, in decrescita anche a novembre sia su base congiunturale che tendenziale, sia una nostra poco felice peculiarità, visto che nell’eurozona i prezzi sono saliti in media di oltre il 4%. Le domande che dovremmo porci sono semplici: aldilà dei fondamentali quanto pesa la percezione sbagliata dei nostri valori immobiliari sulla circostanza che questi ultimi abbiano andamenti poco soddisfacenti? E soprattutto che influsso ha tale cattiva percezione sul comportamento della domanda e dell’offerta?

In attesa che qualcuno risponda con una ricerca analitica dedicata al nostro paese, possiamo farcene un’idea scorrendo quella della Fed, che ha il pregio di quantificare qualcosa – sempre economisti sono – e soprattutto di far venire dei dubbi in un mondo che millanta troppe certezze. E dubitare del nostro giudizio quando valutiamo la casa in cui abitiamo è un atto di puro buon senso, visto che su tale valutazioni tendiamo a costruire importanti decisioni di consumo, risparmio e investimento. Ad esempio quando pensiamo di comprare una nuova abitazione, il primo passo è fare una valutazione della nostra per capire quale sia la base di partenza. Quindi ciò che pensiamo della nostra proprietà condiziona la ricerca di quella nuova. Tutto ciò è perfettamente naturale. Il problema è che è altrettanto naturale, almeno secondo quanto racconta la Fed, che tendiamo a sbagliarci. Gli autori, infatti, mostrano che nel periodo 1984-2013, circa la metà delle famiglie americane censite nel campione ha sistematicamente calcolato male il vero valore attuale della propria casa. Il 25% di queste famiglie lo ha sottovalutato dell’11% o più, mentre il 25% lo ha sopravvalutato di almeno il 9%. Il problema nasce dal fatto che poi la teoria economica, semplificando come fa su ogni cosa, genera equivoci. La maggior parte degli studi sulle scelte nella gestione dei portafogli individuali, infatti, presuppone che le famiglie abbiano una conoscenza accurata del valore di mercato della loro casa, e quindi non considerano in che modo le convinzioni imprecise sui valori delle case potrebbero distorcere le altre scelte di portafoglio.

Introdurre la realtà nella congettura della perfetta conoscenza del valore dei propri asset conduce al alcune scoperte poco gradevoli. Ne elenco solo alcune perché in fondo è il principio che è interessante prima delle sue conseguenze quantificabili. La prima scoperta interessante è che quelle famiglie che hanno acquistato una casa durante periodi in cui i prezzi delle case sono in calo tendono a sottostimare il valore della loro casa, mentre le famiglie che hanno acquistato una casa durante periodi di crescita positiva dei prezzi delle case tendono a sopravvalutare il valore della loro casa. Inoltre i valori soggettivi delle case, sottostimati o sopravvalutati che siano, tendono a rimanere fermi per circa sei o sette anni, in media. Quindi le famiglie rivedono solo raramente le loro convinzioni sul valore di mercato della casa. E anche la durata del possesso influenza la correttezza delle valutazioni. All’inizio, infatti, i proprietari tendono a conoscere con precisione il valore dell’abitazione, se non altro perché l’hanno comprata. Ma poi l’informazione, che ha un costo di aggiornamento come ogni cosa, tende a sbiadire e con essa il nostro giudizio.

Oltre a questi aspetti ce ne sono altri, che non vanno ignorati: l’influenza sulle altre scelte di investimento. “Un aumento dell’1% nella misura dell’errata percezione dei prezzi delle abitazioni riduce la quota media di altre attività rischiose dell’1,76% per tutte le famiglie, una diminuzione media di 4,56 per i partecipanti al mercato azionario e una diminuzione media del consumo non domestico del 2,72%. Un aumento dell’1% della sopravvalutazione porta, in media, a una diminuzione del 7,91% della probabilità di investire nel mercato azionario”. Ed ecco come il giudizio sbagliato influenza l’economia finanziaria e quella reale. Anche qui, non è tanto la correttezza dei numeri che interessa, ma il loro significato.

Se torniamo a guardare al mattone italiano è esercizio di puro buon senso chiedersi in che misura la nostra stagnazione immobiliare dipenda dai pre-giudizi dei proprietari. In attesa che qualcuno faccia i conti, contentiamoci di chiedercelo. Già è un notevole passo in avanti.

Cronicario: Il talento di Mister T: svaluta il dollaro e il commercio Usa peggiora

Proverbio del 26 gennaio Nella stagione cattiva le acque scorrono all’indietro

Numero del giorno: 14 Contrazione % del pil in Venezuela nel 2017 secondo il Fmi

Ora che pendiamo tutti dalle labbra di Mister Trump, davosiani e semplici umani, che ha regalato un bellissimo discorso ai magnati e ai loro derivati assiepati nel vertice innevato svizzero, mi accorgo che nelle mie orecchie risuonano espressioni antiche che danno la cifra della portata veramente innovativa del neo Presidente Usa. Parole nuove come protezionismo, dazi, svalutazione competitiva, guerra valutaria.

La cosa è talmente seria (si fa per dire) che stamattina persino un pezzo grosso della Bce, Benoit Coeuré, ha lamentato (dopo Draghi ieri) che “i recenti commenti sui cambi non sono stati utili”. Si riferiva al delfino di Trump, il segretario del Tesoro Usa Steve Mnuchin, che sempre a Davos aveva osservato di non spiacersi troppo dell’indebolimento del dollaro. Apriti cielo Sempre Couré, oggi: “In questo momento una guerra valutaria è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno”.

Riapriti cielo. Ai pennaioli non è parso vero poter contare su una bella lite euroamericana per rinfrescare le cronache davosiane, quest’anno più insipide del solito. Prima il dazio sulle lavatrici. Poi la svalutazione competitiva. Infine la guerra valutaria…

Pregustando la narrazione cinematografica della nuova guerra dei mondi, sdraiati sulla poltrona del luogo comune, i nostri illuminati osservatori hanno dimenticato di far caso alla fastidiosa realtà che, come al solito, appare dove non te l’aspetti, come quel diavolo dispettoso che è. E così, mentre volenterosi contabili notavano la straordinaria svalutazione del dollaro rispetto all’euro da quando Mister T è in carica – un bel 15% abbondante – e vi faccio grazie di quella verso il resto del mondo, la bilancia commerciale Usa esibiva inosservata il peggioramento più vistoso degli ultimi anni, sempre dall’arrivo di Trump.

Queste meraviglioso risultato – la svalutazione che peggiora il saldo commerciale anziché migliorarlo – che fa strame di un paio di secoli di teoria del commercio internazionale, stupirà solo coloro ai quali è sfuggito lo straordinario talento di Mister T. Capovolgere ciò che sembra per realizzare ciò che è.

Perciò mi chiedo davvero quale sarà l’esito dell’America First, che Trump ha ripetuto ai davosiani e anzi invitandoli a far lo stesso a ognuno a casa loro. Sta a vedere che il neoegoismo predicato da mister T farà degli Usa il paese più altruista al mondo. A sua insaputa.

A lunedì.

Cartolina: Il razzismo del denaro

Il razzismo è esecrabile certo, e chi parla di razze è quantomeno un nostalgico con pochi fondamenti nella realtà, come ricorda a ogni pie’ sospinto il bon ton della conversazione pubblica. Perciò è sempre più misteriosa la ragione per la quale, negli Stati Uniti, esista un notevole gap fra le paghe orarie dei lavoratori bianchi e quelle dei lavoratori di colore. Gli economisti della Fed di San Francisco ci hanno messo le migliori intenzioni per spiegare questa differenza, che per i lavoratori maschi pesa circa cinque dollari, sulla paga oraria media reale, e prosegue almeno dal 1979. In sostanza, le retribuzioni per i neri sono un quarto più basse di quelle dei bianchi. Gli osservatori hanno scomodato tutte le spiegazioni che offre l’economia: le differenze territoriali, quelle di istruzione, la diversa quota di lavori part time e persino l’età o l’industria di riferimento. Ma ciò che hanno osservato con sconcerto è stata la crescita costante nel tempo dell’istogramma rosso, quello che bolla come unexplained – senza spiegazione – tale differenza e che ormai pesa una buona parte di questo gap. Inspiegabile, visto che le razze non esistono e nessuno oggi si può sospettare di praticare il razzismo. Nessuno a parte il denaro.

Cronicario: Fermi tutti, arriva il terrore di Davos

Proverbio del 25 gennaio Due buoni oratori non valgono un buon ascoltatore

Numero del giorno: 6,2 Avanzo commercio extra Ue Italia in miliardi a dicembre

E’ partito e non vedo l’ora che arrivi lassù, in mezzo ai davosiani, che già il suo segretario del Tesoro ha mandato in panico ieri dicendo che il dollaro basso fa bene alla bilancia commerciale Usa. La qualcosa ha provocato un’eurezione ancora più potente di quella che ha suscitato Angela, che si scrive Anghela, il giorno delle nozze con l’Spd.

E partito perciò, e arriva presto. Ma prima che gli sequestrassero lo smartphone come si fa coi figli minorenni in volo, è riuscito a twittare ancora.

Si racconta di scene di panico in alta quota. Pare che le bianchissime nevi di Davos siano arrossite di vergogna, sciogliendosi persino per l’emozione. Anche perché nel frattempo le agenzie di stampa battevano delle perle come questa: “Trump vuole 25 miliardi di dollari per costruire muro Messico”. Anche se la mia preferita è questa: “Trump, piano per infrastrutture da 1700 miliardi dollari. Cifra piu’ alta di quella indicata finora”. Mi spiego meglio. All’epoca della campagna elettorale Trump aveva terremotato il mercato dei metalli (per non parlare del resto) spiegando che avrebbe messo sul tappeto un piano da 1.000 miliardi per le infrastrutture, generando appetiti pantagruelici fra i vari contractor. Oggi specifica che non saranno mille, ma 1.700. Caso più unico che raro di promessa non mantenuta al rialzo. Capirete che stress, per i nostri politici in campagna elettorale, doversi confrontare con un gigante del cazzeggio di tal fatta.

Conoscendoli, ci riusciranno di sicuro. Ma senza i soldi dello zio Sam sarà difficile andare oltre il cazzeggio puro e semplice. Intanto che aspettiamo l’arrivo di Mister T fra i davosiani, razza di sospetta provenienza aliena, non possiamo non notare che i cinesi hanno reagito molto signorilmente ai dazi usati contro i loro pannelli solari, sottolineando che la cooperazione è la direzione corretta nelle relazioni commerciali sino americane. Talmente dialogante, questa affermazione, che il segretario al commercio Wilbur Ross ha risposto al suo omologo cinese che gli Usa non vogliono una guerra commerciale ma solo riequilibrare i rapporti con gli asiatici respingendo il protezionismo cinese. Magari con quello Usa.

Capirete che di fronte a questo spettacolo il resto del Cronicario impallidisca. Dovrei raccontarvi della pallida Bce che tiene fermi i tassi e dice le stesse cose che ripete da settimane sul futuro del QE, magari credendoci pure mentre l’euro supera 1,25 sul dollaro come è successo poco fa? Figuriamoci. Oppure dovrei parlarvi del petrolio che ha superato i 7o dollari per il Brent? Tutta roba noiosa rispetto al Grande Cabarettista statunitense che peraltro, ci dice il nostro amato Supermario, ha suscitato alcuni timori in seno al consiglio direttivo Bce per le politiche della sua amministrazione. Però una cosa ve la voglio raccontare prima di salutarvi. Una bella statistica della Bis ci fa vedere una cosa molto interessante.

I crediti (o debiti se preferite) denominati in dollari fuori dagli Usa sono arrivati a 11 trilioni nel terzo trimestre 2017. La liquidità in valuta estera è sempre più abbondante là fuori e molti debitori hanno scelto il dollaro per nominare le proprie obbligazioni. Cosa succede a questi titoli quando il dollaro cala (per la gioia del segretario del Tesoro Usa)? Se foste creditori di questi debitori lo sapreste già.

A domani.

Perché all’Italia serve una strategia per esportare più servizi

Siamo in campagna elettorale, mi dico, e le cronache dimostrano con quanta facilità i nostri politici promettano le cose più fantasiose per accaparrarsi un voto, salvo poi dimenticarsene subito dopo. E poiché promettere è gratis, mi aspetterei di trovare uno qualunque di costoro almanaccare le folle con un giuramento solenne: venderemo più servizi e così facendo miglioreremo non solo la nostra posizione estera, ma anche la nostra produttività. Troppo complicato? Ok, proviamo così: dobbiamo migliorare i nostri servizi per avere un’economia più moderna e maggior benessere.

Purtroppo di tale argomento non trovo traccia nel nostro dibattito elettorale, che ha poche idee ma confuse su roba tipo flat tax, euro, pensioni, e altre amenità ma si guarda bene dall’osservare la realtà aldilà dei (presunti) desideri di chi vota. Un vero peccato perché la realtà offre tantissime occasioni di riflessione che purtroppo molto difficilmente riescono a guadagnarsi la ribalta della pubblica attenzione, completamente invasa dalle notizie futili. Come accade alla moneta, l’informazione cattiva scaccia quella buona.

Vale la pena tuttavia fare un tentativo assolutamente inattuale come in fondo è tutto questo blog. E per l’occasione decido di servirmi di un grafico pubblicato sull’ultimo bollettino economico di Bankitalia che contiene numerosissimi spunti di analisi.

Come si può osservare il saldo del conto corrente (linea nera) si è stabilizzato a poco meno del 3% sul pil da circa un anno. A questa stabilizzazione ha contribuito il saldo dei redditi primari, cresciuto nel corso del 2017, che ha compensato la diminuzione del saldo delle merci. Su quest’ultimo ha sicuramente pesato l’aumento della nostra bolletta energetica (linea rossa tratteggiata con i rombi) che come si può osservare si avvia a pesare il 2% del pil e peggiora da fine 2016, quando l’Opec e la Russia hanno inaugurato la politica dei tagli. Col petrolio ai livelli attuali non c’è da aspettarsi miglioramenti. Noterete che nel 2012 questa bolletta pesava il 4% del pil e se guardate alle quotazioni potete anche farvi un’idea di che livello di prezzi serve per arrivare grossomodo a questo risultato.

Pure ammettendo che il prezzo del petrolio rimanga ai livelli attuali, per mantenere il nostro livello attuale di saldo corrente, il cui attivo ci garantisce una importante stabilità finanziaria, dobbiamo continuare a esportare come stiamo facendo, e possibilmente anche meglio, sperare che i cambiamenti annunciati di politica monetaria impattino poco sui nostri investimenti esteri, dai quali dipendono i redditi primari, e soprattutto dovremmo provare a invertire alcune partite storiche sulle quali siamo ancora deficitari (lo eravamo anche sui redditi primari). La candidata naturale a questa inversione è quella dei servizi, visto che è improbabile cambiare segno a quella dei redditi secondari, dove si racchiudono ad esempio le rimesse degli immigrati.

L’economia dei servizi, peraltro, è quella dove si concentrano possibilità e aspettative di crescita. In un articolo pubblicato alcuni mesi fa trovo un grafico che rappresenta bene la situazione del nostro paese nel confronto internazionale.

Come si può osservare il nostro export di servizi pesa poco più del 2% del totale globale e non basta neanche a evitarci una posizione deficitaria. In sostanza mentre siamo i decimi esportatori al mondo di bene, non riusciamo a superare il quindicesimo posto in quella dei servizi che pesano circa il 18% del nostro export complessivo a fronte di una media internazionale del 23. Le prospettive, secondo Sace, sono tuttavia in miglioramento. L’istituto stima una crescita annua dell’export di servizi al 4,3% a fronte del 4% per i beni da qui al 2020. Dal 2019 il valore dell’export dei servizi, attualmente intorno ai 95 miliardi, dovrebbe superare i 100. Ma certo sarebbe interessante capire se oltre a questi andamenti “prevedibili” fosse possibile imprimere una spinta a un settore che si dimostra sempre più vitale nelle economie moderne. Peraltro sembra che abbiamo anche le carte in regola per provarci. Basti considerare che circa il 40% dei nostri attuali introiti sui servizi deriva dal turismo.

Tuttavia è chiaro che occorrerebbe una robusta analisi preliminare, per capire ad esempio dove si collochino i nostri deficit sui servizi – alcuni puntano l’indice sul settore finanziario – e quali potrebbero essere eventuali punti di forza da sviluppare, ricordando che i paesi emergenti, India e Cina in testa, stanno approfittando delle opportunità offerta dallo sviluppo digitale per far salire rapidamente la loro quota di export di servizi sul totale del loro commercio estero. Trattandosi in molti casi di produzioni ad alto valore aggiunto, peraltro, puntare sui servizi farebbe bene alla nostra produttività complessiva e quindi alla crescita.

Ecco, di tutto questo mi  piacerebbe si parlasse in campagna elettorale, almeno quando si parla del futuro del paese, invece che dell’ennesima bufala fiscale. Ma temo che dovrò rassegnarmi a parlare da solo.

Cronicario: Salute&libertà: il Psl di Gentiloni trionfa a Davos

Proverbio del 24 gennaio Il grande talento richiede molto per maturare

Numero del giorno: 29.000.000 IPhone X consegnati nel quarto trimestre 2017

Vedi che c’aveva ragione la buonanima? Il mio vecchio, intendo, che mi diceva sempre: non stare a preoccuparti, basta che c’è la salute. Vabbé, lui era della generazione lavoro quanto ne vuoi e pensione pure, ma son quisquilie: c’era tutta una saggezza popolare che si annidava dietro quella massima che adesso mi riecheggia nientemeno che dal vertice di Davos.

Mi spiego meglio. Anche oggi fra le nevi bianchissime della Svizzera un gruppone di multimilionari e aspiranti tali discetta di cose economiche costringendo come ogni anno tutti i governanti del mondo all’inchino cortese.

Oggi a esibirsi sul palco svizzero è toccato al nostro premier, Gentiloni il cortese, che ha regalato ai cronisti assiepati sotto le sue lunghe e gentili ali un meraviglioso scoop: “A Davos siamo percepiti come un paese sano”, ha detto. Meglio ancora: “Finalmente, dopo molti anni nei quali eravamo percepiti come un paese un po’ ammalato, l’Italia viene percepita per come effettivamente è, ossia con grandissime potenzialità e in crescita”.

La parolina magica crescita sazia i giornalisti al punto che ne ignorano il sottotesto lassativo. Ma soprattutto scatta l’applauso quando il premier dice gentilmente che anche lui potrebbe dire, parafrasando Trump, Italy first, ma che la gentilezza gl’impone di ricordare che “se si vuole la crescita, il benessere, se si vuole proteggere il lavoro, serve un ambiente economico che funzioni e per averlo c’è bisogno di libertà commerciale, di libero mercato e non di protezionismo”. Salute&libertà, ovvero: il partito della gentilezza.

Il Psl, partito salute e libertà, ha il vantaggio di risultare nuovo all’anagrafe partitante, e risultare come crasi modernissima fra il vecchio Pdl e lo stravecchio Psi. Acchiappa bene fra la terza età e strizza l’occhiolino all’uomo di Arcore, che sicuramente avrebbe voluto pensarci lui. E siccome il programma l’avete già letto sopra, non c’è neanche bisogno di scervellarsi: il Psl si basa su un riformismo gentile che ha già dato ottima prova di sé. Lo stesso Gentiloni ricorda che le riforme del suo (suo) governo hanno raddoppiato le stime di crescita del Fmi per il 2017. E a chi gli fa osservare che dal voto potrebbe scaturire una certa instabilità, il premier fa gentilmente notare che “abbiamo una certa esperienza nelle soluzioni flessibili all’instabilità politica…”.

Mentre tutto ciò accade fra le nevi immacolate i mercati raccontano di un euro che arriva a 1,24 sul dollaro, ai massimi da tre anni, e della borsa Usa che macina l’ennesimo record. Sale anche il petrolio, che ormai sfiora i 65 dollari a NY regalando un’emozione preoccupata a chi conosce i conti esteri italiani che, per comodità vi riporto qua.

La linea rossa sotto misura il costo dei nostri beni energetici che ormai si avvia verso il 2% del pil dopo il rialzo petrolifero iniziato nel 2016. Se guardate dov’eravamo nel 2012 capirete perché il caropetrolio dovrebbe metterci qualche ansia, specie considerando che il conto delle merci rallenta, per fortuna compensato da quello dei redditi. Se il petrolio aumenterà ancora e l’export netto di merci no, servirà qualcos’altro per stabilizzare il nostro saldo corrente, che ci tiene letteralmente in piedi l’economia. Che fare? Rimangono i servizi, che sono ancora poco sviluppati. E allora capisco il lampo di genio del partito di Gentiloni: dobbiamo vendere più servizi per far crescere il pil. E la gentilezza, si sa, rende servizievoli.

A domani.

I consigli del Maître: I consumi dei britannici e il boom turistico dei cinesi in Italia

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Inattivi e cos’altro? La settimana scorsa abbiamo parlato del boom degli inattivi che rivela la fragilità del mercato del lavoro Usa. Ricorderete che abbiamo visto come questi lavoratori, che non risultano occupati né disoccupati siano cresciuti notevolmente negli ultimi vent’anni.

Come si può osservare dal grafico gli inattivi sono rimasti abbastanza stabili per tutti gli anni ’80 e ’90 per poi iniziare a crescere con l’inizio del nuovo secolo, arrivando a oltre 76 milioni ai giorni nostri, circa 20 milioni in più del ventennio precedente. E’ curioso osservare che sempre dagli anni 2000 la popolazione in età lavorativa è aumentata all’incirca della stessa quantità.

Quindi in pratica è come se questi nuovi lavoratori potenziali non siano mai entrati in campo. Un’altra ricognizione della Fed ci consente di sapere un’altra informazione che completa il quadro. I posti di lavoro creati dal 2000 in poi riguardano gli over 55.

Il saldo degli under è negativo. E’ nella fasce più giovani che si concentra la fragilità del lavoro Usa.

I subprime a quattro ruote. I debiti degli americani per l’acquisto di automobili hanno raggiunto i 1.200 miliardi, terzi in classifica dopo quelli degli studenti (1,3 trilioni) e quelli per mutui (circa 8 trilioni). Al contempo si osserva una notevole crescita dei prestiti a debitori con merito di credito basso, i cosiddetti subprime, e contestualmente una notevole crescita delle cartolarizzazioni di questi debiti.

L’esperienza, evidentemente, insegna poco. E quel poco lo dimentichiamo.

La spesa delle famiglie inglesi. L’Ons, istituto di statistica britannico, ha pubblicato alcuni dati relativi alla spesa delle famiglie che descrivono molto bene l’evoluzione di quella società nel corso del tempo.

La spesa per generi alimentari, ad esempio, è diminuita drasticamente, dimezzandosi quasi rispetto agli anni ’50, quella per tabacco si è quasi azzerata. Al contrario aumenta la spesa per i trasporti, che è la maggiore voce di costo e soprattutto quella per cultura e tempo libero, seconda classifica dopo i trasporti per quota di reddito dedicata. Non stupisce che fra i top spender ci siano i 65-74 anni che a questa voce dedicano un quinto della loro spesa complessiva. Avere tempo libero e risorse per riempirlo non è certo una cosa da giovani.

Il boom dei turisti cinesi. I cinesi viaggiano parecchio da quando hanno cominciato a vivere seguendo lo stile di vita occidentale e l’Europa è una delle loro mète preferite, secondo quanto riferisce Eurostat. I dati dicono che dal 2006 i turisti cinesi sopo più che triplicati.

Sorprendentemente è il Regno Unito la principale destinazione dei turisti cinesi, ma l’Italia comunque si riserva un onorevole secondo posto.

C’è anche una certa reciprocità. Gli europei frequentano sempre più la Cina per turismo, anche se certo i volumi non sono paragonabili. La Cina infati è solo ottava nella top ten delle destinazioni preferite dai residenti Ue.

 

Cronicario: C’erano un americano, un tedesco, un cinese e un dazio…

Proverbio del 23 gennaio I corvi sono dappertutto ugualmente neri

Numero del giorno: 60.000.000.000 Valore del cibi italiani taroccati a livello globale secondo Coldiretti

C’è questa barzelletta che gira negli Usa dove un americano che si chiama Trump, un cinese, che si chiama Suniva, e un tedesco che si chiama Solarword, fanno combutta per imporre al popolo un bel dazio sui pannelli solari. I tre ci riescono talmente bene che l’associazione Usa dei produttori di pannelli solari, che in teoria dovrebbe essere favorita dalla scelta di protezione, manda a dire a Mister T che a loro questa scelta costerà un pacco di miliardi di investimenti e un ventimila posti di lavoro. Il che non fa ridere, ma dà il senso della barzelletta commerciale del signor America First. La barzelletta diventa serissima quando si scopre che Suniva e Solarword, compagnie che fanno pannelli solari, cinese l’una e tedesca l’altra  e praticamente fallite da tempo, pare abbiano detto che i dazi faranno aumentare di almeno 100 mila i posti di lavoro in America.

La barzelletta assume un odore sospetto quando si scopre che insieme a quello sui pannelli, con l’occasione Mister T, ormai declassato a Mister D, ne ha messo un altro anche sulle importazioni di lavatrici, facendo incazzare così dopo i cinesi non proprietari di aziende in Usa anche i coreani del sud. Samsung e LG avevano già impostato investimenti per produrre negli Usa, ma a questo punto chissà. In ogni caso alla lavatrice importata numero 1.200.001 scatterà il balzello al 50%, prima sarà del 20%. I consumatori americani potranno scegliere di non comprare lavatrici estere, ammesso che gli Usa ne producano ancora, oppure risparmiare quelle che hanno lavando meno i panni, che in fondo non è così patriottico. I più robusti potranno tornare alle vecchie abitudini.

In ogni caso la barzelletta deve essere arrivata agli orecchi del primo ministro indiano Modi, che l’ha raccontata ai ricconi seduti a godersi la neve di Davos, nella ricchissima Svizzera, dove in questa stagione si discetta di economia sorseggiando millesimati. Il protezionismo e la tentazione di riportare indietro le lancette dell’orologio sul tema della globalizzazione rappresentano “una minaccia non meno preoccupante del cambiamento climatico e del terrorismo”, ha detto, discorrendo a difesa dell’apertura agli scambi contro la tentazione di “chiudersi in se stessi”. A Davos, dove venerdì è atteso Mister D, Trump in persona, hanno riso tutti. Ma non era una barzelletta.

A domani.

Il sentiero stretto delle banche centrali

Nell’intervento di Christine Lagarde al forum di Davos, nel corso del quale il Fmi ha presentato le sue ultime stime macro, è risuonato nuovamente il sottotitolo insidioso della conferenza organizzata da Bis, Ocse e Fmi “Weak productivity: the role of financial factors and policies” che ha impegnato notevoli intelligenze a Parigi il 10 e l’11 gennaio scorsi. La direttrice del Fmi, infatti, ha un certo punto ha ammesso che la ripresa sfrutta fattori favorevoli ciclici, ossia è puramente congiunturale, mentre rimangono irrisolte alcune problematiche che hanno condotto alla crisi e che anzi si sono aggravate proprio in conseguenza delle soluzioni adottate per risolvere la recessione. “Siamo piuttosto ottimisti per le prospettive di breve termine – ha detto -, ma il medio termine ci dà qualche preoccupazione”. La ripresa è “ciclica”, quindi vietato “compiacersi”. Dulcis in fundo, “i bassi tassi d’interesse hanno portato ad accumularsi delle vulnerabilità potenzialmente gravi”. C’è “un notevole aumento del debito in molti paesi e dobbiamo tenere alta la guardia”. Ed ecco il sottotitolo insidioso che a questo punto entra di diritto nel dibattito pubblico: riconoscere un ruolo alla finanza nell’andamento dell’economia reale, a cominciare proprio dalla produttività.
Questa piccola rivoluzione “filosofica”, che implicitamente riconosce il ruolo della politica monetaria nei processi dell’economia reale, finisce con l’illuminare con una luce poco confortevole le banche centrali, che della politica monetaria sono le responsabili. Riconoscere che la finanza influenza la produttività è come dire che le banche centrali incidono sui processi economici attraverso il ciclo finanziario, che potremmo definire semplificando molto come l’alternarsi di boom e bust creditizi, determinando i processi dell’economia reale. Lo fanno a fronte di una teoria che dice il contrario e sapendo di dover percorrere un sentiero che si fa sempre più stretto. Vuoi perché la teoria mostra crepe sempre più profonde. Vuoi perché i mercati e i governi hanno proiettato su di loro aspettative che faticano sempre più a maneggiare, come lascia sospettare il fatto che non siano mai state tanto loquaci come in questo primo decennio del XXI secolo. E tuttavia le banche centrali non possono far nulla di diverso da ciò che fanno, pure se iniziano a capire di non sapere esattamente cosa facciano e temendo persino che sia sbagliato, visto che i modelli che utilizzano per analizzare, prevedere e decidere si basano su ipotesi sempre meno credibili.
Di questo tormento silenzioso si trova traccia nell’intervento parigino di Claudio Borio, capo del dipartimento economico e monetario della Banca dei Regolamenti internazionali di Basilea, uno dei maggiori studiosi del ciclo finanziario che abbiamo già approfondito. I timori della Lagarde non fanno che aggiungersi ai sospetti dello studioso italiano. Nel momento in cui la direttrice del Fmi sottolinea i rischi cresciuti all’ombra dei tassi rasoterra è inevitabile ricordare il link ipotizzato da Borio fra la produttività e i tassi di interesse, e in particolare con un “persistente livello basso di tassi di interesse”. Il sospetto è che anche i tassi nominali influenzino l’economia reale, con un nesso causale che parte proprio da questi ultimi, tramite la loro interazione col ciclo finanziario. E se tale sospetto venisse incorporato nei modelli delle banche centrali ciò restringerebbe ancora di più il sentiero su cui queste singolari entità sono costrette a camminare, giocando a fare i governatori dell’economia senza però poter confessare di esserlo sul serio. 
Finché le cose andranno bene, e speriamo che vadano bene a lungo, la questione del central banking rimarrà sottotraccia, materia per studiosi e scrittori d’economia amanti delle singolarità. Ma non appena la congiuntura dovesse invertirsi nulla di più probabile che qualcuno chieda il conto a chi, volente o nolente, la nuova congiuntura avrà contribuito a determinare. Mettere all’indice le banche centrali dopo averle blandite per anni è la scorciatoia più semplice per una politica che ha la vista corta di una campagna elettorale. Sarà cinico, ma funziona.

Cronicario: La strategia della pensione: smontare a rate la Fornerò

Proverbio del 22 gennaio Quando c’è una meta anche il deserto diventa una strada

Numero del giorno: 7,8 Percentuale debito netto estero sul pil dell’Italia a fine settembre 2017

Una dichiarazione della Cisl trapana la nube febbrosa che m’ottunde da una settimana, più o meno da quanto mi dura l’influenza, riuscendo nel miracolo di far rivivere il Cronicario, almeno lui. Abbandono il sepolcro di fazzolettini usati sul quale giaccio e mi ritrovo qui a raccontarvi come le parole della Cisl abbiano finalmente acceso di luce propria la mia comprensione di uno dei misteri meno gioiosi del nostro tempo: la strategia della pensione che ogni maledetta legge di bilancio i sindacati mandano i piazza, più o meno mediatica, riuscendo a strappare modifiche alla vituperata Fornerò, ossia la famosa legge Fornero in versione futura, in qualunque forma saremo costretti a riviverla non appena inizierà una qualsiasi quaresima.

Ebbene è proprio sullo spread fra la Fornero e la Fornerò che se la gioca la Cisl. Geniale a dire poco, e sicuramente in ottima compagnia. La premessa è che la Fornerò non si può abolire perché “costerebbe 80 miliardi”. Alla faccia di chi ci fa le campagne elettorali contro la Fornerò, problema che la Cisl non si pone nemmeno non avendo necessità di farsi eleggere. Ciò spiega perché possa tranquillamente propagandare la verità. La sua almeno. Perché pure se non deve farsi eleggere, deve comunque convincere qualcuno a comprarsi la sua tessera. E siccome la Fornero non piace a nessuno dei suoi iscritti, o almeno ad una grande maggioranza di loro, la soluzione è trasformare la Fornero di oggi nella Fornerò di domani che somigli talmente poco alla Fornero di oggi da far contenti se non tutti almeno tanti.

E come si fa? Semplice. Ce lo spiega la Cisl: “Alla riforma delle pensioni abbiamo messo mano attraverso un accordo importante che ha ripristinato la possibilità di flessibilità in uscita e ha creato per 15 categorie di uscire senza oneri per i lavoratori oltre i 63 anni. Questo è un pezzo dell’accordo che abbiamo fatto insieme alla 14esima per le pensioni sotto i mille euro e il cumulo gratuito per contributi dei giovani, ma ci sono altre cose altrettanto importanti da gestire, siamo al lavoro per farlo. Sulle pensioni sentiamo tante proposte anche molto costose, ma cambiare la Fornero costerebbe oltre 80 miliardi di euro, noi vogliamo proseguire e migliorare la strada intrapresa finora”. Traduco: per trasformare la Fornero non serve abolirla, basta smontarla un pezzo alla volta. Così gli 80 miliardi di spesa ce li troveremo sul groppone un poco alla volta nel mucchione indistinguibile dei nostri debiti pubblici. Non domani, ma fra vent’anni. Poi ci sarà un’altra Fornerò lacrime e sangue, ma per allora chi vivrà vedrà.

La potenza di questa rivelazione mi lascia a contemplare il vuoto del mio spray nasale, esausto come me. Il Cronicario torna domani.

Forse.