Il buio oltre la ripresa: I subprime a quattro ruote

Tornare dove tutto è cominciato, ormai oltre dieci anni fa, e trovare che tutto è ricominciato, come dieci anni fa, è conferma sicura del fatto che tendiamo a dimenticare le lezioni della storia. Tornare negli Usa, da dove la Grande Recessione si è originata, e trovare di nuovo parole dimenticate dalle cronache come subprime, cartolarizzazioni, ABS, e tutta la paccottiglia che ritmò le cronache di allora, potrà suscitare sconforto e preoccupazione, ma di sicuro non fra coloro che conoscono i meccanismi lungo i quali la rinascita dell’economia si è articolata in questi anni. Oltre la ripresa, diligentemente rendicontata dai volenterosi statistici dell’economia e dai policy maker, ci sono ampie zone oscure che crescono all’ombra della disattenzione dell’opinione pubblica. Ne abbiamo già osservata una, adesso scrutiamone un’altra: il boom dei debitori suprime nel settore dei prestiti auto.

Per apprezzare questo grafico dovete sapere che la linea ocra indica l’ammontare di prestiti concessi a debitori con merito di credito basso, inferiore a 620, i cosiddetti subprime. Un articolo molto informato della Fed di Richmond riporta che tale crescita ripida, che solo di recente è stata vagamente frenata da misura macroprudenziali, ha portato la quota totale di debito per prestiti auto alla somma di 1.200 miliardi, il terzo dopo quello per i mutui (8.700 miliardi) e quello dei prestiti agli studenti (1.300 miliardi). La pendenza della curva dei prestiti ai subprime mostra che il tasso al quale questi prestiti crescono è paragonabile a quello delle altre categorie di debitori, sfiorando quello dei superprime, ossia i prestiti sicuri. Sicuri per modo di dire, ovviamente. Questi ultimi sono addirittura cresciuti in percentuale meno degli altri, ma hanno superato il picco del 2006 già da inizio 2015.

Gran parte di questi andamenti si deve alla forte competizione fra le società finanziarie collegate alle case automobilistiche e quelle indipendenti, che ha finito col proporre credito anche a chi rischia di non poterlo ripagare. Anno 2007, reloaded. Questa evoluzione si percepisce nella sua profondità facendo un po’ di storia. L’invenzione della finanza automobilistica si deve alla Generale Motor e risale al primo dopoguerra. Fra le altre cose la produzione di massa di auto rese necessario disporre di una rete di concessionari capaci di acquistare grandi quantità di prodotto dalla fabbrica e quindi di poterli rivendere agevolmente. Questo in un periodo dove le banche erano ancora molto restie a concedere credito per l’acquisti di automobili a scopo ricreativo, un bene che i risk manager di allora non sapevano ancora valutare. Sicché GM produsse l’innovazione di cui il mercato aveva bisogno: creò una società finanziaria, la General Motors Acceptance Corporation (GMAC) allo scopo di fornire ai suoi concessionari credito sufficiente per comprare le auto dalla casa madre, e potendo contare su rapporti con le banche che le garantivano tutte le risorse finanziarie che le abbisognavano. L’uovo di Colombo: mi indebito per te, visto che posso permettermelo, e poi ti presto i soldi a tasso più elevato e ci guadagno pure. Ovviamente il costo più salato sul prestito lo pagava l’acquirente dell’auto. Vendere un prestito insieme alle quattro ruote aveva persino il vantaggio di poter agire sulla scontistica o sul versante finanziario o su prezzo dell’auto.

Il sistema, come sa chiunque abbia comprato di recente un’automobile, è sostanzialmente lo stesso che funziona oggi. La differenza rispetto ad allora è che nel mercato sono entrati altri soggetti che offrono credito cercando sempre più di attirare clienti, più o meno solvibili, sia per il nuovo che per l’usato. GM vendette la quota di maggioranza della GMAC nel 2006, prima che nel 2008 il governo intervenisse con un investimento da 17 miliardi per tenerla in piedi. E tuttavia il gigante automobilistico Usa è rimasto nel giro della finanza automobilistica, con una nuova compagnia. Nel 2010, fra le altre cose, ha acquistato l’azienda specializzata in subprime AmeriCredit. L’aria è cambiata e nessuno vuole perdersi un buon affare.

Oggi la Fed ipotizza che i prestiti ai subprime a quattro ruote abbiano raggiunto il picco. Il flusso di prestiti su base trimestrale a questa categoria, infatti, ha rallentato a 30 miliardi nel 2016. E forse a tale rallentamento ha contributo la crescita dal 2,5 al 4,3% del tasso di delinquency sui debitori subprime. Un livello più elevato di quello raggiunto nel 2008, secondo i dati di S&P Global. Il problema è che, proprio come accadeva allora per qualunque categoria di prestiti, si è assistito a una notevole crescita delle cartolarizzazioni dei prestiti per auto, cresciute parecchio fin dal 2000. I dati mostrano che gli asset-backed securities (i famigerati ABS) crebbero fra il 2000 e il 2005 da 70 a 106 miliardi l’anno, portandosi a un totale che crebbe dai 185 ai 280 miliardi di dollari. L’emissione di Abs crollò dopo il 2008, ma dal 2010 in poi questi strumenti sono tornati ad essere molto popolari. Si è passati dal 45 ai 96 miliardi l’anno e oggi gli Abs con auto come sottostante rappresentano il 45% del totale degli ABS emessi.

Il grafico ci consente di osservare come le emissioni di ABS spiccati su debiti subprime abbiano superato di 4,5 punti il picco del 2007, portandosi al 22,5% del totale, e questa è l’ennesima conferma che questo mercato è fonte di potenziale instabilità. Un altro dato vi convincerà: la percentuale di “deep suprime”, debitori da profondo rosso diciamo, sul totale dei prestiti subprime cartolarizzati è passata dal 5% del 2010 al 33% del 2017. Chi ricorda la crisi dei mutui subprime sa bene che all’epoca bastarono alcuni pagamenti saltati per generare il panico.

A qualcuno questi campanelli d’allarme sembrano esagerati. In caso di crisi, ha detto Christopher Killian, managing director and head of the securitization group alla SIFMA, “ci sarebbero perdite, non perdite a cascata”. Sarà, ma la storia (dimenticata) ci insegna un’altra cosa: nessuno può mai sapere con certezza cosa accadrà nel circuito finanziario quando si verifica uno shock, prima che lo shock si sia verificato. E la cronaca ce ne insegna un’altra, raccontata proprio dalla Fed. A marzo 2017 la sussidiaria Usa del banco spagnolo Santander, la Santander Consumer USA, specializzata in finanza automobilistica ha firmato un accordo per pagare 26 milioni di dollari così come previsto dalle autorità del Massachusetts e del Delaware che hanno accusato il colosso bancario sostanzialmente di drogare il mercato e raggirare i poveri debitori. Tanto è vero che ben 19 milioni di questi 26 sono stati versati a circa 2.000 di loro. Molti si sono allarmati, di conseguenza. Ma quello che di più dovrebbe allarmare è un altro grafico diffuso sempre dalla Fed.

Le vendite di veicoli, infatti, sono ben lontane da quelle degli anni d’oro e sono sostanzialmente stagnanti dal 2015, nonostante la crescita dei prestiti subprime. Il cavallo bene poco. Anche quello a motore.

(2/segue)

Puntata precedente

Cartolina: L’età dell’occupazione

Vivere di più, nel nostro tempo, non vuol dire solo posporre l’ingresso in quella che Sartre chiamava l’età della ragione. Ai giorni nostri la vita più lunga comporta una giovinezza infinita, talché si può arrivare a età un tempo impensabile e accorgersi d’essere ancora molto lontani da quella stabilità, innanzitutto economica, alla quale il progresso ci ha abituati, a tal punto che ci sorprendiamo quando scopriamo come tale stabilità sia divenuta nei fatti una chimera. Viviamo, infelicemente consapevoli, una lunga giovinezza senza però il conforto e i sogni della giovinezza autentica, e tantomeno le sue infinite opportunità. Si entra più tardi nell’età della ragione e ancor più tardi in quella dell’occupazione, di conseguenza, e anzi, come è accaduto in questi anni negli Usa ma anche da noi, succede persino che sono i più attempati gli unici che godono di quel po’ di ripresa che è arrivata dopo il disastro del 2008. Sono i soli che hanno contributo alla crescita dei posti di lavoro, o che di questo aumento si sono giovati, mentre i più giovani, che oggi vengono considerati under 55, sono a saldo zero, o poco più. La lunga giovinezza, che vuol dire lavoro tardivo e pensione sparita, a ben vedere, lo è per natura.

 

La trappola del debito che paralizza la produttività

Il grande problema della produttività debole che affligge molte economie avanzate spiega perché gli esperti ne discorrano sempre più spesso andando a guardare anche laddove prima si trascurava di vedere, come è accaduto in occasione della conferenza che si è tenuta a Parigi fra il 10 e l’11 gennaio. L’incontro aveva infatti come tema la domanda se la scarsa produttività delle nostre economie possa dipendere anche da questioni finanziarie. Questione che sembra astrusa ma che invece ha importanti implicazioni in termini di policy. Fra gli ospiti c’era Claudio Borio, capo del dipartimento economico e monetario della Banca dei Regolamenti Internazionali che ha presentato uno speech ricco di spunti di riflessione e anche di parecchie informazioni.

Fra le tante, una in particolare merita un approfondimento perché segnala una situazione ancora poco nota alle cronache che ha un peso rilevante nelle economie, compresa la nostra: la crescita costante delle imprese zombie. Nella definizione Ocse, che ha dedicato al tema un notevole studio pubblicato nel dicembre scorso, si tratta di imprese che hanno almeno dieci anni di vita e i cui profitti non sono sufficienti a coprire il costo degli interessi sui debiti.

La questione che Borio si propone di indagare è se le scelte di politica monetaria di questi ultimi anni, che hanno portato i tassi nominali a livelli mai visti in passato e per così lungo tempo, non abbiano in qualche modo favorito la crescita di questi soggetti. Il perché è facilmente comprensibile. Un costo del denaro ridotto offre alle imprese zombie maggiori probabilità di sopravvivenza rispetto a un ambiente col denaro più costoso. E inoltre può persuadere le banche a portare avanti prestiti verso cattivi debitori a svantaggio di soggetti che ne farebbero un miglior uso. In entrambi i casi il sistema economico ne risente, e quindi la produttività. La domanda, perciò, se esiste una relazione fra il livello dei tassi e l’incidenza delle imprese zombie è tutt’altro che astratta.

La prima cosa che dobbiamo osservare è come si sia evoluto il fenomeno nel tempo.

Come si può vedere, le imprese zombie sono cresciute notevolmente in percentuale sul totale e al loro crescere ha corrisposto l’aumento della probabilità di proseguire a lungo in questa condizione. “Come mai – si domanda Borio – le imprese zombie sono capaci di sopravvivere più a lungo oggi rispetto agli anni ’80 e ’90?”. Una prima risposta potrebbe essere che “fin dall’inizio degli anni 2000 sembra che queste aziende abbiano ricevuto minor pressioni a ridurre il debito”. Forse anche in ragione del fatto che “nello stesso tempo gli interessi sui loro debiti sono diminuiti notevolmente”. E’ lecito sospettare che ciò sia accaduto proprio grazie al declino dei tassi di interesse nominali, come si può osservare dal grafico successivo, che mostra pure una relazione fra il ribasso dei tassi e l’aumento della durata della non-vita di queste aziende.

“La relazione può essere una pura coincidenza – sottolinea Borio e anche altri fattori, scollegati dal tasso di interesse, possono spiegarla”. E tuttavia la possibilità che ci sia una correlazione fra discesa dei tassi e aumento delle imprese zombie è “intrigante e sorprendente”, almeno per la comunità accademica. Per il momento non ne sappiamo abbastanza. Sappiamo però che l’Ocse ha sottolineato il notevole fardello che queste aziende rappresentano per le economie che devono sostenerle, visto che impiegano parecchie risorse e le rendono “più vulnerabili ad aumenti del tasso di interesse”, generando quella che Borio chiama una trappola del debito. Sappiamo anche un’altra cosa, che Ocse riepiloga con questo grafico, e che ci riguarda direttamente.

Il nostro paese (dati 2013) ha un triste primato relativamente alla quantità di capitale “bloccato” in imprese zombie, oltre che una rilevante quota di manodopera impiegata. Domandarsi cosa sarà di queste aziende quando risaliranno i tassi è pura operazione di buon senso. Cercando di fare anche qualcosa, magari per tempo.

Cronicario: E se siete insoddisfatti, guardatevi in tasca

Proverbio del 17 gennaio Il cavallo sazio tira calci

Numero del giorno: 50 Calo % della quotazione di Bitcoin da dicembre

Ora che avete metabolizzato il bottocoin di Bitcoin, che ancora ci credevate che era il modo più facile per diventare ricchi, date un’occhiata a quello che dice Istat su noi italiani, che a furia di non essere mai contenti, finisce che non lo siamo per davvero. Talmente da essere diventati diffidenti e vagamente infidi. O almeno ce la raccontiamo così.

Se poi siete incontentabili sul serio, date un’occhiata questo grafichetto che vi spiega quanto siamo scontenti e illustra come da un paio d’anni a questa parte non c’è ottimismo di governo che tenga: stiamo lì a bordeggiare col muso lungo. E più invecchiamo più è peggio.

Mi sorprendo a scoprire che eravamo più soddisfatti nel 2011, quando ci dicono fossimo vicino al fallimento. Dipenderà dal fatto che siamo incoscienti oltre che incontentabili. E soprattutto rimango a bocca aperta quando leggo che “la quota di persone di 14 anni e più soddisfatte della propria situazione economica si è stabilizzata al 50,5% nel 2017 dopo la crescita del 2016”. Inoltre, “nel 2017 aumenta, invece, la quota di famiglie che giudicano la propria situazione economica stabile (dal 58,3% del 2016 al 59,5%) o migliorata (dal 6,4% al 7,4%)”, mentre “il giudizio sull’adeguatezza delle risorse economiche familiari mostra segnali di maggiore incertezza: la quota di famiglie che le valuta adeguate scende dal 58,8% del 2016 al 57,3%”.

Ma poi Bankitalia mi illumina.

Dal 2013 ci stiamo liberando sempre più di azioni e soprattutto di obbligazioni e stiamo indirizzando cospicue risorse verso il risparmio gestito. Saremo pure insoddisfatti, ma sappiamo fare girare i soldi, in Italia e all’estero. E infatti le consistente degli attivi finanziari delle famiglie sono aumentate di una decina di miliardi, dai 4.174 miliardi del 2015 ai 4.184 del 2016. Perciò se siete insoddisfatti, guardatevi bene in tasca. C’è il rischio che l’insoddisfazione peggiori. Ma anche la possibilità che vi passi.

A domani.

I consigli del Maître: I redditi bassi che affossano il mattone italiano e il boom degli inattivi Usa

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Ultime notizie sulle imprese zombie. Ricorderete che qualche tempo fa ci siamo occupati delle cosiddette imprese zombie, ossia quelle che con i profitti non riescono neanche a pagare gli interessi sui debiti, secondo la definizione che ne ha dato Ocse in un studio nel quale si metteva in evidenza anche la quota rilevante di imprese italiane zombizzate.

Bene. La settimana scorsa a Parigi si è tenuta una conferenza molto interessante sugli effetti che la finanza può avere sulla produttività e con l’occasione si è tornati a parlare di zombie firms. Gli ultimi studi evidenziano una relazione, che forse è solo una coincidenza, ma che si segnala come molto interessante, ossia quella fra il ribassare dei tassi nominali e il contemporaneo crescere delle aziende zombie.

Abbassare i tassi di interesse favorisce coloro che hanno debiti e gli consente di continuare ad essere operativi anche se non sono efficienti. Ma questo però ha un costo sull’efficienza totale del sistema economico e sulla produttività, che tendono a diminuire. Il buon senso suggerisce che questo ragionamento spiega bene cosa sia accaduto negli ultimi anni e come mai le imprese zombie siano cresciute di numero così tanto. Ma a quanto pare questo non basta a cambiare politiche.

La speranza di vita Usa. La Fed ha proposto un grafico che mostra le differenti speranze di vita nei principali paesi avanzati e la cosa stupefacente è che gli Usa registrano la più bassa.

Non è semplice capire come mai il paese più ricco del mondo abbia la speranza di vita più bassa. Forse dipende dall’ambiente, forse dalle politiche sociali, forse dallo stile di vita, ma in ogni caso sembra difficile che gli Usa riescano a cambiare le proprie abitudini.

Il boom degli inattivi. Sempre gli Stati Uniti si segnalano per essere i capofila di un fenomeno interessante che riguarda il mercato del lavoro e che sembra caratterizzi anche molt altre economie avanzate: il boom degli inattivi, ossia dei cittadini in età lavorativa che non sono né occupati né disoccupati.

Come si può osservare dal grafico gli inattivi sono rimasti abbastanza stabili per tutti gli anni ’80 e ’90 per poi iniziare a crescere con l’inizio del nuovo secolo, arrivando a oltre 76 milioni ai giorni nostri, circa 20 milioni in più del ventennio precedente. E’ curioso osservare che sempre dagli anni 2000 la popolazione in età lavorativa è aumentata all’incirca della stessa quantità.

Quindi in pratica è come se questi nuovi lavoratori potenziali non siano mai entrati in campo. E questo spiega perché la disoccupazione Usa sia bassa: molti neanche ci pensano al lavoro.

I prezzi delle abitazioni e i redditi in Italia. Istat ha diffuso gli ultimi dati sui prezzi delle abitazioni a novembre, che risultano ancora in calo, in particolare per le abitazioni esistenti. L’Italia a quanto sembra fatica a far ripartire il proprio settore immobiliare e questo non è un buon viatico neanche per il settore bancario, che sull’immobiliare è notevolmente esposto. Molte ragioni potrebbero essere dietro questo andamento, ma se guardiamo insieme un paio di grafici, proposti da Bankitalia e da Istat, possiamo arguirne una.

Come si vede il reddito familiare dal 2005 ha perso dieci punti. I prezzi reali invece si sono allineati a quelli nominali, che sono quelli del 2005, ossia prima della crisi. Forse i prezzi non sono scesi abbastanza per essere sostenuti dai redditi correnti, sicché anche le compravendite, che pure hanno mostrato segni di ripresa sono tornate a stagnare. Forse il problema del mattone è un problema di reddito, tanto per cominciare.

Cronicario: Il bottocoin di Bitcoin

Proverbio del 16 gennaio Meglio non tagliare ciò che può legare

Numero del giorno: 27,9 Incremento % export italiano in Russia nel 2017

A un certo punto, un paio di mesi fa, una mia parente lontana mi scrive un messaggio tipo: “Ma che ne pensi di Ethereum, vale la pena investirci?”. Rimango esterrefatto perché ignoravo che costei conoscesse la differenza fra un’azione e un’obbligazione. E invece non solo conosce le criptovalute, ma persino quelle più esotiche, oltre al solito Bitcoin che in questi mesi sta regalando gioie da montagne russe ai suoi affezionati.

Memore dell’adagio che il rischio va a braccetto col rendimento, suggerisco alla mia congiunta di provare il casinò, che è di sicuro più divertente che guardare grafici o decrittare il pensiero astruso dei profeti delle monete esoteriche che fanno guadagni molto essoterici. Dopodiché me ne dimentico.

Qualche tempo dopo, per le feste di Natale, mi chiama un amico da Chicago, dove la borsa ha autorizzato il trading di strumenti finanziari con Bitcoin come sottostante. Mi dice che ha comprato non so cosa e ha guadagnano mille dollari comprando e vendendo lo stesso giorno. Mi congratulo. Gli dico di regalarsi una bella cena fuori e magari qualcos’altro. Mi risponde che no, ha subito reinvestito e che adesso ne perde 1.200. Gli ricordo che al casinò è buona pratica uscire dopo aver vinto, perché sennò si perde. Ne conviene, ma sta ancora lì.

L’altra sera poi, la minaccia Bitcoin mi si è materializzata direttamente in casa. La mia dolce metà mi ha domandato a bruciapelo se non dovessimo investire due spicci sulle criptovalute. Capisco che la seduzione dei soldi facili non ha tempo e si aggiorna con la tecnologia che, diabolicamente, li fa credere ancora più facili. Bitcoin ha fatto un boom e finirà col fare il botto, come sempre accade, una volta che i sedotti si trasformeranno in abbandonati. La cosa curiosa è che il botto parta da Oriente, dove si annida gran parte degli utilizzatori finali. Il primo schiaffone è arrivato dalla Cina qualche settimana fa. Più di recente ci ha pensato la Corea del Sud e oggi di nuovo la Cina che promette nuovi inasprimenti. Non so se gli orientali disprezzino i soldi facili, o più semplicemente ambiscano al loro controllo. Nel dubbio mi torna in mente Balzac, che odiava le lotterie perché le giudicava infidi strumenti del governo per sfruttare le disperazione dei poveri. Probabilmente avrebbe odiato Bitcoin.

A domani.

 

Il buio oltre la ripresa: Il tarlo che rosicchia il mercato del lavoro Usa

Ora che la congiuntura volge al bello e le nebbie della crisi sembrano dissolte dal sole della fiducia e della ripresa, finalmente sorto, è cosa saggia andare a scrutare negli angoli oscuri che il rinnovato entusiasmo dei partecipanti all’economia non riesce a illuminare per la semplice ragione che sono rimaste irrisolte molte delle questioni che pure la ripresa avrebbe dovuto risolvere. Ne faremo un’ampia rassegna nei mesi venturi, visto che la bella stagione distrarrà molti facendo sbiadire il ricordo dell’inverno alle nostre spalle. Se non altro perché è dalle molte debolezze che nutrono questa ripresa che sorgerà il suo inevitabile tramonto.

La prima storia che voglio raccontarvi riguarda la curiosa evoluzione del mercato del lavoro americano. Questa scelta si motiva per un duplice ordine di ragioni. Innanzitutto perché l’andamento dell’occupazione fa parte del mandato della Fed, e quindi motiva la politica monetaria Usa la quale a sua volta, ci piaccia o meno, ha effetti globali evidenti a tutti. Poi perché il pattern che vediamo all’opera nel mercato del lavoro Usa somiglia notevolmente a quello che abbiamo osservato in altre economie avanzate, a tal punto che non è esagerato considerarlo un case history. Siamo tutti americani, in un modo o in un altro. Anche questo, ci piaccia o meno.

Qualunque ragionamento sul mercato del lavoro non può che partire dal tasso di disoccupazione, ossia il numeretto che i policy maker mettono alla base delle loro politiche economiche, basandosi sulla semplice assunzione che un calo della disoccupazione sia una cosa positiva. Senonché tale affermazione auto-evidente nasconde alcune complessità che tendono ad essere sottovalutate dai titoli dei giornali. E il caso americano ne è un chiarissimo esempio. Il tasso di disoccupazione negli Usa, infatti, è arrivato ai suoi minimi di questo secolo dopo la straordinaria impennata che lo aveva condotto a superare il 10% con l’esplodere della grande crisi del 2008.

Sul finire del 2017 il tasso di disoccupazione era ben sotto il 5% (4,4%), poco sopra il minimo toccato agli inizi degli anni 2000 (3,9%), all’incirca al livello di fine 2006 (4,5%). Se andiamo alla coda della serie, notiamo che tale indice è all’incirca al livello del 1970. Se fosse tutto qua potremmo semplicemente complimentarci con la Fed, che è riuscita a centrare il primo dei suoi obiettivi (per l’inflazione il giudizio è ancora sospeso). Ma siccome il diavolo si annida nei dettagli, usualmente trascurati dalle cronache, vale la pena leggere il dato della disoccupazione associandolo con un altro, quella della partecipazione.

Questo grafico mostra come a dicembre del 2017 il tasso di partecipazione fosse lo stesso di quarant’anni fa, ossia il 62,7%. Con un’importante differenza: rispetto al 1977 è aumentata la partecipazione delle donne ed è diminuita quella degli uomini. Lo stesso numero fotografa due società molto diverse. E c’è un’altra importante differenza che dobbiamo osservare fra il dicembre 1977 e quello 2017: il tasso di disoccupazione di allora era al 6,7%.

Per apprezzare il significato di questi dati è bene ricordare che il tasso di partecipazione misura il rapporto fra la forza lavoro di un paese e la popolazione civile in età lavorativa. A sua volta la forza lavoro è la somma di lavoratori occupati e lavoratori in cerca di occupazione (e quindi disoccupati). Altrettanto importante ricordare che il tasso di disoccupazione è il rapporto fra il numero dei disoccupati e la forza lavoro. Trattandosi perciò di un rapporto, il suo valore può cambiare o perché muta il numeratore o perché cambia il denominatore, anche se è probabile che cambino entrambi. Nel caso del tasso di partecipazione le variabili che dobbiamo osservare sono la forza lavoro e la popolazione in età lavorativa. Per conoscere la forza lavoro dobbiamo sommare gli occupati (oltre 147 milioni di persone a dicembre 2016) ai senza lavoro (circa 6,5 milioni sempre a dicembre). E quindi, per calcolare il tasso di partecipazione, rapportare questa somma alla popolazione in età lavorativa.

E così arriviamo alla terza differenza fra il dato del 1977 e quello del 2017. Avere una disoccupazione più bassa a parità di tasso di partecipazione è possibile a patto che aumentino coloro che non cercano lavoro pur essendo in età lavorativa, ossia i cosiddetti inattivi. E in effetti i dati confermano questa tendenza.

Pure ammettendo che una parte di questa notevole crescita del tasso di inattività dipenda dal fatto che molti preferiscono continuare gli studi, è curioso osservare che il numero degli inattivi è sostanzialmente stabile lungo gli anni ’80 e ’90 per cominciare a impennarsi a partire dagli anni 2000, un arco di tempo troppo breve per pensare che in qualche modo non sia connesso a fenomeni tendenziali. La stranezza si amplifica se questo grafico si confronta con quello che misura l’andamento della popolazione in età lavorativa.

Come si può osservare nell’ultimo ventennio del XX secolo la popolazione in età lavorativa è aumentata di quasi 40 milioni di unità senza che a ciò abbia corrisposto un sostanziale aumento degli inattivi. Al contrario, dal 2000 in poi la popolazione in età lavorativa è aumentata di circa 25 milioni di unità quasi quanto gli inattivi, passati dai 56 milioni dei primi anni 2000 a oltre 76 milioni. Non essendo entrati nella forza lavoro, questi inattivi non risultano disoccupati né occupati. E questo spiega perché il tasso di disoccupazione sia molto basso oggi mentre era più alto nel 1977, quando gli inattivi erano circa 52 milioni.

Questo curioso esito – ossia una ripresa del mercato del lavoro con bassa partecipazione a causa di elevata inattività – sembra dia nutrimento al vero tarlo che rode dall’interno la ripresa Usa (e non solo quella degli Usa): la bassa produttività. Anche qui c’è una curiosa similitudine con gli anni ’70: il tasso di crescita del pil pro capite per lavoratore è tornato al livello di quegli anni.

Se tale andamento dipenda da questioni demografiche, dall’alto debito, dal ciclo finanziario o dalla conformazione stessa del mercato del lavoro Usa – part time e lavoro autonomo – è questione aperta. Sappiamo solo che non si intravedono spiragli di miglioramento. La ritrovata fiducia potrà pure far dimenticare questa evidenza. Ma non per sempre.

(1/segue)

Puntata successiva

Cronicario: L’Italia in rosso che se ne infischia di Moody’s

Proverbio del 15 gennaio La carta non può riavvolgere il fuoco

Numero del giorno: 291 Prodotti agroalimentari italiani con certificazione Ue di qualità

Siccome la sfiga ci vede benissimo, come ricorda il contro-proverbio sulla fortuna cieca, mi sorprendo poco osservando come la notizia che a novembre il debito pubblico italiano sia sceso (per modo di dire) di 14,7 miliardi, collocandosi all’invidiabile livello di 2.275 miliardi, esca in contemporanea con il vaticinio di Moody’s dedicato ai debiti sovrani dell’eurozona, che esibisce questa perla.

Non vi consumate gli occhi cercando di capirci qualcosa: noi siamo l’unico rosso che agita il toro della speculazione, passata, presente (anche se sonnacchia) e soprattutto futura, specie adesso che stiamo vedendo una campagna elettorale con dei programmi economici stellari.

Promesse talmente farlocche che ci credono tutti, e anche Moody’s a quanto pare – e poi dice che solo i fessi danno retta ai politici – tanto è vero che il nostro paese, secondo la nota agenzia, rimane l’unico con una prospettiva negativa sul rating proprio perché riflette il rischio che “le future politiche del governo non affrontino il maniera sostenibile le sue vulnerabilità a shock economici o finanziari”.

Personalmente l’unico shock non è tanto scoprire che persino la Grecia, secondo i fenomeni di Moody’s, ha prospettive migliori delle nostre sul suo rating sovrano. Quanto scoprire che l’Italia in rosso – finalmente dirà qualcuno – se ne infischia di Moody’s. Per dire, ecco come la vede il nostro ministro dell’Economia: “L’Italia ha dimostrato di avere una classe dirigente in grado di mettere i conti in ordine e allo stesso tempo di promuovere la crescita”.

Se questa è l’aria che tira, allora fa bene la Commissione Ue a lanciare la sua consultazione pubblica per trovare la soluzione al vero fenomeno del nostro tempo.

Che fare? Facile: non date retta ne a Moody’s né a Padoan. Leggete il Cronicario.

A domani.

Il mattone italiano s’è ammalato di vecchiaia

L’ultima release Istat sui prezzi delle abitazioni sottolinea una caratteristica purtroppo poco osservata nelle cronache immobiliari, ossia il crescente dualismo nei prezzi fra le abitazioni nuove e quelle esistenti. Eppure il dato è drammaticamente evidente, pure se celato dal dato aggregato dell’Ipab (indice prezzi abitazioni). Quest’ultimo, nel terzo trimestre del 2017 è diminuito dello 0,5%, che però è il saldo approssimato della diminuzione dei prezzi delle abitazioni esistenti, scese dello 0,7, e dell’aumento dei prezzi di quelle nuove (+0,3%).

Il dato congiunturale viene confermato anche da quello tendenziale, che si può osservare da questo grafico.

In sostanza il 2017 è stato l’anno in cui la divergenza fra le due classi di abitazioni si è confermata e si è ampliata. “Su base annua – scrive Istat – persiste la diminuzione dei prezzi (-0,8%), che si accentua rispetto al trimestre precedente (era -0,2%). La flessione tendenziale e il suo ampliamento sono imputabili esclusivamente ai prezzi delle abitazioni esistenti (-1,3%, da -0,5% del secondo trimestre 2017), mentre quelli delle abitazioni nuove salgono dello 0,6% (da +0,3%). Pertanto, il differenziale tra la variazione tendenziale dei prezzi delle abitazioni esistenti e quella dei prezzi delle abitazioni nuove si conferma negativo e si amplia portandosi a -1,9 punti percentuali (da -0,8)”.

Se allunghiamo lo sguardo il problema è ancora più visibile. “Rispetto alla media del 2010, primo anno per il quale è disponibile la serie storica dell’IPAB – scrive Istat – nel terzo trimestre 2017 i prezzi delle abitazioni sono diminuiti del 15,2% (-2,0% le abitazioni nuove; -20,5% le esistenti)”. Quindi il problema del nostro mercato immobiliare, che non riesce a superare una fase di stagnazione vagamente regressiva, dipende in larga parte dal patrimonio più datato, che evidentemente non riesce a vincere la sfida del mercato. Il mattone italiano s’è ammalato di vecchiaia e non si riesce bene a capire come dovrebbe ringiovanire.

Questa osservazione, ovviamente, si focalizza sui problemi dell’offerta. Ma qualcosina dev’essersi inceppato anche sul lato della domanda, visto che sempre Istat rileva come le compravendite del settore residenziale, pure se in aumento, abbiano ridotto la loro ampiezza per il quinto trimestre consecutivo, e ciò malgrado la “generosità” delle banche e i tassi rasoterra. Il picco si è raggiunto nel secondo trimestre 2016, quando le compravendite aumentarono del 23,2%. Nel terzo trimestre 2017 sono cresciute appena dell’1,5%, segno che anche la domanda sta rallentando. Forse qualche responsabilità in questa situazione ce l’ha l’andamento dei redditi, che malgrado sia in ripresa è ancora vagamente depresso.

In ogni caso rimane il fatto: il mercato immobiliare italiano è ancora stagnante. E questo non fa bene a nessuno. A cominciare dalle banche.

Cronicario: Il quarto segreto di Anghela provoca un’eurezione

Proverbio del 12 gennaio Il destino è un mare senza sponde

Numero del giorno: 6,3 Incremento % produzione auto in Italia a novembre 2017

Dopo lo svelamento del terzo segreto di Fatima non ci resta che attendere quello del quarto segreto di Angela, che si legge Anghela, all’origine di grandi stupori nelle cancellerie europee, testimoni attonite del nuovo matrimonio del barbutissimo socialdemocratico Herr Schulz, che ha ceduto, alla faccia di chi ne dubitava, alle grazie della matrona Mutti.

E pensare che solo a novembre scorso…

E vabbé. Oggi il nostro Schulz celebra la ritrovata armonia coniugale parlando di “un risultato eccezionale”, come uno sposino dice di sé stesso dopo la prova del talamo. E come ha fatto Anghela, si chiedono basiti i corvacci che già ne disegnavano il tramonto, a fargli cambiare idea? Qual è il suo segreto?

Ma siccome un segreto è un segreto, probabilmente non lo sapremo mai. Contentiamoci del miracolo di un accordo sul quale nessuno avrebbe scommesso e che somiglia e un gigantesco salvagente per i destini dell’eurozona. Vi do giusto un paio di elementi su cui riflettere. Una delle prime dichiarazioni della neonata grande coalizione ha riguardato l’intenzione di voler aumentare i fondi destinati all’Unione europea “in modo che possa mettere in pratica meglio i suoi compiti”, pure a costo di “contributi maggiori della Germania nel bilancio europeo”.

Il secondo elemento è l’impennata dell’euro, ormai in fase eurone.

Notate l’eurezione all’orario in cui le agenzie battevano la notizia dell’accordo. Poi siccome sono notoriamente sadomaso mi dilungo persino a leggere i dettagli del contratto matrimoniale e scopro che fra le tante cose che han messo d’accordo moglie e marito ci sono anche robusti aumenti di paghetta per i figli, ossia i bambini tedeschi. Non dico per dire: aumenterà l’ammontare della Kindergeld, la somma che le istituzioni fanno arrivare ogni mese nelle tasche delle famiglie per ognuno dei figli, al momento poco meno di 200 euri a bambino. E poi ci saranno contributi per il doposcuola, gli asili nido gratuiti e tutte quelle cose meravigliose e perfettamente logiche in un paese che ha un enorme problema di natalità come si può vedere in questo grafico.

Come dite? Quello è il grafico della natalità in Italia? Caspita è vero. Infatti noi abbiamo il bonus bebé che dura un anno e l’Ape social per i nonni baby sitter.

Ora i saputelli dicono che bisognerà aspettare pasqua per vedere il nuovo governo tedesco in tutto il suo splendore, visto che serviranno più di due mesi, oltre ai quattro già trascorsi dalle elezioni finora per trovare un accordo, per individuare chi ne farà parte. Caso vuole che anche da noi la pasqua dovrebbe servire a far resuscitare un governo dopo le elezioni marzoline. Una vera rimpatriata.

Ma lasciamo da parte la politica, che già ce n’è fin troppa in giro, e torniamo un attimo a farci due conti perché c’è un’altra controindicazione in agguato, oltre a quella sulla bilancia delle merci, nel ritorno dell’eurone. Guardate qua.

Come vedete, le famiglie eurodotate risparmiano in media il 12% del loro reddito lordo e ne investono poco più dell’8%. Che ci fanno col resto?

Ecco, questo non è un segreto: lo prestano al resto del mondo. E ci guadagnano pure bei soldini. Il saldo dei redditi primari, che misura la somma algebrica fra le rendite che l’eurozona incassa dall’estero e quelle che paga all’estero, nel terzo trimestre del 2017 è stato positivo per 38,7 miliardi, proseguendo una serie positiva che dura ormai da anni. I ricchi sono sempre tirchi, lo sanno tutti. E noi rischiamo di diventarlo sempre di più. Saluta Anghela.

A lunedì.