Cronicario: Riparte il pianto greco dell’eurozona

Proverbio del 7 febbraio Un amico nel bisogno è un amico fedele

Numero del giorno: 79 Percentuale di cinesi titolari di un conto corrente

Sicché è ufficiale: la Grecia e l’eurozona si portano sfiga a vicenda. Laggiù, zona Balcani, i bond a due anni arrivano a un rendimento del 10%, visto che i pezzi grossi, che poi sono quelli che dovrebbero prestare i soldi, non si mettono d’accordo. Il debito rimane insostenibile, dice uno del Fmi da una riunione a porte chiuse che però non sfugge agli occhiuti ficcanaso del Financial Terror, ops, Financial Times. E non si capisce che dovrebbero fare i greci. Anzi si capisce che dovrebbero fare i loro creditori. Solo che non si può dire.

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E questa cosa accade proprio all’indomani del possente discorso all’umanità del Mago di EZ, dove peraltro il nostro SuperMario ha pure parlato di Grecia, spiegando che l’accesso ai programma di QE della Bce da parte dei bond ellenici è condizionato dall’approvazione del pacchetto di aiuti da parte dei creditori.

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Già m’immagino il pianto greco. E come ogni volta che questa cosa succede, rieccoli: gli spread. E mica solo per i greci. Pure quello francese è raddoppiato, e lasciamo perdere il nostro. Peggio dei gremlins impazziti, gli spread dilagano dalle cronache ai conti correnti, spaventano i ricchi e alimentano la voglia di riscatto dei poveri. Nutrono i sogni dei sovranisti e le speranze dei qestuanti (non è un refuso) che campano la giornata grazie alla generosità della Bce e al suo QE.

spread

E la Grecia? Pazientasse, prima o poi la moneta arriva (semicit.).

Quello che non arriva, semmai, è un po di tranquillità. Non bastasse l’anno elettorale franco-alemanno-olandese-forseitaliano, che vuol dire sentire un sacco di discorsi inutili e vere e proprie minchiate, è stata una giornata da dimenticare per le grandi banche francesi buttate a terra dai cattivi risultati di BNP Paribas, che ha pubblicato un trimestrale bruttina.

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Almeno per oggi, non parliamo di banche italiane. E poi c’è la sterlina, che ha ricominciato i suoi saliscendi. Oggi dicono che sia colpa del dollaro, ma chi ci crede..

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Ma la vera uscita del giorno è la nota mensile Istat sull’economia italiana, che parla di segnali positivi nella manifattura, negli scambi con l’estero, specie verso i paesi extra Ue, che mi ricorda d’improvviso Mister T.

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Per non pensarci mi concentro sulle costruzioni, che però vanno così così, con i prezzi del terzo trimestre ad aumentare dello 0,1%.

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No scusate questi sono i prezzi inglesi.

In compenso cresce la nostra domanda interna e soprattutto crescono gli occupati a termine su quelli a tempo indeterminato. La qualcosa mi convince che siamo finalmente transitati nella contemporaneità.

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Il Jobs act no.

A domani.

La Chat di Crusoe con @gdivaio: Rischio estero per il 2017

Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Gianfranco Di Vaio @gdivaio (G)

C. Buongiorno Gianfranco vorrei iniziare la nostra chat dall’ultimo World Investment Report dell’Unctad. Il report osserva che nel 2015 il flusso degli investimenti internazionali è notevolmente aumentato, soprattutto nelle economia avanzate. Tuttavia ciò non si è tradotto in aumenti di produttività. Vorrei conoscere la tua opinione in proposito. Poi se hai dati relativi al 2016 ti siamo grati se vorrai condividerli con noi.

G. Buongiorno. Le condizioni finanziarie globali sono sicuramente migliorate negli ultimi anni. Ciò ha consentito una ripresa dei flussi internazionali di capitale, anche se con dinamiche leggermente diverse rispetto a quelle a cui eravamo abituati. In particolare, c’è stato un reversal dei flussi dai paesi emergenti ai paesi avanzati, in particolare dalla Cina, causati da dinamiche di breve periodo, tra cui l’apprezzamento del dollaro. Per quanto riguarda la produttività, vi sono fattori secolari che, soprattutto nei paesi avanzati, contribuiscono a mantenerla bassa. Penso ad esempio al fenomeno dell’ageing. Molto dipenderà dal progresso tecnologico e da quanto la cosiddetta “manifattura 4.0” si tradurrà in guadagni di produttività per i paesi avanzati. Per quanto riguarda i dati, trovo molto utili quelli della BIS (Bank for International Settlements), che sono pubblici e di facile accessibilità, anche se la fruizione riesce più agevole agli addetti ai lavori che ai neofiti.

C. Puoi darci qualche assaggio magari riferito al nostro paese?

G. L’economia italiana, come noto, soffre a causa di fenomeni sia di breve (demand side) che di lungo periodo (supply side). Per quanto riguarda la produttività, da circa vent’anni – più o meno da metà degli anni Novanta – l’Italia cresce ad un ritmo prossimo alla stagnazione. A mio giudizio ciò è stato dovuto alle modalità con cui il nostro Paese ha affrontato la globalizzazione, che in parte ha minato il modello di espansione a cui eravamo stati abituati nei vent’anni precedenti. A questo si aggiunge la carenza di riforme strutturali. Gli ultimi governi hanno fatto notevoli progressi, ad esempio siamo riusciti a contenere la dinamica del sistema pensionistico, ma molto resta ancora da fare. Per quanto riguarda le dinamiche di breve periodo, la crisi di debito ha imposto il consolidamento fiscale, generando politiche pro-cicliche restrittive che, sebbene fossero una scelta pressoché obbligata, hanno compresso la domanda interna e quindi rallentato l’uscita dalla crisi. Da un paio d’anni si è avviata la ripresa, ma la crescita rimane ancora debole e soggetta a fragilità. Molto dipenderà anche dal contesto internazionale, non esente da rischi in questo 2017. Mi riferisco alle politiche di Trump negli USA e all’impatto che esse avranno sul resto del mondo, al rialzo dei tassi di interesse da parte della Fed e, per quanto riguarda l’Europa, a eventuali rischi politici derivanti dalle elezioni in Francia e Germania e alle modalità delle negoziazioni commerciali tra Regno Unito e UE che seguiranno alla Brexit.

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Cronicario: Il bau bau francese e l’uscita dall’Europaleague

Proverbio del 6 febbraio Quelli che smettono di sognare sono perduti

Numero del giorno: 2,5% Tasso mensile d’inflazione in Turchia a gennaio

Io però ve l’avevo detto già a novembre che dopo l’uomo nero americano arrivava la donna nera francese. E dico nera non per le sue appartenenze, che saranno pure fatti suoi, e tantomeno per il colore, che mai mi permetterei. Ma per il fatto che la donna nera fa paura: sarà il nuovo bau bau dell’inverno/primavera del cronicario globale. Come chi? Eddai: questa.

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Rassicurante no? Anche se questa mi piace di più.

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Una donna affettuosa, mi figuro. Per questo ci rimango male quando a Lione ieri pomeriggio ha cominciato a sbraitare con la sua bella voce da baritono che una volta presidente porterà la Francia fuori dall’euro, fuori dall’Ue, fuori dalla Nato.

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E l’Europaleague? Mi chiedo: lì la Francia non tocca mai palla…e non vince praticamente mai quindi forse uscire è la soluzione migliore. Ma purtroppo quella mi parla dei musulmani e di altre cose noiose come la finanza e l’economia mondializzata, che certo non piace alle brave persone che abitano sulla Luna. E la conseguenza di tutti questi bau bau è questa.

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A proposito, vorrei contribuire al dibattito sull’etnicità che così tanto preoccupa la donna nera di Francia, segnalandole un pregevole studio della Fed che mostra i gap di reddito fra le varie etnie che vivono negli Usa.

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Come vedete il vero attentato alla supremazia (economica) dei bianchi arriva dagli asiatici. I maomettani non sono neanche censiti.

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Mi attardo ancora un po’ in Europa – a breve chissà a quante velocità – per raccontarvi degli ultimi dati sulla Germania che marcia come al solito alla velocità più alta, con salari reali in crescita dell’1,8% nel 2016 mentre gli ordini del settore manifatturiero sono cresciuti del 5,2% a dicembre. A Mister T, che ha già speso parole dolci verso la Germania, verrà un attacco di bile, immagino. E chissà a quanti altri. Ma ricordate che l’invidia non è un buon viatico per la serenità.

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E non è neanche tanto saggio spaccare tutto perché così poi si aggiusta.

Per concludere questo inizio settimana vi saluto con un pregevole speech di Jaime Caruana che, per chi non lo sapesse, è il direttore generale della BIS, luogo ameno e svizzero ove fra le altre cose si ragiona di cose economiche. E che dice Caruana?

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Traduco: dormite preoccupati.

A domani.

 

Il tramonto degli investimenti

Pure i più distratti avranno sentito qualcuno lamentare che il grande problema dell’economia globale è il calo degli investimenti. Quest’espressione dà per scontato ciò che non è: ossia che tutti sappiano cosa significhi. E non mi riferisco solo al significato tecnico della parola investimento, ma al senso più ampio che tale concetto porta con sé e che ha a che fare con il senso del futuro che una società, o più semplicemente un individuo, coltiva nel suo intimo.

Si pensa, erroneamente, che gli investimenti siano un problema che riguarda gli imprenditori, ma non è così, o almeno non solo. Ognuno di noi fa investimenti. Ad esempio quando decide di comprare casa, con o senza un mutuo, o quando si iscrive a un master per perfezionare la sua formazione. In entrambi i casi, prevale una visione ottimistica del futuro: pensiamo, vale a dire, che la scelta di oggi che pure comporta una spesa e quindi un sacrificio, valga la resa di domani. Chi investe crede, oltre che in se stesso e nella sua buona fortuna, a un orizzonte positivo degli eventi futuri. Ovviamente ciò vale ancor di più per un imprenditore, che deve produrre beni o servizi nella prospettiva di venderli.

In tal senso il declino degli investimenti al quale assistiamo dall’esplodere della crisi del 2008 è la spia migliore dell’oscuramento della nostra visione del futuro. Il tramonto dell’Occidente, per ricordare un grande libro scritto quasi 100 anni fa, oggi si declina nella ritrosia dei suoi cittadini a credere che domani sarà migliore di oggi, e quindi nell’accumulare ricchezza finanziaria, chi può, a fronte di una mole crescente di debiti che aggiunge spinte recessive a un motore ingolfato.

Essendo un processo complesso, le variabili sono tante e questo spiega il fiorire di studi e analisi che tirano in ballo concetti come la stagnazione secolare, teoria economica che risale agli anni Trenta del secolo scorso, quando il mondo conobbe una terribile depressione più volte evocata ai giorni nostri. C’entra il fatto che le popolazioni nei paesi avanzati invecchiano, ovviamente, ma non solo. C’entrano pratiche produttive obsolete, interventi più o meno dissennati dei governi, abitudini sociali che si stanno dimostrando sempre meno sostenibili – pensate all’idea della pensione, nata appena 150 anni fa e ormai in crisi clamorosa – e soprattutto pesa la montagna di debiti che abbiamo cumulato fino al 2008 e specialmente dopo. Contrariamente a quanto si possa credere, il debito globale è aumentato all’indomani della crisi, e questo ha diminuito le possibilità di intervento da parte dei governi e soprattutto da parte delle banche centrali, che hanno visto crescere a livelli storicamente inusitati i loro bilanci.

Ma soprattutto c’entra la variabile economica per eccellenza che, per colmo di paradosso, non si può misurare se non con metodi assolutamente empirici: la fiducia.  Senza fiducia non ci sono investimenti.

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Il nuovo numero di Crusoe: Il tramonto degli investimenti. Grazie a @gdivaio per la splendida Chat

Questa settimana Crusoe racconta del declinare lento e costante degli investimenti, sia interni che internazionali, che ancora non riescono a recuperare il livello pre crisi e zavorrano la crescita globale. Leggeremo insieme l’ultimo rapporto dell’Unctad sugli andamenti internazionali degli investimenti diretti per scoprire che ciò che sta accadendo è un sostanziale arrocco.

Le risorse stanno tornando a concentrarsi nei paesi avanzati, per lo più per ragioni fiscali, riluttanti a trasformarsi in creazione di nuova ricchezza, mostrandosi così la ragione profonda del declino degli investimenti: una visione oscura del futuro. Vale per le imprese, ma vale anche per ognuno di noi.

Ne parliamo anche nella Chat con Gianfranco Di Vaio (@gdivaio) che è un economista e lavora alla Cassa Depositi e Prestiti, ente promotore di un ambizioso piano di investimenti che vale 160 miliardi. Il nostro interlocutore ci aiuta a capire meglio i perché e i percome di questo declino, oltre a fornirci diversi spunti di riflessione e di approfondimento.

Come ogni settimana, infine, ci sarà una lettura consigliata – stavolta tocca al primo bollettino economico dell’anno della Bce – e alcuni post brevi con una selezione di notizie che trovi solo su Crusoe.

Buona lettura. Ci rivediamo il 10 febbraio.

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Cronicario: Un’armata di broccoletti e merluzzi marcia sulla Bce

Proverbio del 3 febbraio L’amico lavora al sole, il nemico nell’ombra

Numero del giorno: 1,1 Aumento % su base annua vendite al dettaglio nell’EZ

Che brutto sogno, cari miei: un’armata di broccoletti incazzati, fiancheggiata da ali minacciose di lattuga fresca marciava decisa dal Manzanarre al Reno, in direzione Francoforte. L’orda vegetale, veniva avvistata prontamente dal nostro amato Mago di EZ, di vedetta sull’Eurotower, che dispiegava le sue contromisure spiegando che non avrebbe consentito agli scarti della terra di guadagnare la vetta, preparandosi così a un lungo assedio di cui domani canteranno i poeti.

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Poi, per fortuna, mi son svegliato. Stavo sbavando sull’ultima release dell’Istat sui prezzi al consumo che avevo adocchiato prima del pisolino postprandiale ed evidentemente mal digerito. In particolare, sospetto, quel 20,1% di crescita dei prezzi dei vegetali freschi a gennaio 2017 sul gennaio 2016 che improvvisamente mi spiega come mai l’insalata sia diventata un bene di lusso. Mica solo lei: la frutta fresca è aumentata del 7%, e anche il pesce è aumentato del 30%, dice non so quale associazione di categoria. Sicché comincio a farmi domande inquietanti.

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Sarà pure la stagionalità, mi dico tornando a leggere la release, ma l’armata di broccoletti e merluzzi che fa salire i prezzi come una marea mi sembra solo l’avanguardia di un esercito ancora più grande che ha fatto salire l’inflazione dello 0,9 su base annua, sempre a gennaio, ancora sotto il mitico target del 2%, ma facendola accelerare d’improvviso. L’inflazione di fondo, quella che gli istruiti chiamano inflazione core, quindi senza energia e cibi freschi, rallenta persino, su base mensile, da 0,6 a 0,5%. Ma rimane il fatto che i beni energetici dobbiamo pagarli e che sono cresciuti parecchio da quando l’Opec ha serrato i rubinetti.

A proposito li ha serrati davvero? Stando quello che trovo su Platts non sembra proprio.

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Ma in ogni caso il petrolio ormai è stabile sopra i 50 dollari, quanto basta per dare fiato alle produzioni Usa di shale. Si va verso una stabilizzazione, e l’andamento dell’inflazione, che già genera notevoli fraintendimenti, dovrà essere nuovamente riconsiderato, con grandi ambasce per le banche centrali, a cominciare dalla Bce.

E mica solo per lei. Anche la Fed c’ha le sue gatte da pelare, specie dopo che un pezzo grosso del Congresso le ha fatto assaggiare una dose di #Trumpsuasion.

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Ve l’avevo detto che si avvicinava il momento. Sicché adesso la banca centrale di MagicWorld deve vedersela con la politica che vuole insegnarle un po’ di educazione finanziaria, buttando via un po’ delle regole e regolette che scocciano le banche, e insieme deve fare i conti con un mercato del lavoro che “ha assunto vivacemente a gennaio”, come canta estasiato il WSJ contando i 227mila nuovi posti di lavoro e l’aumento della partecipazione al lavoro. Quella storiella di alzare i tassi a breve rischia sempre più di diventare una storia vera.

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Il grafico sopra misura il tasso di disoccupazione. Quest’altro il non farm payroll ossia il numero di posti di lavoro creati al netto di operai e dipendenti governativi, che a gennaio ha toccato le famose 227 mila unità.

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E che ti fa la Fed: se ne infischia e rilascia gli esercizi di stress test per le banche previsti dal Dodd Frank act che Trump vuole triturare. Altro che broccoletti.

Bye bye Mrs Yellen.

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A lunedì.

In Europa torna la voglia di acciaio

Seguire le vicissitudini del mercato dell’acciaio è un ottimo viatico per farsi un’idea dell’andamento dell’economia reale, visto che l’acciaio è uno degli elementi chiave in molti processi produttivi strategici: pensate al settore delle costruzioni o a quello dei trasporti. Perciò vale la pena leggere l’ultimo rapporto di Eurofer, l’associazione europea dei produttori di acciaio, che ci fornisce alcune informazioni utili sia relative al 2016 che a quest’anno, sotto forma di previsioni.

Il primo dato interessante è che il consumo dell’acciaio in Europa è cresciuto del 3% nella prima metà del 2016, ed è rimasto stabile anche nel secondo, totalizzando una crescita del mercato su base annua pari all’1,8%, praticamente replicando l’andamento del Pil 2016 (+1,7), a dimostrazione (empirica) della congettura che il trend dell’acciaio sia un ottimo indicatore per valutare i tassi di crescita di un’economia. Una ragione in più per imparare ad osservarlo.

La seconda notizia è che nel terzo trimestre l’importazione di acciaio è aumentata del 10% rispetto allo stesso trimestre del 2015. Ciò ha provocato una contrazione delle vendita domestiche del 2%, sempre su base annua, e le rilevazioni più recenti parlano del calo di un ulteriore 5%. Capite bene perché il direttore generale dell’associazione Axel Eggert, notando la crescita dell’import, abbia lanciato un allarme: “Nel secondo semestre – ha sottolineato – l’import ha soddisfatto il 25% del mercato europeo”.

Ed ecco che viene fuori il problema, che di recente ha creato notevoli frizioni con la Cina. “La nostra preoccupazione – ha aggiunto – è che la ripresa graduale della domanda di acciaio nell’Ue sia danneggiata da pratiche commerciali scorrette”. Capite da soli a chi faccia riferimento Eggert. “In mancanza di soluzioni strutturali per rimediare agli eccessi di capacità produttiva e ai sussidi statali, la sovrapproduzione persisterà e questo distorcerà gravemente il commercio di acciaio”. La conclusione è accorata: “Occorre che la Comunità europea implementi strategia di difesa commerciale contro il dumping nell’Ue”. Il rapporto osserva che “i maggiori esportatori verso l’Ue nel 2016 sono stati la Cina, la Russia e la Corea del Sud”, tatalizzando insieme il 51% del totale dell’import dell’area. Ma in alcune produzioni specifiche la Cina arriva a quote che superano il 60% dell’import. Per questo i produttori europei chiedono protezione. Dovrebbero rivolgersi a Trump.

Cronicario: La Trumpsuasion riempie la tanica giapponese

Proverbio del 2 febbraio Quando l’uomo pensa, Dio sorride

Numero del giorno 1,4 Perdita in miliardi di Deutsche Bank nel 2016

Poi dice che i cazziatoni non servono. Neanche il tempo di fare ah e bah e viene fuori il vero trend topic di quest’inizio anno: la Trumpsuasion, magari con l’hashtag che fa social.

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I cazziatoni di Mister T infatti, sui quali vi abbiamo già resocontato, si confermano come il miglior acceleratore dei processi economici del 2017 e già mi figuro le Grandi Firme, i titolisti titolati che fanno i titoloni, creare questo trend che il vostro Cronicario preferito lancia oggi in clamoroso anticipo: #Trumpsuasion. Sta per persuasione da parte di Trump di chi non è Trump a fare quello che dice Trump. Ha cominciato con gli americani, che prima non gli davano una lira e poi gli hanno dato il voto. Poi è toccato ai fabbricanti di auto, che gli hanno squadernato bei miliardozzi di dollari sotto il naso non appena Mister T ha iniziato a fare il bullo. E adesso anche i giapponesi, ci racconta la Reuters, ci sono cascati.

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In pratica siccome devono incontrare il regnante il primo ministro Abe, notoriamente persona gentilissima, ha pensato di presentarsi all’appuntamento con la tanica vuota per farla riempire di greggio Usa, visto che proprio l’altro giorno Sua Trumpità aveva cazziato i giapponesi per il loro surplus commerciale nei suoi confronti, casualmente al livello delle Germania, cazziata altresì, e del Messico, minacciato di dazio e reclusione via muro. E siccome quest’anno gli Usa aumenteranno la produzione, grazie agli amici dell’Opec che hanno tagliato la loro, ecco qua l’ideona di Abe: aumentare le importazioni di petrolio dagli Usa e provare a limare il surplus commerciale bilaterale.

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Ora attendiamo di vedere quali saranno gli effetti della Trumpsuasion sulla Germania, accusata nientemeno che di tenere l’euro basso per fregare gli americani. Nel frattempo speriamo che Mister T metta una buona parola anche sulla produttività statunitense che continua a crescere sempre meno del costo unitario del lavoro o che magari inizi a cazziare pure quei burloni dell’Ocse che hanno il coraggio di twittare che il numero dei posti di lavoro dipendenti dal commercio internazionale non è mai stato così alto. La Trumpsuasion è ancora giovane: ma si farà.

Dall’altra parte dell’Atlantico si segnala questa pregnante elucubrazione di Mark Caney, governatore a tempo della BoE ai tempi di Brexit.

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che si sposa a meraviglia con quest’altra.

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E insieme sono un meraviglioso corollario di quest’altro capolavoro, che stavolta dobbiamo al nostro Mago di EZ.

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Chi ha orecchi intenda, diceva il filosofo. E noi di orecchie ne abbiamo tre.

Concludo in bellezza con un dato imperdibile di Eurostat, ossia i prezzi alla produzione che nell’eurozona sono aumentati dell’1,6% su base annua.

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L’inflazione è qualcosa in più di una tenue speranza oramai. Speriamo che Trump non ci metta bocca.

A domani

 

 

 

Aumenta ancora la ricchezza italiana all’estero

I conti esteri italiani, riepilogati nell’ultimo bollettino economico diffuso da Bankitalia, raccontano una storia interessante che è bene tenere a mente, quando si parla dello stato di salute dell’economia del nostro paese. Un buon modo per iniziare è riportare la tabella che riepiloga la bilancia dei pagamenti fra il 2014 e i primi 11 mesi del 2016. Qui si osserva che il saldo dei redditi primari, che misura la differenza fra il ricavo dei nostri investimenti esteri e il costo degli investimenti dall’estero in Italia – quindi il pagamento degli interessi a questi investitori – nel 2016 è diventato positivo per circa 200 milioni di euro, dopo essere stato a lungo negativo per cifre assai importanti. Nel 2015, per ricordare l’anno più vicino a noi, i redditi primari sono stati negativi per 9,2 miliardi.

Questo risultato ha contributo al miglioramento del saldo di conto corrente, che nei primi 11 mesi dell’anno è risultato positivo per 40,4 miliardi, a fronte dei 21,2 dei primi 11 mesi del 2015. “L’incremento – sottolinea è stato determinato soprattutto dal saldo dei redditi da capitale, in relazione all’aumento degli incassi da attività di
portafoglio (in particolare fondi esteri), e dal crescente avanzo commerciale, legato all’ulteriore flessione della spesa in materie prime energetiche”. Lasciamo per un attimo da parte la bilancia delle merci, sulla quale torneremo dopo, e concentriamoci sui redditi da capitale. “Nei primi undici mesi dell’anno – sottolinea Bankitalia – gli acquisti netti di titoli di portafoglio esteri da parte di residenti hanno raggiunto 66,7 miliardi, rappresentati per quasi due terzi da quote di fondi comuni”. Quindi nel 2016 è proseguita la tendenza degli investitori italiani a spostare all’estero i propri investimenti di portafoglio, quindi di titoli a scopo dividendi, dopo aver venduto titoli di stato italiani e bond bancari.

“Questi deflussi non appaiono correlati a modifiche recenti del clima di fiducia
o all’incertezza, ma si inquadrano piuttosto in una graduale e ordinata ricomposizione del portafoglio delle famiglie residenti verso prodotti assicurativi e del risparmio gestito, con un conseguente incremento del peso delle attività sull’estero, spesso costituite da fondi comuni riconducibili a gruppi finanziari italiani”. Insomma: la voglia di rendimento ha convinto gli investitori italiani a rivolgersi altrove. Questa tendenza dura dal 2013, ma si è notevolmente rafforzata dal 2014, come si può vedere da questo grafico che propone anche un interessante confronto con altri paesi europei. Salta all’occhio la grande fuga dall’estero dei capitali francesi nel 2011, al culmine della crisi dell’euro, per un valore pari all’8% del Pil, e poi la circostanza che la Germania sia stata l’unico paese che ha continuato a investire all’estero nell’anno peggiore.

Dell’Italia si nota che dal 2014 ad ottobre 2016 i residenti avevano investito all’estero 280 miliardi “pari a quasi un terzo dello stock complessivo alla fine del 2013, dopo
sette anni di investimenti modesti o negativi”, sottolinea via Nazionale, spiegando che “tra l’inizio del 2014 e il terzo trimestre del 2016 le famiglie hanno ridotto le consistenze di titoli di debito italiani bancari e pubblici (per 182 e 73 miliardi, rispettivamente), effettuando acquisti netti di prodotti assicurativi e pensionistici, nonché di quote di fondi comuni (per 137 e 120 miliardi, rispettivamente)”.

Queste decisioni sono state in parte influenzate dal QE della Bce, che ha ridotto la disponibilità di titoli pubblici e ne ha diminuito i rendimenti e quindi spinto gli investitori a cercare fortuna altrove. Al tempo stesso il QE ha ridotto le necessità delle banche di emettere obbligazioni per finanziarsi, riducendone le obbligazioni. Questa tabella spiega da chi sono stati investiti i soldi e in quali strumenti. Analizzandola Bankitalia deduce che “gli investimenti all’estero dei residenti sembrano rispecchiare
una ricomposizione del portafoglio volta a conseguire una maggiore diversificazione e rendimenti più elevati. Tali investimenti possono tuttavia ricondursi anche al limitato sviluppo del mercato azionario nazionale e delle obbligazioni societarie”. Quindi non fuga all’estero per paura, ma per ricerca di rendimento e per scarsa disponibilità di titoli nazionali interessanti almeno in confronto al resto del mondo.

La crescita del tesoro estero degli italiani ha avuto conseguenze dirette, oltre che sui redditi primari diventati positivi, sulla nostra posizione netta, che è ulteriormente migliorata attestandosi, a settembre, a un deficit di 292,1 miliardi, circa il 17,5% del Pil, un valore basso rispetto a quello degli ultimi anni. Questo significa che si e ridotta la differenza fra il valore dei nostri investimenti all’estero e quello degli investimenti esteri da noi. Questa è una conseguenza dell’aumento del saldo di conto corrente e dell’aumento del valore delle nostre partecipazioni estere.

Tutta questa storia è visibile dal saldo disaggregato del Target 2, il sistema contabile dell’Eurosistema che monitora i flussi creditori e debitori fra le banche centrali stabile con un deficit a 357 miliardi a dicembre. “Il progressivo ampliamento del saldo (negativo, ndr) tra gennaio e novembre – spiega Bankitalia – rappresenta soprattutto la contropartita del processo di diversificazione del portafoglio degli investitori italiani verso attività estere e del calo della raccolta bancaria sui mercati internazionali, avvenuto in parallelo alla creazione di liquidità attraverso i programmi dell’Eurosistema”. Ancora una volta, quindi, il QE è il grande protagonista di questa storia, sia perché ha stabilizzato il mercato dei titoli pubblici, sia perché ha fornito alle banche la liquidità che prima gli intermediari andavano a cercare all’estero. Se tutto questo sarà vera gloria, però, lo potremo vedere solo dopo, ossia quando la politica monetaria si normalizzerà.

Infine vale la pena spendere poche parole sulla bilancia delle merci. Nei primi 11 mesi del 2016 la bolletta energetica, ossia la spesa per nostro importazioni di materie prime energetiche, è stata di appena 22,2 miliardi, in calo rispetto ai 29,6 dei primi 11 mesi del 2015. Quell’anno la spesa totale era stata di 32 miliardi, in calo rispetto ai 41,4 del 2014. Tutto ciò ha consentito di migliorare notevolmente il saldo positivo delle merci, pure se a fronte di un rallentamento della domanda estera globale. Ma adesso che il petrolio è tornato stabilmente sopra i 50 dollari questo vantaggio potrebbe venire meno. A questo punto tenere in piedi i nostri conti esteri può diventare problematico.

Cronicario: Mister T cazzia tutti. Ora tocca alla Fed

Proverbio dell’1 febbraio Quando parli, parla a chi capisce

Numero del giorno: 19 Settimane mancanti a eliminazione costo roaming in Ue

Cari fenomeni,

dico a voi, che gongolate dopo aver letto che uno dei migliori amici di Mister T, incidentalmente pezzo grosso del commercio estero a venire di papà Usa, ha accusato la Germania di tenere il cambio basso per sfruttare i partner e gli stessi born in the Usa, costringendoli a comprarsi la Bmw perché il cambio basso gliela rende conveniente, e non perché gli piace di più, dimostrando con ciò davvero di credere che gli americani ci pensino come la mia bisavola prima di spendere i soldi.

nonna

Neanche ci provo a entrare nel merito perché sono vecchio abbastanza da capire che è del tutto inutile: l’economia è già un atto di fede, la teoria economica è roba da talebani. Però vorrei dirvi, cari fenomeni che continuate a gongolare perché papà Usa ha dato una sberla a mammà Germania, notoriamente arcigna, e già vi figurate colpi di scena e retroscena, assedio al bunker di Berlino e tutta la solfa delle grandi occasioni, che la sberla assestata ai tedeschi l’abbiamo presa in faccia anche noi, visto che siamo i secondi esportatori europei negli Usa e l’altr’anno ci hanno portato in casa acquisti netti per più di 25 miliardi di dollari (la Germania ne ha avuti poco meno di 60).

Saldi commerciali italiani extra Ue divisi per paesi

Capisco che l’antipatia per i tedeschi è più forte della ragione. Ma quando il magnifico pettinato

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fa dire che l’euro è sottovalutato, lo dice anche ai nostri esportatori, non solo a quelli tedeschi. Ora si può pure essere convinti che esporteremmo più con la lira che con l’euro. Ma appunto: è un atto di fede talebana. Il contrario del Cronicario, che ama occuparsi di cose divertenti.

Eccone un’altra: nei quattro giorni che il Cronicario si è imboscato, Trump ha aggiunto alla sua già lunga lista di cazziatoni quello alla Germania e quello al Giappone, che casualmente ha un surplus commerciale verso gli Usa più o meno al livello della Germania, entrambe di poco sotto il Messico, già cazziato e minacciato di dazio, che quota 60 miliardi, mentre la Cina, cazziata prima, durante e dopo le elezioni, supera i 300 miliardi di attivo. Inutile dire che Abe ci è rimasto di sasso.

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Figuratevi che ha stragiurato che il governo giapponese non tocca lo yen da anni. Lo fa la banca centrale infatti.

Ma sono dettagli. Quello che conta è che il nostro Mister T, fedele alla sua fama di bullo, ne ha per tutti – dimenticavo: ha anche licenziato una ministra provvisoria della giustizia per la storia dei maomettani indesiderati – e ancora deve imparare le password della valigetta coi missili. Speriamo che diventi più buono col tempo. Ma intanto se fossi la Yellen dormirei preoccupata.

yellen

Stasera infatti, ora italiana, si riunisce il board della Fed. Nessuno si aspetta novità, visto che i tassi li hanno alzati a fine anno, ma chissà che gli esce dalla bocca alla governatora o a chi per lei, specie adesso che il quarto trimestre è andato come è andato (male) e il Pil Usa nel 2016 è cresciuto meno dell’Eurozona.

dilusione

Ci manca solo che la Fed faccia capire che vuole tenere fede al suo programma di tre rialzi quest’anno…

trump

no perché se sale il dollaro non è mica colpa del fatto che la gente vuole dollari perché magari gli piace la filigrana,o si sente più al sicuro, o semplicemente ci guadagna di più. No: dipende dal fatto che tutti gli altri svalutano.

Visto che siamo in piena pop economy, tanto vale concludere con un paio di notizie che dicono molto del nostro tempo. La prima la trovo su uno studio di Credit Suisse che si interroga su dove sia diretta la globalizzazione, visto che ci troviamo in questa situazione:

globalizzazione

La seconda è la risposta alla domanda della banca svizzera, o almeno una risposta, e arriva dalla Fed di New York, che ha presentato la sua Small business survey che contiene un dato sorprendente: Le imprese nonemployer, ossia quelle che impiegano solo il proprietario, quotano quasi l’80% delle imprese Usa. Capito perché la disoccupazione scende?

A domani.