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Cronicario: E ora s’ammoscia pure il petrolio
Proverbio del 20 giugno Il ladro dice che tutti sono ladri
Numero del giorno: 2,79 Tasso medio nuovi prestiti bancari in Italia ad aprile
A un certo punto, da qualche parte, leggo che il petrolio è sceso sotto i 45 dollari, ai minimi dal 16 novembre, ossia prima del mitico accordo Opec del 30 novembre che quei fenomeni del terzo piano avevano già gufato.
Ora non è che serviva essere geni per capire che qualcosa sarebbe andato storto. Già il fatto che russi e arabi si accordino è una notizia che inquieterebbe chiunque. Figurarsi poi scoprire che il vero problema non sta a Oriente (medio) ma ad Occidente (estremo).
Ora non è per dire, ma lo vedete cosa è successo dalla fine del 2016? E’ resuscitata persino la produzione nel bacino Eagle Ford che calava da due anni. E stendo un velo di petrolio sul bacino Permiano, che ormai viaggia su livelli di produzione mediorientali. Se poi uno si ricorda che da dicembre 2015 l’America esporta greggio e pure parecchio
c’è solo una reazione possibile alla promessa di far risalire il petrolio grazie ai tagli Opec (peraltro assai generosi verso alcuni paesi).
Così capite subito che questo è un serio articolo di analisi economica.
Detto ciò, ci sono un altro paio di cose che dovete sapere su questo primo periodo del 2017 e che oggi i dati delle bilance dei pagamenti, che oggi sono usciti in amorevole armonia dall’EZ, Italia compresa, e dagli Usa, ci dicono con chiarezza. Noi siamo sempre più creditori – e per noi intendo noi eurodotati, italiani compresi – e gli Usa sono sempre più debitori.
Se siete amanti degli aridi grafici, la situazione è questa. I primi siamo noi:
abbiamo una quarantina di miliardi di saldo attivo che vale il 2,5% del Pil. Poi c’è l’eurozona come un tutto.
il cui attivo di conto corrente sta intorno al 3% del Pil. E poi ci sono i rosiconi.
Che poi sarebbero quelli della Fed di S.Louis che proprio oggi hanno postato una roba sul fatto che mentre Cina e Usa stanno correggendo i propri squilibri (dati 2015) la cattivissima Germania continua ad accumulare eccedenze. Peccato che i conti del primo trimestre 2017 raccontino del peggioramento del deficit Usa da 114 miliardi a 116,8, portandosi al 2,5% del pil Usa, quindi in pratica da dove si trova dal 2009 in poi.
E concludo con due informazioni di servizio, nel senso di servizio del debito. La prima:
L’Italia ha oltre il 60% del proprio debito pubblico in mano a istituzioni finanziarie residenti, quindi banche, assicurazioni e robe così. Sono a costoro, quindi che dobbiamo servire il credito, ossia pagare gli interessi sul debito. Ricordo che parliamo d una sessantina di miliardi sui 2.200 e spicci di debito. La seconda:
L’Italia ha fra il 10 e il 15% del proprio debito a scadenza inferiore a un anno. Quindi, tenendoci bassi, significa almeno 240 miliardi che scadono ogni anno. Una cosetta.
Meditate gente.
A domani.
L’ultima tentazione dell’Ocse: gli investimenti pubblici
Provo umana solidarietà per l’ottima capo economista dell’Ocse, Catherine L. Mann, che pochi giorni fa ha dovuto presentare a un mondo impaurito l’esito deludente della rivisitazione dell’outlook economico globale, esortando chi di dovere a una urgente “risposta di policy”, visto che ormai sembra pacifico che “la politica monetaria da sola non basta a supportare la crescita”.
Sicché, assodato che mamma banca centrale è praticamente ridotta all’impotenza – e vedremo quali conseguenze provocherà nel tempo la sua prodigalità – alla nostra capo economista non rimane che evocare papà stato, addirittura nella forma di una “più forte risposta di politica fiscale combinata con rinnovate riforme strutturali”. Eccola qua l’ultima tentazione dell’Ocse: credere che il pantano in cui siamo incagliati dipenda da un deficit di investimenti pubblici.
Non dubito neanche per un attimo che la nostra economista abbia sofferto chissà quante pene per arrivare a questa conclusione, che deve esserle apparsa la più logica, o almeno così devono avergliela suggerita i suoi potentissimi calcolatori mentre compulsavano i dati declinanti delle contabilità nazionali globali e li mischiavano in algoritmi predittivi dai quali veniva che fuori che non ci sono buone prospettive. C’è la solita Cina che è ormai un riconosciuto pericolo pubblico e con lei i tanto (una volta) celebrati paesi emergenti. C’è il petrolio che, calando, svuota le tasche di mezzo mondo e le riempie all’altro, che però poi si trova con un’inflazione azzerata. E poi c’è l’America che alza i tassi e rallenta, l’Europa con le sue banche, le popolazioni che invecchiano e tutta la solfa che ormai vi ripetono a pranzo e a cena per farsi andare di traverso il panino mentre vedete i vostri risparmi evaporare in borsa, dove erano finiti perché ormai non è più possibile comprare un titolo di stato e guadagnarci pure qualcosa. Anzi, ci si perde pure.
E così la dottoressa Mann – che mi immagino assai istruita, poliglotta, figlia illustrissima e nostra sorella, nostra di noi figli come lei di una cultura economica e politica che grazie a Papà stato e Mamma banca ha covato una nidiata siffatta – la dottoressa Mann dice finalmente l’unica cosa che ci si aspetta da una come lei, che fa l’osservatrice internazionale e quindi incarna la nostra migliore coscienza collettiva. Dice che papà stato deve fare il miracolo, visto che mamma banca ha fatto whatever it takes, ma non è bastato.
Magari avrà pure ragione. O meglio, avranno pure i ragione i modelli matematici che le fanno dire queste cose. Ma tutto ciò non mi rassicura, semmai mi rattrista. Mi avrebbe rassicurato assai di più, la dottoressa Mann, se mi avesse prescritto una cura a base di spirito greco. Non quello contemporaneo, che è ancora più triste, ma quello antico. Quello della polis, dove ognuno cedeva una parte di sé e quindi condivideva. Mi sarebbe piaciuta di più, la dottoressa Mann, se avesse detto: “Carissimi, mamma banca e papà stato non possono fare più niente per noi, perché sono vecchi, stanchi e senza più soldi. Dobbiamo cavarcela da soli, rimboccarci le maniche e aiutarci l’un l’altro”.
Purtroppo questo programma non gira nei calcolatori dell’Ocse.












