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Assedio globale alle porte di Berlino


Il lungo processo di accerchiamento del fortino tedesco, iniziato tempo fa ad opera della Commissione Europea e della Bce, ha raggiunto il culmine alcuni giorni fa. Gli euroburocrati della Commissione hanno rilasciato un paper molto eloquente a metà agosto, dove senza mezze parole si affermava che un più deciso stimolo fiscale da parte dei paesi che se lo potevano permettere, Germania e Olanda in testa, avrebbero aiuto l’eurozona e loro a recuperare decimali di crescita, in un momento in cui l’economia globale minaccia di rallentare ancor di più. Dal canto suo la Bce ha approfittato dell’ultimo meeting dell’8 settembre per ripetere la stessa cosa, stavolta facendo i nomi. “I paesi che hanno spazio fiscale dovrebbero usarlo – ha detto Mario Draghi -. La Germania ha spazio fiscale”. E chi ha orecchi intenda.

Dal canto suo il governo tedesco ha parlato per bocca del suo ministro dell’economia, Wolfgang Schäuble, che ha promesso un taglio delle tasse mantenendo al contempo l’obiettivo, peraltro previsto dalle regole europee, di arrivare al 60% del debito/pil entro il 2020. Un risultato storico che riveste anche un importante significato politico nel momento in cui tutti i grandi paesi dell’eurozona, per tacere del resto del mondo, sono alle prese con grandi difficoltà nella tenuta dei conti pubblici.

In tal senso, l’esortazione “tecnica” di Bruxelles e quella accorata di Draghi nascondono assai più di quello che dicono. E’ il segnale di una radicalizzazione nei rapporti fra la Germania e il resto dell’eurozona, per non dire del mondo. La Germania, come ha detto il ministro tedesco davanti al parlamento è convinta di “rappresentare l’affidabilità e la stabilità”. Il resto del mondo vede l’innegabile successo economico tedesco come il serbatoio di risorse necessario ad alimentare la politica di spese che, secondo quanto prescritto dalla modellistica comunemente usata, dovrebbe contribuire a far uscire dalle secche l’economia europea. Il mondo, sembra di capire, potrebbe pure perdonare ai tedeschi il loro successo, ma solo a patto che lo condividano.

Questa tenzone fra l’egoismo tedesco e l’altruismo con i soldi degli altri rivela il limite della (ir)reale volontà cooperativa degli stati, e, sul versante più squisitamente teorico il conflitto fra due diverse visioni del mondo: la “stabilità e affidabilità” rivendicata da Schäuble e la politica deficit&inflazione, con la collaborazione delle banche centrali, che vede negli Usa il campione riconosciuto.

Alla fine dei giochi l’economia è solo un pretesto. L’assedio alla cassaforte tedesca in nome del bene comune è motivato da ragioni politiche e squisitamente culturali. E la Germania non è soltanto assediata. E’ anche sola.

Il mini euro rilancia l’export tedesco extra Ue


Ci sono almeno tre punti interessanti da osservare nella release dell’istituto statistico tedesco che monitora il commercio estero della Germania.

Il primo, e più evidente, è il boom delle esportazioni tedesche, che malgrado un ragguardevole aumento delle importazioni, ad aprile 2015 ha toccato un +7,5% rispetto ad aprile 2014 e un +5,9% nel primo quadrimestre 2015 rispetto allo stesso periodo 2014.

Il secondo punto è che la crescita più ragguardevole si è avuta nei paesi fuori dalla zona euro, sia quelli europei della Ue che quelli cosiddetti terzi.

Nei paesi dell’euro, la crescita dell’export tedesco è stata rispettivamente del 3,3% e 3,1% rispettivamente nel confronto aprile 2015/aprile 2014 e primo quadrimestre 2015/primo quadrimestre 2014. Mentre l’export nei paesi Ue ma non aderenti all’euro è cresciuto è cresciuto rispettivamente del 6,6 e 7,1%.

Nei paesi terzi l’incremento è stato ancora più marcato: l’11,8% sui mesi e il 7,9% sul quadrimestre. Ciò lascia supporre che la svalutazione dell’euro nei confronti delle valute estere abbia lavorato bene per l’export tedesco. Il che dovrebbe crearci qualche interrogativo sulla vulgata che vuole il governo tedesco poco accomodante verso le politiche monetarie allentate della Bce.

Il terzo punto interessante è l’aumento del peso delle rendite sull’economia tedesca, che possiamo osservare guardano al reddito primario del conto corrente della bilancia dei pagamenti. Tendenza che non è esagerato definire storica, visto che ormai va avanti da quando è scoppiata la crisi.

In particolare, i redditi primari, sempre nel quadrimestre, sono passati dal 20,8 miliardi a 22,3, un incremento di oltre il 6%, persino superiore all’aumento di valore registrato nell’export complessivo di merci, passato dai 371,7 miliardi del primo quadimestre 2014 ai 393,9 del 2015.

Altresì è molto istruttivo osservare l’andamento delle importazioni.

Così come è successo nel nostro paese, dove le importazioni sono aumentate, anche in Germania l’import totale è cresciuto del 2,8 ad aprile 2015 e del 2,1 nel quadrimestre. Ma la crescita delle esportazioni è stata decisamente più forte, tanto da più compensare quella dell’import. Il saldo nel quadrimestre, infatti, è passato dai 64,9 miliardi del 2015 agli 80,7 del 2015.

Anche sul conto delle importazioni è visibile l’effetto della svalutazione dell’euro. L’import nel quadrimestre dagli altri paesi dell’eurozona è aumentato appena dell’1,1%, mentre quello dagli altri paesi Ue dell’1,4. Rispetto ai paesi terzi l’import, sempre nel periodo considerato, è cresciuto del 3,7%.

Il risultato di questi movimenti è che il current account tedesco è passato dall’attivo di 66,4 miliardi del primo quadrimestre 2014 ai 79,4 del 2015. Un incremento di oltre il 19%, malgrado sia i servizi che i redditi secondari tedeschi, ossia le altre partite del conto corrente, abbiano registrato un deficit complessivo di quasi 28 miliardi.

Insomma: la Germania continuare a macinare record.

Chissà come la prenderanno gli americani, che non perdono occasione per ricordarglielo.

I sette anni che hanno cambiato il mondo


C’è tutta una tradizione sui settenni, sul valore simbolico del numero sette, sui suoi affastellati mistici o religiosi che però, esondando dagli argomenti di questo blog, vi risparmio. Mi limito a ricordare le proverbiali vacche magre cui di solito, dopo sette anni, seguono le vacche grasse, o viceversa se preferite.

Ci ho pensato sopra perché a un certo punto del mio peregrinare mi sono imbattuto in un un bellissimo grafico costruito dall’Istituto di statistica inglese ONS che riepiloga il settennio terribile (in realtà gli anni sono otto, ma non stiamo a sottilizzare) iniziato nel 2008 e finito nel 2014 dei paesi del G7, ossia le cosiddette economie avanzate, utilizzando come angolo di osservazione il contributo delle varie componenti del conto corrente della bilancia dei pagamenti.

Ricordo ai meno appassionati che il saldo di conto corrente, ossia la differenza fra entrate e uscite, ci dà una prima informazione generale sullo stato di un paese. Se, vale a dire, è complessivamente debitore o creditore relativamente alle partite che il conto corrente registra, che poi sono le transazioni di beni e servizi (bilancio commerciale o trade balance nel grafico) e i redditi, suddivisi in primari e secondari.

Quest’ultima classificazione merita di essere approfondita. I redditi primari sono sostanzialmente i redditi che derivano dal capitale e dal lavoro. I secondari sono le imposte, i contributi  e le prestazioni sociali e i trasferimenti personali. Chi volesse approfondire può trovare sul sito della Banca d’Italia tutti i riferimenti aggiornati secondo i nuovi standard internazionali.

Scusate la premessa, ma senza sarebbe stato difficile discutere ciò che il grafico sommarizza.

Il primo paese del G7 nell’elenco è la Germania. Quest’ultima nel periodo considerato ha visto aumentare il saldo positivo di conto corrente, che ormai sfiora il 9% del Pil. L’analisi delle componenti ci rivela un’altra informazione, ossia che l’aumento dell’attivo è in gran parte dovuto all’aumento dei redditi primari, mentre il conto del commercio è sostanzialmente stabile, quindi dei ricavi dagli investimenti esteri. Ciò conferma una tendenza che era già emersa chiaramente: la Germania inizia a vivere delle proprie rendite.

Se guardiamo al nostro Paese, osserviamo che l’Italia è riuscita a trasformare il proprio deficit di conto corrente, che nel 2007 era di poco inferiore al 2% del Pil, in un attivo, che a fine 2014 si colloca intorno al 2%. La composizione di tale saldo ci dice altro. La prima cosa è che nel 2007 i redditi secondari erano positivi, anche se di poco, mentre nel 2014 sono diventati negativi. Ciò significa che paghiamo più rendite di quante ne incassiamo. E questo dipende probabilmente dalla quantità di debito estero che abbiamo cumulato nel frattempo.

Un’altra informazioni la troviamo guardando al conto merci. Nel 2007 era in deficit. Nel 2014 è in attivo per oltre il 3% del Pil. L’unico attivo, visto che la voce dei redditi, sia primari che secondari, è negativa. Ciò significa che il miglioramento della nostra posizione estera è dovuta interamente alla bilancia commerciale, e che tale tendenza dovrebbe consolidarsi, atteso che è presumibile che continueremo a lungo a pagare rendite ai nostri creditori esteri.

Il Giappone mostra un’altra curiosa evoluzione. L’attivo di conto corrente si è ridotto fortemente, da circa il 5% del 2007 a più o meno l’1%, con il conto delle merci in deficit, a mostrare come la crisi abbia notevolmente peggiorato la bilancia dei beni e servizi malgrado la notevole svalutazione dello yen.

Degno di nota anche il fatto che il residuo attivo di conto corrente è dovuto alla notevole crescita dei redditi primari, cresciuti di circa mezzo punto di Pil nel periodo. In pratica la posizione estera del Giappone si tiene in piedi grazie alle rendite percepite dall’estero.

Un’evoluzione simile a quella vissuta dalla Francia, che nel 2007 aveva un attivo sulla bilancia dei beni e servizi e un deficit su quella dei redditi primari, mentre nel 2014 la situazione è del tutto invertita. La bilancia del commercio è negativa, mentre quella dei redditi primari è attiva per oltre il 2%. Ciò non impedisce alla Francia di avere complessivamente un peggioramento del saldo, che era in deficit nel 2007, anche se di poco, nel 2014.

Anche il Canada ha cambiato la sua posizione. Da un saldo attivo nel 2007 vicino all’1%, nel 2014 ha superato il 2% di deficit. Tale situazione è stata determinata dal drastico peggioramento della bilancia di beni e servizi, prima attiva per il 2% del Pil, e ora in deficit.. Il Canada in pratica ha tutte le partite correnti deficitarie.

Gli Stati Uniti sono gli unici insieme alla Germania e all’Italia, ad avere migliorato il saldo corrente. Nel 2005 avevano un deficiti vicino al 5% e ora stanno poco sopra il 2%. A tale miglioramento hanno contribuito la diminuzione del deficit della bilancia di beni e servizi e l’aumento dell’attico dei redditi primari, cui certo non è estranea la particolare situazione monetaria di cui gli Usa godono per essere in pratica gli emittenti della moneta internazionale.

Infine, il Regno Unito, che è riuscito come il Canada a far finire in deficit tutte le partite correnti, con la conseguenza che il saldo è negativo per oltre il 5% del Pil quando nel 2007 era un po’ meno del 3%. Il peggioramento si deve allo sprofondamento dei redditi primari, che erano attivi per circa l’1% nel 2007 e sono diventati passivi per oltre il 2% nel 2014, e di quelli secondari che hanno più che compensato il miglioramento del deficit del conto trade.

Questa situazione mostra con evidenza come la crisi abbia cambiato il mondo delle economie avanzate, non sappiamo se in meglio o in peggio, e consente di trarre alcune considerazioni.

La prima è che i vari QE hanno premiato solo la posizione estera degli Stati Uniti, paese sui generis, mentre hanno penalizzato sia l’UK che il Giappone. La seconda è che gran parte del benessere di molti paesi avanzati (Germania, Giappone, Francia e Usa) si deve alle rendite percepite dall’estero. Il che fa molto Ottocento, se ci pensate un attimo.

La terza è che questa situazione non ci permette di rispondere a una semplice domanda: siamo certi che i setti anni che sono passati, che tutti pensavano essere quelli delle vacche magre, sono stati veramente gli anni orribili per l’economia dei paesi del G7? E se invece fossero quelli delle vacche grasse?

Ah, saperlo…

La fredda primavera del commercio tedesco


Come in uno specchio, la timida ripresa d’inizio anno trova la sua immagine riflessa nell’andamento del conto corrente tedesco, ancora in crescita grazie al decisivo apporto della bilancia dei beni.

I dati, ancora troppo limitati per suggerire la possibilità di un trend, consentono tuttavia di fare alcune valutazioni.

La prima è che la crescita dell’export, aggiustata per il calendario, ha totalizzato un volume di 465 miliardi di euro nel periodo gennaio-maggio 2014, a fronte dei quasi 455 dello stesso periodo del 2013.

La seconda è che i dieci miliardi di crescita dell’export corrispondono esattamente ai dieci miliardi di incrementi dell’import, passsato dai 372 miliardi del periodo gennaio aprile 2013 ai 382 del 2014.

La conseguenza è stata che, al lordo di alcuni aggiustamenti di valutazione che l’istituto di statistica tedesco compie, la bilancia commerciale nel periodo consudierato fra i due anni è rimasta sostanzialmente costante, registrando un surplus di oltre 80 miliardi.

La terza circostanza ce la illustra la composizione di questo attivo. Le esportazioni verso i paesi dell’area Ue, infatti, totalizzano il 58,4% del totale, in crescita, rispetto al periodo gennaio-maggio del 2013, del 5,1%. Se andiamo a vedere all’interno dell’Ue, le esportazioni verso l”eurozona pesano il 37% del totale, e sono cresciute del 2,7%. Quelle verso i paesi Ue non euro pesano il 21%, e sono cresciute del 9,6%.

Al contrario le esportazioni verso i paesi extra Ue, che pesano circa il 41%, sono in calo rispetto al rispetto al 2013 dello 0,6%. Una percentuale contenuta, che non incoraggia speculazioni e che tuttavia non può essere ignorata, atteso che il rallentamento è avvenuto nei riguardi dei paesi dove più si è registrata crescita della domanda nel 2014.

Il combinato disposto autorizza una prima conclusione (provvisoria): la Germania sta bene se sta bene l’Ue, e quindi i tedeschi hanno tutto l’interesse a favorire la ripresa dei propri partner europei se vogliono evitare quello che è già successo: ossia che l’austerità dei vicini danneggi gli interessi commerciali tedeschi.

Ad avvalorare questa analisi anche l’esame dei flussi di import, che risultano in crescita del 4% dall’area Ue nel suo complesso, e del 2,6% in particolare dall’eurozona, mentre le importazioni dai paesi terzi crescono appena dello 0,3%.

L’insolita e un po’ freddina primavera del commercio tedesco, perciò, è un di cui dello stato di salute dell’intera Ue. I tedeschi stanno consumando di più, attingendo alle merci dei partner, e allo stesso tempo i partner stanno consumando più merci tedesche. La cosiddetta locomotiva tedesca, insomma, cammina anche grazie alla trazione posteriore dei paesi dell’eurozona.

L’ultima circostanza interessante si rileva dall’analisi degli altri saldi del conto corrente. Sul lato dei servizi, la Germania ha ridotto il deficit, arrivato nel periodo gennaio-aprile 2014 a 11,5 miliardi (era 18,5), mentre sul lato dei redditi si è ridotto il surplus del reddito primario (primary income), ossia il frutto degli investimenti esteri tedeschi, arrivato a 20 miliardi a fronte dei 23,8 del gennaio-aprile 2013. La Germania, insomma, continua a vivere di rendita, ma un po’ meno di prima.

Anche perché il secondary income, ossia i trasferimenti (tipicamente le rimesse degli immigrati) sono rimasti stabili, segnando un deficit di 19,5 miliardi che in pratica azzera l’attivo dei redditi da investimento. “Importare” immigrati costa caro, evidentemente, anche se fa bene all’economia tedesca, stremata da una situazione demografica peggiore della nostra.

La conclusione è che il saldo di conto corrente è persino aumentato, nel periodo del 2014 considerato.

Chi pensava che la Germania fosse troppo “attiva” sull’estero pare dovrà rassegnarsi.