Etichettato: cronicario the walking debt

Cronicario: Cresciamo poco, ma meno intensamente

Proverbio del 7 febbraio Meglio mezzo pane da libero che un banchetto in prigione

Numero del giorno: 1.700.000 Famiglie italiane che hanno difficoltà a pagare l’affitto

Certe cose fanno bene all’orgoglio nazionale, non c’è dubbio. Leggere le previsioni d’inverno della Commissione Ue è un esercizio spirituale che consiglio ai tanti sapientoni che oggi si buttano in politica: è insieme una punizione e una scuola di comportamento. Quello degli altri. Per dire, sapevate che nell’eurozona ci sono anche i cinesi del Mediterraneo?

Già. La piccola Malta è cresciuta  quanto la grande Cina, nel 2017. E ci sono anche le tigri celtiche, che si fanno un baffo di quelle asiatiche.

Peccato che con l’Irlanda noi condividiamo solo un pezzo di tricolore.

Di fronte al 7,3% irlandese, il nostro sparuto unoemezzo, che ci colloca ancora una volta come gli ultimi della classe, mi ricorda il commento degli insegnanti alle mie pagelle: è bravo, ma non si applica. Per dire, persino la Grecia ha fatto un decimale più di noi.

Di fronte a tutto ciò, la Commissione, che deve pur dispensare una qualche parola per tutti, se ne esce così: “La ripresa è partita, leggermente”.

Mi dico che questo nostro esser ultimi nasconde la saggezza profonda di chi primeggia in tante altre qualità che quello stupido del pil non è in grado di considerare. Chessò: le meraviglie dell’ozio o l’aurea mediocritas del pensionato baby. E che in fondo, chi va piano va lontano e tutte quelle menate lì che ci fanno fessi e contenti. Ma poi mi ricordo che alcune seccature nostrane – tipo la salute del nostro debito pubblico – hanno a che fare con l’andamento di quel malnato indicatore. E soprattutto arriva l’Istat.

“Si delinea uno scenario di minore intensità della crescita economica”. Cresciamo poco, ma meno intensamente. Mi sorge il sospetto che ci applichiamo assai più di quanto siamo bravi.

A domani.

 

Cronicario: La bolla che si sgonfia fa più paura del Bottocoin

Proverbio del 6 febbraio Sorridi alla vita e la vita ti sorriderà

Numero del giorno: 2,3  Percentuale inflazione nell’area Ocse a dicembre 2017

Ora, e lo dico col massimo rispetto, ma chissenefrega di Bitcoin? Che il Bottocoin fosse nell’aria, oltre che nelle cose, il vostro Cronicario ve l’aveva già detto il 16 gennaio scorso, quando la moneta virtuale (ma fregatura molto reale) stava ancora intorno ai 12.000 dollari, provenendo nientemeno che da quota 20.000, e da allora si è dimezzata. Oggi è scesa sotto i 6.000 dollari e quel quel fenomeno di Roubini, passato alla storia come l’economista che aveva previsto la crisi del 2008 (ma solo perché gli altri preferivano non pre-vedere), ha detto che Bitcoin ormai somiglia ai dinosauri, preconizzandone quindi l’estinzione, e di prevedere (daje) che arriverà presto a 5.000.

Figuratevi adesso a chi importa che Bitcoin faccia il botto in un momento in cui la borsa Usa prende uno schiaffone di oltre il 4% come quello di ieri che non si vedeva dai bei tempi bui della crisi. Nel caso vi domandaste perché i timori e i tremori della borsa Usa si comunicano con la velocità dei terremoti all’Europa e all’Asia, che stamane hanno scavato dei bei buchi nella loro capitalizzazione, date un’occhiata a questo grafico. E’ del 2017 ma rende l’idea.

In un mondo in cui oltre la metà del valore di borsa si fa negli Usa è vagamente illusorio pensare che la tremarella americana non la pagheremo tutti. Ma attenzione a scomodare la paura della bolla che si sgonfia, che sicuramente fa capolino come un fungo dopo la pioggia nelle nostre testoline affaticate dal rumore di fondo delle news. E’ in azione una brutta bestia che fa molti più danni del pssss delle bolle che si bucano. Una bestiaccia sempre troppo poco riconosciuta: la volatilità.

Ora ve lo spiego. Prima però portiamo un po’ di realtà nella fantasia. Gli espertoni che vivono di contabilità hanno calcolato che con ieri si è interrotto un periodo durato 312 giorni, il più lungo della storia borsistica Usa, durante il quale non si sono mai visti ribassi superiori al 3%. In pratica le azioni hanno corso, incespicando ogni tanto ma senza cadere mai davvero, col risultato che la giornataccia di ieri ha portato il guadagno delle borse Usa al 23% rispetto a un anno fa. Ora, se voi aveste guadagnano il 23% in un anno su uno qualunque dei vostri asset, non vi verrebbe voglia di venderlo?

Ora a voi magari no, però a molti sì. Ed ecco che improvvisamente i mercati diventano elettrici e arriva la volatilità. Ogni stormir di fronde è un pretesto per scappare col malloppo – la storia dell’aumento dei salari Usa e della paura dell’inflazione (e dei rialzi Fed) che vi stanno propinando in ogni salsa per giustificare il crollo è credibile almeno quanto quella che il calo dipenda dal vostro mal di pancia – pure al costo dei circa 4.000 miliardi che la stampa sensazionalistica calcola siano andati perduti in capitalizzazione globale in questi giorni di vendite, sempre trascurando di far notare quanto le borse siano cresciute prima. Chissà perché le perdite fanno più notizia dei guadagni.

La volatilità prosciuga le borse e produce occasioni d’oro sotto forma di titoli rinsecchiti dal fortunale. Detto in altre parole: i fessi perdono e i furbi guadagnano. Se avete paura della bolla che si sgonfia, a fronte di fondamentali ancora solidi della mitologica economia reale e pure in presenza di notevoli storture di quella finanziaria (a cominciare dal livello esagerato dei debiti), avete già deciso da che parte stare. La volatilità, che molti osservatori prevedono in crescita nel 2018, farà strame dei vostri preziosi soldini. E state pur certi che qualcuno comprerà a basso costo quello che avete comprato a caro prezzo. Bitcoin compresi.

A domani.

Cronicario: Amazon c’ha due Sfere così, anzi tre

Proverbio del 30 gennaio In una lite hanno tutti torto

Numero del giorno: 2,7 Crescita % eurozona su base annua nel 2017

Amazon dunque. M’ero giurato di scrivere cose serie oggi, che il cronicario globale pullula. Roba per niente allegra. Per dire: le retribuzioni contrattuali italiane che su base annua (+0,6%) crescono la metà dell’inflazione (+1,2%).

O, meglio ancora, la commissione horror bancaria, in corso di liquidazione, che dopo grande fatica riesce a mettere nero su bianco (ma ancora non approvato) che in effetti Bankitalia e Consob nella mezza dozzina di crisi di altrettante banche che abbiamo vissuto negli ultimi anni non sono stati molto efficaci.

Anche se certo niente valeva il piombo virtuale del vostro Cronicario come la notizia che a gennaio la fiducia dei consumatori è in calo (avranno mica fatto i conti di fine anno?) e quella delle imprese pure. Se volete un quadro aggiornato dell’umore nazionale, e di quello che ci aspetta, date un’occhiata a questo, che arriva fresco fresco dal Senato.

Amazon perciò. Stavo giusto compulsando queste facezie quando mi è cascato l’occhio su un contatore che adesso segna questo countdown, ma nel frattempo che l’avete letto già è andato avanti.

Capito che ci stavamo perdendo? No? Quindi non sapete nulla della vera notizia del giorno. Come quale sarebbe? Le Sfere di Amazon perdindirindina. Se ne parla da mesi. Anzi da anni. Oggi però le Sfere aprono e nasce un mondo davanti ai nostri occhi che segna l’alba definitiva del lavoro dipendente aristocratico. Per dire: quelle sfere, che dentro ospitano un ecosistema composto da più di ventimila piante, dove gorgogliano ruscelli e si cammina scalzi su moquette di legno biologico (non è vero ma quello è lo spirito) sono i nuovi uffici della sede centrale di Amazon dove abiteranno gli eloi della multinazionale, mentre i morlock impacchetteranno i vostri acquisti on line in qualche magazzino sotterraneo con le pipì cronometrate come i pasti. Se non sapete chi siano gli eloi cambiate canale e amici come prima.

Nelle Sfere i lavoratori potranno pensare e lavorare – esattamente in quest’ordine – “diversamente circondati da piante” e quindi, debitamente ossigenati, potranno studiare le strategie migliori per trasformare Amazon da gigante a gigantissimo.

Amazon, infine. Perché la signora dei nostri pacchi ha deciso di costruire la casa del suo nobilato a febbraio 2013. All’epoca era ancora così.

Ha iniziato a coltivare le piante nel 2014 e poco più di un anno dopo ha iniziato i lavori, conclusi in un anno e mezzo. A maggio 2017 stava già installando le piante nella struttura di vetro e acciaio. La piantumazione è durata per tutto l’anno scorso e oggi apre. Meno di cinque anni per arrivare a questo.

Cinque anni durante i quali Amazon ha comprato tutto ciò che ha potuto.

e ha raggiunto una capitalizzazione di borsa invidiabile nella corporation America.

Facciamola semplice. Amazon c’ha due sfere così. Anzi tre.

A domani.

Cronicario: Offresi cavia per sperimentare gli effetti del lusso

Proverbio del 29 gennaio Ingannami sul prezzo, ma non sulla qualità della merce

Numero del giorno: 656.000.000 Risarcimenti versati dallo stato italiano per ingiusta detenzione dal 1992 a oggi a 26.412 persone

L’ennesimo scandalo automobilistico che ha coinvolto i colossi tedeschi, che hanno fatto pippare gas di scarico di auto diesel – i peggiori – a un manipolo di cavie ha convinto tutti che non è possibile permettere a questi cattivoni di fare cose del genere e passarla liscia. Anche perché mica si sono limitati a inquinare gli uomini, ‘sti balordi, ma hanno usato anche cavie animali, capito? Delle povere scimmiette.

Ora usare cavie umane è un conto: dopotutto quella monnezza la respiriamo ogni giorno e siamo pure felici di estinguerci così. Ma le scimmie? La deriva del capitalismo pseudo-ambientalista deve essere assolutamente arrestata prima che vengano fuori altre nefandezze e magari le scimmie si incazzino sul serio.

Anche perché mica c’è bisogno di scomodare altri primati. Noi uomini, che siamo un po’ il top della fascia, siamo felicissimi di prestarci alle sperimentazioni. Lo facciamo con i farmaci, i gas di scarico e c’è una fila sicura di quelli che s’offrono di provare i nuovi IPhone e soffrono quando non ci riescono. Figuratevi se un giorno dovesse venire fuori che gli smartphone cuociono il cervello.

A me più che questo spaventa il fatto che, secondo il Financial Times, Apple si appresta a chiudere il miglior trimestre di sempre con gli analisti a stimare un utile superiore a 18 miliardi di dollari. Ma lo spavento diventa curiosità quando leggo che il quarto trimestre 2017, quello record, è il primo che incorpora le vendite del mitico IPhone X, per cui uno pensa che i 29 milioni di esemplari venduti abbiano in qualche modo contribuito. Epperò leggo altrove che le vendite non sono state considerate soddisfacenti, tanto che l’IPhone X scomparirà entro fine anno perché Apple pensa di far uscire tre nuovi modelli (tre) l’autunno prossimo per la gioia dell’esercito dei selfie.

Ora, cara industria delle cose belle e lussuose, oltre che vagamente futili, che non mi posso permettere: nel caso dovesse occorrerti una cavia disposta a sperimentare tutte le cose pericolose che produci conta pure su di me. Offro un impegno a tempo pieno, riservatezza e anche una rinuncia ad alcuni diritti civili, se serve.

Sono tentato di mettere a tacere il mio demone consumistico insoddisfatto, che divora quel che resta dei miei neuroni, quando leggo con un certo sconcerto che la Coldiretti è preoccupata che il nostro beneamato Mister T terremoti il nostro export di beni alimentari che negli Usa trova uno dei suoi bengodi. Ballano 40 miliardi di esportazioni che finiscono nel mucchio dei soldoni che gli Usa pagano al nostro commercio estero. Cerco di immaginarmi ritorsioni raffinate abbastanza da far pagare agli yankee un eventuale dazio sul parmigiano. Ma poi capisco che per loro il made in Italy è come per noi l’Iphone: sono dipendenti. E quindi mettessero pure i dazi. Noi aumenteremo la stagionatura.

A domani.

Cronicario: Il talento di Mister T: svaluta il dollaro e il commercio Usa peggiora

Proverbio del 26 gennaio Nella stagione cattiva le acque scorrono all’indietro

Numero del giorno: 14 Contrazione % del pil in Venezuela nel 2017 secondo il Fmi

Ora che pendiamo tutti dalle labbra di Mister Trump, davosiani e semplici umani, che ha regalato un bellissimo discorso ai magnati e ai loro derivati assiepati nel vertice innevato svizzero, mi accorgo che nelle mie orecchie risuonano espressioni antiche che danno la cifra della portata veramente innovativa del neo Presidente Usa. Parole nuove come protezionismo, dazi, svalutazione competitiva, guerra valutaria.

La cosa è talmente seria (si fa per dire) che stamattina persino un pezzo grosso della Bce, Benoit Coeuré, ha lamentato (dopo Draghi ieri) che “i recenti commenti sui cambi non sono stati utili”. Si riferiva al delfino di Trump, il segretario del Tesoro Usa Steve Mnuchin, che sempre a Davos aveva osservato di non spiacersi troppo dell’indebolimento del dollaro. Apriti cielo Sempre Couré, oggi: “In questo momento una guerra valutaria è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno”.

Riapriti cielo. Ai pennaioli non è parso vero poter contare su una bella lite euroamericana per rinfrescare le cronache davosiane, quest’anno più insipide del solito. Prima il dazio sulle lavatrici. Poi la svalutazione competitiva. Infine la guerra valutaria…

Pregustando la narrazione cinematografica della nuova guerra dei mondi, sdraiati sulla poltrona del luogo comune, i nostri illuminati osservatori hanno dimenticato di far caso alla fastidiosa realtà che, come al solito, appare dove non te l’aspetti, come quel diavolo dispettoso che è. E così, mentre volenterosi contabili notavano la straordinaria svalutazione del dollaro rispetto all’euro da quando Mister T è in carica – un bel 15% abbondante – e vi faccio grazie di quella verso il resto del mondo, la bilancia commerciale Usa esibiva inosservata il peggioramento più vistoso degli ultimi anni, sempre dall’arrivo di Trump.

Queste meraviglioso risultato – la svalutazione che peggiora il saldo commerciale anziché migliorarlo – che fa strame di un paio di secoli di teoria del commercio internazionale, stupirà solo coloro ai quali è sfuggito lo straordinario talento di Mister T. Capovolgere ciò che sembra per realizzare ciò che è.

Perciò mi chiedo davvero quale sarà l’esito dell’America First, che Trump ha ripetuto ai davosiani e anzi invitandoli a far lo stesso a ognuno a casa loro. Sta a vedere che il neoegoismo predicato da mister T farà degli Usa il paese più altruista al mondo. A sua insaputa.

A lunedì.

Cronicario: Fermi tutti, arriva il terrore di Davos

Proverbio del 25 gennaio Due buoni oratori non valgono un buon ascoltatore

Numero del giorno: 6,2 Avanzo commercio extra Ue Italia in miliardi a dicembre

E’ partito e non vedo l’ora che arrivi lassù, in mezzo ai davosiani, che già il suo segretario del Tesoro ha mandato in panico ieri dicendo che il dollaro basso fa bene alla bilancia commerciale Usa. La qualcosa ha provocato un’eurezione ancora più potente di quella che ha suscitato Angela, che si scrive Anghela, il giorno delle nozze con l’Spd.

E partito perciò, e arriva presto. Ma prima che gli sequestrassero lo smartphone come si fa coi figli minorenni in volo, è riuscito a twittare ancora.

Si racconta di scene di panico in alta quota. Pare che le bianchissime nevi di Davos siano arrossite di vergogna, sciogliendosi persino per l’emozione. Anche perché nel frattempo le agenzie di stampa battevano delle perle come questa: “Trump vuole 25 miliardi di dollari per costruire muro Messico”. Anche se la mia preferita è questa: “Trump, piano per infrastrutture da 1700 miliardi dollari. Cifra piu’ alta di quella indicata finora”. Mi spiego meglio. All’epoca della campagna elettorale Trump aveva terremotato il mercato dei metalli (per non parlare del resto) spiegando che avrebbe messo sul tappeto un piano da 1.000 miliardi per le infrastrutture, generando appetiti pantagruelici fra i vari contractor. Oggi specifica che non saranno mille, ma 1.700. Caso più unico che raro di promessa non mantenuta al rialzo. Capirete che stress, per i nostri politici in campagna elettorale, doversi confrontare con un gigante del cazzeggio di tal fatta.

Conoscendoli, ci riusciranno di sicuro. Ma senza i soldi dello zio Sam sarà difficile andare oltre il cazzeggio puro e semplice. Intanto che aspettiamo l’arrivo di Mister T fra i davosiani, razza di sospetta provenienza aliena, non possiamo non notare che i cinesi hanno reagito molto signorilmente ai dazi usati contro i loro pannelli solari, sottolineando che la cooperazione è la direzione corretta nelle relazioni commerciali sino americane. Talmente dialogante, questa affermazione, che il segretario al commercio Wilbur Ross ha risposto al suo omologo cinese che gli Usa non vogliono una guerra commerciale ma solo riequilibrare i rapporti con gli asiatici respingendo il protezionismo cinese. Magari con quello Usa.

Capirete che di fronte a questo spettacolo il resto del Cronicario impallidisca. Dovrei raccontarvi della pallida Bce che tiene fermi i tassi e dice le stesse cose che ripete da settimane sul futuro del QE, magari credendoci pure mentre l’euro supera 1,25 sul dollaro come è successo poco fa? Figuriamoci. Oppure dovrei parlarvi del petrolio che ha superato i 7o dollari per il Brent? Tutta roba noiosa rispetto al Grande Cabarettista statunitense che peraltro, ci dice il nostro amato Supermario, ha suscitato alcuni timori in seno al consiglio direttivo Bce per le politiche della sua amministrazione. Però una cosa ve la voglio raccontare prima di salutarvi. Una bella statistica della Bis ci fa vedere una cosa molto interessante.

I crediti (o debiti se preferite) denominati in dollari fuori dagli Usa sono arrivati a 11 trilioni nel terzo trimestre 2017. La liquidità in valuta estera è sempre più abbondante là fuori e molti debitori hanno scelto il dollaro per nominare le proprie obbligazioni. Cosa succede a questi titoli quando il dollaro cala (per la gioia del segretario del Tesoro Usa)? Se foste creditori di questi debitori lo sapreste già.

A domani.

Cronicario: E se siete insoddisfatti, guardatevi in tasca

Proverbio del 17 gennaio Il cavallo sazio tira calci

Numero del giorno: 50 Calo % della quotazione di Bitcoin da dicembre

Ora che avete metabolizzato il bottocoin di Bitcoin, che ancora ci credevate che era il modo più facile per diventare ricchi, date un’occhiata a quello che dice Istat su noi italiani, che a furia di non essere mai contenti, finisce che non lo siamo per davvero. Talmente da essere diventati diffidenti e vagamente infidi. O almeno ce la raccontiamo così.

Se poi siete incontentabili sul serio, date un’occhiata questo grafichetto che vi spiega quanto siamo scontenti e illustra come da un paio d’anni a questa parte non c’è ottimismo di governo che tenga: stiamo lì a bordeggiare col muso lungo. E più invecchiamo più è peggio.

Mi sorprendo a scoprire che eravamo più soddisfatti nel 2011, quando ci dicono fossimo vicino al fallimento. Dipenderà dal fatto che siamo incoscienti oltre che incontentabili. E soprattutto rimango a bocca aperta quando leggo che “la quota di persone di 14 anni e più soddisfatte della propria situazione economica si è stabilizzata al 50,5% nel 2017 dopo la crescita del 2016”. Inoltre, “nel 2017 aumenta, invece, la quota di famiglie che giudicano la propria situazione economica stabile (dal 58,3% del 2016 al 59,5%) o migliorata (dal 6,4% al 7,4%)”, mentre “il giudizio sull’adeguatezza delle risorse economiche familiari mostra segnali di maggiore incertezza: la quota di famiglie che le valuta adeguate scende dal 58,8% del 2016 al 57,3%”.

Ma poi Bankitalia mi illumina.

Dal 2013 ci stiamo liberando sempre più di azioni e soprattutto di obbligazioni e stiamo indirizzando cospicue risorse verso il risparmio gestito. Saremo pure insoddisfatti, ma sappiamo fare girare i soldi, in Italia e all’estero. E infatti le consistente degli attivi finanziari delle famiglie sono aumentate di una decina di miliardi, dai 4.174 miliardi del 2015 ai 4.184 del 2016. Perciò se siete insoddisfatti, guardatevi bene in tasca. C’è il rischio che l’insoddisfazione peggiori. Ma anche la possibilità che vi passi.

A domani.

Cronicario: Consigli per gli acquisti di messer Padoan

Proverbio del 9 gennaio Se cadi sette volte, rialzati per l’ottava

Numero del giorno: 11 Tasso % disoccupazione in Italia a novembre

E finalmente è arrivata la pubblicità. Dopo un primo tempo da indigestione di bufale, sotto forma di proposte di politica economica con la consistenza della famosa mozzarella ma assai meno saporite, è arrivato messer Padoan, all’anagrafe ministro dell’economia, che tuttoduntratto ha lanciato un meraviglioso spot indirizzato a tutti gli italiani che, dice il nostro illuminato, “hanno il compito di ricordare a se stessi che non tutte le promesse sono realizzabili”. Gli italiani, capite?

Non bastasse la nostra naturale credulità, specie quando il grande protagonista è il bilancio dello stato che in qualche modo la rinfocola da decenni, nel suo secondo consiglio per gli acquisti elettorali messer Padoan da prova di conoscerci pochino quando c’invita, sempre compunto,  a “diffidare di coloro che dicono che i problemi sono semplici e le soluzioni sono a portata di mano: è vero il contrario”. A noi italiani capite? Che lo sanno tutti che facciamo bene qualunque cosa.

Ma il ministro raggiunge lo zenit quando invita i partiti, ossia la nostra migliore società, a “fare promesse credibili”. Ai partiti italiani, capite? Che hanno 2.300 miliardi di euro di promesse mantenute sotto forma di obbligazioni pubbliche.

Per fortuna si trattava di pubblicità. Erano già lì tutti pronti a cambiar canale, ma è durata poco. L’attenzione del cronicario globale si è subito ripresa quando è arrivata la perla di giornata. Anzi le due perle di giornata, peraltro pescate proprio dal governo e dai suoi derivati. La prima ce l’ha offerta il ministro della giustizia Orlando dicendo che bisogna rendere il licenziamento più costoso, pure senza reintrodurre l’articolo 18. Che in un momento in cui i contratti a termine sono la stragrande maggioranza si commenta da solo.

Poi è arrivato l’ex premier, che comunque non è secondo a nessuno quando si tratta di intrattenere il pubblico votante.

A quel punto è risultato chiaro a tutti che nessuno aveva ascoltato i consigli di messer Padoan, tantomeno i suoi colleghi del governo, ed è partita la riffa. Anche perché nel frattempo erano usciti i dati Istat sulla disoccupazione che hanno mandato in sollucchero i governanti.

Tanto entusiasmo si è contagiato come un rialzo borstico anche nei luoghi più inaspettati. Per una qualche ragione inconfessabile qualcuno ha dato voce a un analista di Ubs Italia secondo il quale il risultato più probabile delle elezioni del 4 marzo  sarà “una grande coalizione”. Mi sono reso subito conto che era stato fatto un refuso dal solito giornalista distratto. Non era coalizione.

Mi sono rassicurato. Era ricominciato il film. Altrove intanto, e segnatamente in Germania dove si è votato a settembre e ancora non c’è un nuovo governo, uscivano i dati del commercio di novembre, che segnavano un +8,2% rispetto a novembre 2016, con un attivo commerciale di oltre 23 miliardi.

Sempre altrove, stavolta nel resto del mondo, ci si riempie con leggerezza di bond corporate Usa il cui valore è destinato a diminuire man mano che crescono i tassi, per la gioia degli acquirenti. Nessuno se ne preoccupa perché così va il mondo. E figuriamoci a casa nostra.

Ma la vera notizia del giorno ce la regala l’Ons britannico. L’istituto di statistica ha calcolato che negli ultimi quindici anni le donne britanniche hanno dovuto rinunciare a un’ora settimanale di tempo libero. Considerate che già era meno di quello che si godevano i maschietti. E poi che in questi quindici anni l’hanno pure aumentato.

Questo in Uk, dove l’authority per i diritti umani ha pure aperto un’inchiesta sulla Bbc accusata di di pagare meno le giornaliste rispetto agli uomini. Forse invece che alla Brexit la patria delle suffragette dovrebbe pensare a una Sexit.

A domani.

 

 

Cronicario: Un Visco maschio senza rischio (con il fisco)

Proverbio del 19 dicembre Il vuoto dà la strada al pieno

Numero del giorno: 77.9 Aumento % lavoro a chiamata in Italia nel terzo trimestre

E adesso possiamo pure chiuderla questa benedetta commissione degli orrori bancari? Che tanto adesso va in vacanza e poi ci sono le elezioni. Dopo la rutilante audizione del Governatore di oggi, che altro c’è da dire? Ma poi soprattutto, che c’è da ascoltare? Il Governatore si è dimostrato maschio come deve esserlo un governatore, e vigile come deve esserlo il vigilante bancario. Nemico del rischio, come deve essere un buon padre di famiglia, e soprattutto del fischio, nel senso di spiffero maldicente, avendo cura delle risorse del fisco, che non a caso rima con Visco, e in ogni caso ripiana quando serve.

L’ultima performance di un vigile all’altezza di quella di oggi, non a caso rimasta nelle leggenda, è quella che vedete sopra, nel caso (improbabile) l’abbiate dimenticata. Ma nel caso rivedetela qua. Ha persino il vantaggio di durare meno di quella del vigile generale di Bankitalia. Che in compenso è assai più interessante, ça va sans dire, se vi piacciono le storie horror. Vi faccio giusto una rapida rassegna di alcuni titoli delle agenzie di stampa, nel caso (improbabilissimo) che evitiate di leggere integralmente l’intervento sul sito di Bankitalia.

Visco, agito con impegno, dolore perdite risparmiatori. Superate tante difficoltà nei limiti mandato;
Visco, mai da Bankitalia pressioni per Popolare Vicenza;
Visco, mai detto che andava tutto bene;
Visco, in 120 anni nessun ispettore Bankitalia colpevole;
Visco: vigilanza riduce probabilità crisi,non può annullarla;
Visco,su crisi banche non vigilanza disattenta ma malagestio;
Ha pesato anche peggiore crisi economica nella storia Italia;
Visco, crisi sette banche senza mala gestione si risolvevano;
Visco: con Consob collaborazione leale e costante;
Visco, in 2013 resistenza banche a rafforzare capitale: riunione tesa con manager su rischi npl;
Visco, mai telefonate con Zonin su Veneto Banca;
Visco,mai incontri banchieri da solo,ho registri telefonate;
Visco,su Etruria nessuna indicazione,recepito interesse Bpvi;
Visco, Vigilanza non può intervenire su base di ipotesi;
Visco, mai screzi con presidenti consiglio;
Visco, a governo spiegato bene problema bond 4 banche;
Visco: Renzi mi chiese di Etruria, io non risposi;
Visco, Boschi a Panetta, preoccupata crisi Etruria;
Visco, su vigilanza banche parlato solo con ministro economia;
Visco, sbagliata idea preservare banche del territorio;
Visco, da Boschi nessuna richiesta interventi Etruria;
Visco, anche a Bruxelles capito flessibilità crisi banche.

Perché se dopo tutto questo non avete ancora capito a che serve la commissione bankhorror siete senza speranza. Anzi siete maturi per Babbo Natale.

A domani.

Cronicario: L’Ape s’impenna, Mps va alla Grande Guerra

Proverbio del 18 dicembre Chi vede il leone corre più veloce di chi l’ha solo sentito

Numero del giorno: 5.000.000.000 Surplus commercio estero Italia a ottobre

Ognuno festeggia quel che può di questi tempi. E siccome viviamo tempi vagamente grami, ecco che tocca accontentarsi di quel che passa il convento politico, di questi tempi grami in grande spolvero per i saldi finanziari di fine anno.

E’ così: è il bello della politica e chi dice il contrario è un moralista fegatoso oppure uno che non è mai finito all’attenzione amorevole del governo e dei suoi derivati. Quindi peggio per lui e meglio per quegli altri. A cominciare da quei 20 mila che grazie a due spicci messi sul piatto – un piatto di lenticchie secondo il Baffino nazionale – andranno in pensione anzitempo caricandosi in massa sull’Ape social, il marchingegno per il quale gli altri vanno in pensione e noi più o meno giovinastri paghiamo. L’Ape ha festeggiato con una bella impennata: doveva portare 31.000 passeggeri nel 2018 e invece saranno 50.800, il 64% in più.

Ora non date retta, perché la vera notizia del giorno è l’audizione del beneamato Padoan, la nota evoluzione del ministro Padoa, che è stato ascoltato a labbra pendule dai parlamentari che indagano sull’orrore bancario dell’ultimo decennio. E qui il nostro ha dato il meglio di sé. Per dire: eh sì, sulle banche venete la vigilanza è stata insufficiente, ma ha agito in un contesto difficile, mentre il paese non poteva andare contro la Ue. Essì è vero che non è andato tutto bene però abbiamo fatto del nostro meglio…

No davvero sono good fellas questi banchieri. Sentite che dice l’Ad di Mps – la nostra banca – relativamente al percorso di recupero di redditività dell’istituto senese: “E’ come la guerra del 15-’18, si sposta il sacco di pochi metri e poi magari si torna indietro”.

Capito l’andazzo. Ma state sereni: con Mps lo stato farà un ottimo affare. Chi lo dice? sempre lui, l’uomo dal Monte. All’anagrafe Piercarlo.

A domani.