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Cronicario: Un mattone di dollari ci seppellirà
Proverbio del 21 febbraio Acido, dolce, amaro, pungente: tutto si deve assaggiare
Numero del giorno: 4,5 Aumento % delle spese sanitarie in Germania nel 2015
E poi arriva Fitch, che nel mezzo di una giornata funestata dalle scocciature e le domande fondamentali – che farà Emiliano? Ma il Pd c’è o ci fa? – se ne esce con un outlook sul mattone globale che sembra fatto apposta per i menagramo che girano a frotte in questo inizio di anno col 17 in mezzo.
E che dice Fitch? Dice che gli sforzi dei governi per frenare le espansioni immobiliari eccessive in alcuni paesi non è che siano andati benissimo. “Gli acquisti di case in molti paesi continuano a diventare sempre più costosi, in relazione al reddito delle famiglie. Queste condizioni rimarranno in campo anche quest’anno”. I prezzi dovrebbero rallentare in Nuova Zelanda, Norvegia e Canada, dove sono cresciuti a rotta di collo, e chissà che capiterà in Cina, dove i prezzi in alcune grandi città sono cresciuti del 25% nel 2016 e la montagna di debito per mutuo è triplicata dal 2012.
Il governo è intervenuto con cinese destrezza – d’altronde controlla tutto – e adesso i prezzi dovrebbero rallentare, mentre negli Usa il tasso di inadempienza dei mutui è tornato al livello del 2006, prima quindi della grande crisi. Il ciclo è finito, insomma. Possiamo aprirne un altro.
Questa è la sintesi.
Se pensare al mattone vi appesantisce, allora guardate quest’altro grafico che ho trovato in uno speech pubblicato dalla Bis.
E poi guardate pure questo.
Notate bene: è vero che la diseguaglianza è aumentata dagli anni ’90 in poi, dopo essere diminuita parecchio dagli anni ’50, ma se allunghiamo lo sguardo, notiamo che l’indice di Gini che, lo ricordo varia da 0 (massima uguaglianza) a 100 (massimo diseguaglianza) su scala globale mostra un continuo recedere della diseguaglianza dal 1830 in poi e mostra una discontinuità notevole dal 1970. E che sarà mai?
Ve lo dico un’altra volta. Adesso voglio chiudere in bellezza.
Quelli in blu scuro sono i deficit bilaterali degli Usa con i paesi indicati. Quelli in azzurro chiaro sono le ri-esportazioni di merci che gli Usa vendono ai paesi verso i quali hanno deficit. Adesso gira voce che Mister T stia pensando di cambiare le regole di calcolo dei deficit commerciali, per cui le ri-esportazioni non verranno più contate in sottrazione del deficit. In pratica, se così fosse, il Messico non avrebbe un surplus di 61 miliardi ma di 61 più 50, quindi 111. Capite perché gli americani vincono sempre? Bombe? Macché: lanciano mattoni gonfi di dollari a chi sta loro sulle balle. A volte mattoni puri e semplici. E poi ridono.
A domani.
Cronicario: E a metà giornata l’Europa si spegne
Proverbio del 20 febbraio Non è la mano che dona, ma il cuore
Numero del giorno: 14 Aumento % uso carte di credito in Irlanda al 12/16
Mi devo sbrigare a scrivere il Cronicario perché ho scoperto grazie ai buoni uffici di Eurostat che l’Europa a malapena ha energia per arrivare a metà giornata, e l’Italia ancora meno. Si e no arriviamo al caffé della colazione.
Addirittura viene fuori che la dipendenza energetica nel 2015, anno a cui si riferiscono i dati, è peggiore di quelle che c’era nel 1990. Dal che deduco che tutta la favoletta delle rinnovabili, dell’efficienza o addirittura dell’autosufficienza energetica, è stata talmente ben scritta che non c’ha creduto nessuno. Oggi più che mai dipendiamo dagli arabi e dai russi, altroché. Anzi: c’è stata pure un’evoluzione: ora dipendiamo anche dagli Usa, almeno per il petrolio.
Questa bella tabella che ho trovato su Platts misura come sia cambiata la vocazione degli Usa dopo la rimozione del divieto di esportare petrolio dal dicembre 2015. Ebbene, noi italiani siamo diventati il terzo mercato di esportazione del petrolio americano dopo l’Olanda e Curacao. Ne assorbiamo persino più della Cina. La cosa scoraggiante è che questa situazione si verifica a fronte di un consumo in calo dell’11% dal suo picco, nel 2006.
Capite bene perché questo problema sia diventato l’argomento principale del nostro dibattito politico in questi giorni convulsi. Siamo un paese in costante deficit energetico, con quello che significa oggi, ma per fortuna abbiamo una classe dirigente che conosce le sfide del nostro tempo ed è all’altezza: mica si perde in chiacchiere inutili sugli equilibri interni nel partito di maggioranza relativa.
Perciò, siccome sto scrivendo soprattutto grazie al petrolio arabo-russo-americano e stasera eviterò di congelare grazie al gas di Putin, a loro rivolgo il sentito ringraziamento che avrei voluto rivolgere ai miei governanti, che invece spenderanno una ventina di miliardi l’anno delle nostre tasse per pagare emiri e compagnie cantanti.
Mi consola che non siamo soli in questa valle di lacrime. Prendete la Germania. I prezzi alla produzione a gennaio 2017 sono schizzati del 2,4% rispetto al gennaio 2016. E indovinate da cosa dipende…Vi do un’indizio: i prezzi dei prodotti petroliferi sono aumentati del 19,7%.
Faccio un salto in Uk perché l’istituto di statistica ha avutola cortesia di pubblicare un grafico che dice tutto quello che c’è da sapere sul mondo dopo il 2008.
La cosa incredibile è che, malgrado noi, siamo ancora una grande economia. Ma fa un certo effetto vedere l’UK che si infligge la complicazione di Brexit dopo aver superato così brillantemente la peggiore crisi dell’ultimo mezzo secolo. Questa curva descrive l’andamento del pil inglese dal 2009, punto di minimo, al 2015.
Era abbastanza per uscire dall’Ue? Evidentemente si.
A domani.
Cronicario: Gli italiani tornano a emigrare. Stavolta coi soldi
Proverbio del 17 febbraio Chi è triste non si diverte neanche ubriaco
Numero del giorno: 200 Miliardi investiti all’estero dalla Cina nel 2016
Non mi dite che non lo sapevate perché lo sanno tutti: basta guardarsi intorno: gli italiani sono tornati ad emigrare. Prima del 2007 erano un 60 mila l’anno, quelli che espatriavano in cerca di fortuna. Nel 2014 sono arrivati a sfiorare i 160 mila, secondo gli ultimi dati Ocse.
Il grosso va in Germania, come ai tempi del magliari, perché com’è noto l’italiano ama la tradizione, il freddo secco e la birra. E poi in Germania si rischia persino di viverci bene, guarda un po’. Un sacco vanno a Londra, molti in Svizzera, la Spagna regge ancora botta con la Francia, mentre Usa, Canada, Australia e Nuova Zelanda sono ancora poco gettonate. Lì aiuta essere biondi con gli occhi chiari. Sia come sia, “l’emigrazione di cittadini italiani è più che raddoppiata dal 2010 e il 2014”, nota l’Ocse. E così finalmente vi spiegate perché quel tale che abitava vicino casa vostra è sparito.
Prima che iniziate a versare lacrime ricordando il trisavolo sbarcato a Ellis Island, vorrei farvi notare che siamo nel XXI secolo e che nel frattempo il mondo è cambiato. E siccome vi so diffidenti, vi faccio vedere un altro modo per emigrare, che nel frattempo siamo diventati abilissimi a sperimentare.
Ve la faccio semplice prima che vi viene il mal di testa. Quelli verde scuro sono i soldi che, secondo i dati di Bankitalia, abbiamo fatto emigrare di recente e non sono bruscolini: parliamo di centinaia di miliardi. Una volta si emigrava con la valigia di cartone. Ora si fanno emigrare cartonate di liquidi. Lasciamo che si ambientino, e poi magari li raggiungiamo là.
Siamo migranti di seconda generazione. Addirittura di terza. Per questo ci piacciono così poco gli ultimi arrivati. Specie quando arrivano qua. E se adesso mi dite che ci sono un sacco di poveri disgraziati fra i nostri migranti scoprite l’acqua calda. La notizia – udite udite – è che ci sono anche un sacco di trilaureati poliglotti col borsellino capiente abbastanza da potersi permettere di aspettare prima di finire a lavar piatti per pagarsi la cena. Prima esportavamo solo miseria. Oggi un bel po’ di ricchezza, non solo finanziaria.
Ma qui mi taccio perché il Cronicario aborre il tono serio, specie di venerdì pomeriggio quando si pensa ad altro, e giustamente. Ma prima ancora di abbandonarmi alla mia attività preferita
vorrei offrivi un paio di spunti da week end, ottimi per le discussioni da fuori a cena dopo il quarto shottino. Della serie come eravamo e come siamo:
con le famiglie mononucleari diventate maggioranza relativa, e il debito pubblico che esplode biforcandosi dal Pil dal 2007 in poi.
Il 2007 non è solo l’anno che sono ripartite le emigrazioni, ma anche quello in cui le famiglie mononucleari iniziano a superare quelle con due componenti. Cosa c’entra l’esplosione del debito con quella delle famiglie?
Ottima domanda. Datevi una risposta.
A lunedì.
Cronicario: Si prepara lo spauracchio dell’inflazione
Proverbio del 14 febbraio Non fa mai notte dove ci si ama
Numero del giorno: 0,2 Crescita percentuale del Pil nel IV trimestre 2016 in Italia
Siccome vi so innamorati del Cronicario, per il giorno di San Valentino vi regalo una notizia che leggerete sul cronicario globale fra un semestre circa.
La deflazione è passata di moda. E’ stato un attimo, un piccolo pezzo mosso sulla scacchiera e d’improvviso ecco lo spauracchio prossimo venturo farsi strada sulle pagine salmonate dei Grandi Giornali Finanziari: l’inflazione.
Va là, direte scocciati. Ecco qua il giornalista cornacchia (gufo è fuori moda pure) a gracchiare allarmi sconsiderati proprio mentre – e finalmente – lo spauracchio della deflazione, che evocava debt-deflation in stile anni ’30, sta evaporando.
Però vedete, il punto è proprio questo: ci siamo fatti un giro nei ’30, anni di deflazione e perdita di prodotto. Ora ce ne faremo un altro nei ’70, anni di stagnazione e inflazione.
Perché vi regalo questa rottura di scatole a San Valentino? Il caso ha voluto che oggi uscissero una messe di dati sul Pil e sull’inflazione di mezzo mondo. Non ve li dico tutti perché sennò mi denunciate alla protezione lettori. Ma devo farvene sapere almeno un paio. Fra i pezzi grossi si segnala il dato del Pil dell’eurozona che Eurostat ha rappresentato in questa curva dall’andamento vagamente piatto. D’altronde l’ultimo trimestre la crescita è stata dello 0,4% e su base annua dell’1,7.
Una roba che somiglia a quella giapponese, con l’ultimo trimestre in crescita dello 0,2% e l’annuale all’1%, manco fosse l’Italia.
Nella patria di Mister T la crescita è quella che è: meno dell’eurozona su base annua e non vi devo dire nient’altro.
Che rimane? Ah si, i brexittari dell’UK. I confronto ai giapponesi e agli eurodotati sembrano dei furetti col loro +0,6 su base trimestrale e con il loro 2% stimato su base annua, comunque in calo dal 2,2% del 2015 e dal 3,1% del 2014. Ma il dato più interessante arrivato oggi dall’Uk è un altro: quello dell’inflazione.
Di che stiamo parlando? Ad esempio dell’aumento del prezzo delle case del 7,2% in media nel 2016 o, peggio ancora, dell’aumento del prezzo delle materie prime, aumentati del 20,5%. Sappiate che l’unico paese dove i prezzi sono rimasti a zero crescita è la Svizzera. Nel resto d’Europa è partita la rincorsa dei prezzi. Gli Usa seguono alla grande. E ancora il meglio deve venire.
Volevo dirvi di più, ma mentre sfogliavo il cronicario globale l’occhio mi è caduto su questo pregevole artefatto che ho trovato sul canale Twitter della Commissione Ue.
Inutile dire che mi sono commosso. Soprattutto perché la dichiarazione d’amore era motivata dal fatto che l’Ue ci consente di “essere uniti nella diversità, viaggiare liberamente, andare all’Erasmus e scegliere di vivere e lavorare in un’altro paese Ue”.
Poi mi sono svegliato.
A domani.
Cronicario: La resilienza degli aruspici di Bruxelles
Proverbio del 13 febbraio L’acqua di febbraio è promessa per il granaio
Numero del giorno: 0 Tasso di inflazione Svizzera a gennaio 2017
Son tutti bravi a sfottere gli antichi, che mantenevano una corte di sfaccendati a sventrare animali e leggere le viscere per indovinare il futuro. Costoro, gli aruspici, era gente bennata, mica come noi, indovinatori occasionali. E tuttavia oggi li sfottiamo: figurati se si può indovinare il futuro sbirciando fegatini di pollo.
Infatti serve altro. Abitare a Bruxelles, intanto, e magari trovare lavoro nella Commissione Ue che ha rilasciato proprio poco fa le sue previsioni invernali sull’economia europea. I nostri moderni aruspici sono stagionali. E l’ha fatto senza sventrare niente che respiri Forse, qualche computer che sarà collassato dovendo digerire una mole di dati che stenderebbe un esercito. E la cosa incredibile è che tutti li hanno presi sul serio.
Ne è venuta fuori una raccolta di previsioni che solo un maniaco leggerebbe. A me basta sapere che la ripresa economica è prevista duri quest’anno e anche il prossimo e il successivo, e che per la prima volta da un decennio tutte le economia sono previste in crescita nei tre anni considerati. Gli aruspici di Bruxelles non vanno oltre il triennio, e poco importa che non ci azzecchino quasi mai. Comunque continuano a farle, le loro previsioni. “La crescita si è dimostrata resiliente l’anno scorso”, osservano. E per un attimo dubito che stiano parlando della crescita economica. I veri resilienti sono loro, altroché.
In ogni caso, questo è quello che ci tocca.
Gli aruspici di Bruxelles, e questa è una delle ragioni del loro successo, hanno una buona parola per tutti. Persino per la Grecia, che “mostra segni di ripresa collegati all’applicazione del programma”.
Mentre per i campioni dell’EZ si parla di momento robusto fra nuove sfide.
Fra le sfide tedesche immagino sia contemplata anche quella difficilissima di tenere il saldo di conto corrente sotto il 10% del Pil.
Difficilissima almeno finché non ci mette lo zampino Mister T, che ormai spaventa più della mosca tsé tsé. Guardate che roba gira negli States.
La guerra commerciale che il neo presidente minaccia di fare un giorno sì e l’altro pure spaventa tutte le anime belle in patria, e probabilmente anche qualcun altro dall’Europa al Pacifico. Il Giappone, per esempio, che dopo Cina e Messico è il terzo per surplus commerciale verso gli Usa. Sarà sicuramente un caso, ma oggi è uscito il dato sul pil nipponico, cresciuto dello 0,2% nel quarto trimestre, in deciso rallentamento. Sembra l’inizio di un film per nulla edificante.
E poi c’è il Canada ovviamente.
che col Messico condivide il trattato Nafta che Trump ha detto di voler rinegoziare. Un problemino non da poco, atteso che il Canada spedisce negli Usa il 76% del suo export totale. Speriamo sia resiliente.
A domani.
Cronicario: Mister T e le real fake news di Fitch
Proverbio del 10 febbraio Fare domande non è segno di stupidità
Numero del giorno: 1999 Salario mensile minimo in Lussemburgo
A un certo punto una nota agenzia stampa che inizia con la A e finisce con la A lancia questa bombetta:
++Trump: Fitch, rischio per condizioni economia mondiale ++
E poi dice “L’amministrazione Trump rappresenta un rischio alle condizioni economiche internazionali e ai fondamentali globali de rating”.
Chi è del mestiere lo sa che vogliono dire quelle crocette. E’ il modo paraculo che hanno le agenzie di stampa di far saltare all’occhio del caporedattore bolso una notizia giudicata imperdibile dagli imperscrutabili deus ex machina che dettano l’agenda dei nostri giornali, che inevitabilmente ci cascano. L’ha detto la nota agenzia che comincia e finisce con la A, mica mi devo sforzare.
Ci casco anch’io epperò mi metto a cercare la fonte perché sono un dannato ficcanaso. Un minuto dopo trovo l’origine qui. Caspita la nota agenzia non esagera (a parte le crocette, vabbé). Fitch ha denominato mister T pericolo pubblico numero 1. Rimango ammaliato e la leggo tutta, questa nota, ma solo per scoprire quello che ci ripetono da novembre, ossia che quando il più bello dei bulli ha vinto le presidenziali: le politiche protezioniste minacciata da Trump possono danneggiare l’economia. E qual è la notizia?
Eccola: ++Trump: Fitch, rischio per condizioni economia mondiale ++
La notizia è il terzetto Fitch, Trump, Pericolo. Un pregevole e assai comune esemplare di real fake news, ossia notizia vera che dice il falso, o notizia falsa che dice il vero, come meglio preferite. Una di quelle robe che vive fra la scolastica medievale e l’idealismo tedesco. Domani i giornali titoleranno che Trump è un pericolo pubblico perché l’ha detto Fitch. Il che è vero e falso insieme. Siamo andati oltre la post verità. Siamo in piena post minchiata. L’ideale per il venerdì pomeriggio.
A lunedì.
Cronicario:Il surplus biondo che fa impazzire il mondo
Proverbio del 9 febbraio L’invidia per l’amico ha il sapore della zucca amara
Numero del giorno: 600.000 Barili di petrolio iraniano venduti ogni giorno all’India
E per cominciare in bellezza: il surplus tedesco. Nel 2016 il saldo di conto corrente è stato positivo per 266 miliardi, fra merci e redditi, in crescita rispetto ai 252,6 del 2015, quindi se vi volete incazzare coi tedeschi è un’occasione d’oro.
Poi se proprio volete approfondire – ma di sicuro non è il caso dei tanti che si vogliono solo incazzare – dovreste notare che è vero che i tedeschi hanno esportato beni per 1.207 miliardi nel 2016, ma è vero pure che ne hanno importati per 954.
Perché è vero pure che i tedeschi hanno fatto il record commerciale di sempre nel 2016, superando l’altro record dell’anno scorso, ma altrettanto che se si spezzano le reni ai tedeschi, succede la stessa cosa pure a quelli che vendono loro varie robe, fra i quali, manco a dirlo, ci siamo noi. Perché questo è il paradosso del commercio tedesco che fa impazzire il mondo: a loro rimane il grosso, ma una bella fetta lo ridanno indietro. Dall’eurozona, in dettaglio, prendono 441 miliardi per le loro vendite, ma ne restituiscono in forma di acquisti 428. E scusate se è poco. Sicché ve la faccio semplice: volete punire la Germania per il suo successo? Fate pure, ma state punendo anche voi stessi.
Vorrei che qualcuno lo spiegasse anche a Mister T, che ce l’ha con la Germania e con il resto dei suoi partner commerciali eccedentari, ma non ci spero, anche perché laggiù tira tutta un’altra aria. Raccontano che tre grandi industrie che rappresentano i colossi della produzione di grano e etanolo si siano rivolti al governo per chiedere protezione contro le importazioni di questi prodotti dalla Cina, dimenticando però che gli Usa sono il maggiore esportatore, dopo la Germania, di carne di maiale in Cina. Ora non è uno ti compra il maiale se tu gli impedisci di venderti il grano. Lo capirebbe un bambino. Quindi per gli adulti è impossibile.
A quelli che oggi hanno letto sui giornali la notizia che la paura dell’eurocrack (reloaded) sta spingendo i capitali verso i paesi emergenti consiglio di guardare questa bella figurina diffusa oggi dall’IIF
perché sarà pure bello credere a certe storie, ma non credeteci troppo, sennò poi vi tocca fare come quel tale che un bel giorno si sveglia e scopre che le banche portoghesi hanno un problema. S’è svegliatooo (cit.). Notizia che merita di finire d’ufficio nei
Ai più feticisti suggerisco invece di sbirciare le principali voci dei bilanci bancari diffuse da Bankitalia dove c’è persino una buona notizia, laddove i prestiti alle famiglie a dicembre sono cresciuti dell’1,9%. Preferisco non sapere per cosa.
Concludo con una nota di ottimismo che arriva dritta dall’Ocse.
La trappola della bassa crescita persiste dice l’ottima Catherine L. Mann, capo economista. A nessuno viene il dubbio che non sia un problema. Infatti è un’opportunità.
A domani.
Cronicario: Fra la terra di Vichinghia e il “defecit” Usa
Proverbio dell’8 febbraio Il sole e la luna sono le migliori lampade
Numero del giorno: 2.800.000 Aumento occupati a tempo indeterminato nell’Ue nei primi nove mesi del 2016
Poiché ieri mi sono intristito col pianto greco, oggi decido di regalarmi un bel viaggio in Vichinghia, la terra dei biondi pallidi ai confini dell’Artico, più comunemente nota come Svezia che, fra le altre cose, ha lo straordinario vantaggio di stare fuori dall’euro e così almeno per oggi non ci penso.
Lo sapete già. Nella terra di Vichinghia la vita va che è una bellezza. Vi do giusto un paio di dritte per farvi schiattare d’invidia.
Ecco la prima: il mercato immobiliare.
Prezzi (e debiti delle famiglie) alti come si deve, mentre noi ci dobbiamo accontentare dell’Istat che rilascia i dati di compravendite e mutui, che al terzo trimestre 2016 crescono fra il 19 e il 20% rispetto a un anno prima. E dovremmo pure essere contenti.
La seconda è anche peggio. In Svezia il congedo parentale lascia nelle tasche dei bravi genitori il 60% del reddito. Da noi il 30.
Pure là, come dappertutto, la diseguaglianza è aumentata, ma comunque anche quelli più poveri qualcosina in più l’hanno mangiata, al contrario di quello che è accaduto qua.
E infatti la diseguaglianza misurata dall’indice di Gini è assai minore rispetto a quella da noi, dove lo stato spende un fracco di soldi e non conclude nulla.
Concludo in bellezza con una panoramica yankee-teutonico-vichinga.
Vedete: i vichinghi sono imbattibili. Nel caos del cronicario globale, che è tutto un rumoreggiare di crash in atto e in potenza, la Svezia è un’oasi nordica dove la mente si riposa e vede tutto d’un azzurrino boreale.
Socchiudo gli occhi e mi immagino vichingo anch’io, almeno per dieci minuti. Solo che quando riapro gli occhi la realtà mi aggredisce così
L’uomo più felice del mondo, sospetto. Ma il resto dell’America chissà. Non saranno rovinati come noi o quei poveracci dei greci, però guardate che gli capita.
E non è tanto la cifra, ma è il refuso che mi sconcerta. L’immagine l’ho presa dal WSJ, che notoriamente non sbaglia mai. Mi sorge il sospetto, perciò, che non sia un refuso. Che volessero davvero scrivere defecit invece di deficit. Forse ci vogliono dire qualcosa. E poi capisco: è latino: finalmente gli americani più istruiti hanno deciso di imparare un’altra lingua. Cosa non farebbero per dar fastidio a Mister T.
A domani.
Cronicario: Riparte il pianto greco dell’eurozona
Proverbio del 7 febbraio Un amico nel bisogno è un amico fedele
Numero del giorno: 79 Percentuale di cinesi titolari di un conto corrente
Sicché è ufficiale: la Grecia e l’eurozona si portano sfiga a vicenda. Laggiù, zona Balcani, i bond a due anni arrivano a un rendimento del 10%, visto che i pezzi grossi, che poi sono quelli che dovrebbero prestare i soldi, non si mettono d’accordo. Il debito rimane insostenibile, dice uno del Fmi da una riunione a porte chiuse che però non sfugge agli occhiuti ficcanaso del Financial Terror, ops, Financial Times. E non si capisce che dovrebbero fare i greci. Anzi si capisce che dovrebbero fare i loro creditori. Solo che non si può dire.
E questa cosa accade proprio all’indomani del possente discorso all’umanità del Mago di EZ, dove peraltro il nostro SuperMario ha pure parlato di Grecia, spiegando che l’accesso ai programma di QE della Bce da parte dei bond ellenici è condizionato dall’approvazione del pacchetto di aiuti da parte dei creditori.
Già m’immagino il pianto greco. E come ogni volta che questa cosa succede, rieccoli: gli spread. E mica solo per i greci. Pure quello francese è raddoppiato, e lasciamo perdere il nostro. Peggio dei gremlins impazziti, gli spread dilagano dalle cronache ai conti correnti, spaventano i ricchi e alimentano la voglia di riscatto dei poveri. Nutrono i sogni dei sovranisti e le speranze dei qestuanti (non è un refuso) che campano la giornata grazie alla generosità della Bce e al suo QE.
E la Grecia? Pazientasse, prima o poi la moneta arriva (semicit.).
Quello che non arriva, semmai, è un po di tranquillità. Non bastasse l’anno elettorale franco-alemanno-olandese-forseitaliano, che vuol dire sentire un sacco di discorsi inutili e vere e proprie minchiate, è stata una giornata da dimenticare per le grandi banche francesi buttate a terra dai cattivi risultati di BNP Paribas, che ha pubblicato un trimestrale bruttina.
Almeno per oggi, non parliamo di banche italiane. E poi c’è la sterlina, che ha ricominciato i suoi saliscendi. Oggi dicono che sia colpa del dollaro, ma chi ci crede..
Ma la vera uscita del giorno è la nota mensile Istat sull’economia italiana, che parla di segnali positivi nella manifattura, negli scambi con l’estero, specie verso i paesi extra Ue, che mi ricorda d’improvviso Mister T.
Per non pensarci mi concentro sulle costruzioni, che però vanno così così, con i prezzi del terzo trimestre ad aumentare dello 0,1%.
No scusate questi sono i prezzi inglesi.
In compenso cresce la nostra domanda interna e soprattutto crescono gli occupati a termine su quelli a tempo indeterminato. La qualcosa mi convince che siamo finalmente transitati nella contemporaneità.
Il Jobs act no.
A domani.
Cronicario: Un’armata di broccoletti e merluzzi marcia sulla Bce
Proverbio del 3 febbraio L’amico lavora al sole, il nemico nell’ombra
Numero del giorno: 1,1 Aumento % su base annua vendite al dettaglio nell’EZ
Che brutto sogno, cari miei: un’armata di broccoletti incazzati, fiancheggiata da ali minacciose di lattuga fresca marciava decisa dal Manzanarre al Reno, in direzione Francoforte. L’orda vegetale, veniva avvistata prontamente dal nostro amato Mago di EZ, di vedetta sull’Eurotower, che dispiegava le sue contromisure spiegando che non avrebbe consentito agli scarti della terra di guadagnare la vetta, preparandosi così a un lungo assedio di cui domani canteranno i poeti.
Poi, per fortuna, mi son svegliato. Stavo sbavando sull’ultima release dell’Istat sui prezzi al consumo che avevo adocchiato prima del pisolino postprandiale ed evidentemente mal digerito. In particolare, sospetto, quel 20,1% di crescita dei prezzi dei vegetali freschi a gennaio 2017 sul gennaio 2016 che improvvisamente mi spiega come mai l’insalata sia diventata un bene di lusso. Mica solo lei: la frutta fresca è aumentata del 7%, e anche il pesce è aumentato del 30%, dice non so quale associazione di categoria. Sicché comincio a farmi domande inquietanti.
Sarà pure la stagionalità, mi dico tornando a leggere la release, ma l’armata di broccoletti e merluzzi che fa salire i prezzi come una marea mi sembra solo l’avanguardia di un esercito ancora più grande che ha fatto salire l’inflazione dello 0,9 su base annua, sempre a gennaio, ancora sotto il mitico target del 2%, ma facendola accelerare d’improvviso. L’inflazione di fondo, quella che gli istruiti chiamano inflazione core, quindi senza energia e cibi freschi, rallenta persino, su base mensile, da 0,6 a 0,5%. Ma rimane il fatto che i beni energetici dobbiamo pagarli e che sono cresciuti parecchio da quando l’Opec ha serrato i rubinetti.
A proposito li ha serrati davvero? Stando quello che trovo su Platts non sembra proprio.
Ma in ogni caso il petrolio ormai è stabile sopra i 50 dollari, quanto basta per dare fiato alle produzioni Usa di shale. Si va verso una stabilizzazione, e l’andamento dell’inflazione, che già genera notevoli fraintendimenti, dovrà essere nuovamente riconsiderato, con grandi ambasce per le banche centrali, a cominciare dalla Bce.
E mica solo per lei. Anche la Fed c’ha le sue gatte da pelare, specie dopo che un pezzo grosso del Congresso le ha fatto assaggiare una dose di #Trumpsuasion.
Ve l’avevo detto che si avvicinava il momento. Sicché adesso la banca centrale di MagicWorld deve vedersela con la politica che vuole insegnarle un po’ di educazione finanziaria, buttando via un po’ delle regole e regolette che scocciano le banche, e insieme deve fare i conti con un mercato del lavoro che “ha assunto vivacemente a gennaio”, come canta estasiato il WSJ contando i 227mila nuovi posti di lavoro e l’aumento della partecipazione al lavoro. Quella storiella di alzare i tassi a breve rischia sempre più di diventare una storia vera.
Il grafico sopra misura il tasso di disoccupazione. Quest’altro il non farm payroll ossia il numero di posti di lavoro creati al netto di operai e dipendenti governativi, che a gennaio ha toccato le famose 227 mila unità.
E che ti fa la Fed: se ne infischia e rilascia gli esercizi di stress test per le banche previsti dal Dodd Frank act che Trump vuole triturare. Altro che broccoletti.
Bye bye Mrs Yellen.
A lunedì.






































































