Etichettato: maurizio sgroi
Cronicario: Finalmente pronto il contratto con gli Italieni
Proverbio del 18 maggio Le grandi anime hanno volontà, quelle deboli desideri
Numero del giorno: 25 Posto italiano nella classifica europea (su 28) per il digitale
A voi lo posso dire, mi capirete. Vi confesso che ho letto l’ultima versione (speriamo) del contratto che il Gatto e la Volpe hanno sottoposto al pubblico giudizio stamane alle ore 10.30 circa, segnando l’ora più alta della democrazia italiana, visto che hanno chiesto ai sostenitori di pronunciarsi prima di decidere se firmarlo. Certo, ci sono alcune ingenuità. Ad esempio credere che il popolo dei fan legga tutte e 58 le pagine che compongono questo concentrato di intelligenza oggi che a fatica si leggono 280 battute di un tweet. Perciò ho deciso di contribuire anch’io alla diffusione: hai visto mai che col nuovo governo ci scappi un cadreghino pure per me.
Vorrei dirvi ogni cosa, ma lo spazio è tiranno, e poi è pure venerdì, capirete bene anche questo. Perciò pesco le perle nei tanti capitoli che compongono il libretto verdellino. Capitolo 1. Sapete già del Comitato di conciliazione, l’organismo chiamato a dirimere le controversie dei contraenti. Ebbene, adesso sappiamo pure che “la composizione e il funzionamento del Comitato di conciliazione sono demandate ad un accordo tra le parti”. E che succede se non si mettono d’accordo su come comporre il Comitato? Mah. Capitolo 2: l’acqua pubblica. L’acqua dovrà essere oggetto di specifici investimenti pubblici “anche attraverso la costituzione di società di servizi a livello locale per la gestione pubblica dell’acqua”. Tipo quelle che ci sono già, al fine di “restituire ai cittadini una rete di infrastrutture idriche degne di questo nome”.
Capitolo 3: agricoltura pesca e Made in Italy. Questo è facile. “Il nostro impegno è quello di difendere la sovranità alimentare dell’Italia e tutelare le eccellenze del Made in Italy”.
Capitolo 4. “Uomo e ambiente son facce della stessa medaglia. Chi non rispetta l’ambiente non rispetta sé stesso”. Va bene, avete capito. Capitolo 5 Banca per gli investimenti e risparmio. “È necessario prevedere una “Banca” per gli investimenti, lo sviluppo dell’economia e delle imprese italiane utilizzando le strutture e le risorse
già esistenti”. La banca “deve usufruire di una esplicita e diretta garanzia dello Stato”.
Deliziosamente il capitolo prevede anche il ristoro degli azionisti della banche fallite, che poverini ignoravano che le azioni sono rischiose per natura e nessuno gliel’aveva detto, prendendo i soldi che servono da “assicurazioni e polizze dormienti”. E qui, vi confesso, mi è partito l’applauso. Ma niente in confronto a quando leggo, nel capitolo sette, che “i nostri musei, i siti storici, archeologici e dell’Unesco devono tornare ad essere poli di attrazione e d’interesse internazionale, attraverso un complessivo aumento della fruibilità e un adeguato miglioramento dei servizi offerti ai visitatori”. E mentre che ci siamo diamo anche un ritoccatina al FUS, il fondo unico per lo spettacolo, per “rimettere al centro la qualità dei progetti artistici”.
Ma è al capitolo 8 che la passione per il contratto mi avvolge inesorabilmente. “L’azione del Governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità bensì per il tramite della crescita del PIL, da ottenersi con un rilancio sia della domanda interna dal lato degli investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostengo del potere di acquisto delle famiglie, sia della domanda estera, creando condizioni favorevoli alle esportazioni”. Come la madeleine di Proust, la ricetta mi evoca certi sapori che mi riportano negli anni dell’infanzia, quei meravigliosi anni ’70 quando spesa pubblica e svalutazione facevano di noi un grande paese.
Ma non fatevi troppe illusioni. “Il finanziamento delle proposte oggetto del presente contratto” avverrà “attraverso il recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato e limitato ricorso al deficit”. Appropriato e soprattutto limitato….
Questa è chiaramente una strategia per non innervosire i tanti soloni che leggono questa roba, mi dico, rassicurato dagli altri capitoli, a cominciare dal 9, che parla della difesa. Qui leggo parole che risuonano di patrio vigore. “Al fine di migliorare e rendere più efficiente il settore risulta prioritaria la tutela del personale delle Forze Armate (sottolineando l’importanza del ricongiungimento familiare) ed un loro efficace impiego, per la protezione del territorio e della sovranità nazionale”. E senza dimenticare che “è inoltre necessario prevedere nuove assunzioni nelle forze dell’ordine
(Carabinieri per la Difesa) con aumento delle dotazioni e dei mezzi”. Ma con deficit limitato e opportuno, sia chiaro. Al capitolo 10, che parla degli esteri, sento che qualcosa sta avvenendo dentro di me. Ma mi concentro sul fatto che “l’impegno è realizzare una politica estera che si basi sulla centralità dell’interesse nazionale e sulla promozione a livello bilaterale e multilaterale. Si conferma l’appartenenza all’Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato, con una apertura alla Russia, da percepirsi non come una minaccia ma quale partner economico e commerciale potenzialmente sempre più rilevante”.
Al capitolo 11, che parla di fisco, sono talmente d’accordo che inizio a cantare l’inno nazionale. Non solo sterilizzare l’aumento Iva, ma anche togliere l’extra tassazione sulle sigarette elettroniche – capito quanto sono occhiuti i nostri, non gli sfugge niente – addirittura vogliono togliere le componenti anacronistiche delle accise sulla benzina. Quindi perdere altro gettito. Grandi. Quanto alla riforma fiscale, la mitica flat tax rivela la sua vera natura di flat pax. “È opportuno instaurare una “pace fiscale” con i contribuenti”. “La finalità è quella di non arrecare alcun svantaggio alle classi a basso reddito, per le quali resta confermato il principio della “no tax area”, nonché in generale di non arrecare alcun trattamento fiscale penalizzante rispetto all’attuale regime fiscale”.
Avverto strani formicolii alle orecchie e pruriti sul capo, ma non ci bado perché intanto è arrivato il capitolo 12: giustizia rapida ed efficiente. E chi non la vorrebbe? “È doveroso inoltre il ripristino della piena funzionalità del “sistema giustizia”, attraverso il completamento delle piante organiche di magistratura e del personale amministrativo degli uffici giudiziari, con attenta valutazione della relativa produttività”. Completeremo gli organici, ma sempre con deficit limitato. Leggo pure che la difesa è sempre legittima, quindi immagino che prima non lo fosse. Il formicolio si accentua e mi iniziano a lacrimare gli occhi. Temo un malanno, ma sicuramente è la corrispondenza d’amorosi sensi che genera effetti collaterali. Al capitolo 13, che parla di immigrazione, mi unisco alla ola di chi chiede rimpatri e stop al business sulla pelle dei migranti, quanto al lavoro, ululo di gioia quando leggo che “appare di primaria importanza garantire una retribuzione equa al lavoratore in modo da assicurargli una vita e un lavoro dignitosi” e che “occorre porre in essere da un lato una riduzione strutturale del cuneo fiscale”, dove ci stanno dentro anche i contributi per pagare le pensioni, ma fa niente. Perché due capitoli dopo, sui capitoli lotta alla corruzione e ministero della disabilità siamo tutti d’accordo evidentemente, arriva un’altra perla: “Occorre provvedere all’abolizione degli squilibri del sistema previdenziale introdotti dalla riforma delle pensioni cd. “Fornero”, stanziando 5 miliardi per agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle categorie ad oggi escluse”. Un altro deficit limitato. E poi “prorogheremo la misura sperimentale “opzione donna” che permette alle lavoratrici con 57-58 anni e 35 anni di contributi di andare in quiescenza subito, optando in toto per il regime contributivo. Prorogheremo
tale misura sperimentale, utilizzando le risorse disponibili”.
Decido di smetterla con i pensieri da contabile per non perdermi la visione d’insieme. Ci hanno messo una vita a scrivere ‘sto contratto: sapranno quel che dicono. E poi in fondo che importa, mica vorrete interrompere un’emozione. Al capitolo 18, politiche per la famiglie e la natalità, mi sento ormai uno di loro. “Occorre introdurre agevolazioni alle famiglie attraverso: rimborsi per asili nido e baby sitter, fiscalità di vantaggio, tra cui “IVA a zero” per prodotti neonatali e per l’infanzia”. Daje, tutto gratis, come negli anni meravigliosi. Al capitolo 19, reddito di cittadinanza e pensioni di cittadinanza, inizio a preoccuparmi perché ho la sensazione che mi sia successo qualcosa. Provo a smettere di leggere, ma non ci riesco perché scopro che oltre al costo di dare 780 euro al mese ai disoccupati, in omaggio alla strategia di “sviluppo economico mirato alla piena occupazione”, si prevede “un investimento di 2 miliardi di euro per la riorganizzazione e il potenziamento dei centri per l’impiego”. E poi c’è anche la pensione di cittadinanza, ovviamente. Volta integrare le minime che stanno sotto i 780 euri al mese. Giusto, giustissimo, come no? Al capitolo 20, leggo quest’altra perla: “Occorre partire dalla drastica riduzione del numero dei parlamentari: 400 deputati e 200 senatori. Sarà in tal modo possibile conseguire anche ingenti riduzioni di spesa poiché il numero complessivo dei senatori e dei deputati risulterà quasi dimezzato”. che è un po’ avventata visto che 600 sono i due terzi degli attuali 945, Ma vabbé, in fondo siamo in campagna elettorale. O no scusate: questo è un programma di governo.
Arrivato al capitolo 21, e sarà perché parla di sanità, mi decido a guardarmi allo specchio ormai devastato dai pruriti. Ma prima mi concedo un’ultima perla: “La sanità dovrà essere finanziata prevalentemente dal sistema fiscale e, dunque, dovrà essere ridotta al minimo la compartecipazione dei singoli cittadini. È necessario recuperare integralmente tutte le risorse economiche sottratte in questi anni con le diverse misure di finanza pubblica, garantendo una sostenibilità economica effettiva ai livelli essenziali di assistenza attraverso il rifinanziamento del fondo sanitario nazionale, così da risolvere alcuni dei problemi strutturali”. Di fronte allo specchio rimango esterrefatto: non mi riconosco più. La mia faccia è un’altra. Ero un italiano triste del XXI secolo, che vive in un paese senza più gioia di vivere con una popolazione in via di estinzione e dopo 20 capitoli di contratto sono diventato un italiano felice degli anni ’70 del XX. Un italieno.
A lunedì.
PS capitolo 24: “Se ben condotta e con l’ausilio di personale qualificato, la pratica motoria e sportiva assicura il miglioramento della qualità della vita, contribuendo
in modo significativo alla prevenzione delle malattie”. Perciò: pedalare.
Cartolina: Lavorare in meno, lavorare per tanti
Ed eccolo qua, sotto i nostri occhi il miracolo del nostro tempo economico: il settore industriale computer e prodotti elettronici, che negli Stati Uniti, ha visto crescere la produttività del lavoro di oltre l’8 per cento in trent’anni, quattro volte in media l’incremento osservato negli altri settori, che, in linea con un’economia che stagna, arrancano. Per capire questo miracolo dobbiamo guardare un altro dato, secondo il quale fra il 2006 e il 2016 l’economia digitale ha espresso appena il 3,9 per cento dell’occupazione Usa, garantendo però stipendi pari al 6,7 del monte totale delle retribuzioni. Detto in altro modo, l’economia digitale crea pochi posti di lavoro, ma ben pagati. Questi lavoratori, pur essendo pochi, nel 2016 hanno prodotto il 6,2 per cento del pil statunitense, e così il dato si spiega aggiornando un vecchio slogan. I miracolati dell’economia digitale lavorano in meno, ma lavorano (e guadagnano) per tanti.
Cronicario: E dopo il contratto di governo arriva Pinocchio
Proverbio del 17 maggio Nel fare leggi severità, nell’applicarle clemenza
Numero del giorno: 3,3 Crescita % export Italia a marzo su base annua
L’ora è grave e le massime intelligenze del Paese hanno consegnato alla Patria il Piano che segnerà la Nuova Rivoluzione Italiana. Il contratto è (quasi) arrivato. Ci manca solo di sapere chi sarà incoronato leader in pectore. Il Gatto e la Volpe insomma, dopo aver firmato il contratto, dovranno consegnare il loro Pinocchio al Mangiafuoco del Quirinale.
La bellissima favola italiana, sempre più simile a quella di Collodi, non avrà la consolazione del lieto fine, purtroppo, ma auspichiamo che al povero Pinocchio, che per l’occasione si accomoderà sulla cadrega di primo ministro, non cresca troppo il naso a furia di dover dire il contrario di ciò che farà. Dovrà anche essere dotato di faccia tosta, visto che dovrà incassare chissà quanti schiaffoni dai suoi dante causa, oltre che fornito di una certa flessibilità dorsale e di memoria brevissima. Insomma: un fenomeno.
E tuttavia le indiscrezioni sulla sua identità fischiano come il vento che prepara la bufera. Aldildà degli autocandidati, trombati dopo un giorno, oggi si segnala la dichiarazione di un altro dei tanti personaggi in cerca di poltrona che popolano il nostro paese del quale è inutile fare il nome perché è un autentico archetipo. Interrogato dallo scribacchino di turno che dubitava della sua buona volontà a trasformarsi in primo ministro, il nostro Pinocchio in potenza ha subito sfoderato un’invidiabile prontezza di riflessi: “Non è vero, come ho già detto sono e resto a disposizione del movimento”.
Intrappolato nella favola lisergica del governo che non c’è, mi scordo per un attimo che uno ce l’abbiamo già e che ancora continua a farsi vedere in giro provando a spiegare all’estero, che intanto ci ha inflitto un 30 punti base di spread in più tanto per non sbagliarsi, che in Italia va tutto bene e non c’è da preoccuparsi. Già, perché mai dovremmo preoccuparci.
Mi convinco che vada tutto bene – in fondo meglio del governo che non c’è, c’è solo il governo che non c’è più – finché, a una cert’ora arriva la voce di uno dei partiti del Tavolo. Dice: il contratto è chiuso. Vabbé, penso, è ora di rassegnarsi. Il tempo di rivolgere una prece alla fortuna e arriva un’altra voce, stavolta dall’altro contraente. No: il contratto non è ancora chiuso. Ricomincia la rumba. Ma anche no. Quelli di prima, che avevano detto chiuso il contratto, giurano che sarà chiuso stasera. Tutto questo in meno di mezz’ora. E che succederà quando dovremo farci cancellare i debiti o uscire dall’euro?
#StateSereni. Ci pensa Mangiafuoco.
A domani.
La caccia cinese al tesoro nascosto nei fondali sottomarini
Essere una potenza marittima, quindi, significa avere una marina forte, capace di presidiare le rotte del commercio, evoluta al punto da competere con i campioni tradizionali della cantieristica e infine talmente hi tech da poter partecipare alla straordinaria caccia al tesoro che lentamente si sta scatenando per lo sfruttamento dei fondali sottomarini, l’ultima frontiera della disperata caccia al tesoro degli stati alla ricerca costante di risorse energetiche e minerarie da sfruttare. A molti sembrerà un discorso esotico, ma perché ignorano che la la Cina è uno dei 20 stati che ha siglato contratti con l’ International Seabed Authority per consentire alla China Minmetals Corporation e alla China Ocean Mineral Resources Research and Development di effettuare esplorazioni di noduli polimetallici, solfuri e croste ferromanganiche ricche di cobalto nell’Oceano Pacifico e Indiano. “La Cina ha investito nella costruzione di vascelli per portare avanti questa ambizione – scrive l’European council of foreign relation – e sta costruendo il suo primo vascello minerario di profondità”.
Molti sarebbero sorpresi nello scoprire quanto i cinesi, e non solo loro, stanno investendo per sfruttare ed esplorare i fondali sottomarini. Le risorse celate in fondo al mare sono la nuova frontiera dell’economia marinara globale e per partecipare a questa specie di caccia ai tesori sottomarini bisogna essere attrezzati di tutto punto nella R&D per poter sviluppare la capacità di costruire qualunque tipo di vascello, da quelli capaci di fare esplorazioni geofisiche a piattaforme di perforazione petrolifere semi sommerse, working station capaci di lavorare in acque profonde e stazioni di ricerca polare oceaniche. Questo mondo, molto sci-fi, è in costante costruzione sotto i nostri occhi, alimentato dal più potente dei propellenti: l’insaziabile bisogno di risorse della nostra civiltà. E la Cina, la cui fame primeggia, non poteva mancare. Al contrario, “la Cina è impegnata in uno sforzo globale per sostenere l’esplorazione marittima, in particolare nel caso delle risorse di acque profonde”. E la tecnologia farà la differenza. “C’è consapevolezza fra gli analisti cinesi della sicurezza marittima che l’evoluzione tecnologica può cambiare non solo l’equilibrio del potere globale, ma anche l’equilibrio tra concorrenza e cooperazione nelle relazioni estere della Cina nel settore marittimo”. Un esempio servirà a chiarire. La Cina è riuscita a sfruttare le riserve di idrato di metano contenute a 1.266 metri di profondità nel Mare Cinese Meridionale, dove questa storia è cominciata.
La storia delle ricchezze nascoste dai fondali, invece, è molto più remota. L’esistenza di depositi di minerali, oro e argenti compresi, nel profondo degli oceani è nota sin dalla metà del XIX secolo, ma soltanto cento anni dopo gli Stati Uniti iniziano a parlare di sfruttamento dei fondali e invitano le Nazioni Unite ad adottare un sistema di regolazione gestito dall’International Seabed Authority, l’autorità creata dall’UNCLOS, ossia la UN Convention on the Law of the Sea. Poi è arrivata la Cina, prima consumatrice di metalli al mondo e perciò molto interessata a esplorare questi giacimenti ancora da sfruttare. Sin dal 2001 il paese ha chiesto di fare esplorazioni mirate in acqua internazionali e da diversi anni agisce nel Pacifico mediorientale, grazie alla China’s Ocean Mineral Resources Research and Development Association che si è aggiudicata i diritti di esplorazione su un’area di oltre 75 mila chilometri quadrati.
Non ci sono solo i cinesi, ovviamente, a partecipare alla caccia al tesoro sottomarino. L’UK, attraverso una partnership attraverso il proprio governo e sussidiaria della Lockheed Martin UK, è stata autorizzata a esplorare una porzione dell’area dove operano i cinesi. Questi ultimi, nel 2011, hanno avuto l’autorizzazione a cercare solfiti in un’area sottomarina di 10 mila km quadri nella parte sud occidentale dell’Oceano Indiano. Nel luglio del 2013 la China’s Ocean Association ha ricevuto diritti esplorativi esclusivi e diritti di sviluppo preferenziali per una miniera di cobalto nel nord-ovest dell’Oceano Pacifico. Due anni dopo la China Min Metals Corporation ha raggiunto un diritti esclusivi di esplorazione esplorativa nellla zona Clarion-Clipperton nel Pacifico. L’espansionismo subacqueo cinese, che sembra intenzionato a proseguire, porta con sé grandi rischi finanziari, ovviamente, collegati anche alla circostanza che l’ISA possa arrivare alla conclusione che queste esplorazioni sottomarine danneggiano l’ambiente, ponendovi così termine. Ma in ogni caso la Cina avrà raggiunto l’obiettivo autentico di questa sua corsa all’oro: lo sviluppo di tecnologie capaci di far crescere il livello della propria marina. E questo è il punto saliente. La fine della nostra storia.
(4/fine)
Puntata precedente: La sfida cinese sulla cantieristica navale
Cronicario: Ultime dal Tavolo: vogliono cancellare Bankitalia
Proverbio del 16 maggio Chi prende più di quello che gli serve ruba a un altro
Numero del giorno: -0,2 Decrescita pil in Giappone nel primo trimestre 2018
Circolano inquietanti fake news circa lo stato delle riflessioni del Gatto e la Volpe nel Tavolo dove si scrive il contratto che deciderà le sorti del Paese. Tipo quella che ha costretto i protagonisti della nuova favola italiana a precisare che le indiscrezioni relative a presunte richieste di cancellazioni dei 250 miliardi di debito pubblico italiano acquistato dalla Bce erano ampiamente superate. E ti credo che sono superate. Siamo andati oltre, in tutti i sensi. E per vie traverse che non posso rivelare, posso anche dirvi dove stiamo andando.
Nel Nuovo Piano Supersegreto è prevista la cancellazione di Bankitalia. Si, quella di via Nazionale, che verrà trasformata in un museo dedicato alla Lira italica, risalendo ai tempi di Carlo Magno, inventore di questa illustre unità di misura monetaria. Pare che i super esperti assiepati attorno al Tavolo del governo che non c’è abbiano scoperto che la Bce ha comprato solo quantità simboliche di Btp nazionali, lasciando l’onore e soprattutto l’onere alla nostra Banca d’Italia, che all’uopo ha dovuto ingrassare non poco il suo bilancione.
Vedete quell’istogramma grigetto che prova a passare inosservato? Ecco, quello è un pezzo del bilancione di via Nazionale, futuro museo alla memoria presente, arrivato alla fine dell’anno scorso, a furia di gonfiarsi di Btp, al valore di 931 miliardi, il 20% in più del 2016, dei quali 289 (non 250, Signori del Tavolo) sono Btp italiani. Da qui il colpo di genio: anziché chiedere alla Bce di rimettere i nostri debiti, facciamoli rimettere ai nostri creditori, ossia a noi stessi. Idea più che geniale, visto che per cancellare questi debiti non bisogna neanche chiederlo a chi di dovere. Basta cancellare Bankitalia con un bel decretuccio nottetempo e quei 289 miliardi di debitucci pubblici spariscono con un tratto di penna. Invece della banca centrale, dicono i beneinformati, verrà creato un torchio di cittadinanza che sarà alimentato dalla riserve aurifere, finché durano, finalmente sottratte all’avidità dei banchieri.
E una volta che finirà l’oro, cioé all’indomani della cancellazione di Bankitalia, faremo dei minibot con sottostante il Colosseo, le spiagge della Sardegna e il parmigiano. In fondo se l’hanno fatto i francesi dopo la rivoluzione, perché non dovremmo farlo anche noi? Gli assegnati pubblici sono il futuro, le banche centrali il passato.
Ora che lo sapete però, non cominciate a dirlo in giro. Se il piano geniale viene fuori dicono che è superato pure questo. E a quel punto cancellano direttamente il governo che non c’è.
A domani.
I consigli del Maître: I dazi di Trump e il futuro del petrolio iraniano
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
Il boom dei dividendi americani. Una interessante rilevazione costruita sui dati Fed consente di osservare l’andamento dei dividendi delle aziende americane nel corso dell’ultimo secolo dal quale si evince che dopo una fase di relativa stagnazione durata dal secondo dopoguerra fino ai primi anni ’80 è arrivato quasi al livello della fine degli anni ’20, quando i dividendi pesavano quasi il 6% del pil Usa.
Questo andamento, che mostra come oggi il capitale paghi molto bene, a differenza del lavoro (la labor share declina da quarant’anni) ha consentito alla Corporation Usa di erogare dividendi per 990 miliardi nel 2017 ai suoi tanti azionisti.
Quanto pesano i dazi di Trump sul commercio. Molti osservatori guardano con preoccupazione ai rischi che le tensioni commerciali possono provocare alla ripresa economica. Anche la Bce nel suo ultimo bollettino ha ospitato un’analisi che mostra come il clima del commercio internazionale continui a peggiorare.
Ma prima di fasciarsi la testa è bene provare a capire, sulla base dei dati, quanto pesino le attuali decisioni usa di daziare acciaio e alluminio sul totale del commercio internazionale e quanto pesino le decisioni cinesi adottate in risposta a quelle americane.
Come si può osservare, il peso specifico è ridotto. Almeno da un punto di vista numerico. Rimane il problema di fondo, che è squisitamente politico. Ossia la circostanza che tutto ciò possa determinare un’escalation. La fiducia è un’entità sottile, come l’aria. Ti accorgi quando manca solo quando non c’è più.
I creditori e i debitori dell’EZ. L’ultimi bollettino della Bce ci consente anche di avere la situazione aggiornata della posizione estera dell’EZ, che continua a migliorare grazie al buon andamento del conto corrente e del conto finanziario. La posizione netta degli investimenti dell’area, che misura il saldo fra il valore degli investimenti dei paesi dell’EZ fuori dall’area e quella dei paesi extra EZ nell’area ha raggiunto il minimo, segnando un deficit di appena l’1,3% del pil dell’EZ. Ma più interessante osservare chi siano i creditori e i debitori dell’area, ossia chi ha investito titoli di portafoglio sui titoli dell’EZ e dove l’EZ investa i suoi.
A partire dal primo trimestre del 2015 i residenti giapponesi sono diventati i maggiori detentori esteri di titoli di debito emessi nell’area dell’euro, scavalcando i residenti del Regno Unito e degli Stati Uniti. Alla fine del 2017 la quota di titoli di debito dell’area dell’euro detenuta da residenti giapponesi si attestava sugli stessi livelli del primo trimestre del 2015 (6% del PIL dell’area), mentre nello stesso periodo le riduzioni più significative si sono avute nelle quote detenute da investitori residenti nel Regno Unito (-5%), seguiti dagli investitori dei paesi BRIC (-2%) e da quelli residenti negli Stati Uniti (-1%). L’aumento più marcato nei titoli di debito esteri detenuti dagli investitori dell’area dell’euro si è registrato in relazione ai titoli emessi da residenti negli Stati Uniti, seguiti da quelli emessi nel Regno Unito e nel Giappone. Gli Stati Uniti sono quindi rimasti il paese di destinazione più importante per gli investimenti in titoli di debito da parte di residenti nell’area dell’euro (14% del PIL), seguiti dal Regno Unito (8% del PIL). Alla fine del 2017 gli investimenti complessivi in titoli emessi da residenti di altri Stati membri dell’UE non appartenenti all’area dell’euro (escluso il Regno Unito) erano pari all’8% del PIL.
Che fine farà il petrolio iraniano? L’uscita degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano solleva interessanti interrogativi sul futuro delle esportazioni di greggio della repubblica islamica, che pesano circa 2,5 milioni di barili e che riguarda anche noi italiani, ma assai più la Cina.
Secondo alcuni analisti interpellati da Platts le sanzioni Usa avranno impatto su 200 mila barili al giorno, visto che Giappone e Corea del Sud probabilmente ridurranno la loro domanda, e potrebbe bloccarne altri 500 mila nello spazio di sei mesi, anche se alcuni stimano fino a un milioni di barili l’impatto complessivo. Ma aldilà di queste previsioni rimane la domanda: cosa succederebbe se la Cina, che è la prima acquirente di greggio iraniano, convincesse l’Iran ad accettare di prezzare il petrolio in petroyuan? Questa possibilità aprirebbe nuovi scenari che magari Trump non aveva considerato.
Cronicario: Ci hanno promesso 2.302 miliardi
Proverbio del 15 maggio I piedi vanno dove va il cuore
Numero del giorno: 242.000 Avvocati residenti in Italia a fine 2017
Siccome ogni promessa è debito, svolgo una semplice equazione per dedurne che, avendo superato di recente la quota dei 2.300 miliardi di debito pubblico, ho la fortuna di vivere in un paese estremamente promettente, malgrado una legione di saputelli creda fermamente che non sia abbastanza. Non sono incontentabili, sono convinti che non ci sia cosa più bella che promettere il paradiso in terra e farsene carico spremendo il torchio.
Ora siccome i governanti italiani ci hanno già promesso a vario titolo 2.302 miliardi, secondo le ultime rilevazioni della Banca d’Italia, provo un sincero imbarazzo quando leggo che non è abbastanza come evidentemente pare leggendo ciò che gli occhiuti osservatori del tavolo da gioco del governo che non c’è ci raccontano. Pare che il Gatto e la Volpe si stiano sperticando, insieme a vari geni del pensiero contemporaneo, per capire come trovare soldi che non hanno per realizzare cose che hanno promesso e che, in quanto tali, implicano necessariamente debito in un mondo venale come il nostro.
E fosse solo venale. E’ anche bello incazzoso. Sentite questo: “Le regole del Patto di stabilità si applicano a tutti gli stati membri e non ho segnali che la Commissione concederà eccezioni a chiunque”. Costui sarebbe il vicepresidente della Commissione Ue Jyrki Katainen. Chissenefrega di uno col nome impronunciabile, diranno gli amanti del torchio. E allora sentite quest’altro. “Con una politica monetaria meno accomodante, i paesi altamente indebitati dell’area euro potrebbe incontrare difficolta’ a fare i conti con costi di finanziamento piu’ elevati in assenza di aggiustamenti e di riforme strutturali per migliorare la produttività”. Quest’altro è il Fmi. Chissenefrega ancora di più, dei poteri forti internazionalisti del turbocapitalismo diranno i soliti. Volete mettere il sol dell’avvenire che s’intravede dal tavolo del governo che non c’è?
Dicono pure che giovedì chiuderanno il tavolo. Manca giusto il presidente del consiglio e il ministro dell’economia. A proposito di ministro dell’economia, sentite quest’altro: “Noi non adoriamo alcun feticcio. L’Europa per noi è la questione nazionale più importante. Proprio dal momento che siamo il paese dal popolo più numeroso, con l’economia più forte e orientata all’export, proprio nel centro del continente, noi dipendiamo dal successo dell’Unione europea. Abbiamo bisogno di un’Europa che sia in grado di agire guardando negli occhi potenze economiche come Cina e Usa”. Vi do due indizi per indovinare chi è. E’ un ministro dell’economia. Non siede al tavolo. Non ancora almeno.
A domani.
La demografia (e non solo) prepara il ritorno dell’inflazione
Se l’inflazione fosse una molla, che prima si carica e poi esplode, potremmo trovare uno degli inneschi delle spirali prossime venture sfogliando un working paper della Bis che indaga su uno dei collegamenti meno esplorati, ma non per questo da sottovalutare, fra il livello generale dei prezzi e la demografia delle popolazioni che tali prezzi esprimono. Abituati a guardare all’inflazione come un fenomeno squisitamente monetario, molti osservatori tendono a trascurare l’influenza che i fattori reali possono avere sull’andamento dei prezzi. E fra questi primeggia la composizione della popolazione, che in fondo esprime la domanda che alimenta il ciclo economico.
L’aspetto interessante del paper della Bis è che tale osservazione viene condotta su un ampio campione di paesi, 22 per la precisione, lungo un arco di tempo che inizia nel 1870. Gli studiosi ne hanno dedotto l’esistenza di un chiaro collegamento fra la struttura dell’età della popolazione e il livello dei prezzi, laddove una quota più ampia di giovani e anziani, quella che viene definita “popolazione dipendente”, è associata a una maggiore pressione inflazionistica, mentre una quota maggiore di popolazione in età lavorativa a una tendenza disinflazionistica. Prima di entrare nel dettaglio, guardiamo come si presentano complessivamente queste variabili nell’arco di tempo considerato.
Il trend davvero secolare che si può osservare da questi grafici è la costante diminuzione della quota dei 0-19enni a vantaggio degli over 65. Si osserva altresì che la quota di partecipazione al lavoro, rappresentata dalla parte attiva della popolazione (20-64enni) ha iniziato un ciclo discendente proprio negli ultimi anni replicando in qualche modo il trend discendente che si è sviluppato a partire dal secondo dopoguerra, epoca di grandi pressioni inflazionistiche, al contrario di quanto avvenne dagli inizi degli anni ’80, quando iniziò il movimento disinflazionistico , che come si può osservare è associato a un aumento della popolazione in età lavorativa. Si potrebbe pensare a un caso, ma il modello sviluppato dagli economisti della Bis dice il contrario. La correlazione esiste ed è alquanto robusta, anche se certo non è l’unica determinante degli andamenti dell’inflazione. Va detto pure che l’effetto dell’aumento della popolazione anziana sui prezzi è alquanto ambiguo. Gli under 80 hanno un effetto positivo sull’inflazione, gli over 80 negativo, e questa, notano gli studiosi “è la coorte che più di tutte è interessata da fenomeni di longevità”.
Sappiamo anche che tutte le previsioni concordato sulla circostanza che l’indice di dipendenza, ossia il rapporto fra la popolazione dipendente e quella in età lavorativa, è destinato ad aumentare negli anni a venire e questo in qualche modo aggiungere una pressione demografica evidente, seguendo la logica della ricerca, al livello generale dell’inflazione. In sostanza l’effetto dell’invecchiamento più che compenserà la diminuzione degli under 19, che finora ha contributo a frenare l’aumento della popolazione dipendente, con ciò creando i presupposti demografici ideali per generare spinte inflazionistiche nel futuro prossimo. “Sebbene lenti – scrivono gli autori – questi cambiamenti demografici su larga scala hanno il potenziale per materializzarsi influenzare l’inflazione tendenziale”. E non parliamo di spinte poco significative.
Per gli Usa gli autori hanno calcolato che la composizione demografica abbia influito per una media di circa il 7% nel processo disinflazionistico partito negli anni ’80. Ma tale andamento è stato pressoché globale, con al curiosa eccezione del Giappone, dove la componente demografica favorevole all’inflazione non ha impedito che il paese registrasse una profonda deflazione che in qualche modo dura fino a oggi. “Negli ultimi 50 anni – sottolinea il paper – la percentuale crescente di popolazione in età lavorativa ha abbassato la pressione inflazionistica in media di circa 3 punti percentuali. Attualmente, il numero sempre più ristretto di giovani coorti compensa ampiamente il crescente numero degli anziani, mantenendo stabili, su livelli storicamente bassi, le pressioni inflazionistiche”. Nel corso del prossimo mezzo secolo, però, “la quota crescente della popolazione anziana diventerà dominante aumentando la pressione inflazionistica di circa 3 punti percentuali in media”. Il grafico serve a vedere le differenze fra le tensioni inflazionistiche previste nei diversi paesi. Come si può osservare, l’Italia, che ha un notevole squilibrio demografico, avrà una pressione inflazionistica superiore alla media.
Questa teoria aggiunge argomenti a chi teme una ripresa robusta dell’inflazione nel futuro prossimo, adducendo magari altre ragioni, stavolta più legate agli andamenti delle diverse politiche monetarie o a fattori internazionali. Il fatto che l’inflazione si mantenga ostinatamente bassa in alcuni paesi – di recente il Giappone ha annunciato che rinuncerà all’obiettivo del 2% per il 2019, rimandando per la sesta volta il raggiungimento del target – non vuol dire che improvvisamente varie concause non possano cospirare per generare fiammate inflazionistiche difficili da controllare. Non a caso l’argomento inflazione sta sulla prima linea dell ricerca economica. Un altro paper, sempre della Bis, si domanda ad esempio se non sia necessario un target di inflazione superiore al 2%, ossia quello più comune adottato dalle principali banche centrali, per arrivare ad una maggiore stabilità macroeconomica. Mentre vicino a noi vale la pena sfogliare uno studio di Bankitalia che osserva la crescente influenza dei fenomeni globali sugli andamenti dell’inflazione. L’analisi stima l’impatto della cosiddetta componente comune globale sulla dinamica trimestrale dei prezzi al consumo e osserva che quest’ultima, “che risulta correlata con l’aumento dei prezzi delle materie prime”, Spiega in media “il 70 per cento delle variazioni dei tassi di inflazione nei singoli paesi e una quota non trascurabile – compresa tra il 20 e il 60 per cento – della loro volatilità”. Al contrario la componente comune ha un effetto più basso sull’inflazione di fondo, ossia quella calcola al netto di energia e alimentari che perciò è la variabile sulla quale una politica monetaria nazionale rimane efficace. Una magra consolazione per le banche centrali. Specie considerando che nel tempo è cambiata significativamente la volatilità della componente comune: è aumentata durante le crisi petrolifere, diminuita fra il 1984 e il 2007 (periodo conosciuto come quello della Grande moderazione) ed è salita nuovamente nel biennio 2008-2009, in corrispondenza del marcato rialzo dei prezzi delle materie prime. Dal 2013 la volatilità di questa componente è rimasta stabile su livelli contenuti. Ma certo non è scomparsa. E sarà interessante osservare come reagirà all’aumentare delle varie tensioni politiche che rischiano di avere effetti inflazionistici di lungo termine sul livello generale dei prezzi. Si pensi ai dazi, che minacciano di far salire i prezzi in molte economie. E alle fibrillazioni dei prezzi energetici, che incidono sulla componente di fondo, che possono derivare dall’uscita Usa dagli accordi sul nucleare iraniano. Perché forse la demografia influisce sull’inflazione. La politica di sicuro.
Cronicario: Chiunque voglia fare il premier s’offra (e soffrirà)
Proverbio del 14 maggio Ciò che si dà col cuore torna raddoppiato
Numero del giorno: 60 Pensionati per ogni 100 lavoratori in Italia nel 2070
Ma chi è, ma chi è? Sento canticchiare da un giornalista cresciuto come me a pane e Jeeg robot. E allora capisco che lnessuno sfugge alla premierite, la violenta pandemia scoppiata in Italia nel week end e deflagrata con l’autoannuncio di un celebre economista-filosofo-giornalista-scrittore-polemista-fondamentalmentecazzaro, che dice con grandi squilli di trombe di essere lui il prescelto, manco fossimo dentro Matrix.
Il nostro fac totum, che voleva aggiungere al medagliere anche l’incarico di primo ministro, è il primo caso conclamato di premierite tremens, variante degenerativa del morbo che induce a precipitose dichiarazioni di precisazione una volta che i due dante causa, ossia il Gatto e la Volpe, facciano circolare precipitevolissimevolmente che no, non è lui: è un altro/a il futuro presidente del consiglio che il capo dello stato dovrebbe accettare in stile copiaeincolla. Rimane la domanda che sta rosicchiando il cervellino di tanti ermeneuti.
Pazienza. Fra pochissimo la prima metà del cielo verrà ricevuta dall’Arbitro e verso le 18 la seconda metà del cielo farà la sua comparsa. I due novelli sposi vanno separati all’altare dell’officiante e già si specula sulla circostanza su chi farà prima il nome. E soprattutto se faranno lo stesso nome. Ma non fatevi ingannare: è una tattica raffinatissima per dare a ognuno di noi una chance di partecipare: chi vuole fare il premier s’offra subito o soffrirà per sempre. Anzi, soffrirà in ogni caso. I più svegli l’hanno già capito chi comanda.
A domani.
Cronicario: La flat pax del governo verdellino
Proverbio del 10 maggio Il fiore deve profumare, l’uomo essere gentile
Numero del giorno: 119,2 Utile Fincantieri nel 2017
Annunciazione, annunciazione. Il Gatto e la Volpe ci fanno sapere che molto sta accadendo sotto il cielo di Montecitorio, dove si scaldano i portoni per garantire una accoglienza appassionata al nuovo inquilino del governo gialloverde, che non c’è ma che forse verrà. I due colorati protagonisti, mischiandosi, produrranno un meraviglioso colore verdellino, che potrebbe persino spingere alcuni riluttanti a votarlo. Prima ci saranno incontri e varie elucubrazioni. Ma il menù è già pronto, come spiega uno degli eroi della nostra favola italiana: “Stiamo facendo notevoli passi avanti con il programma di governo, stiamo trovando ampie convergenze su reddito di cittadinanza, flat tax, legge Fornero, sulla questione che riguarda la lotta al business dell’immigrazione, del conflitto di interessi”.
Ora so bene che questi temi susciteranno la ola dei tifosi. La flat tax, capite? Non vedo l’ora dì vedere come faranno a realizzare la flat tax in un paese dove ci sono più esenzioni fiscali che commercialisti. Per dire, qualcuno ne ha contate 799, fra deduzioni e detrazioni, che secondo gli espertoni che ci girano intorno generano una perdita di gettito per l’erario di 313 miliardi, come la targa di Paperino, e sapendo poi che le esenzioni crescono rigogliose come piante tropicali della giungla fiscale nella quale abitiamo noi tutti. Erano 720 appena nel 2011. Per dare un’idea del paese meraviglioso in cui viviamo, sappiate che questo 8% del pil di esenzioni si confronta con lo 0,8 della Germania, il 2,2% della Francia e il 3,8 della Spagna secondo uno studio di Unindustria.
Chi credesse veramente che il Gatto e la Volpe hanno in mente di togliere le esenzioni fiscali per usare le risorse recuperate per fare una flat tax secca, senza regalini agli amici e ai amici degli amici, è il degno governato dei futuri governanti, che però, dovendo poi fare i conti con la contabilità e non potendo scontentare i tanti che li hanno voluti, faranno una flat tax all’80%, che sempre flat è, epperò aumenteranno le esenzioni fiscali perché ci sono un sacco di poveri, porca miseria. E con quello che avanza, di questa spremuta dei sempre meno che lavorano e pagano le tasse, ci pagheranno anche il reddito di cittadinanza e le future pensioni di anzianità. Così facendo realizzeranno l’unico obiettivo di questo governo: la flat pax. Comprata coi soldi pubblici e i minibot.
A lunedì.




































