Etichettato: maurizio sgroi

La Germania ha un surplus pubblico più alto del nostro deficit

La Germania è riuscita a chiudere il 2017 con un surplus di bilancio record, persino più elevato del nostro deficit pubblico. Si tratta del risultato migliore della sua storia post unificazione: 36,6 miliardi di attivo, l’1,1% del Pil. Ciò è stato ottenuto riuscendo nel frattempo a concedere generosi aumenti degli stipendi pubblici (+4,2%) e dei trasferimenti sociali (+4%), con particolare riferimento a quelli per i bambini. E’ facile essere generosi quando hai i soldi.

Può sembrare inelegante accennare ai successi fiscali di un paese lontano dovendo fare sempre i conti con i deficit nostrani. E tuttavia vale la pena riportare questi dati perché mostrano come conti pubblici in salute siano un buon viatico per una società.

Il surplus è stato ottenuto malgrado maggiori spese cui ha dovuto far fronte il governo federale, fra le quali spiccano i 7,3 miliardi che ha dovuto restituire alle imprese dopo che la corte Costituzionale tedesca ha giudicato illegittima la tassa sui combustibili nucleari. Senza questa decisione l’attivo di bilancio avrebbe superato di molto i 40 miliardi.

Altro dettaglio non trascurabile, il surplus finanziario non è stato fatto solo dal governo federale, ma anche dai governi statali e da quelli locali. E’ tutto il perimetro dello stato che, ormai da anni, sta suonando lo stesso spartito di un consolidamento che adesso inizia a restituire risorse alla collettività. Il fatto che il 2017 sia stato insieme l’anno del surplus fiscale record e della crescita altrettanto record del 2,9% è una coincidenza troppo suggestiva per essere ignorata.

A questa specie di miracolo hanno concorso ovviamente anche i risparmi sul pagamento degli interessi sul debito, scesi del 6,4% rispetto al 2016, che in parte sono stati erosi dai minori dividendi incassati dalla Bundesbank, i cui profitti sono molto diminuiti. Alla crescita degli incassi ha contribuito anche l’aumento degli incassi da tassazione su reddito e patrimonio, cresciuti del 6,4%. Sicché il totale degli incassi pubblici, pari a 1.476 miliardi di euro, è stato in eccesso di circa 37 miliardi rispetto ai 1.438 miliardi di spese pubbliche.

La buona performance del mercato del lavoro, infine, ha fatto sentire i suoi effetti non solo incrementando gli incassi da tassazione sui redditi, ma anche quello contributivo, con al conseguenza che anche i fondi della social security hanno generato un surplus di oltre 10 miliardi. Insomma, la Germania è uno dei pochi paesi dell’eurozona ad avere un notevole spazio fiscale per manovre espansive. Una dotazione non da poco che sicuramente faciliterà l’operato del governo a venire. Anche trovare gli accordi sulle cose da fare è più facile quando ci sono i soldi. Al contrario la scarsità di risorse favorisce la litigiosità. E noi lo sappiamo bene.

Cronicario: E alla fine le elezioni le ha vinte il PUD

Proverbio del 5 marzo Chi semina orzo non può raccogliere grano

Numero del giorno: 173.000.000.000 Spesa militare cinese in dollari nel 2018

E niente: oggi tocca parlare di elezioni. L’ultimo neurone che mi è rimasto sembra essersi sintonizzato sul pensiero fisso di questa turbolenta vicenda elettorale che ha lasciato sul tappeto cadaveri illustri, facendo assurgere al contempo agli altari della celebrità legioni di sconosciuti senza arte né parte che non sia quella di saper giocare la partita delle elezioni, l’unico talent show nazionale che promette il successo.

Quanto a noi, sinistrati dalle urne per la semplice ragione che non eravamo in partita, rimane solo la consolazione di osservare e provare a indovinare chi sia l’autentico vincitore di questa fiera strapaesana. Ora non mi riferisco a quello che potete facilmente notare da soli – i partiti sono là, nudi alla mèta –  ma al sottotesto che dovrebbe accompagnare la lettura delle informazioni, come sempre troppo fissate col dito al punto da ignorare la direzione. E ciò malgrado tale direzione sia stata ampiamente annunciata.

Già, eccolo qua il vero vincitore di queste elezioni: il PUD, acronimo ancora poco conosciuto ma che presto scalerà le tendenze dei social, che sta per Partito unico del deficit. O del debito se preferite, tanto l’uno genera l’altro com’è (o dovrebbe essere) noto. S’era capito appunto, dal tono entusiastico col quale in campagna elettorale si annunciavano interventi di spesa capaci di fare impallidire Trump. E nel post partita, quando i filistei dei palazzi faranno qualsiasi prodigio per cucire addosso al paese una maggioranza purchéssia, sarà proprio il PUD a trionfare. Niente come il denaro altrui, di cui peraltro non si dispone, induce alla concordia e alla responsabilità di governo. Chiunque sarà il primo ministro del PUD avrà il compito lieto di stampare tante buone notizie e magari qualche euro di debito in più, con l’Ue a strillare e perdonare perché in fondo siamo italiani, brava gente.

Tutto questo finché non si tratterà di fare la prima legge finanziaria, che matura sotto il contesto di una congiuntura internazionale minacciosa. I tuoni e i fulmini di Trump illuminano di bagliori inquietanti il commercio internazionale, e presto potrebbero finire anche la benevolenza monetaria della banca centrale e il petrolio cheap che hanno accompagnato la nostra piccola ripresa del 2017, della quale a quanto pare hanno goduto gli oppositori più del governo. Ma c’è tempo fino all’autunno. Che succederà allora? M’immagino risuonare, lungo il Transatlantico parlamentare, le note di una vecchia canzone.

E poi magari un ritorno alle urne. D’altronde ogni volta il PUD ne esce più forte.

A domani.

Le famiglie dell’EZ sono più ricche, ma sono aumentati anche i poveri

Nel tempo confuso che stiamo vivendo, dove ogni informazione viene utilizzata per servire una qualche fazione, è opera di sana divulgazione ricordare il rovescio che ogni medaglia porta con sé e con questo riportare il discorso sui binari della ragionevolezza. O almeno provarci. Opera tanto più utile quando si scomodano categorie che di per sé provocano invidie e risentimenti, come quella della ricchezza, ossessione perniciosa di un tempo economicamente malato perché ammalato di economia.

Come pretesto si può far riferimento agli ultimi dati diffusi da Eurostat sulla ricchezza delle famiglie dell’eurozona, nella sua accezione peculiare di ricchezza finanziaria al netto dei debiti. Il primo grafico contiene una buona notizia.

Come si può osservare, il livello totale degli asset finanziari ha superato quello pre crisi. In particolare erano al 213% del pil nel 2006 e sono arrivati al 230% nel 2016, raggiungendo quota 33,850 trilioni di euro. Quanto alla loro composizione, il 38,8% sono assicurazioni e strumenti previdenziali, depositi e cash occupano il 30,4%, azioni e fondi il 25,2%. Relativamente ai debiti, che sono stabili intorno al 70% del pil malgrado l’altalena della crisi e valgoo circa 10 trilioni, il grosso riguarda mutui per le abitazioni. E poiché da anni i tassi sono bassi e il mattone è in ripresa, si può dire che complessivamente la condizione finanziaria e patrimoniale delle famiglie dell’eurozona è in ottima forma. In sostanza, sono uscite dalla crisi più ricche di prima.

E tuttavia le medie, com’è noto, celano grandi differenze, non solo fra i singoli paesi, ma anche all’interno dei singoli paesi. Cominciamo con l’osservare la ricchezza finanziaria netta nei singoli paesi.

Come si può osservare le famiglie italiane hanno debiti più bassi della media e asset più elevati. Con la conseguenza di totalizzare una ricchezza finanziaria netta di tutto rispetto, il 193% del pil, a fronte di una media dell’EZ a 19 del 151%. Le famiglie italiane sono molto ben posizionate anche nel confronto con gli altri partner, collocandosi dopo il Belgio (251%) e Olanda (213%) e UK se usciamo fuori dal perimetro dell’EZ e rimaniamo nell’UE. In Germania, dove l’economia è fra le più robusta dell’area, le famiglie arrivano al 133% circa di ricchezza netta e la Francia al 163%. Nelle economia che hanno sofferto di più la crisi, come ad esempio Grecia e Spagna, tale ricchezza si colloca all’81% e al 116%. Insomma, noi italiani non dovremmo lamentarci troppo.

E tuttavia, parliamo sempre di medie. Se andiamo a guardare i dati Eurostat sul numero di persone che soffrono di gravi deprivazioni materiali, uno dei tanti indicatori che misurano i livelli di povertà, osserviamo che sempre nel decennio considerato le cose sono andate al contrario di quanto si potrebbe pensare osservanzo l’aumento della ricchezza netta. Nel senso che le famiglie sono più ricche, ma è aumentato il numero di quelli che sono poveri.

L’istogramma verde si riferisce al 2006, quello blu al 2016. Notate che il numero delle persone in difficoltà è aumentato in tutta l’EZ, mentre è diminuita in Germania e in Francia, fra i paesi considerati, mentre è esploso in Italia. Il paese che ha una ricchezza finanziaria netta fra le più alte dell’area ha visto una crescita abnorme dei cittadini in difficoltà. Forse dipende da questioni distributive, dagli andamenti del mercato del lavoro, o magari da fenomeni che le statistiche non riescono a catturare. Ma rimane il punto: siamo più ricchi, ma abbiamo più poveri.

La guerra del petrolio e la grande lotteria per il nucleare saudita

Come al solito poco osservata dagli occhiuti feticisti della nostra politica rionale, la vicenda del nucleare saudita, che il prossimo mese dovrebbe concludersi con la scelta del partner al quale il Regno affiderà il suo futuro nucleare, è di grande importanza per capire l’aria che tira in una delle zone più calde del pianeta, dove si mettono alla prova antiche alleanze e si sperimentano nuove convenienze. E come spesso accade il viatico a queste nascenti diplomazie sono gli affari, specie quando insistono sulle linee di faglia della nostra contemporaneità, come ad esempio le rotte energetiche.

Il nucleare arabo, per adesso ad esclusivo uso civile, torna a diventare una notizia di attualità quando Riad, che dicono consumi un quarto della sua produzione petrolifera per alimentare la fame energetica del paese, decide di lanciare un contest internazionale per reclutare un partner capace di realizzare una paio di centrali nucleari. Il programma saudita, a dirla tutta, risale addirittura al 2011, quando il paese annunciò di voler realizzare 17 GWe di potenza nucleare, corrispondenti a circa 16 reattori, entro il 2040 per un investimento totale di 80 miliardi. A settembre 2013 vennero pre selezionati tre siti ma oltre a questo non si sono più avuti aggiornamenti fino a quando nell’ottobre scorso sono arrivati i primi rumors circa le richieste di informazioni rivolte a vari fornitori per la costruzione di due impianti, passo preliminare per una gara. I tempi prevedevano due mesi per la risposta. Con questa mossa l’Arabia si candidava a diventare il secondo stato nucleare della regione dopo gli Emirati Arabi Uniti, che hanno siglato un accordo con fornitori sud coreani per costruire i suoi quattro reattori. Non a caso la Corea del Sud è stata inclusa nella short list di fornitori contattati, dove si trovano anche le compagnie francesi, cinesi, statunitensi e russe.

Ed è qui che il gioco si fa intrigante. L’Arabia Saudita è un’alleata storica degli Usa ma non ha mai firmato il cosiddetto 123 agreement, un accordo bilaterale che gli Usa sostanzialmente impongono ai partner intenzionati a servirsi della loro tecnologia nucleare con la quale si garantiscono contro i rischi che la tecnologia si trasformi da civile a militare. Un accordo che il regno saudita, che ha firmato un accordo con una compagnia cinese perché ricerchi l’uranio sul proprio territorio, non sembra di gradire. L’accordo con gli Usa infatti priverebbe gli arabi del diritto, un domani, ad arricchire l’uranio. Questa prima criticità, che le diplomazie sono all’opera per superare, va inserita nel quadro più ampio di un negoziato che coinvolge sia il difficile dossier del nucleare iraniano, che l’Arabia vede come il fumo negli occhi e che l’amministrazione Trump ha fatto capire di voler rivedere, e soprattutto la politica petrolifera Usa che, forte dell’enorme crescita dello shale oil, sta diventando concorrenziale non solo sul versante delle quantità prodotte – gli Usa si candidano a diventare stabilmente i primi produttori – ma anche dei mercati di esportazione.

Ed è che si innesta la crescente corrispondenza di amorosi sensi fra l’Arabia Saudita e la Russia, che ormai sembrano destinate a superare l’antica freddezza derivante innanzitutto dal sostegno russo all’Iran sciita, autentico arcinemico dei sunniti sauditi. L’accordo Oec del novembre 2016, poi reiterato nel novembre scorso ha sostanzialmente dato vita a una versione allargata dell’Opec, che si chiama Opec plus, che ormai data oltre un anno, dove Russia e Arabia Saudita si sostengono vicendevolmente nel tentativo di controllare il prezzo del petrolio che lo straordinario successo della tecnologia shale ha spostato equilibri storici consolidati. A pochi giorni di distanza l’Opec e l’IEA, poche settimane fa, hanno notato la straordinario crescita della produzione Usa nel finire del 2017, sottolineando come l’aumento di produzione Usa rischi di vanificare i tagli confermati dall’Opec plus. C’è il rischio che la storia si ripeta, commenta IEA nel suo bollettino mensile. E la storia è quella di una sovrapproduzione che ha finito col mettere in ginocchio i paesi produttori tradizionali e di spostare il pendolo del gioco energetico oltre Atlantico. Avere più petrolio da esportare, visto che l’Arabia si dice ne bruci un quarto per produrre energia all’interno, addirittura 700 mila barili al giorno quando per difendersi dal caldo usa l’aria condizionata, è una delle ragioni del bando nucleare.

I russi perciò partecipano al bando nucleare arabo con la compagnia russa Rosatom con qualche chance in più di quante ne avessero appena un decennio addietro, basta ricordare lo storico incontro fra Putin e il re saudita Salman dell’ottobre scorso, trovandosi però a competere con competitors molto agguerriti come la China National Nuclear Corporation (CNNC), la stessa che ha stretto un accordo con la Saudi Geological Survey per incominciare l’esplorazione delle riserve d’uranio, i francesi della EDF, i sudcoreani e gli Usa. Secondo alcuni rumors, gli Usa in prima battuta non erano neanche stati invitati finché il segretario per l’energia Rick Perry non fece capire ai sauditi che avrebbe gradito un invito. Che puntualmente è arrivato nella forma di un consorzio capeggiato dalle Westinghouse Electric Co, azienda in gravi difficoltà in patria. Sicché la questione da semplice opportunità di business è diventata affare geopolitico: chi guadagnerà la commessa? L’asse degli alleati tradizionali, capeggiato dagli Usa con Francia e Corea del Sud, o quello sino-russo, con la Cina che sta guadagnando un ruolo crescente come partner finanziario e tecnico per la Russia, oltre ad essere il migliore cliente per il petrolio saudita, e ha pure fatto circolare la notizia che entro marzo lancerà il suo benchmark in Yuan per quotare il future del petrolio? Aggiungete al quadro che l’espansione nucleare nella regione è molto avanzata e vede le imprese russe in prima fila. E quando si parla di imprese che realizzano impianti nucleare si parla di politica, più che di economia. Gli Emirati Arabi hanno già un reattore costruito in consorzio dai coreani della KEPCO. La Turchia sta costruendo i suoi primi reattori grazie a un consorzio capeggiato dalla Russia e ne ha in ballo altri otto suddivisi in due siti, uno per il quale concorrono un consorzio fra Mitsubishi e la Areva e un altro dove concorrono i cinesi e gli americani della Westinghouse. Anche in Egitto l’hanno spuntata i russi, e lo stesso è accaduto in Giordania.

Tutto si tiene, anche se il puzzle è assai più complesso di come appare a una prima lettura. Di sicuro questi mesi, con gli Emirati Arabi Uniti a comprare per la prima volta un carico di petrolio dal Texas, stanno aggiungendo tessere mai viste al mosaico. E se il futuro è incerto, una cosa sembra certissima: le cose stanno cambiando in profondità. E in fretta.

Cronicario: L’invecchiamento precoce del ministero della gioventù

Proverbio del 23 febbraio L’ottimismo lo dona Dio, il pessimismo lo scopre l’uomo

Numero del giorno: 1.999 Salario mensile minimo in euro in Lussemburgo

Poiché è il penultimo venerdì prima dell’avvento della nuova legislatura, e quindi della Quaresima che seguirà al carnevale elettorale, decido di ignorare tutte le suggestioni economiche mi arrivano dal cronicario globale, come quella diffusa da Eurostat grazie alla quale scopro che in Irlanda il salario minimo è più alto di quello di impiegato anziano in Italia

o quell’altra che l’inflazione continua a rimanere bassa, per la gioia del nostro debito pubblico e della nostra crescita nominale e il tripudio degli amanti del QE

e decido invece di lasciarmi sedurre dal chiacchiericcio politico riportando la vera notizia del giorno che riassume, col grande genio tipico di chi l’ha diffusa, lo spirito della nostra ultima campagna elettorale e quindi del nostro paese. Prima vi dico cosa, poi chi (indovina indovinello): “Ho proposto un ministero per la terza età: gli italiani in questa fascia sono una moltitudine, serve un dicastero che si occupi dei loro problemi. Per loro proponiamo anche un aumento della pensione a mille euro”. Vedete che, gratta gratta, trovi sempre l’economia nel fondo dell’urna?

E chi sarà mai questo eroe del nostro tempo?

Certo, l’avevate già capito. Il Nostro deve aver sbirciato le statistiche demografiche e dev’essersi accorto che il 22% e passa dei cittadini italiani sono ultra65enni e probabilmente sono gli unici che si prenderanno il disturbo di votare. E perciò, ecco il lampo di genio: un ministero tutto per loro, che studi il modo di farli stare sempre meglio, visto che non stanno bene abbastanza, in un paese che ha un enorme bisogno di loro.

Ma aldilà delle aride convenienze, la trovata del Cavaliere è la metafora meglio riuscita del grande problema che affligge il nostro paese: il rischio di senilità precoce che affligge i nostri giovani. Un enigma che agita le menti dei più grandi scienziati del pianeta. Sarà colpa dell’aria, del cibo, dell’acqua; o forse dell’educazione, della storia o della geografia; dell’economia, della politica o della religione, ma in Italia i giovani diventano vecchi prestissimo. A vent’anni sono già maturi per la pensione. Sognano da pensionati pure da svegli.

Non ci credete? La sindrome è nota nei consessi più qualificati e ha generato anche strascichi istituzionali. Qualcuno ricorda del ministero del gioventù? Già, nessuno. Era stato istituito nel (non troppo) lontano 2008. Indovinate da chi.

Sempre lui appunto. Prima di quell’esperienza determinante si ricorda lo scialbo ministero delle politiche giovanile e attività sportive, di un paio di anni prima, che mostrava con l’associazione sport&gioventù di non avere alcuna dimestichezza con la complessità della questione giovanile, e poi un dicastero sui problemi della gioventù, nel secondo governo Andreotti fra il 1972 e 1973, quando i giovani erano numerosi più o meno quanto gli anziani di oggi ed erano sicuramente problematici e sembra siano rimasti problematici anche da vecchi, visto che si continua a parlare solo di loro.

Ma il ministero per la gioventù propriamente detto risale a dieci anni fa. Fu impersonato da una giovane ministra e durò un paio di anni. Il governo successivo incorporò la questione giovanile nel ministero per la cooperazione internazionale e l’integrazione, manco i giovani fossero extracomunitari, quello successivo nelle pari opportunità e sport (di nuovo), e infine l’attuale governo ha consegnato la questione giovanile al ministero del lavoro e delle politiche sociali, retto da un ministro pettinatissimo, che deve aver pensato ai giovani quando nel 2014 liberalizzò i contratti a termine provocando un incredibile boom dei lavoratori temporanei.

Nel corso della sua odissea, durata dieci anni come quella di Ulisse, finalmente il ministero della gioventù ha ritrovato la sua Itaca. Si è trasformato nel ministero della vecchiaia. Silenziosamente. E soprattutto, precocemente.

A lunedì.

 

Cartolina: Per le imprese l’America è in Europa

Nessuno oggi crederebbe che c’è stato un tempo in cui le imprese in Germania pagavano il 60% di tasse sui loro redditi, visto che da un decennio pagano la metà. E risulta persino incredibile osservare che c’è stato anche un tempo dove la tassazione per le imprese italiane superava il 50%, visto che oggi puntiamo decisi verso il livello spagnolo, che è sotto il 30. Solo la Francia resiste sopra il 30%. Ci stupiamo del taglio fiscale deciso da Trump, ma è giusto osservare che porta la tassazione corporate Usa, ferma dalla fine degli anni ’80 sopra il 35%, al livello spagnolo. L’America per le imprese europee stava nel vecchio continente. Trump deve averne preso atto.

Cronicario: Siamo poveri di conoscenze, ma ricchi di amicizie

Proverbio del 22 febbraio Per chi è affamato il pane cuoce lentamente

Numero del giorno: 1.300.000.000 Utile 2017 della Bce

Persino i geniacci sbagliano mi viene da pensare mentre sfoglio il rapporto sulla conoscenza che Istat ha pubblicato oggi. Sbagliano perché mentre leggo scoraggiato che siamo ancora in questa condizione,

con alcuni problemi nella conoscenza di quelle cose banali come leggere e scrivere e far di conto

con la conseguenza che siamo il paese più esposto alla concorrenza dei robot per il lavoro, visto che abbiamo un sacco persone low skilled adatte solo a lavori routinari,

ecco, di fronte a tutto questo mi accorgo che le 115 pagine dell’Istat non tengono in alcuna considerazione la via italiana che supplisce al deficit di conoscenze: sostituirle con le amicizie.

Capisco che l’Istat, come gran parte della nostra intelligencija, è frutto di un fraintendimento culturale. Noi italiani ce la caviamo benissimo a non studiare e a far nulla.

Rimane la domanda come facciamo a tirare avanti. Vi do giusto un paio di dritte. La prima arriva direttamente dall’Eurozona, e quindi ci riguarda da vicino.

Le famiglie europee sono uscite più ricche dalla crisi, e quelle italiane non hanno nulla di cui lamentarsi, visto che hanno debiti più bassi e asset più alti della media.

E soprattutto sappiamo come alimentarla, la nostra ricchezza. Anche per questo abbiamo tutte le conoscenze che servono.

A domani.

 

 

I nuovi poveri dell’EZ oggi sono i lavoratori

Un’analisi recente svolta da Ref ricerche ci consente di fare un altro passo in avanti nella comprensione del mercato del lavoro dell’eurozona. Abbiamo già osservato alcune peculiarità bene illustrate nell’ultimo bollettino della Bce, e in particolare il rilevante contributo offerto alla crescita dell’occupazione da parte della classe più attempata di lavoratori (55-74enni). Adesso può essere utile spostare il focus su un’altra caratteristica messa in evidenza dal Ref, ossia la “crescita dei contratti a termine, la maggiore diffusione degli impieghi a orario ridotto, l’incidenza elevata degli impieghi a bassa paga”. Il combinato disposto disegna uno scenario poco favorevole alle classi più giovani, che non solo subiscono la concorrenza di quelle più anziane, ma si trovano a dover fare i conti con un mercato che offre lavoro poco retribuito e instabile, con grandi ripercussioni sul loro futuro previdenziale.

Ma, aldilà del futuro, è il presente che dovrebbe preoccuparci. Il notevole aumento dell’occupazione infatti, che ha superato il livello del 2007,

cela importanti differenze che si traducono nell’aumento altrettanto notevole della categoria di chi è povero pur avendo un lavoro. Un malessere che si concentra nelle fasce più a rischio, ossia i lavoratori a termine, in Italia assai più che nell’eurozona.

E ciò dipende probabilmente anche dalla circostanza che in Italia si è osservato una crescita notevole dell’occupazione a termine negli ultimi dieci anni “specie con il venir meno degli sgravi contributivi volti a favorire le assunzioni a tempo indeterminato
che hanno caratterizzato il biennio 2015-2016”, come sottolinea l’istituto.

Nel dettaglio, la percentuale di in-work poverty in Italia è cresciuta dal 9,3% del 2007 all’11,3 del 2017, seguendo una tendenza che non ha risparmiato nessun paese fra quelli censiti. Nella ricca Germania si è passati dal 7,4 al 9,5%. In Francia dal 6,5 al 7,9, in Spagna dal 10,2 al 13,1%, registrando l’incremento maggiore nel confronto considerato. I tassi di crescita invidiabili della Spagna di questi anni e la notevole ripresa registrata nel suo mercato del lavoro ha avuto un prezzo, evidentemente. E anche qui sembra chiaro il contributo del lavoro temporaneo, cresciuto notevolmente in Spagna dal 2013 come anche negli altri paesi osservati. “La fase di ripresa degli ultimi trimestri ha visto una concentrazione della creazione occupazionale sulle forme contrattuali flessibili”, notano i ricercatori.

Peraltro, anche il lavoro temporaneo nasconde importanti differenze a seconda della durata del contratto. “Negli ultimi anni si è verificato anche un incremento dei
contratti a termine di breve durata. I contratti che non superano i 12 mesi rappresentano in genere la porzione prevalente dell’occupazione a termine. Nel nostro Paese l’incidenza dei contratti a termine di breve durata è aumentata in misura significativa, passando dal 78,1 all’84,5 per cento tra il 2007 e il 2017 e gli incrementi maggiori si sono verificati negli ultimi tre anni”. Ciò porta con sé un effetto non trascurabile. E’ probabile, vale a dire, che un lavoratore soggetto a contratti siffatti tenda a preferire la stabilizzazione all’aumento della retribuzione, rallentando così le dinamiche salariali che in effetti in Italia sono alquanto fredde, e con esse l’inflazione, che da noi scarseggia. L’appiattimento della curva di Phillips ipotizzato da alcuni economisti può avere a che fare molto con la struttura del mercato del lavoro.

In Italia i dipendenti a termine ormai quotano circa il 15% del totale dell’occupazione dipendente e abbiamo già visto che i contratti inferiori a 12 mesi sfiorano l’85%. Viene il sospetto che qualcosa non abbia funzionato. O forse che abbia funzionato troppo bene. I ricercatori individuano come indiziato la riforma Poletti del 2014 che ha liberalizzato il contratto a tempo determinato, eliminando per le imprese l’onere di indicare i motivi per i quali il contratto a termine non viene più rinnovato, consentendo al tempo stesso la possibilità di rinnovare il contratto per tre volte nell’arco di cinque anni. “Il contratto a tempo determinato si trova così a spiazzare le altre forme contrattuali, compreso il nuovo contratto a tutele crescenti che, seppur dotato di una maggiore flessibilità in uscita rispetto al precedente contratto a tempo indeterminato, prevede comunque degli indennizzi in caso di licenziamento che lo rendono senz’altro più oneroso del contratto a tempo determinato previsto dalla riforma Poletti”.

Aldilà delle ragioni, ciò che si osserva in Italia è la notevolissima crescita dei contratti a termine con durata fra i 4 e i 6 mesi, che hanno superato il 25% del totale, e quelli da uno a tre mesi, di poco superiori al 20%, mentre quelli da sette a dodici mesi sono diminuiti da quasi il 40% del 2007 a poco più del 30% nel 2017. In sostanza, il lavoro, oltre ad essere a termine, è di durata sempre più breve. “Senza dubbio – commentano i ricercatori – la crisi e le trasformazioni del sistema economico-produttivo avvenute nel corso dell’ultimo decennio hanno determinato in alcuni contesti europei, tra i quali il nostro Paese, un peggioramento della qualità del lavoro e, frequentemente, un aumento dei lavoratori scarsamente retribuiti. Nonostante la fase congiunturale positiva abbia permesso di riportare nella maggior parte dei casi l’occupazione sui livelli pre-crisi, oggi l’avere un lavoro non sembra più una condizione sufficiente per tutelarsi dal rischio di essere povero”.

I governi insomma, pur di far crescere l’occupazione, hanno favorito le aziende sia sul versante fiscale

che su quello delle regole del lavoro. Ma nessuno aveva considerato il rischio che la crescita dell’occupazione coincidesse con quello della proletarizzazione di chi lavora. Anzi, considerando i tassi di natalità del nostro paese (e non solo) forse la formulazione non è corretta. Oggi  lavoratori rischiano di diventare i nuovi poveri senza neppure la prole. Al massimo un cane. Di sicuro lo smartphone.

Cronicario: E tutto d’un tratto arrivano 200 mila posti di lavoro

Proverbio del 21 febbraio Alla volpe addormentata non cade niente in bocca

Numero del giorno: 400.000.000 Valore mutui per spese mediche in Italia

E tutto d’un tratto capisco che ho sbagliato tutto. Traviato dalla malmostosità gufesca dei commentatori da salotto, mi sono perso l’autentico sentimento che anima una qualunque campagna elettorale che si rispetti, quindi la nostra in particolare: la gioia. E quando ci ricapita di sentire tante buone notizie in un arco di tempo così limitato? In un pugno di settimane ci hanno promesso e raccontato di tutto, dalle pensioni a dodici anni all’aumento del reddito nell’anno che verrà.

Il tripudio durerà ancora poco purtroppo. Ancora una decina di giorni e poi le urne si chiuderanno e con loro i buoni propositi. Tornerà la mestizia nazionale che dura circa cinque anni al netto dello scioglimento anticipato delle camere, purtroppo sempre più raro. Perciò mi sono detto: goditela finché dura, la bella stagione, e regala anche oggi una dose di ottimismo agli amatissimi che perdono il loro tempo a leggere le tue fregnacce raccontando loro quelle dei politici. Serviva giusto una buona ispirazione. E tutto d’un tratto…il coro: è arrivato il ministro Delrio.

Macché bravo, bravissimo: un ministro coi baffi (e pure col pizzo). Oggi è toccato a lui accendere il nostro entusiasmo così come ieri era toccato all’amabile Padoan con la storia dell’aumento di reddito da mille euro nel 2020. E Delrio, bravo com’è, non si è fatto pregare. Perla numero uno: Il piano infrastrutturale decennale messo a punto dal governo creerà 200 mila posti di lavoro in dieci anni (che immagino si aggiungeranno al milione già creato col Jobs Act di cui alla nota vulgata governativa). Una promessa decennale come un Btp. Solo che differenza del Btp dei duecentomila posti fra dieci anni non si ricorderà più nessuno, neanche Delrio che per allora avrà infrastrutturato chissà cosa. Ma tranquilli li ritireranno fuori in tempo per la campagna elettorale del 2028 e per allora saranno pure aumentati con gli interessi composti. Seconda perla: a fine 2017 siamo tornati a 290 miliardi di investimenti per le opere pubbliche, pure se gli investimenti pubblici, strano a dirsi, fanno ancora fatica a decollare malgrado abbiano tutte le carte in regola per spiccare il volo.

Percepisco un avvio di scricchiolio al buonumore che per fortuna viene subito obliterato dalla perla numero tre: “La prossima settimana sbloccheremo un miliardo per la ferrovia Ionica”, sottolineando che l’ultimo a spendersi per questa ferrovia era stato Cavour, che comunque fa tanto Risorgimento.

Se ne parla da un annetto di questa ferrovia a dirla tutta. Ma tant’è. La quarta perla ve la dico io: il nuovo governo, chiunque esso sia, tutto d’un tratto farà arrivare anche i treni in orario. E’ giunta l’ora fatale.

A domani.

 

 

 

I consigli del Maître: I lavoratori poveri e la guerra degli smartphone

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

L’undernet di Google. Dieci anni fa, a febbraio del 2008, Google annunciava sul suo blog aziendale di aver aderito a un consorzio per la realizzazione di un cavo sottomarino, dal nome icastico di Unity, destinato a migliorare i collegamenti fra Usa e Giappone. “Se vi state domandando se se stiamo entrando nel business dei cavi sottomarini, la risposta è no”, scrisse Francois Sterin, manager delle Network Acquisition. Dieci anni dopo Google ha annunciato con malcelato orgoglio, sempre dal suo blog aziendale, di aver speso 30 miliardi in tre anni per migliorare la sua infrastruttura di rete e ha presentato al mondo Curie, un nuovo cavo sottomarino che collegherà Los Angeles al Cile. Ma soprattutto con Curie, ispirato alla celebre scienziata Marie Curie, Google diventerà “la prima grande compagnia non telecom a costruire un cavo intercontinentale privato”. Curie è l’undicesimo progetto che vede la compagnia californiana nel ruolo di investitore nella posa di cavi sottomarini.

Dieci anni dopo, a dispetto delle dichiarazione di Sterin, Google si rivela come uno dei soggetti più attivi nel business del cavi sottomarini. D’altronde dieci anni sono un’era geologica nel mondo di internet. Nessuno nel 2008 avrebbe scommesso sulla straordinaria evoluzione dei servizi di cloud e sulla crescita vertiginosa dell’economia digitale. Google gioca da protagonista. Ma anche gli altri non stanno a guardare.

La crescita dei salari Usa e il calo della borsa. Va per la maggiore la tesi che i recenti cali della borsa sia da attribuire al fatto che Negli Usa sia salita l’inflazione a causa della crescita dei salari e ciò possa incoraggiare la Fed a stringere i tassi al punto da scoraggiare i mercati. Ma è davvero così. Una interessante ricognizione della Fed mostra che i salari reali, a seconda peraltro dell’indicatore scelto, sono cresciuti al massi del 4% reale circa da metà del 2009 alla fine del 2017.

Forse prima di fare congetture dovremmo vedere i dati. E magari iniziare a chiedere, qualora l’inflazione ritorni sul serio, quanto a ciò abbiano contribuito le politiche ultra espansive prolungate della stessa Fed, che oggi sta più o meno precipitosamente provvedendo a normalizzarle. Ma chiedersi questo significa dubitare di alcuni dogmi contemporanei. E nessuno vuole farlo.

I nuovi poveri sono i lavoratori. Uno studi di Ref ricerche solleva una interessante osservazione sull’andamento del mercato del lavoro in Europa e in Italia: il notevole aumento dei lavoratori in povertà, ossia di coloro che malgrado abbiano un lavoro non riescono a sbarcare il lunario, o ci riescono molto male. I ricercatori hanno raccolto i dati degli ultimi dieci anni e viene fuori che la percentuale di in-work poverty in Italia è cresciuta dal 9,3% del 2007 all’11,3 del 2017, seguendo una tendenza che non ha risparmiato nessun paese fra quelli censiti. Nella ricca Germania si è passati dal 7,4 al 9,5%. In Francia dal 6,5 al 7,9, in Spagna dal 10,2 al 13,1%. Sulle ragioni di tali andamenti, il ruolo di indiziato va al grande sviluppo dei contratti a tempo determinato, spesso per tempi brevissimi, che ha interessato tutta l’eurozona e l’Italia in particolare. E’ proprio in questa categoria infatti che si osserva il numero più alto di lavoratori in povertà.

Il problema oggi non è solo avere un lavoro. Ma riuscire a camparci.

La guerra degli smartphone. Ha fatto un certo scalpore l’allarme lanciato davanti al congresso Usa dei vertici dei servizi segreti americani circa i rischi di far entrare i telefonini cinesi, Huawey e ZTA, negli Usa per questioni legate alla cyber sicurezza. Huawey ha protestato ufficialmente, lamentando le iniziative del governo Usa per scoraggiare la diffusione commerciale dei suoi prodotti, che infatti sono stati banditi sia da Verizon che da AT&T pare su pressioni del governo. Sorge il sospetto che più di guerra di spie questa sia una guerra commerciale. Le vendita di telefoni cinesi, infatti sono esplose in pochi anni, in alcuni trimestre con tassi del 150%.

E anche se la Apple mantiene un ampio predominio, con oltre il 50% del mercato,

i cinesi sono ben posizionati, considerando la giovinezza dei loro prodotti. Forse negli Usa pensano che prevenire sia meglio che curare. Specie in un mercato, quello degli smartphone che si sospetta abbia raggiunto il picco nel 2015, ma che comunque nel 2016 ha generato vendite di telefoni per 1,5 miliardi di pezzi. Uno ogni cinque abitanti nel mondo. Abbastanza da motivare una guerra commerciale sotto mentite spoglie.