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Russia e Cina alla conquista dell’Artico

La collaborazione fra Russia e Cina nella partita dell’Artico è solo l’ennesima corrispondenza d’amorosi sensi fra i due paesi che sta sollevando crescenti preoccupazioni dall’altra parte dell’Artico e che ormai procede da un trentennio su vari fronti, a cominciare ovviamente da quello nel settore militare. Una partita complessa, nella quale la variabile relativamente recente dell’alleanza sino-russa si inserisce in quella del controllo strategico di una regione  – l’Oceano Artico – che formalmente ricade sotto la giurisdizione dell’United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS), ma sul quale, in pratica, si affaccia una parte importante della costa russa. Ciò conferisce di fatto un vantaggio territoriale, se non una supremazia, che fa della Russia il protagonista più attivo del Grande Risiko del Nord.

Non è certo un caso che proprio sotto la legislazione russa si stia articolando un’altra importante strada di collegamento, la Northern Sea Route (NSR) che collega via mare il Mare di Kara all’Oceano Pacifico. In questo modo la Russia consoliderà il suo vantaggio strategico sull’area, ricevendo enormi benefici di tipo economico e commerciale, riducendo notevolmente le percorrenza fra l’Europa e Cina e i costi di trasporto fra il 30 e il 40%. Proprio questa caratteristica ha sollevato l’attenzione della Cina che ha evidentemente tutto l’interesse a usare vie di collegamento più efficienti per incrementare i suoi traffici fra Europa e Usa. La Russia dal canto suo ha tutto l’interesse a consolidare i rapporti con i cinesi.

Le cronache riportano di un incontro, avvenuto il 29 marzo 2017, fra pezzi grossi del governo cinese e delle grandi compagnie private del paese con i loro omologhi russi in una cittadina russa che affaccia sulla costa artica, di recente divenuta navigabile per tutto l’anno grazie ai progressi compiuti dalla tecnologia russa per spaccare il ghiaccio. L’incontro è servito a fare il punto sull’approfondimento del link fra i due paesi nella regione, che promette di essere promettente per entrambi.

Queste connessioni sono bene illustrate in diversi articoli pubblicati dal Sipri che punta sulla variabile energetica – le riserve stimate di gas e petrolio custodite nell’Artico – per illustrare come la collaborazione sino-russa possa rivelarsi particolarmente vantaggiosa per entrambi i paesi in questa particolare declinazione dell’economia. La Russia ha tradizionalmente sviluppato le sue relazioni nel settore energetico con l’Europa, da sempre suo mercato di riferimento. Ma ormai da diverso tempo l’Asia – e quindi la Cina – viene sempre più considerata come un partner strategico più interessante sia sul versante della collaborazione tecnica e come investitore, che su quello del mercato. Dai cinesi i russi possono trarre partnership e mercati di sbocco. In tal senso l’Artico, sul quale la Russia investe da un decennio in termini militari e infrastrutturali è un interessante laboratorio. Anche la Cina infatti, da almeno un decennio, ha iniziato a puntare l’Artico, e ciò ha consentito di sviluppare relazioni con la Russia, pure se molti osservatori notano come le prospettive di collaborazioni ancora più ampie siano limitate. E tuttavia, essere presente sulle rotte artiche coincide con l’affermazione della presenza cinese in aree dove finora la Cina non ha avuto influenza, un po’ come è successo con l’Africa.

A fronte di queste premesse, sia la Russia che la Cina devono tenere conto di complessità circostanziali che rischiano di diventare sostanziali nel processo di sviluppo dell’economia dell’Artico. La Russia, ad esempio, è stata costretta dagli andamenti del mercato energetico a limitare gli sviluppi di esplorazioni nella penisola di Yamal, una propaggine nordica della Siberia nord-occidentale perché già in eccesso di produzione a causa delle tensioni con l’Ue, che sta cercando sempre più di diversificare le fonti di approvvigionamento, e con l’Ucraina, la terza grande consumatrice di gas russo, e soprattutto a causa dello sviluppo dello shale oil. Con i prezzi attuali, in sostanza, investire sull’Artico è poco profittevole e gli esperti calcolano che così continuerà ad essere finché il petrolio quoterà sotto i 100 dollari al barile.

Oltre a questa difficoltà puramente economica ce n’è anche un’altra di tipo operativo. Le sanzioni decise dall’Ue e dagli Usa dopo l’annessione russa della Crimea hanno tagliato fuori Mosca dai trasferimenti di macchinari ed equipaggiamenti di ultima generazione. In sostanza la Russia sta subendo un embargo anche tecnologico che rischia di danneggiare il suo settore energetico. Il bando subito dalla Russia include anche le esplorazioni delle riserve di shale oil che si pensa siano custodite nell’Artico. Tutto ciò ha costretto le compagnie petrolifere occidentali, come Exxon Mobile o Statoil, a sospendere la collaborazione con le colleghe russe, il che, aggiungendosi alla messa al bando finanziario ha lasciato le compagnie russe in debito non solo di tecnologia ma anche di risorse per setacciare il Polo Nord. Ed è in questo scenario che la Cina ha trovato ampi margini di penetrazione.

La Cina ha chiaro che la Russia, semplicemente per la sua posizione geografica, è uno dei grandi player del Grande Gioco Artico e quindi ha tutto l’interesse a serrare le relazioni con Mosca se vuole espandere la sua influenza nella regione. E ha tutte le ragioni per farlo. La sua fame di energia, malgrado il calo di consumi registrato dopo l’esplodere della crisi, rimane elevatissima e le sue compagnie pubbliche (state-owned enterprises) sono alla costante ricerca di nuovi territori ad alto contenuto energetico. E poi, come abbiamo detto, c’è la vicenda commerciale. Per un paese che vive di commerci internazionali come la Cina, ogni nuova via di collegamento rappresenta un business potenziale che non può essere sottovalutato, e lo scioglimento dei ghiacci, da questo punto di vista, rappresenta una straordinaria opportunità. La Cina ha tutto l’interesse a costruire le sue nuove via di collegamento globali – pensate alla visione della Belt and road initiative – e l’Artico potrebbe essere una di queste.

Se risultano chiari i vantaggi teorici reciproci fra Russia e Cina, rimane da vedere quali passi siano stati fatti. Le cronache riportano di un incontro fra la compagnia petrolifera russa Rosneft e la China national petroleum corporation (CNPC) avvenuto fra febbraio e marzo del 2013 proprio per discutere, all’interno di un round di negoziazioni dedicato proprio alle questioni petrolifere, di possibili cooperazioni per piattaforme petrolifere nei mari artici. In alcune zone si stimavano giacimenti capaci di pompare dai 3,9 ai 5,5 milioni di tonnellate di petrolio l’anno. Nel 2014 il boss della Rosneft Igor Sechin confermò l’impegno a lavorare con i cinesi, essendo persino disposti a concedere loro quota proprietarie del progetto. L’intenzione è stata ribadita anche nel 2015 dal vice ministro dell’energia russo, ma ancora non se ne è fatto nulla. Gli analisti ipotizzano che ci sia ancora una certa riluttanza dei cinesi, che forse chiedono condizioni più vantaggiose o ruolo di gestione dei progetti artici. Però il dialogo è aperto. E uno dei campi dove molti ipotizzano si potrebbe sviluppare, aldilà di quello finanziario, è proprio quello tecnologico. Le sanzioni contro la Russia, che hanno privato il paese dell’accesso a molte nuove tecnologie, hanno lasciato il campo aperto alla Cina che infatti ha infittito la sua collaborazione con Mosca. Nel settembre del 2015, ad esempio, la China Oilfield service limited (COSL) ha siglato un accordo con la Rosneft e la norvegese Statoil per realizzare due pozzi di esplorazione sul mare di Okhotsk, che ha condizioni tecniche simile a quelle della zona artica, e che ha inaugurato una collaborazione a tre che potrebbe trovare nell’Artico il luogo migliore dove esercitarsi.

Sul versante dei progetti petroliferi onshore – visto che quello offshore è ancora poco battuto – si segnala la visita del capo della Novatek, azienda russa attiva nella produzione di gas, del 2013 in Cina per discutere progetti di collaborazione nella penisola artica di Yamal. A settembre di quell’anno fu siglato un contratto fra i russi e la CNPC che prevede la fornitura di tre tonnellate di gas liquido l’anno alla Cina, pari al 18% della capacità dell’impianto, che è stato approvato dal governo russo a gennaio del 2014. dopo la crisi ucraina, che ha messo in crisi la Novatek – l’Ucraina era uno dei maggiori consumatori di gas russo – a settembre 2015 la Novatek ha venduto a un fondo sovrano cinese, il fondo sovrano per la via della seta il 9,9% della quota della Yamal liquefied natural gas (LNG), società che gestisce il progetto sulla penisola, per oltre un miliardo di euro ricevendo inoltre un prestito da 730 milioni per 15 anni per finanziare il progetto di esplorazione. Per la cronaca gli altri azionisti sono, oltre alla Novatek (50,1%) la cinese CNPC (20%) e la Total francese (20%). L’accordo ha conosciuto una ulteriore evoluzione l’aprile 2016 quando la Yamal LNG ha siglato un accordo con la Export-Import Bank of China e la China Development Bank per facilitazioni creditizie per 15 anni per un ammontare totale di 9,3 miliardi di euro per finanziare il progetto. Non bisogna farsi ingannare da tanto attivismo però: le negoziazioni sono state complesse e più volte ritardate, segno che la partnership è ancora tutta da costruire. Epperò è stata avviata e i cinesi ne hanno ricevuto già grandi benefici, visto che l’80% dei macchinari necessari per il progetto Yamal verrà realizzato in cantieri cinesi.

Il caso di Yamal finora è rimasto isolato. La cooperazione sino-russa, che ha tutte le caratteristiche per diventare strategica, finora non ha compiuto ulteriori progressi nell’Artico. I Russi sono ancora combattuti fra i loro bisogni – di soldi e tecnologie cinese – e il timore di cedere influenza ai cinesi. Questi ultimi, sempre più consci della loro forza, non sono disposti a concedere nulla che non serva a confermarla. Ma è chiaro che si tratta di contrasti tattici. La strategia gioca a favore di un accordo sistemico anche quando gli interessi sono portati a divergere. Il caso della competizione per la fornitura di tecnologie nucleari – si pensi alla gara internazionale lanciata dall’Arabia Saudita per installare reattori a uso civile che vede Russia e Cina in concorrenza con le compagnie Usa, francesi e sudcoreane – lascia capire che i fronti di frizione ci saranno sempre. Ma per quanto russi e cinesi possano non piacersi, il grosso della partita dell’Artico vede un terzo incomodo assai ingombrante che sull’Artico si affaccia: gli Usa. Nel confronto generale per l’egemonia che sembra inaugurare questo inizio di secolo, malamente dissimulato da un multipolarismo di facciata, la partita dell’Artico sarà un ottimo pretesto per chiarire la reale consistenza delle linee di forza che governano il pianeta. Come sempre, l’economia è solo un pretesto. La storia la scrivono i politici. A volte i generali.

(2/fine)

Puntata precedente

Cronicario: E per non pagare il canone Rai invecchiate precocemente

Proverbio del 19 febbraio Il cuoco inesperto accusa sempre il forno

Numero del giorno: 3.200.000.000 Investimenti previsti dal Demanio in 10 anni

Ultimi sgoccioli di campagna elettorale e meno male. Rima a parte, l’abbrutimento del nostro dibattito pubblico, già carente di suo, tocca un apice sensazionale quando leggo che il nostro beneamato gentilissimo premier ha annunciato che taglierà il canone televisivo a 350 mila ultra 75 enni con reddito inferiore agli 8 mila euro l’anno, mostrando di ignorare la geografia anagrafica della distribuzione del denaro in Italia,

 

ma in compenso di conoscere benissimo quella demografica/elettorale.

Eccolo qua il ragionamento del politico medio: gli anziani sono un sacco, votano e guardano la tivvù. Che ci vuole a fare politica così?

Capirete il leggero rosicamento, che mai mi sarebbe sorto se questa mancetta elettorale una volta tanto fosse arrivata alle famiglie monoreddito con prole, che forse ne hanno più bisogno, anziché sostenere i soliti, che poi magari la imprestano al nipote inattivo. Ma capisco bene che da un premier che dice che “è inutile promettere improbabili miracoli” al massimo ti puoi aspettare la triste realtà. E quindi il miracolo tocca farcelo da soli, magari cominciando a invecchiare prima del tempo, perché solo quando saremo grigi e artritici meriteremo (e neanche tutti) l’attenzione del governo.

Fuori da queste miserie se ne consumano altre, un filo più preoccupanti. Oggi si è consumata l’ennesima giornata nera di Creval, alle prese con un aumento di capitale che ha fatto sprofondare il borsa il titolo del 7% e i diritti per l’aumento del 70. Un grande successo, evidentemente, che accende un’altra lucetta d’allarme sul nostro quadro bancario, che ha appena ritrovato un minimo di fiducia in sé stesso. Non bastasse questo, da Ocse arrivano segnali di rallentamento della crescita nell’area nel quarto trimestre 2017.

Per fortuna buone nuove arrivano da Bankitalia, che ha pubblicato gli ultimi dati sulla bilancia dei pagamenti e la posizione estera.

Nel 2017 il nostro surplus corrente è arrivato al 2,9% del pil, ben 50 miliardi, spinto dall’incremento dei redditi primari, ossia le nostre rendite sull’estero, cresciuti da 5 a 11 miliardi, dalla riduzione del deficit sui servizi, a -1,8 miliardi da -2,8, con l’avanzo delle merci che si contrae dai 59,8 miliardi del 2016 a 56,7. Se avessimo politici alfabetizzati, questi semplici numeri suggerirebbero loro che serve una strategia per rilanciare la nostra economia dei servizi per compensare gli andamenti avversi del saldo delle merci, che dipende, oltre che dalla domanda estera, dagli andamenti petroliferi. E poi magari fare una riflessione sulla rilevante quota di ricchezza estera degli italiani, che ha originato le rendite di cui sopra. Ma così sarebbe troppo difficile fare politica. Tagliamo il canone va.

A domani.

 

 

I petrolieri di Internet: Le Sirene di Google e Facebook

Se i dati sono il nuovo petrolio, come suggerisce più di un esperto, allora le reti sottomarine sono i nuovi oleodotti dove il petrolio digitale circola a velocità inimmaginabili congiungendo posti fra loro lontanissimi nel tempo di un click. Controllare queste reti, in mondo dove nascono e proliferano infiniti servizi che finiscono sul mercato, diventa strategico, innanzitutto per coloro che su questo business hanno costruito la loro fortuna. Quindi le websoft, per cominciare, che dopo aver inventato nuovi mercati e penetrato quelli vecchi – pensate a Netflix per l’intrattenimento in streaming e Amazon per le vendite al dettaglio – ormai si apprestano a varcare l’ultimo portone riservato all’economia tradizionale: le banche,  e quindi il credito, e, dulcis in fundo, la moneta. I segnali già sono visibili, pure se servirà ancora tempo per vederli diventare qualcosa di più concreto.

Tutto ciò abbisogna di infrastrutture per essere condotto e valorizzato. E gli esperti hanno ormai chiara la convenienza dei trasformatori/venditori di dati, chiamiamoli così, a diventare anche padroni delle reti sulle quali viaggiano i loro treni carichi di informazioni. Questa non è una semplice tendenza, ma una realtà ormai consolidata. L’evoluzione della rete di cavi sottomarini ormai è costante e sempre più complessa nel suo articolarsi, con relazioni sempre più complesse fra le aziende che animano questa rivoluzione silenziosa e gli stati che in qualche modo vi partecipano. E ciò che di nuovo si osserva è la presenza, sempre più frequente, dei giganti di Internet. Le ultime notizie dal mondo sottomarino raccontano, ad esempio, di Google che ha lanciato il progetto Curie, il primo cavo sottomarino totalmente privato (ossia di sua proprietà) che collegherà Los Angeles al Cile. Un progetto che segue di pochi mesi un altro, parimenti ambizioso, che vede stavolta Google in consorzio con altre entità, fra le quali c’è anche Facebook per la posa del cavo Havfrue, che in danese significa Sirena, un gigante da quasi 9.000 km, progettato per collegare il New Jersey con la Danimarca e l’Irlanda, con la possibilità di estendersi fino alla Norvegia. Il primo da quasi vent’anni che viene realizzato per collegare queste due parti del mondo. Il cavo, dove i dati viaggeranno a 108 Tbps, dovrebbe essere operativo per la fine dell’anno prossimo, aggiungendosi alla già fitta rete di cavi, ormai oltre 400, che affolla in fondali oceanici. La presenza di Google, che è attiva nel settore da un decennio, non è certo casuale. La stessa compagnia ne ha spiegato le ragioni nel suo blog, mostrando come ormai la compagnia californiana sia un realtà più che consolidata nel business della rete sottomarina, essendo presente in qualità di investitore in ben undici progetti.

In tal modo Google ha creato un network notevolissimo che si articola non solo lungo la sua rete di cavi, ma in centinaia di nodi e vari data center realizzando un’infrastrutture dove la stessa Google stima circoli il 25% del traffico internet complessivo. In pratica un quarto del traffico dati gira sui suoi server, con tutto ciò che comporta sul versante dei vantaggi commerciali. Google ha investito moltissimo sulla posa di cavi sottomarini, 30 miliardi negli ultimi tre anni. E il perché l’ha spiegato Brian Quigley, direttore delle infrastrutture di rete, in un altro post pubblicato alcuni mesi fa sul blog aziendale. “La missione di Google è di connettere le persone alle informazioni globali con un’infrastruttura veloce e affidabile. Dai data center ai cavi sottomarini, siamo impegnati a costruire infrastrutture che raggiungano un numero di persone superiore a quello mai visto prima”. In sostanza, realizzare un nuovo sistema nervoso di Internet made in Google.

L’arrivo dei giganti della rete, d’altronde, ha modificato sostanzialmente l’infrastruttura sottomarina. Nata per le esigenze delle compagnie telefoniche, potenziata per quelle dei grandi trader internazionali, con l’arrivo delle tecnologie di streaming e delle cloud è diventato vitale per le websoft esserci e avere voce in capitolo in queste infrastrutture, dove il confine fra le esigenze commerciali e le logiche geopolitiche si va sempre più affievolendo. Le relazioni di queste compagnie con gli stati, quasi sempre partner dei giganti della rete per il tramite delle loro compagnie telefoniche, diventano parte integrante di una nuova geografia che non si basa più sui confini fisici, ma su quelli assi più sfumate e insieme ampie delle rotte digitali. Una breve rassegna delle operazioni più conosciute basterà a rendersene conto.

Poco più di un anno fa sempre Google ha acceso i suoi server a Cuba. La compagnia californiana è stata la prima azienda hi tech a mettere piede sul suolo cubano, dopo che Obama, nel luglio del 2015, aveva deciso di riaprire le relazioni diplomatiche con la storica nemica. Una rapida chiacchierata con la compagnia telefonica locale ETECSA, a dicembre 2016 e poi, a fine aprile 2017, i server sono stati attivati. Un passo importante per i cubani, ma non ancora risolutivo. Cuba infatti ha uno dei più bassi livelli di connettività al mondo. Google dovrà fare qualcosa di più per i cubani: fare arrivare una connessione stabile, potente e sostenibile. Per riuscire non basta un data center: serve un’infrastruttura fisica dove far viaggiare le informazioni e in tal senso il futuro varo di Curie, previsto nel 2019 potrebbe essere l’asso nella manica. Ma se l’America Latina è un mercato importante, è l’Asia il futuro. Infittire i collegamenti con i popolosissimi mercati asiatici è la vera scommessa per le compagnie internet, e infatti buona parte degli investimenti si orientano verso quella parte del globo.

All’inizio del 2017, infatti, è stato annunciato l’ultimo grande progetto sviluppato da Google in partnership con altri. Si chiama Indigo ed è un cavo gigantesco che si propone di collegare Singapore all’Australia, con un nodo anche a Jakarta e Taiwan, realizzato in consorzio con AARNet, Indosat Ooredoo, Singtel, SubPartners, e Telstra che dovrebbe essere acceso entro nel primo trimestre del 2019. Il cavo sarà lungo circa 9,000 km per una capacità di 36TBps. Questi moderni petrolieri, infatti, sono avveduti abbastanza da capire che non possono farcela da soli né possono concedersi il lusso di essere schizzinosi quando devono tessere alleanze: posare un cavo sottomarino richiede enormi capitali e consenso politico. Per questa ragione Google non ha avuto alcuna esitazione ad allearsi di nuovo con Facebook, ossia uno dei suoi principale concorrenti all’egemonia sulla rete, e coi cinesi per costruire insieme ad altri partner il Pacific Light Cable Networ (PLCN) un cavo lungo quasi 13.000 chilometri che si propone di essere la prima autostrada sottomarina a collegare Hong Kong con Los Angeles. Le masse asiatiche, così come quelle latino-americane, circa 330 milioni di persone, sono il target ideale di qualsiasi capitalista che offra servizi di massa. Nel frattempo ci sono cavi già attivi che portano il marchio Google. A maggio 2016 è stato annunciato Faster, un cavo da realizzare in collaborazione con China Mobile International, China Telecom Global, Global Transit, KDDI, SingTel costato 300 milioni di dollari, e lo stesso mese Facebook e Microsoft hanno annunciato che avrebbero posato insieme un cavo sotto l’Atlantico – chiamato Marea – capace di offrire una velocità di trasmissione di 160 TBps. Questa mostruosa quantità di dati sembrerà esagerata, ma basta ricordare quanto Microsoft stia investendo sui servizi in cloud e il mercato dei giochi on line, con la sua X box per capire che così non è.

Quanto a Facebook, ha investito e sta investendo massicciamente sui video, lo streaming e le varie forme di realtà aumentata che gli suggerirà la fantasia dei suoi ingegneri. La velocità di banda, insomma, non è mai troppa. “I grandi content provider – ha spiegato in una intervista a Wired Tim Stronge, vide presidente di Telegeography, azienda di consulenza attiva nel settore dei cavi sottomarini – hanno enormi e spesso imprevedibili bisogni di traffico fra i loro data center. I loro bisogni sono tali che ha senso per loro costruire i cavi invece di comprarli. Possedere la fibra dà anche la flessibilità si effettuare gli upgrade quando ne avvertono la necessità senza essere soggetti alle decisioni di terze parti”. Ragioni tecniche ed economiche, insomma, sono alla base di queste decisioni. Se torniamo a Google, osserviamo che la sua esperienza nel settore è iniziata ben dieci anni fa. A febbraio del 2008, mostrando una notevole lungimiranza, fu annunciato, sempre sul blog aziendale, la partecipazione a un consorzio internazionale per la realizzazione di Unity, un cavo di 9.600 km fra Los Angeles e il Giappone. Più avanti l’attenzione si è spostata verso l’America Latina. Nel 2014 fu annunciata la costruzione di COTA (Cable of The Americas), un cavo da Boca Raton, in Florida fino a Fortaleza e Santos, in Brasile, frutto della collaborazione dei californiani con Brazil’s Algar Telecom, Uruguay’s Antel, and Angola Cables. L’Europa è arrivata solo più tardi, con il progetto Sirene. Ma è chiaro che rimane l’Asia il mercato più strategico. Sempre Facebook, per fare un altro esempio, oltre a Marea ha investito sull’Asia Pacific Gateway, un cavo teso fra la Malesia, Singapore, Vietnam, Hong Kong, Taiwan, Cina, Giappone e Corea. Anche Microsoft è attiva nel business dei cavi sottomarini dal 2014. Ha investito in diversi progetti, con focus fra Usa, Canada e UK, ma senza dimenticare l’Asia. Ultima in ordine d’arrivo è stata Amazon, che ha comprato una quota di capacità dell’Hawaiki submarine cable per migliorare la latenza nelle trasmissioni fra Australia e Usa e che dovrà attivarsi entro giugno 2018. Nell’arco di pochi anni, insomma, c’è stata una sostanziale evoluzione negli abissi marini. I nuovi petrolieri di Internet stanno lentamente conquistando spazio per creare e popolare i loro paradisi elettronici che ormai raccolgono miliardi di persone. Forse è esagerato parlare della nascita di nazioni digitali. Ma non così tanto. Forse è semplicemente prematuro.

(2/fine)

Prima puntata.

Cartolina: I salari Usa crescono, ma anche no

Viviamo immersi in un mondo di narrazioni, la cui fondatezza è basata esclusivamente sul numero di persone che le condividono, scritte apposta per costruire certezze. Per cui suscita scontento chi dubita, chi offre strapuntini di ragionamento, chi – semplicemente – cerca dimostrazioni. Una delle storielle più ripetute in queste settimane, nelle quali le borse rifiatano dopo aver corso fino all’inevitabile infarto, è che la crescita dei salari Usa abbia acceso il motore dell’inflazione, che da anni gira a bassa intensità, e ciò potrebbe indurre la Fed a fare più di ciò che sta facendo per alzare i tassi di interesse, con conseguenze potenzialmente distruttive sui mercati finanziari. Gli osservatori più occhiuti e consapevoli sanno bene quanto fragile sia questa catena di ragionamenti, ma tanto basta ad accendere il dibattito, e così sia: l’inflazione sale per colpa della crescita dei salari, le borse calano per la paura della Fed. Facile e rassicurante. Rimane poca attenzione per chi voglia sapere oltre a credere. Giusto due righe per guardare ai dati che mostrano come, nel migliore dei casi, prendendo a esempio il dato sui guadagni orari, l’aumento reali dei salari al novembre 2017 sia stato di circa il 4% rispetto al livello di giugno 2009. Scusate se è poco.

Cronicario: Vino e pecorino si vendono meglio del telefonino

Proverbio del 15 febbraio Meglio un nemico intelligente che un amico sciocco

Numero del giorno: 36 Aumento % debito pubblico Italia nel 2017 sul 2016

Stai a vedere che la notizia del giorno è che abbiamo esportato un sacco di roba nel 2017, mi dico, osservando l’ultima release Istat sul commercio estero, prima di essere distratto da una notizia succulenta arrivata dall’estero.

E che ci può essere di più interessante di 47,5 miliardi di surplus commerciale in un anno, che sarebbero stati 81 senza la componente energetica, a parte il fatto che gas e petrolio si sono mangiati quasi la metà dei nostri profitti commerciali?

Gli Usa: what else? Accade tutto laggiù. Mentre i nostri teleradiowebgiornali ci stupidivano con le minchiate da campagna elettorale – se vi appassiona quella roba avete sbagliato canale – a un certo punto i capi di Fbi, Cia e Nsa, ossia i Grandi Spioni americani, lanciavano al Congresso Usa un allarme risuonato in tutto il mondo, come merita un allarme lanciato dai meglio ficcanaso conosciuti (quelli sconosciuti sono più bravi ovviamente): non comprate smartphone cinesi come quelli di Huawei o gli ZTE, rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale. “Il rischio principale – ha detto il boss dell’Fbi – è quello di permettere a società vicine al governo di Pechino di infiltrarsi nella rete tlc Usa, con la possibilità di rubare o modificare informazioni e di fare spionaggio”.

Vi sembra una cosa seria? A Verizon, che un paio di settimane fa ha deciso di non associare più Huawei alle sue offerte commerciali, facendo il paio con quanto deciso a inizio gennaio da AT&T, deve essere sembrata serissima. Ma il vostro Cronicario, che sente a miglia la puzza di fregature, non ci è cascato. La storiella che gli Usa temono lo spionaggio dei telefonini cinesi, in un mondo pervaso da una crescita costante di device e microchip prodotti in Asia, mi ha ricordato un bel paper diffuso qualche tempo fa dal Fmi dove si notava l’incredibile crescita dell’export cinese di smartphone, col picco del +150% raggiunto ai primi del 2016, con il mercato Usa a far la parte del leone col 28% del totale delle importazioni.

Questo in un mercato che nel 2016 ha contato un miliardo e mezzo di smarthone venduti, uno ogni cinque abitanti nel mondo, maturato in un pugno di anni tanto da far sospettare che ormai sia saturo.

Un mercato dove Apple fa la parte del leone. A proposito, ma gli IPhone (tutti) prodotti in Cina sono meno pericolosi dei Huawey? O il fatto che la Samsung abbia stracciato la Intel nella vendita di semiconduttori è un pericolo per la sicurezza nazionale?

Siccome nessuno sa dove si annodi il bug che ti spia quando c’è di mezzo l’hi tech, mi sorge il sospetto che l’allarme proditorio risuonato nelle aule del Congresso (a quando quello sugli antivirus russi?) sia il modo contemporaneo di declinare la competizione commerciale nel mercato dei telefonini, che si sospetta abbia raggiunto il picco nel 2015, tanto che Apple ormai deve rilasciare almeno tre telefoni l’anno per accendere la libidine dei consumatori.

Più che guerra di spie, guerra da bancarella, insomma. Una sensazione che mi viene confermata dal fatto che la Huawey poco dopo la sparata degli 007 abbia pubblicato una nota nella quale ha accusato il governo Usa di voler inibire il loro business, con chicca finale per gli appassionati delle risse: “Huawei gode della fiducia di governi e clienti in 170 paesi in tutto il mondo e non pone rischi di cyber security più elevati di qualsiasi altro fornitore del settore tlc, condividendo la catena distributiva e capacità produttive”. Come dire: chi non spia scagli la prima pietra.

Di fronte a questa sciarada, mi convinco che ancora una volta che la prima impressione è davvero quella che conta. Avevo colto il succo prima che gli spioni mi distraessero: la vera notizia del giorno è il nostro surplus commerciale, specie quando leggo che secondo Coldiretti abbiamo fatto il record, oltre 41 miliardi, di export dall’agroalimentare. Praticamente quasi quanto il totale del surplus. Primeggiano le esportazioni di formaggi (+9), salumi (+8%) e vino (+7%). Altro che smartphone. Il mercato per vino, prosciutto e pecorino non si satura mai. Al massimo si sazia.

A domani.

L’occupazione europea cresce sempre più. Per gli anziani

La Bce, nel suo ultimo bollettino, propone un articolo molto interessante sulla ripresa del mercato del lavoro nell’eurozona che ci consente di capire quali siano state le determinanti della ripresa occupazionale nell’area. Per avere un’idea del progresso fatto, può essere utile riportare gli ultimi dati Eurostat.

La diminuzione della disoccupazione è stata associata a una crescita del tasso di partecipazione, che è in relazione con l’aumento della forza lavoro. Il tasso di partecipazione misura infatti il rapporto fra la forza lavoro di un paese e la popolazione civile in età lavorativa. La forza lavoro invece è la somma di lavoratori occupati e lavoratori in cerca di occupazione (e quindi disoccupati). Il tasso di disoccupazione è il rapporto fra il numero dei disoccupati e la forza lavoro. Aumentando la forza lavoro, ossia il denominatore, il tasso di disoccupazione potrebbe scendere pur rimanendo fermo il numero dei disoccupati, esattamente come accade quando aumentano gli inattivi. E’ bene ricordare sempre queste definizioni sennò non si colgono le sfumature dei dati. “Attualmente – scrive la Bce – la forza lavoro è maggiore del 2 per cento rispetto a prima della crisi”. Quindi questo andamento ha sicuramente contribuito al miglioramento del dato sulla disoccupazione. Ma ovviamente non è stato il solo. “Sono tre i principali fattori che hanno contribuito all’aumento dell’offerta di lavoro nell’area dell’euro negli ultimi decenni: il numero crescente di donne e persone più anziane occupate o in cerca di lavoro e l’immigrazione”.

Di questi tre fattori, il più interessante, anche per la sua influenza quantitativa, è sicuramente il primo, che è stato notevolmente influenzato da alcune riforme strutturali che sono intervenute all’indomani della crisi in alcuni paesi europei. In particolare la riforma delle pensioni. Tutti e tre i fattori, tuttavia, hanno contribuito all’aumento dell’offerta di lavoro, risalita ormai al livello pre-crisi.

Ma per apprezzare meglio il contributo dei singoli fattori, si può guardare a quest’altro grafico, che analizza come si sia distribuito fra i vari fattori l’incremento dell’occupazione fra il 2013 e il 2017.

Come si può osservare – ricordate che stiamo parlando dell’intera eurozona – quasi l’80% della nuova occupazione creata nel periodo ha riguardato la classe dei 55-74enni, con le donne in leggera prevalenza e il livello di istruzione più elevato con contratti in gran parte a tempo pieno, pure se la Bce osserva il “forte ricorso a
contratti a tempo parziale”.

Come si spiega questa prevalenza dei lavoratori più anziani? Da una parte dipende dal fatto che la generazione del baby boom sta diventando più attempata, aumentando quindi questa popolazione. Questa dinamica interessa tutti i paesi dell’area. Ma la vera novità è che a tale invecchiamento naturale non abbia corrisposto contemporaneamente un uscita equivalente dal mondo del lavoro. Malgrado sia aumentato il numero delle persone in pensione, infatti, è aumentato altresì il tasso di partecipazione della popolazione più anziana. Anche questo fenomeno ha interessato tutti i paesi dell’area, ma non tutti con la stessa intensità.

Le riforme pensionistiche, fatte in Francia e Germania prima della crisi e in Italia e Spagna dopo la crisi, hanno sicuramente contributo a questo trend ma non per tutti con la stessa intensità. “L’età pensionabile stabilita per legge è aumentata in tutti i principali paesi dell’area dell’euro – scrive la Bce -. Tuttavia, l’età pensionabile effettiva è cresciuta in maniera significativa solo in Germania, segnatamente da 59
anni nel 1996 a 62,7 anni nel 2014”. In Italia si osserva una maggiore inclinazione della curva a partire dal 2012, talché il tasso di partecipazione di questa coorte sfiora il 30%, superiore a quello della Francia ma ben al di sotto di quello tedesco che gravita intorno al 45. D’altronde l’Ocse ha di recente certificato che l’età effettiva di pensionamento in Italia, in virtù dei varie espedienti concessi dai governi (ad esempio i cd Ape social), rimane molto bassa.

La crescita di occupazione nella fascia d’età 55-74, tuttavia, è stata rilevante, cumulandosi l’effetto dell’aumento del tasso di partecipazione con quello dell’invecchiamento della popolazione, col primo driver a prevalere sul secondo.

E’ interessante altresì osservare che dal 2000 si è notevolmente allargato il gap fra i tasso di disoccupazione dei più anziani e quello fra la popolazione in piena età lavorativa.

“I livelli generalmente bassi dei tassi di disoccupazione della popolazione in età più avanzata rispetto a quella in altre fasce di età si spiegano con il fatto che la popolazione in età più avanzata tende ad alternare lo stato di occupazione a quello di inattività piuttosto che quello di occupazione a quello di disoccupazione”. Questo forse spiega perché i 55-74enni abbiano un tasso di disoccupazione vicino a quello pre crisi, mentre il contrario non può certo dirsi per i giovani. Sono loro i veri sconfitti dalla crisi. E non solo perché faticano a trovar lavoro, ma perché in gran parte si tratta di lavoro temporaneo o a tempo parziale.

In tali condizioni è lecito supporre che questi giovani avranno una vecchiaia complicata.

 

Cronicario: La love story dello Zerovirgola fra Giappone e Italia

Proverbio del 14 febbraio Una gioia copre cento dolori

Numero del giorno 118 Incremento % utili di Baidu nel IV trimestre 2017

Siccome è San Valentino e il vostro Cronicario è schiavo come ognuno delle ricorrenze, oggi dovrei mandarvi dei fiori e parlare d’amore riuscendo persino a non addormentarmi nel frattempo.

Ma siccome il Cronicario è sempre il Cronicario e notoriamente voi siete assetati di aridi numeri, approfitto del pretesto che mi offrono gli ultimi dati del pil italiano, cresciuto nientemeno che dello 0,3 nell’ultimo trimestre 2017, per raccontarvi una love story poco conosciuta e tuttavia sotto gli occhi di tutti: l’attrazione fatale fra noi e i giapponesi, esperti come noi nella pratica della crescita Zerovirgola. Per dire, hanno nell’ultimo trimestre 2017 hanno fatto lo 0,1% su base trimestrale e lo 0,5 su base annua e festeggiano pure. “Credo non ci si sbagli a dire che l‘economia si trova in uno stato piuttosto buono”, ha detto alla Reuters il capo economista di Dai-ichi Life Research Institute Yoshiki Shinke.

Si festeggia anche perché il Giappone è riuscito a infilare il suo ottavo trimestre consecutivo di crescita. Un miracolo paragonabile all’apparizione della Madonna, visto che si verifica a intervalli similarmente ampi. In questo caso, non succedeva dal 1989. E guardate adesso noi.

Abbiamo inanellato il nostro quattordicesimo rialzo consecutivo, portando la crescita 2017 all’1,5, il triplo di quello del Sol Levante. Siamo meglio dei giapponesi: per questo ci amano Siamo i giapponesi dell’Ue. Nel senso che siamo gli ultimi della classe dell’EZ per crescita, ma con grande dignità.

Notate come la curva della crescita dell’Eurozona incroci quella Usa, e poi aprite le orecchie perché anche oggi risuona il frastuono allarmato dei gufi di mestiere, che si sono accorti che l’inflazione Usa è cresciuta più del previsto, arrivando al 2,1% su base annua. Basta questo a far ripartire la tiritera che le borse calano perché hanno paura che la Fed alzi i tassi prima e più del previsto. Roba talmente stucchevole, specie in un giorno di festa, che preferisco cedere al sadomasochismo e osservare la Germania che ha fatto lo 0,6 di Pil in più sul trimestre precedente e il 2,9 su base annua stracciando tutti.

Dovendomi consolare noto soddisfatto che la nostra crescita è stata poca ma buona, perché ci stanno dentro sia la domanda interna che quella estera netta. E per giunta mamma Istat mi rassicura riportando che pure se adesso andassimo piatti per tutto l’anno, comunque chiuderemmo il 2018 con un +0,5%.

Leggo persino un economista della nostra Nomisma sottolineare che nel 2017 “si sono cominciati a vedere gli effetti del consolidamento fiscale e delle riforme strutturali, dal Jobs Act a Industria 4.0”. Vedete quanto somigliamo al Giappone? E questo tizio non è neanche l’ultimo giapponese. E’ il primo di una lunga serie.

A domani.

 

I consigli del Maître: L’estinzione degli italiani e gli anziani al lavoro

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

I progetti cinesi sull’Artico. Il governo cinese ha pubblicato alla fine di gennaio un paper molto interessante sulla Polar silk road, la via della seta sull’Artico, del quale molto poco si è discusso sulla stampa italiana al contrario di quella estera. Un peccato perché la tematica è di grande interesse atteso che nell’Artico sono custodite enormi riserve di risorse energetiche, il 13 di quelle petrolifere non scoperte e il 30% del gas, e soprattutto lo scioglimento dei ghiacci sta favorendo la nascita di nuove rotte commerciali, che minacciano di terremotare le consuetudini del commercio internazionale spostando i traffici dal sud al nord del mondo.

La Cina dal 2013 ha ricevuto lo status di osservatore in senso all’Arctic Council, il forum intergovernativo dei paesi che hanno prossimità con il Polo, ed è divenuta assai attiva in quel consesso, per lo più utilizzando le relazioni con la Russia, tramite le partecipazioni acquistate nella Russian Yamal Liquified Naturale Gas (LNG), una iniziativa della compagnia russa Yamal per estrarre gas dall’Artico. Anche l’Italia ha il ruolo di osservatore nel Consiglio Artico, ma a quanto pare non siamo molto attivi. Peccato, perché lo spostamento dei traffici commerciali verso nord dovrebbe interessare molto un paese che esporta come il nostro. Ma non è mai troppo tardi per applicarsi.

La lenta estinzione degli italiani. Gli ultima dati Istat sull’andamento della nostra demografia, aggiornati al 2017, confermano che la condizione della popolazione è in costante peggioramento. Anche l’anno scorso la popolazione è  diminuita, di circa 100 mila unità, visto che sono morte più persone di quante ne sono nate e il saldo migratorio non è bastato a compensare. I nati sono stati il 2% in meno del 2016, 462 mila bambini, un nuovo minimo storico, 112 mila italiani sono emigrati, e ormai gli ultra65enni hanno superato il 22% della popolazione, a fronte di poco più del 13% degli 0-15enni. Gli immigrati sono circa 5 milioni, e senza di loro saremmo 55 milioni invece dei circa 60 che siamo adesso. La speranza di vita è stabile, intorno agli 80 anni per gli uomini e gli 84 per le donne. Ma con queste cifre, le speranze di crescere non sono certo esaltanti.

La crescita dell’occupazione di donne e anziani nell’EZ. L’ultimo bollettino economico della Bce ha sottolineato il notevole contributo dato alla crescita dell’occupazione nell’area nella fase della ripresa economica dall’aumentata offerta di lavoro da parte di donne e persone in età avanzata, oltre ai flussi migratori. A conclusione dell’osservazione gli economisti della Bce deducono che nel medio lungo termine l’offerta di lavoro diminuirà in corrispondenza dell’invecchiamento della popolazione per questo sarebbero necessarie politiche volte a sostenere la forza lavoro e la crescita dell’occupazione, ad esempio attraverso l’assistenza ai disoccupati di lunga durata, dei migranti e di altre categorie che si connotano per i bassi tassi di partecipazione. E’ interessante sottolineare, tuttavia, che all’aumentata offerta di occupazione registrata in questi ultimi anni ha contribuito significativamente anche l’aumento dell’età pensionabile.

Malgrado siano aumentati i pensionati, sono aumentate anche le persone di età superiori ai 55 anni che lavorano, anche per l’ingresso della generazione del baby boom in questa coorte. Di conseguenza cresce anche il tasso di partecipazione.

Noi italiani abbiamo lasciato solo l’anno scorso l’ultimo posto ai francesi. D’altronde siamo il paese dell’Ape. L’età pensionabile stabilita per legge è aumentata in tutti i principali paesi dell’area dell’euro. Tuttavia l’età pensionabile effettiva è cresciuta in maniera significativa solo in Germania, segnatamente da 59 anni nel 1996 a 62,7 anni nel 2014. Fra il dire e il fare…

Il profondo rosso del deficit commerciale americano. A dicembre il deficit commerciale Usa ha raggiunto un altro picco, superando i 53 miliardi di dollari, il più ampio dall’ottobre 2008 che tutti ricordano come il mese nero dell’economia Usa e poco dopo internazionale. Il deficit è cresciuto verso i principali partner, a cominciare dalla Cina ed è un segnale che le politiche intraprese dall’amministrazione Trump non sembra stiano raggiungendo l’obiettivo prefissato, ossia recuperare l’ampio deficit nei commerci dal parte del gigante americano.

Come si vede dal grafico, il deficit è migliorato solo in conseguenza del crollo del commercio internazionale. Se questo è il prezzo da pagare, forse gli Usa farebbero bene a tenerselo.

La Cina fa la sua mossa nel Grande gioco economico dell’Artico

La Cina ha inaugurato il 2018 con una mossa di grande peso geopolitico destinata a riaprire il dibattito sul futuro dell’Artico, il Grande Nord celebrato da poeti e geografi, l’ultimo spicchio di terra rimasto da scoprire, letteralmente. Questa scoperta si sta compiendo da diversi anni, da quando lo scioglimento dei ghiacci sta liberando enormi porzioni di territorio che rendono la terra polare non solo più facilmente navigabile, ma consentono ai mezzi dell’uomo di avventurarsi alla ricerca delle straordinarie risorse naturali che qui sono custodite. Risorse alimentari – grandi banchi di pesce – e soprattutto energetiche, visto che le stime ipotizzano che sotto il ghiaccio sempre più sottile dell’Artico siano custodite enormi cassaforti energetiche di petrolio e gas. Si stima addirittura il 25-30 % del totale delle riserve non ancora sfruttate. Ma non c’è solo questo. Per capire la straordinaria importanza strategica dell’Artico bisogna osservare una mappa o un planisfero e notare come dal vertice del mondo si dipanino straordinari vie di comunicazione che collegano gli Oceani diminuendo vertiginosamente le distanza fra mercati lontanissimi.

Questo scenario sottintende enormi complessità che la geografia simboleggia nel bacio che sembra si scambino l’estrema propaggine statunitense con quella russa, dove si incrociano i due passaggi, quello Nord Occidentale quello Nord Orientale che danno accesso agli oceani. I due giganti della politica separati da un cerchio di ghiaccio, che non solo si sta sciogliendo, ma che custodisce anche enormi tesori. Per molto meno ci sono stati gradi crisi, in passato.

Il risiko si è complicato da quando la Cina ha bussato alla porta del Consiglio Artico, il forum intergovernativo che raggruppa i paesi che confinano col Circolo polare ed è stata annoverata, nel 2013, fra gli osservatori permanenti. Anche l’Italia fa parte dei tredici paesi ammessi a partecipare ai meeting dell’organismo, ma certo con assai meno influenza e peso politico, non potendo contare, a differenza delle Cina, su grandi risorse finanziarie e soprattutto del sostegno indiretto della Russia, alla quale la Cina ha messo a disposizione le sue straordinarie risorse, finanziarie ma anche industriali e commerciali. Un altro pezzetto del puzzle che la Cina sta componendo con orientale pazienza per disegnare il nuovo volto della relazioni internazionali, che segue idealmente a quello della Belt and Road Initiative (BRI), lanciata dai vertici cinesi pochi anni fa, ossia un sistema di collegamenti infrastrutturali capaci di saldare l’Eurasia all’Africa. Un disegno ambiziosissimo che nella visione cinese include circa 60 paesi. Ne riparleremo.

Adesso anche il Circolo Polare sembra entrato di diritto nella partita globale giocata da Pechino. Alla fine di gennaio, infatti, il governo cinese ha pubblicato un libro bianco sulla “Polar silk road”, che passa dall’Artico che ha avuto moltissima evidenza all’estero (e quasi nulla in Italia) dove si delinea la visione del governo cinese sul futuro di questa nuova via della seta, che potenzialmente potrebbe rivoluzionare le rotte commerciali con ricadute notevolissime sugli scambi internazionali e sulla logistica portuale. Questione che dovrebbe interessare vivamente paesi come il nostro che sull’export di merci ha fondato la sua ripresa economica. Basterà solo un esempio a far comprendere i risvolti economici potenziali. Attraverso le attuali rotte commerciali servono nove-dieci giorni per trasportare merci dalla Cina all’Europa passando dal Mar meridionale della Cina, l’Oceano Indiano e il Canale di Suez. Al contrario la Polar silk road immaginata dai cinesi potrebbe collegare l’Asia all’Europa attraverso le rotte costiere della Russia in maniera assai più rapida e soprattutto attraversando un’area politicamente più stabile e meno esposta alla pirateria, pure se con la complicazione che le rotte artiche sono utilizzabili solo utilizzabili solo nei mesi estivi.

Al momento le due rotte principali sono il passaggio Nordoccidentale e quello Nordorientale (Northwest Passage, NWP e Northeast Passage, NEP), e ce n’è un terzo la Transpolar Sea Route, che passa proprio in mezzo ai due passaggi fondamentali, che può essere utilizzata solo da pesanti navi rompighiaccio. In generale l’Artico soffre di un grande deficit infrastrutturale. Ed è per questo che nel suo libro bianco la Cina ha invitato le aziende a investire nella regione, cosa che peraltro è  già avvenuto anche se tramite le compagnie sovietiche. Lo vedremo più avanti. Per il momento accontentiamoci di rilevare che l’approccio cinese alla questione artica è assolutamente morbido, ma non per questo meno invasivo. La Cina vuole essere cooperativa e rispettosa delle complessità non solo geopolitiche ma anche ambientali sottintese nella “storica opportunità dello sviluppo dell’Artico”, come spiega il documento. Nel lungo paper, che illustra l’approccio politico cinese, il paese sottolinea più volte di voler essere rispettoso dell’ambiente, di voler promuovere la pace e la stabilità nell’area, di voler utilizzare le risorse artiche nel rispetto delle leggi internazionali e in maniera razionale e di voler contribuire ad approfondire l’esplorazione e la comprensione dell’Artico. Una dimostrazione di buone intenzioni che fa il paio con i tanti segnali che la Cina ha lanciato alla comunità internazionale per accreditarsi quale partner affidabile e di peso assimilabile, se non uguale, a quello degli Usa, dai quali arrivano messaggi che lasciano pensare a una crescente voglia di disimpegnarsi delle complessità della global governance, ammesso che ciò sia possibile.

Per arrivare a questo punto la Cina ha tessuto un paziente disegno di relazioni, costruendola su quella principale con la Russia, probabilmente la più importante nella partita artica. E questa storia merita un approfondimento a parte.

(1/segue)

Puntata finale

Cartolina: La Grande Trasformazione dei media

Provare a capire che sarà di quel piccolo mondo antico di giornali, radio, televisioni, con i suoi riti e le sue insopportabili manie, una volta che la Grande Trasformazione iniziata negli Usa sarà portata a compimento è esercizio arduo anche per i previsori più spericolati. E’ difficile far congetture che non siano distopiche: i media, ormai strutture complesse con le radici in forma di cavi sottomarini che fioriscono sul nostro smartphone, grazie al quale ci trasformano in user onnivori e saccenti. Stomaci parlanti. Media noi stessi infine, sempre da soli pure se con milioni di follower. Ma poiché nessuno conosce il futuro, per adesso possiamo solo osservare Netflix, che ha creato dal nulla un mercato gigantesco usando le tecnologie di streaming, mentre At&T prova a conquistare Time Warner e la Disney compra la 21 Century Fox. I distributori di dati tentano di integrare i creatori di contenuti per realizzare il veicolo perfetto per l’intrattenimento digitale, il grande business del XXI secolo. Sullo sfondo s’intravedono i giganti del web. La capitalizzazione di uno solo di loro è superiore a quella di tutti i soggetti tradizionali messi insieme e già questo basta a valutarne il peso specifico in questo particolarissimo ecosistema. Facebook, Apple, Google e gli altri nascono già integrati. Sono nativi digitali. Stanno in cima alla catena alimentare. Nessuno conosce il futuro. Ma si può coltivare qualche sospetto.