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Miti del nostro tempo. La relazione fra liberalizzazione dei capitali e diseguaglianza

Alzi la mano chi non hai mai sentito, ripetuto o magari tentato di confutare la tesi che l’aumento della liberalizzazione dei capitali, che di solito si data a partire dagli anni ’80 – gli anni di Reagan e della Thatcher, per essere chiari – sia stata una delle ragioni che hanno provocato l’aumento della diseguaglianza della quale non riusciamo a smettere di parlare. La libera circolazione del denaro, insieme alle riforme fiscali e all’abbattimento delle tariffe, è stato da sempre considerato da una certa vulgata come un’architrave dell’odiato neoliberismo, di tanto in tanto in versione turbo, che ha seminato fame e miseria nel mondo a vantaggio del mitico un per cento della popolazione sempre più ricco. Anzi: dell’un per cento dell’un per cento. Come se la ricchezza si fosse concentrata sul ristretto cocuzzolo di una montagna, lasciando al resto dell’umanità pietre e sterpi.

Questa rappresentazione vagamente fumettistica, che però viene presa sul serio da molte persone, anche degnamente titolate, ogni tanto stimola la curiosità di qualche specialista che si azzarda a fare quello che la vulgata non reputa sia necessario, nutrendosi ampiamente delle proprie certezza: andare a vedere i numeri. E per fortuna, viene da dire.

Questa volta il merito va ad alcuni analisti della bis di Basilea, che sono andati a vedere se questo collegamento fra apertura finanziaria e diseguaglianza sia fondata, e, se sì, fino a che punto.

L’analisi esordisce ricordando che “secondo la maggior parte degli studi, il principale determinante del recente aumento della diseguaglianza si è osservata sul versante domestico” La tecnologia, in particolare, è stato una potente acceleratrice per alcune tendenze. Si è osservato infatti che i redditi di chi lavora in questo settore e possiede competenze elevate sono cresciuti più del resto della popolazione, e questo apre un’altro discorso importante quanto sottovalutato dalla nostra mitologica vulgata: il livello dell’istruzione. E poi rimangono da considerare gli effetti redistributivi dell’imposizione fiscale e l’influenza degli accordi con le associazioni sindacali.

Ma allora che ne è della liberalizzazione dei capitali? “La maggior parte delle evidenze empiriche
sottolineano una relazione moderatamente positiva, che tende ad essere più forte per l’apertura finanziaria che per l’apertura commerciale”. Quindi, esiste un qualche tipo di relazione, ma assai meno determinante – per non dire deterministica – di quello che sempre la vulgata tende ad accreditare. E d’altronde non sarebbe un mito, se così non fosse.

La ricerca per arrivare ad alcune conclusioni ha svolto un’analisi su 48 economie, analizzandone i dati fra il 1991 e il 2013. In dettaglio, i ricercatori hanno cercato un collegamento fra una delle tante possibili misure dell’apertura finanziaria – il debito estero lordo nelle sue varie componenti (investimenti diretti, IDE; investimenti di portafoglio, PD e altri investimenti) – e la diseguaglianza, segmentando l’analisi fra economie emergenti ed economie avanzate. Il grafico sotto mostra l’andamento dell’indice di Gini, che come è noto è una delle tante possibili misure della diseguaglianza, nell’arco di tempo considerato nei paesi oggetto di osservazione.

Gli esiti raccontano una storia molto diversa da quella della vulgata. Non basterà certo a convincerne i sostenitori a porsi qualche domanda – di solito chi segue le vulgate non dubita – però magari aiuta noi curiosi ad aggiungere qualche elemento di complessità in più al quadro.

In particolare, i ricercatori hanno osservato che, relativamente alle economie emergenti, l’impatto dell’apertura al mercato dei capitali varia molto nel corso del tempo. Si più osservare una crescita iniziale della diseguaglianza, che però viene riassorbita lentamente col passare degli anni. A partire da cinque anni, in particolare, quando la diminuzione della diseguaglianza inizia a diventare significativa dal punto di vista statistico. Forse perché nel frattempo è aumentata la ricchezza?

La seconda informazione è ancora più rilevante. “L’impatto stimato dell’apertura finanziaria sulla disuguaglianza – recita il paper – tende ad essere considerevolmente inferiore nelle economie avanzate rispetto alle emergenti. Questo suggerisce che i canali chiave attraverso i quali le varie componenti
dell’apertura finanziaria esterna incidono sulla disuguaglianza tendono ad essere più deboli nei primi rispetto ai secondi”. Gli inventori della vulgata, insomma, sono quelli per i quale vale di meno. Ma non ditelo ai turboliberisti.

Cartolina. Niente scialo per lo shale

Siccome piove sempre sul bagnato, una delle glorie statunitensi degli ultimi anni – quella gloriosa produzione di shale oil che aveva consentito agli Usa di sognare l’indipendenza energetica – non si è ancora ripresa dai danni del Covid. Sicché proprio mentre il petrolio andava alle stelle, la patria del fracking si è trovata a secco, con una produzione che prima veleggiava verso i 250 milioni di barili a mese, per arrivare a 150 nel 2021. Ora va un po’ meglio, ma intanto l’inflazione da idrocarburi è schizzata alle stelle, aggiungendo un notevole contributo a quella generale. Non c’era momento peggiore per finire lo scialo di shale. E quindi è arrivato.

I redditi esteri tengono in piedi i conti italiani

I conti fatti da Bankitalia mostrano che siamo sempre più creditori dell’estero. Alla fine dell’anno scorso l’Italia aveva una posizione netta attiva di 132 miliardi, pari al 7,4% del pil, in aumento di 22,8 miliardi rispetto alla fine del 2020. Tale risultato è dipeso in larga parte dagli incrementi dei valori di portafoglio, quindi azioni e fondi comuni, molto più che dall’andamento del conto corrente, che di recente è andato meno bene del solito.

L’avanzo, come si può osservare dal grafico, si è ridotto l’anno scorso per lo più a causa del deficit energetico, che si è allargato – in pratica è quasi raddoppiato – e anche a causa del cattivo andamento dei servizi, sui hanno pesato più elevati costi di trasporto e di nolo. La tabella sotto espone i valori assoluti.

Sul versante degli investimenti, sempre nel 2021 l’estero ha comprato titoli italiani del settore privato per 24,3 miliardi, e ne ha venduti del settore pubblico per 27,5 miliardi, “a fronte di emissioni nette per 83 miliardi”, osserva la Banca.

A gennaio 2022, invece, sono stati venduti titoli italiani sia privati che pubblici, e pare che questa tendenza abbia proseguito anche nel bimestre successivo, quando si sono sviluppate notevole turbolenze sui mercati finanziari internazionali.

Ciò non ha impedito agli investitori italiani di proseguire i propri acquisti all’estero. Nel 2021 gli investimenti italiani di portafoglio fuori dai confini sono stati di ben 123,9 miliardi, ai quali si sono aggiunti altri 21,3 miliardi a gennaio di quest’anno. Destinatari sono stati in larga parte fondi di investimento. Mittenti: famiglie e assicurazioni. Al settore pubblico italiano sono affluiti 34 miliardi di prestiti europei per SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency) e un anticipo dei fondi PNRR. Poteva andare meglio, ma non è andata troppo male.

La stagflazione non è probabile, ma possibile

Nel suo ultimo bollettino Bankitalia ha elaborato tre diversi scenari relativi agli sviluppi del conflitto ucraino, che comunicano alcune informazioni interessanti sui rischi che l’attuale situazione internazionale incorpora.

La gravità dello scenario è ovviamente in ragione diretta della durata del conflitto e della profondità della rottura delle relazioni economiche con la Russia, che, come sappiamo, è un importante fornitore di risorse energetiche per il nostro paese.

In particolare il terzo scenario (C) è stato costruito ipotizzando non solo un prolungamento delle ostilità, come nello scenario B, ma anche un aggravarsi che incida sulla disponibilità di gas per il nostro paese. Si ipotizza che ci sia un arresto delle forniture dalla Russia per un anno a partire dal prossimo maggio e che tale sospensione sia in parte compensata da altri fornitori.

L’esito sarebbe una riduzione di circa il 10% della produzione del settore della fornitura di energia elettrica, gas e aria condizionata, accompagnata da una strozzatura della produzioni nella manifattura ad alto consumo energetico.

Si stima che in questa situazione il valore aggiunto prodotto diminuirebbe di 1,5 punti influendo sul livello dell’occupazione, dei redditi e della domanda aggregata. Inoltre si ipotizza un aumento del costo del gas del 130% nel 2022 e del 90% nel 2023, mentre quello del petrolio sarebbe del 40 e del 30%. Lo scenario si completa ipotizzando anche una contrazione della domanda estera dell’Italia di 2,5 punti nel biennio 2022-23. Gli effetti su pil e inflazione sono visibili dai grafici sotto.

In sostanza, il prodotto sarebbe di circa sette punti più basso nel biennio 2022-23 rispetto a quanto ipotizzato negli scenari base, arrivando in territorio negativo, e l’inflazione arriverebbe all’8% nel 2022, per tornare al 2,3 l’anno dopo. Con la conclusione che “nell’attuale contesto di fortissima incertezza non si possono escludere scenari ancora più sfavorevoli”.

La stagflazione insomma, non sembra probabile, a meno di scenari severi come quelli ipotizzati. La novità però è che è tornata possibile.

Ultime novità sull’interscambio fra Italia e Russia

Visto il gran parlare di questi tempi circa i rapporti che ci legano alla Russia, e che la guerra ha trasformato in un notevole problema non tanto (non ancora) economico, quanto politico, vale la pena scorrere il breve approfondimento contenuto nell’ultimo bollettino di Bankitalia dove si forniscono i dati aggiornati del nostro interscambio con Mosca.

Le esportazioni verso la Russia pesano, come si può vedere dalla tavola sopra, 7,7 miliardi, pari all’1,5% del nostro export complessivo. Una quarto di queste vendite riguardano macchinari. Seguono prodotti della moda, della chimica e del comparto alimentare.

In questi settore, spiega tuttavia Bankitalia, le esportazioni in Russia non superano il 2% del fatturato complessivo. Si tratta, insomma, di esposizioni contenute. Ci sono però circa 1.200 imprese, per lo più di piccola e media dimensione, che vendono il 10% del loro fatturato in Russia. E questo aiuta a capire perché la domanda russa pesi sul nostro valore aggiunto una quota leggermente superiore a quella media delle altre economie avanzate.

Siamo molto più esposti sul lato delle importazioni, che nel 2021 sono state pari a 17,6 miliardi di euro, che valgono il 3,7% del totale delle merci acquistate all’estero dall’Italia. Si tratta ovviamente in gran parte di beni energetici: dalla Russia infatti arriva oltre il 20% delle importazioni di materie prime energetiche, con il gas naturale che arriva al 45%.

Quest’ultimo, per il 43% è utilizzato a fini produttivi, il 31% per generare elettricità e il 24% per usi domestici. Se smettessimo di importare gas dalla Russia potremmo compensare, secondo la Banca, i due quinti delle minori importazioni di Mosca ricorrendo a un maggior import di gas liquefatto da Usa E Qatar, acquistando maggior gas dall’Algeria, o aumentando l’estrazione di gas dai giacimenti nazionali. Ma parliamo sempre dei due quinti, non dell’intero fabbisogno. Si potrebbe recuperare qualcosa usando il carbone invece del gas per produrre elettricità, ma al prezzo però di notevoli emissioni. Una strategia efficace di effettiva sostituzione del gas russo, insomma, perseguibile, ma nel medio periodo, non nel breve.

Non finisce qui. Circa il 10% di importazioni italiane di concimi, nichel e cereali arriva da Russia, Bielorussia e Ucraina. Cose di cui non si trovano molto facilmente sostituti.

Se guardiamo al versante finanziario, l’Italia ha circa 11,3 miliardi di investimenti diretti in Russia (meccanica, costruzioni, banche), mentre gli investimenti di portafoglio non superano complessivamente il miliardo. Come d’altronde sono limitati gli investimenti russi di portafoglio in Italia. Possiamo farne a meno insomma. Quasi del tutto.

L’inflazione e il nuovo paradigma del central banking

Il giorno prima che la Fed annunciasse urbi et orbi che non solo avrebbe alzato i tassi di mezzo punto alla volta, ma avrebbe amche fatto dimagrire il suo bilancio monstre da 9.000 miliardi o già di lì al ritmo di 95 miliardi al mese, la Bis aveva pubblicato un notevole intervento del suo direttore generale che già dal titolo annunciava tutto quello che c’è da sapere sul nuovo tormento che l’attualità ci ha regalato in questo inizio di anni Venti: la salita dei prezzi.

Nel suo discorso – “Il ritorno dell’inflazione” – il dg della Bis ripercorre con molti dati e numerosi ragionamenti le nostre ultime vicissitudini, iniziate con la pandemia e oggi al culmine grazie a una guerra demenziale, che di fatto hanno innescato una brusca accelerazione internazionale dei prezzi come non si vedeva da tempo.

Il grafico sopra misura l’incremento percentuale su base annua dei tassi di inflazione nel corso di un sessantennio. Come si vede il picco del 2021, con un aumento di oltre il 50% degli indici di inflazione sia dei paese avanzati che degli emergenti. Decisamente anomalo. Come d’altronde sono anomali i tempi che stiamo vivendo.

E questo ci porta al cuore del discorso che andremo ad approfondire. Quanto questa anomalia è capace di cambiare le consuetudini che le banche centrali stanno perseguendo da oltre un decennio, se non due?

Le decisioni della Fed lasciano capire che le singolarità che stiamo vivendo sono capaci eccome di cambiare quello che il dg della Bis chiama il “paradigma della banche centrali”. E il fatto che il cuore di questo cambiamento risieda negli Stati Uniti non è certo casuale. Gli Usa non sono solo i reggitori – o reggenti se preferite – finanziari del nostro tempo, ma sono anche il paese, fra quelli avanzati, dove l’inflazione sta mordendo più duro che altrove.

E chi conosce la storia non faticherà a ricordare quanto la politica monetaria statunitense sia stata importante per debellare la piaga dell’inflazione a doppia cifre degli anni ’70.

Perciò che il paradigma degli allentamenti monetari entri in crisi, mentre l’inflazione raggiunge livelli non più visti da trent’anni, sembra a chi osserva del tutto naturale. Tanto più che adesso la minaccia più consistente non è tanto annidata nelle varie strozzature che appesantiscono l’offerta, o nei svariati stimoli, monetari ma anche (soprattutto) fiscali, che gonfiano la domanda. Il problema è che adesso le persone normali, io, voi, tutti noi, ci stiamo accorgendo che i rincari sono un problema non più solo confinato nel bestiario delle rilevazioni statistiche. Sono un fatto reale – e chi ha esperienza di supermercati o semplicemente va a fare il pieno o paga le bollette se ne è accorto – col quale bisogna fare, letteralmente i conti, in un contesto in cui la dinamica dei redditi è alquanto contenuta. Il grafico sotto racconta meglio di mille ragionamenti questa situazione.

Notate che le previsioni delle famiglie sull’inflazione a lungo termine sono molto peggiori rispetto a quelle dei professionisti o delle imprese. Non è un segnale da sottovalutare, visto che dalle famiglie proviene la domanda che tiene in piedi le nostre economie e da loro più scaturire anche una domanda di adeguamento delle retribuzioni che farebbe partire definitivamente anche l’inflazione.

Da qui discende l’opinione del nostro oratore che “le banche centrali avranno bisogno di effettuare alcuni aggiustamenti come alcune stanno già facendo”. Non è più possibile stimolare la crescita tramite la creazione di moneta, insomma, visto che la priorità di una banca centrale “deve essere la stabilità dei prezzi”. E poiché “non dovremmo aspettarci che le pressioni inflazionistiche cessino molto presto”, non rimane molto altro da fare che ritirare in barca i remi che hanno consentito alle banche centrali di nuotare in questi anni in un ampio mare di liquidità ingrossato anche grazie al loro contributo.

Non ci sono molte alternative, come l’azione della Fed dimostra chiaramente. Se le BC non agiscono perdono credibilità. E poiché l’atteggiamento mentale verso l’inflazione (mindset) sta lentamente cambiando, anche solo accettando come possibili ciò che fino a due anni sembrava assai improbabile – il ritorno dell’inflazione – non c’è neanche molto tempo da perdere. Le BC devono ri-orientare le aspettative. Convincere i mercati che faranno whatever it takes per sconfiggere la salita dei prezzi. Se falliranno, vincerà l’inflazione.

Cosa significa questo in pratica? Facciamola semplice: meno stimoli – monetari intanto ma alla lunga anche fiscali – e riforme strutturali capaci di aumentare la crescita potenziale. In una parola: più efficienza. Facile a dirsi. Farlo un po’ meno.

Cartolina. Homeless

Che sarà dell’immobiliare cinese è questione che agita parecchi sonni, a Pechino e all’estero, come il caso Evergrande ha plasticamente dimostrato. Essendo privi di informazioni dal futuro, ci accontentiamo di osservare che al momento presente le vendite di case cinesi continuano a stagnare, e per giunta in territorio negativo, malgrado gli indici di produzione industriale risultino in crescita. Non per il mattone però. La produzione di costruzioni nuove declina in ragione diretta della capacità degli sviluppatori di avere credito, e la domanda rimane fredda, per non dire gelida – 10 per cento in meno a febbraio su base annua – malgrado i notevoli incoraggiamenti fiscali e monetari sponsorizzati dai governi locali. Difficile perciò capire che sarà dell’immobiliare cinese. E di conseguenza di tutto il resto. Un’economia senza un settore immobiliare in espansione è inimmaginabile in Cina. E’ un futuro da homeless.

L’Ocse continua a importare inflazione dalla Turchia

Gli ultimi dati sull’inflazione turca, con l’indice in crescita del 61,4% a marzo su base annua, confermano la drammatica crescita dei prezzi nel paese, che ormai ha preso un andamento alquanto progressivo. I dati degli ultimi mesi lo manifestano chiaramente.

Gli osservatori temono che l’attuale contesto internazionale, che favorisce i rincari a cominciare da quelli energetici, che incidono pesantemente sulle importazioni turche, provocherà ulteriori peggioramenti per l’inflazione, anche se il governo sembra ancora convinto che la politica di svalutazione perseguita scientemente finirà col generare l’equilibrio del conto corrente, ossia degli scambi con l’estero.

Possibile, ma non probabile, stante l’attuale corso della politica internazionale e la costituzione dell’economia turca, profondamente di trasformazione. Non è certo un caso che l’inflazione sia schizzata dopo che la banca centrale ha abbassato e tenuto fermi i tassi di interesse.

Per quel che ci riguarda più da vicino, gli andamenti dell’inflazione turca finiscono col gravare sull’indice di inflazione complessivo dei paesi Ocse, che a febbraio scorso è risultato in crescita del 7,7% su base annua, in crescita rispetto al 7,2 di gennaio, confrontandosi col dati anno dell’1,7% di febbraio 2021.

“Questo incremento – nota l’istituto parigino – riflette in parte un altro notevole aumento dell’inflazione in Turchia”. E se ricordiamo (vedi tabella sopra) che a febbraio il dato mostrava un accelerazione dei prezzi del 54,4%, possiamo tranquillamente inferire che il dato di marzo di Ocse sarà più elevato di quello di febbraio, che già rappresentava il massimo raggiunto da dicembre 1990. Prima, ossia, che iniziasse la Grande Moderazione degli anni ’90.

Cosa dobbiamo dedurne? Se guardiamo al dato core, ossia depurato da cibo ed energia, osserviamo che comunque è in crescita di mese in mese: dal 5,1% di gennaio al 5,5% di febbraio. E se spostiamo il punto di vista, dai paesi Ocse al G20, notiamo che cambia poco: dal 6,5% di gennaio (sempre annuo) al 6,8% di febbraio, con l’Argentina stavolta a recitare il ruolo della Turchia, che ormai “esporta” soprattutto inflazione nell’area Ocse.

Tutto ciò conferma che la tendenza inflazionistica è robusta e ben incardinata. Dobbiamo augurarci che le aspettative rimangano bene ancorate. Perché l’alternative non sarebbe piacevole. Per nulla.

L’insostenibile pesantezza del mattone Usa

Un discorso molto istruttivo di un banchiere centrale della Fed delinea con estrema chiarezza la situazione di sostanziale insostenibilità del mercato immobiliare Usa. Non tanto, o non immediatamente, dal punto di vista finanziario – l’esperienza ci insegna che si trova sempre un modo per salvare la finanza – ma per chi negli Usa semplicemente ci abita. Le persone sono costrette, con le dovute differenze geografiche, a pagare sempre di più semplicemente per avere una casa, in affitto o di proprietà.

Qualche dato aiuterà a sostanziare l’evidenza che “il costo dell’housing, misurato dagli affitti o dalla media mensile dei pagamenti dei proprietari (per i mutui, ndr) è cresciuto sostanzialmente durante la pandemia”, come sottolinea il nostro oratore, che indica come causa di questo apprezzamento una domanda crescente a fronte di un’offerta limitata.

Sarà. Quel che conta sapere, però, è che, a prescindere da quali siano le ragioni, le famiglie nel quintile più basso della distribuzione spendono il 41 per cento del loro reddito per la casa, mentre i più benestanti “solo” il 28 per cento. Per memoria, vale la pena ricordare che fra il 1972-73, la famiglia media americana spendeva il 24 per cento del suo reddito per la casa, che divenne il 27 alla fine degli anni ’80. A fine 2019 questa media è arrivata al 35 per cento, e “non ci sono dubbi che nel 2022 sarà maggiore”.

Come è ovvio, il rincaro del mattone Usa pesa più sui più poveri che sui più ricchi, e poco importa se siano in affitto – alcuni indicatori che il nostro oratore giudica sottostimati calcolano nel 6,5 per cento l’aumento dei canoni negli ultimi due anni – sia che debbano comprare: “I prezzi delle case sono saliti complessivamente del 35 per cento dall’inizio della pandemia, secondo l’indice Zillow Home Value”, sottolinea, raccontando di aver anche lui cercato una casa a Washington “e il mercato è folle”.

Se la guardiamo su un periodo lungo, il trend è ancora più sorprendente. Nelle aree a maggiore richiesta di abitazioni, quelle per intenderci dove si trovano i lavori meglio pagati e i servizi più attrattivi, il costo di una unifamiliare è cresciuto del 110 per cento in termini reali, quindi aggiustato per l’inflazione, fra il 1990 e il 2019. Per il paese nella sua interezza, l’incremento è stato del 59 per cento.

Ecco, i cittadini americani devono convivere con questa esuberanza, in qualche modo alimentata dal credito, che ha notevolmente stimolato la domanda. La previsione che i prezzi crescenti avrebbero finito con lo scoraggiare la richieste di case, infatti, è stata clamorosamente smentita dai fatti. “La frazione di 20-45enni che sono transitati nello stato di proprietari l’anno scorso – sottolinea – è stata la più alta dalla Grande Recessione”. Poco importa come siano arrivati i soldi per questo passo. Ma sono arrivati.

O meglio: poco importa per adesso. Perché da quando la Fed ha prima fatto capire che la politica monetaria avrebbe cambiato passo e poi ha alzato i tassi di riferimento, i tassi sui mutui trentennali sono aumentati dal 3 al 4 per cento, che non è un aumento banale per una famiglia che già paga il 41 per cento del proprio reddito solo per abitare.

Di buono c’è che rispetto a episodi simili in passato – il banchiere parla dei primi anni Duemila – le famiglie e le banche sono più solide. Ma c’è un altro fattore di cui bisogna tenere conto per valutare la profondità del problema. L’andamento del mattone è di importanza rilevante per i calcoli sull’inflazione, come abbiamo già osservato in passato. E non solo: l’andamento del mattone incide molto sulla crescita economica. E questo spiega perché la Fed, che ha entrambi gli obiettivi nel suo mandato, segua così da vicino le peripezie dell’immobiliare. Per dire: l’housing pesa il 15 per cento dell’indice PCE (personal consumption expenditure price index) e probabilmente anche di più nel Consumer Price Index. Ciò vuol dire che un mattone che si surriscalda contribuisce notevolmente all’accelerazione dell’inflazione.

Questo, in sintesi, è lo scenario. Un mercato “crazy”, per usare l’espressione del nostro banchiere, che alimenta l’inflazione e quindi schiaccia i redditi, in un contesto di politica monetaria che lentamente diventa restrittiva. Cosa può andare storto? Si accettano suggerimenti.

La Cina lancia un altro stimolo fiscale

Poiché gli stimoli, evidentemente, non bastano mai, la Cina ha deciso di concederne ulteriori per portare la sua economia verso quella crescita del 5,5% che il governo ha detto di voler perseguire, in un contesto globale a dir poco complicato.

E’ una storia che va avanti da anni, come abbiamo più volte ricordato. E l’effetto più visibile è stato l’aumento del debito complessivo del paese, ormai a livelli stellari, compreso quello del governo, costantemente gonfiato da un deficit annuo a doppia cifra che viene perseguito scientemente da tempo.

Il grafico sopra, elaborato su dati del Fmi, rappresenta questa situazione, e probabilmente dovrà essere aggiornato, visto che anche per quest’anno il governo ha deciso di mettere mano al portafoglio e varare una serie di stimoli riepilogati da Bofit.

Per grandi linee, le spese del bilancio pubblico è previsto aumentino dell’8% rispetto al 2021, a fronte di entrate fiscali previste in crescita solo per il 4%. Altro deficit, insomma, provocato in larga parte dalla riduzione delle imposta concesse alle imprese e dopo la pandemia. Una politica molto costosa. Il Fmi stima che il disavanzo del settore pubblico cinese abbia raggiunto il 16% l’anno scorso.

Sul versante della spesa, Bofit segnala un aumento delle poste “fuori bilancio”. I governi locali, da sempre strumento del governo centrale per le sue politiche di stimolo, sono stati invitati ad aumentare i propri investimenti infrastrutturali, solitamente finanziati “off budget”. Questo mentre la banca centrale cinese ha reso disponibili per uso pubblico 1,65 trilioni di yuan delle sue riserve accumulate negli anni.

Cosa porterà questa nuova politica di stimolo? Se l’obiettivo è quello di raggiungere i target del governo, è probabile che verrà centrato. Ma a quale prezzo? “Nella sua sintesi di bilancio – ricorda Bofit -, il ministero delle finanze cinese ha osservato che i pronunciati disavanzi registrati da alcune città e da altri governi locali stavano esercitando pressioni sulla spesa del servizio pubblico di base, sui salari del settore pubblico e sulla capacità dei governi locali di coprire le proprie spese quotidiane”. In debito paga, insomma. Ma fino a un certo punto. Poi smette.