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La globalizzazione emergente si fa strada con le infrastrutture
Il notevole dibattere sul rischio di una de-globalizzazione – con lo sviluppo dei vari populismi a dimostrarlo – trascura un’altra evidenza altrettanto osservata e tuttavia non apprezzata nelle sue implicazioni: la crescita dei progetti infrastrutturali nel mondo. Basta soltanto ricordare il caso della Belt and Road Initiative (BRI) cinese, per averne contezza.
La lettura sovrapposta di questi due movimenti, che sembrano in contrasto, suggerisce un altro schema interpretativo: non sono le pulsioni de-globalizzanti, che evocano anche il desiderio di nuovi isolazionismi, a determinare la tendenza prevalente, ma le tensioni di una nuova globalizzazione emergente. Non meno globalizzazione, con la spinta populista a far da detonatore, ma l’esatto opposto: più globalizzazione, ma con nuovi centri di potere. Il sovranismo, quindi, sta mascherando un nuovo ordine globale policentrico. In questo schema, gli investimenti infrastrutturali giocano un ruolo da protagonisti, e non a caso.
Una globalizzazione di tipo nuovo
L’economia internazionale, infatti, si basa sulla disponibilità di infrastrutture per la semplice ragione che si regge sullo scambio di beni e servizi. Le merci, come anche i servizi che le accompagnano, devono poter viaggiare lungo corridoi logistici di varia natura per far crescere l’economia. Un detto cinese suggerisce, a chi voglia diventare ricco, di costruire una strada.
In generale, ogni movimento internazionale di scambi – oggi diremmo una globalizzazione – viene condotto lungo alcune coordinate. Quelle immediatamente visibili sono le rotte commerciali, la moneta che denomina le transazioni, la lingua che viene usata per le comunicazioni. Il tutto si accompagna a un ordine politico che informa questi strumenti garantendone la sostanziale stabilità. La storia è piena di esempi: si pensi alle rotte commerciali degli imperatori mongoli del XIII secolo, rese celebri da Marco Polo, o alla gestione della sterlina nell’epoca della globalizzazione britannica del secolo XIX magnificamente illustrata da Marcello de Cecco in “Moneta e Impero” (che si concentra sugli anni cavallo del 1900).
Sulla base di queste coordinate, si capisce perché l’attuale globalizzazione sia di marca statunitense, articolandosi in gran parte lungo rotte commerciali marittime – sulle quali viaggia oltre il 90% delle merci – presidiate dalla marina USA. Questi scambi, inoltre, vengono denominati in gran parte in dollari americani, che sono l’unità di conto del calcolo economico internazionale e il mezzo di pagamento di molte di queste transazioni, proprio come l’inglese è la lingua delle comunicazioni globali, oltre che della scienza e della tecnica. Il tutto accompagnato da un ordine politico di tipo liberal-democratico che gli Stati Uniti condividono con l’Europa.

Se ci basiamo su questo schema, possiamo interpretare le attuali convulsioni alle quali sembra sottoposta la globalizzazione statunitense – alcune delle quali provocate dagli stessi Stati Uniti e dall’Europa – come l’esito del tentativo di alcuni paesi di individuare nuove linee di globalizzazione in concorrenza con quelle attuali.

L’esempio della BRI cinese è centrale, ancora una volta. La narrazione della rinascita delle vie della seta, nostalgica di un passato che viene percepito come glorioso, cela l’evidente necessità da parte della Cina di costruire rotte di collegamento terrestri lungo il continente euroasiatico. Spostare traffico merci dal mare alla massa terrestre dell’Eurasia sarebbe per la Cina un risultato notevole, contribuendo a mettere in sicurezza molti approvvigionamenti. Si pensi, ad esempio, ai rifornimenti petroliferi, che dipendono in buona parte dai collegamenti che passano dal Mar Rosso e il Golfo Persico presidiati dalla Marina USA. Un obiettivo del genere – spostare masse di commercio dal mare alla terra – è intrinsecamente collegato allo sviluppo di infrastrutture. E osservando alcuni degli sviluppi recenti possiamo anche provare a indovinare gli equilibri politici che stanno convergendo verso questa nuova forma di globalizzazione.
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Tutte le strade (della Bri) portano nello Xinjian
Un recente articolo ci ricorda molto opportunamente quale sia davvero il tallone d’Achille della Belt and Road initiative cinese, o il suo punto cardine – a seconda di come lo si osservi – e soprattutto ci consente di fare un passo in avanti nella comprensione del disegno strategico che questo punto cardine – o tallone d’Achille – porta con sé: l’avvicinamento della Cina alla Turchia, e viceversa, con l’Asia centrale avvolta nel quadro delle relazioni economiche fra i due paesi, con la Russia a far da connettore. Partiamo da una semplice mappa.
Il vecchio Turkestan cinese, lo Xinjiang, ossia la “nuova frontiera”, nome che i regnanti cinesi della dinastia Qing diedero alla zona più occidentale della Cina che confina con il vasto mondo centroasiatico, col quale il Turkestan – o Uiguristan, come lo chiamano i tradizionalisti della zona – condivide una lunga tradizione etnica (turcofona) e religiosa (islamica), all’origine delle polemiche circa il trattamento degli uiguri da parte di Pechino.
La Turchia in passato è stata una fiera accusatrice della Cina. Oggi, che le relazioni fra i due paesi sembrano voltare pagina, i toni si sono molto ammorbiditi. Molti osservatori hanno collegato questa “indifferenza” allo stringersi delle relazioni fra Turchia e Cina che ormai coltivano numerosi interessi, che sono finanziari – la Banca centrale cinese ha fatto un prestito da un miliardo di dollari di recente alla Turchia – commerciali – la Cina è uno dei partner commerciali di spicco della Turchia, e ovviamente anche logistici, visto che la Turchia è uno dei terminali della Bri.
Aldilà degli interessi economici che avvolgono Cina e Turchia, e che fatalmente possono diventare politici, il fatto già da ora evidente è che lo Xinjiang già adesso è diventato un pezzo strategico della Cina di domani sul quale si concentrano le attenzioni di molto capitale cinese. Raccontano ad esempio che l’Amer international group abbia investito quasi tre miliardi di dollari per costruire nella regione autonoma un parco industriale dove produrre le merci che poi vengono spedite – magari via treno – in Europa.
I dati riportati dalle dogane regionale mostrano la crescita costante del numero di treni merci che partono da qui – nei primi dieci mesi del 2019 si è superato il totale del 2018 – grazie a un tessuto industriale sempre più fiorente che conta quasi 360.000 imprese, un numero che cresce a doppia cifra ogni anno. Merito anche del capitale estero, non solo di quello cinese. La tedesca Basf, ad esempio.
La prossimità della regione col blocco centroasiatico – al cuore della Bri cinese come d’altronde dell’Unione Euroasiatica russa – spiega perché il Kazakistan sia il principale partner commerciale della regione, con tassi di crescita dell’interscambio cresciuti nell’ordine del 28% nei primi mesi di quest’anno rispetto al 2018. Segno evidente che l’infittirsi della trama della Bri produce risultati. Come d’altronde mostra l’incremento generalizzato dei flussi commerciali anche con gli altri partner dello Xinjiang, che spaziano dall’Australia al Pakistan, fino alla Gran Bretagna e all’Argentina. Per essere una regione semisconosciuta nel cuore dell’Asia è un risultato invidiabile. E questo spiega perché sia finita – per altri motivi – all’attenzione delle cronache.
Per completezza, può essere utile ricordare che sempre nello Xinjiang fa capolinea la Central Asia-China gas pipeline, un’altra di quelle infrastrutture energetiche che compongono la ragnatela degli interessi che unisce sempre fittamente la Cina, la Russia e l’Asia centrale. Il fatto che ancora si fatichi a metterla a fuoco non vuol dire che non esista.
Cartolina: La Giovine Italia all’estero
Essendo un popolo di viaggiatori, noi italiani, non dovremmo avere ragione di stupirci leggendo che 816 mila nostri connazionali nell’ultimo decennio hanno deciso di andare a vivere all’estero. Oltre ad avere una lunga tradizione di migranti, noi italiani, viviamo in un mondo globalizzato dove muoversi in cerca di opportunità migliori è (dovrebbe) essere una normalità. E tuttavia salta all’occhio il comportamento della nostra gioventù, già minoranza relativa in Italia, che sempre nell’ultimo decennio ha finito con l’emigrare assai più di prima. Esistono dei giovani, in Italia, che credono che si possa andare avanti nella vita, avere una carriere lavorativa soddisfacente, contribuire, con la loro crescita, alla crescita della società. E che sono disposti persino ad affrontare molte difficoltà, dopo anni di studio, per sostanziare le loro aspirazioni. Purtroppo emigrano.
Elettronica e Hedge fund dietro il boom delle valute emergenti
Fra i tanti segnali distorti che arrivano dai mercati in quest’epoca di esagerazione finanziaria la Bis nella sua ultima Quarterly review ne ha individuato un altro che vale la pena raccontare in poche righe: il boom di negoziazioni che si è registrato sulle valute virtuali fra il 2016 e il 2019, quando il turnover di queste monete ha superato quello delle principali valute.
In media, infatti, il turnover valutario è cresciuto globalmente del 33%, a fronte di cui il +60%, con una media di 1,6 trilioni di dollari al giorno, registrato dalle valute emergenti (EME) non passa certo inosservato. Quando una classe di asset – fossero pure delle monete – spunta certi picchi è chiaro che sono all’opera dei meccanismi che prima non agivano.
Il fatto, poi, che questi movimenti abbiano come epicentro l’Asia non è certo sorprendente. E’ in Asia che si concentrano molti dei movimenti più intensi della contemporaneità, a cominciare ovviamente da quelli finanziari.
Se proviamo a scrutare fra le righe, per capire a cosa si debba questa esuberanza, scopriamo che “un aumento della quota di trading generata da hedge fund, società di trading proprietarie (PTF) e altri soggetti finanziari”.
Una seconda tendenza che ha contribuito a determinare questa accelerazione, spiega la Bis, “è stata un’impennata del commercio offshore”. Che ovviamente è una delle modalità con le quali si esprime ” il crescente appetito degli investitori globali per le attività EME”. Anche qui, nessuna sorpresa. Nella caccia al rendimento che ormai agita i mercati da un decennio, ossia da quando i tassi di interesse sono stati condotti rasoterra, le attività di questi paesi, che hanno ritmi di crescita più elevati dei paesi emergenti, appaiono più seducenti. Se uno non considera i rischi, ovviamente.
La novità forse va cercata nella circostanza che “l’elettronificazione del trading FX ha consentito ai giocatori più piccoli di partecipare a un mercato tradizionalmente dominato dal trading tra rivenditori di grandi banche”. Il progresso tecnico, insomma, fra gli annessi e i connessi porta con sé anche una notevole “democratizzazione” del trading, aprendo porte prima chiuse anche a piccoli soggetti dotati di capitale.
Questa “elettrificazione” dei mercati, ossia la quota crescente di scambi che si effettua con meccanismi algoritmici è un’altra tendenza globale che si associa al crescente appetito per il rischio. Il combinato disposto genera una miscela altamente instabile. Quindi esplosiva. Faremmo bene a ricordarlo.
Il treno dei desideri fra Turchia e Cina
La convergenza di interessi fra Russia e Cina, che si candidano a denominare la globalizzazione eurasiatica prossima ventura, potrebbe trovare nella Turchia il vertice di un triangolo di relazioni che le cronache già delineano, pure se ancora in maniera rapsodica. La consuetudine all’osservazione delle relazioni bilaterali fra gli stati, ci impedisce di guardare a questo possibile triangolo di interessi che la storia individua come una costante delle globalizzazioni a vocazione euroasiatica e per una semplice ragione che ha a che fare con la geografia. Ossia con la posizione della Turchia nel planisfero.
Prima di avventurarsi in riflessioni che ci porterebbero troppo lontano, conviene contentarsi di continuare a raccogliere le tracce delle vocazioni che l’attualità consegna alla nostra osservazione, partendo magari da quelle che uniscono i lati del nostro triangolo immaginario. Sempre in omaggio alla consuetudine dell’analisi dei rapporti bilaterali, lasciando ad approfondimenti successivi il tentativo di tirare le somme – ossia i lati – di queste osservazioni.
Dopo aver aver osservato alcuni di questi movimenti, che coinvolgono la Russia e la Cina, adesso alcuni recenti avvenimenti hanno riportato in superficie una relazione ancora troppo poco osservata: quella fra Cina e Turchia, ossia due paesi che più diversi non potrebbero essere e che però sono legati da profondi rapporti economici, nonché da una lunga e antica frequentazione nelle steppe dell’Eurasia che trova nel Turkestan cinese, quello che oggi si chiama Xinjiang, il punto (dolente) di contatto fra queste due culture.
Anche qui, prima di andare troppo lontano, notando magari come le popolazioni centro-asiatiche che con lo Xinjiang confinano siano di etnia turca, abbiano subito un forte imprinting russo e siano largamente musulmane, è meglio agganciarsi alla cronaca e tenersi forte, perché già il viaggio è lungo. Come quello del nuovissimo treno, inaugurato ai primi di novembre, che collega la Cina all’Europa, passando proprio dalla Turchia.
La linea collegherà l’europea Praga alla cinese Xian, capitale della provincia dello Shaanxi, nel centro della Cina,
replicando in qualche modo il percorso di una delle vie della seta che hanno ispirato la narrazione cinese della Belt and road initiative (BRI) ormai un vero marchio di fabbrica.
E’ interessante sapere che la il treno del desiderio – l’ennesimo che si propone di potenziare le rotte terrestri dell’Eurasia, ancora assai poco utilizzate negli scambi fra Cina ed Europa – utilizzerà in parte la linea Baku-Tblisi-Kars aperta alla fine del 2017, attraversando il Bosforo tramite il tunnel di Marmaray.
Ossia una delle opere recenti con la quali la Turchia intende potenziare il suo ruolo di hub regionale e di porta d’ingresso verso l’Europa.
Sempre perché la geografia ha la sua importanza, come sanno bene tutti i paesi centro-asiatici e che insistono sul Caspio, che stanno investendo sulla stessa cosa.
Ma la Turchia, che non è seconda a nessuno quanto ad ambizioni, ha in cantiere un progetto ancora più interessante, finora non attuato ma sul quale punta molto: il Middle corridor. Si tratta dell’ennesimo progetto teso a riannodare i vecchi collegamenti che animavano nel passato – che chissà perché ormai è diventato il pretesto più frequente del presente o del futuro – gli scambi fra Oriente e Occidente. La Turchia di recente ha anche proposto una “Caravanserai Initiative” che accomuni Azerbaijan, Georgia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, e non c’è bisogno di aggiungere altro.
Il Middle corridor, che parte dalla Cina, passa attraverso l’Asia centrale (Kazakhstan o Kyrgyzstan-Uzbekistan-Turkmenistan), il Mar Caspio e continua tra i territori di Azerbaijan e Georgia fino alla Turchia, è in qualche modo alternativo a uno di grandi corridoi immaginati dalla Bri cinese, ma questo non vuol dire che alla fine i cinesi non trovino il modo di partecipare al progetto. Se lo scopo di Pechino è avere “proprie” rotte commerciali, o quantomeno rotte controllate da paesi con i quali vi sono profondi interessi in comune, anche il Middle corridor turco, che peraltro ha la comodità di evitare l’Iran, potrebbe finire nell’elenco della spesa di Pechino. Specie considerando che i due paesi condividono già parecchi interessi. Basta dare un’occhiata anche fugace ai loro flussi commerciali (grafico sotto) per rendersene conto.
Scambiandosi una notevole varietà di beni.
Altresì utile sapere che la Cina (dati 2017) era il primo partner eccedentario della Turchia.
Con ciò indovinandosi uno schema al quale siamo ormai avvezzi, quanto alle finalità e agli esiti del capitale cinese. Nell’agosto scorso, per fare un altro esempio, la banca centrale cinese, riportano le cronache, avrebbe versato un miliardo di dollari in Turchia attuando un accordo di swap che risaliva al 2012. In tempi non sospetti, quindi, ma molto lungimiranti.
Già con questi pochi elementi la retta delle relazioni sino-turche, prima quasi invisibile, inizia a tratteggiarsi, con ciò scoprendosi persino sensato l’irrigidimento turco nei confronti degli Usa, del quale la Turchia è partner dentro la Nato, che sembra preludere a un riposizionamento di turchi verso Oriente. Anche qui riscoprendo una vocazione antica, che risale agli albori della storia, quando la penisola turca, all’epoca si chiamava Asia minore, era il terminale mediterraneo della prima globalizzazione documentata: quella mesopotamica.
Pure fermandoci qui, possiamo già domandarci se la relazione sino-turca possa arrivare in futuro a diventare strategica come dicono stia diventando quella fa russi e cinesi. E poi chiederci se avverrà la saldatura di queste relazioni bilaterali in un triangolo, col consolidarsi delle relazioni fra Russia e Turchia, che sembra comunque già ben avviato, con la crisi siriana a far da levatrice. L’intenzione di infittire la collaborazione militare fra i due paesi è stata più volte ribadita.
Soprattutto dovremmo domandarci se tre paesi che hanno in comune molti interessi economici, una certa vocazione autocratica e una certa antipatia verso gli Stati Uniti siano in grado di tenerlo in piedi questo triangolo. Ma questa è decisamente un’altra storia.
Cartolina: Il compratore di ultima istanza
Poiché viviamo il paradosso di un tempo dove il denaro ha un costo negativo e tuttavia l’attività economica langue, stupisce poco osservare che i bond corporate siano divenuti cari malgrado le prospettive delle aziende siano tutt’altro che floride. Ciò vuol dire che gli investitori, a caccia disperata di rendimenti sono disposti a correre il rischio crescente che gli utili delle aziende non riescano a ripagare le loro cedole. L’attività langue, appunto. Sbaglierebbe chi pensasse che gli investitori non si pongono il problema. Il fatto è che ormai hanno capito che si prepara l’evoluzione finale del central banking: da prestatore di ultima istanza a compratore di ultima istanza. A cominciare dai corporate bond.
Quel treno polacco che porta i cinesi sul Baltico
Solo la nostra infinita distrazione, pressata dalla proliferazione del futile purché sia trendy, può averci condotto a trascurare un piccolo evento che si è consumato nel profondo nord dell’Europa solo alcuni giorni fa e che per fortuna ha avuto un qualche testimone: la cerimonia di inaugurazione del primo Euro-China Train (ECT) che ha come terminale il porto di Gdansk, infrastruttura polacca che si affaccia romanticamente sul Baltico.
L’arrivo del treno cinese sul Baltico, mare che ha alle spalle una lunga tradizione di commercio e lotte regionali per il suo controllo, è una di quelle storie che dovrebbe campeggiare in evidenza nella ormai infinita sequela di cronache che la hybris globalizzante dei cinesi sta scrivendo sulle coste della penisola europea. Ma l’opinione pubblica europea si è contentata di notare lo sbarco dei cinesi in Grecia, ai tempi dell’acquisizione del porto del Pireo, divenuto poco dopo un gioiello della logistica portuale. E poi si è distratta. Dando per acquisita la volontà di connettersi sempre più alla penisola europea, si trascura però di osservare come queste connessioni sorgano ormai sempre più frequentemente. Col risultato che vivremo gli esiti senza aver neanche capito come siano arrivati.
Sicché il nuovo collegamento ECT è finito sulle cronache meno appariscenti, e tuttavia sostanziali per chi si occupa di queste storie per la semplice ragione che tiene una contabilità. E adempiendo alla loro routine questi soggetti si sono accorti di una semplice caratteristica: un viaggio in treno dalla Cina alla Polonia, ossia il cuore delle catene globali di produzioni che trovano in Germania l’anello di partenza, dura una dozzina di giorni a fronte del mese e mezzo circa che impiega una nave. E tanto basta perché la cosa diventi improvvisamente interessante.
La nuova tratta, che avrà una cadenza settimanale a partire dal prossimo gennaio, nasce dalla collaborazione fra l’autorità portuale di Gdansk, DCT Gdansk terminal container, di recente acquistato dalla PSA international di Singapore, gruppo globale di operatori portuali, e Adampol, gruppo polacco che è l’operatore logistico e l’amministratore del percorso. Gli animatori del progetto sono convinti che il treno cinese avrà un notevole effetto sugli scambi fra la Cina e la penisola scandinava, oltre che con la Gran Bretagna, essendo la spedizione verso il porto polacco anche competitiva rispetto al trasporto verso il porto di Amburgo.
Gli operatori polacchi sono convinti che la loro iniziativa trasformerà il porto di Gdansk nel terminale principale del Baltico. E d’altronde non ci avrebbero investito se non lo credessero veramente. A noi osservatori basta sottolineare che la Cina, tramite la Polonia, ha un nuovo collegamento in Europa che insiste su un mare assolutamente strategico della penisola europa. Un collegamento terrestre che i polacchi si sono affrettati a definire un “Belt and Road rail link”. Con ciò confermando che la BRI cinese ormai è divenuta sostanzialmente un marchio. Uno dei marchi della globalizzazione che verrà.
Cronicario: La commissione sulle banche è inutile. Quindi perfetta
Proverbio del 18 dicembre Vivi in modo da non far male a nessuno
Numero del giorno: 0,2 Tasso % inflazione su base annua in Italia a Ottobre
Giuro che oggi volevo stare zitto. Mi preparavo a gustarmi l’ozio pre-natalizio, che è persino meglio di quello natalizio, quando d’improvviso un ex ministro dell’economia, indimenticato perché indimenticabile, se n’è uscito con la seguente perla di saggezza: “La commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche non ha senso. Secondo me questi non hanno capito che la vigilanza la fa la Bce, la Banca d’Italia la fa sulle banche cantonali”.
Ora: sicuramente l’ex ministro indimenticabile avrà ragione – si è mai visto, dico, un ministro dell’economia avere torto, specie quando diventa ex? -, ma al nostro illustre sfugge un dettaglio insignificante. Per lui, ma non per chi deve votarla, questa commissione.
Ecco, questo è il clima. Uno così di sicuro raccoglie applausi. Chi vota la commissione raccoglie voti, ossia la versione edulcorata degli applausi. Metteteci pure che molto facilmente le passerelle delle audizioni della commissione, che sarà sicuramente guidata dal presidente che tiene famiglia di bancari, regaleranno tonnellate di titoli ai giornali, e quindi daranno nuovo lavoro agli stessi politici che hanno voluto la commissione, che dovranno sforzarsi di farcisi vedere dentro. Una faticaccia, signori miei. Ma è così che gira il pil in Italia.
Il fatto poi che, come dice l’illustre, la commissione sia sostanzialmente inutile ai fini pratici – che dovrebbero essere quelli di evitare nuovi salvataggi – non la rende insensata. Al contrario: la rende perfetta.
A domani.
La Russia benedice l’autostrada “cinese” della BRI
Chi osserva il livello crescente di cooperazione fra Russia e Cina nella tessitura della globalizzazione prossima ventura, non si sarà stupito nell’apprendere, nel giugno scorso, del lancio dell’ambizioso progetto della Meridiana Highway, un’autostrada che dovrebbe connettere il confine russo col Kazakistan con quello bielorusso, saldando sostanzialmente l’Asia centrale con l’Europa e la Cina.
L’estate scorsa le cronache riportavano del via libera di Mosca all’ambizioso progetto che si propone di realizzare un’autostrada di 2.000 chilometri in una delle zone più remote del pianeta, che ha il pregio però di essere tornata strategica dopo il lancio della BRI cinese, che come abbiamo visto si propone di reinterpretare in chiave contemporanea l’esperimento euroasiatico riuscito ai mongoli nel XIII secolo, con la Russia nel ruolo di connettore.
Non è difficile immaginare che il capitale cinese sarà più che benvenuto in questa impresa, che si calcola ultramiliardaria. Le prime stime parlano di almeno dieci miliardi di dollari di costo e di dodici anni per raggiungere il punto di pareggio. E riportano anche delle perplessità di alcuni investitori, che devono comunque considerare il rischio politico implicito in territorio complicati come quelli del centro Asia, esposti come sono ai capricci dei loro governanti.
E tuttavia c’è da scommetterci che tutte queste perplessità verranno superate dall’ovvia constatazione che chiunque può fare osservando il valore specifico di quest’opera nel contesto globale, come illustra bene il grafico sotto.
Quest’autostrada, unendosi alla rete già esistente, potrebbe realizzare il collegamento terrestre più corto fra Amburgo e Shanghai, in perfetto stile BRI.
Si tratta di un lavoro lungo, ovviamente: almeno 12-14 anni, con tutti i rischi del caso. Ma d’altronde il progetto della BRI non è certo di breve periodo. La globalizzazione euroasiatica richiederà tempo, ma sembra ormai avviata. Sempre che la collaborazione fra Cina e Russia duri. Il che non è necessariamente detto.
Cronicario: Caro Babbo Natale, regalami un evasore fiscale
Proverbio del 17 dicembre Un ospite lieto non grava su nessuno
Numero del giorno: 4,3 Incremento % export italiano a ottobre su base annua
Caro Babbo Natale,
visto che anche quest’anno mi costringono a scriverti una letterina, volevo dirti che invece dei soliti regali – trenini, monopattini, videogiochi, torrone – che aumentano l’inquinamento e il riscaldamento globale (me lo ha detto mio cugino che è amico di Greta), vorrei qualcosa di diverso, che magari non ti aspetti.
Ci ho pensato mentre sbirciavo di nascosto il giornale che mio papà si era dimenticato di portar via, con ciò facendomi scoprire un mondo incredibile che noi bambini neanche immaginiamo. Ho letto ad esempio la storia di quel tizio finito agli arresti domiciliari, che dovrebbe significare che è in punizione a casa. Anche a me succede, anche se sono un bravo bambino. Però lui ha 63 anni e quindi è un po’ strano. Ma la cosa più strana è che questo signore, residente in Svizzera, aveva 120 case di proprietà, quindi non ho capito esattamente in quale casa lo avessero messo in punizione. Ma poco male. Tanto queste case erano tutte “finemente arredate”, e lui, prima della punizione, girava con auto di lusso e aveva nel salvadanaio diciassette milioni in contanti che non scrivo a numero perché non so con quanti zeri di preciso si scriva.
Soprattutto vorrei capire, caro Babbo Natale, perché questo signore la cui “storia criminale partendo dai primi anni ’90, quando cominciava a collezionare i primi precedenti penali per reati contro la pubblica amministrazione, il patrimonio e per evasione fiscale” e pur “evidenziando una raffinata e ostinata capacità delinquenziale” sia finito in punizione così tardi mentre a me basta prendere un brutto voto. Soprattutto non capisco come facesse ad avere tutti questi soldi mentre diceva di avere solo un normale stipendio come mamma e papà. Dicono fosse un evasore. E sarà per questo.
Pensavo di chiedere ai miei, ma mi è caduto l’occhio su un’altra storia. Di un tale che gli hanno sequestrato 400 milioni perché aveva fatto cattiverie in giro per il mondo con il gioco d’azzardo, che immagino siano giochi pericolosi. Che li faccio anch’io, insomma. Ma mica ho tutti questi soldi!! Dicono che anche lui fosse un evasore.
Allora ho capito che non potevo chiedere una spiegazione a mamma e papà, che sempre insistono sul fatto che devo studiare e andare bene a scuola: ho sfogliato tutto il giornale e non ho trovato nessuna storia di uno che si è comprato 120 case andando bene a scuola.
Perciò caro Babbo Natale ho deciso: da grande voglio fare anche io l’evasore, qualunque cosa significhi. A proposito: non è che potresti farmene trovare uno sotto l’albero? Magari m’insegna. Grazie.
A domani.

























