Categoria: Annali
Cartolina: I privilegi del capitalismo 2.0
“A growing number of investors are paying for the privilege of parting with their money”, dice chissà quanto ironicamente Claudio Borio, capo del dipartimento monetario della Bis, commentando gli esiti dell’ultima rassegna trimestrale della banca. Si calcola che 17 trilioni di obbligazioni, sovrane e corporate, viaggino a tassi negativi, all’incirca il 20% del pil globale. Ormai il vecchio capitalismo che prestava a interesse si è evoluto in un sistema che fa pagare i prestiti ai creditori. Lo dimostra l’apparizione di certi “privilegi” che “sarebbero stati impensabili anche all’apice della grande crisi del 2007-09”. “There is something vaguely troubling when the unthinkable becomes routine”, conclude Borio. E’ il capitalismo 2.0, bellezza.
Cronicario: Più prosciutto e pecorino per l’Europa Gentilona
Proverbio del 3 ottobre La fortuna presta, non regala
Numero del giorno 87.000.000.000 Patrimonio casse previdenziali private italiane
Ora che i cugini americani pagheranno più caro il prosciutto, il parmigiano e persino il pecorino – vagliela a spiegare la differenza – è chiaro a tutti che il momento è di particolare gravità. Bisogna rispondere con forza.
Ai più fini osservatori non è certo sfuggito perciò che proprio oggi, all’indomani dei dazi di Mister T. che non hanno risparmiato i vini francesi né i formaggi svizzeri, il nuovo responsabile economico della nuova commissione Ue si è presentato all’europarlamento per spiegare quello che vuole fare da grande. Non si è capito granché, salvo che verrà fatto con la massima cortesia. Ormai abitiamo in un’Europa gentile. Anzi, Gentilona. E quindi via alle assicurazioni europee per i senza lavoro e anche alla flessibilità per gli investimenti.
Ma quali investimenti? Gli esegeti più acuti hanno già capito dove voleva andare a parare. Bastava fare due più due.
Infatti le teste d’uovo di Bruxelles sono già all’opera. I dazi Usa scoraggiano le vendite di pecorino? Non c’è problema: convinceremo gli europei a consumarne (e comprarne) di più. Anche a bere più vino francese, se proprio dobbiamo.
Ci rimarranno meno soldi in tasca. Ma almeno, grazie all’Ue, avremo scoperto il segreto della felicità.
A domani.
L’illusione del denaro facile non curerà il malessere dei benestanti
L’estate del nostro scontento, per parafrasare il poeta, la si potrebbe raccontare con le parole di Ewald Nowotny, banchiere centrale in forza alla Bce, che qualche tempo fa, in una lunga intervista a Bloomberg, ha ricordato “la fortuna di un periodo di pace che dura ormai da 74 anni” che “ha inevitabilmente portato a un enorme accumulo di ricchezza, da un lato, e di debito, dall’altro”. Debito e ricchezza, insomma. Binomio inscindibile, nonché grande successo storico. Che però è anche un problema. “In passato la guerra o l’inflazione” finivano col risolvere il problema del debito. “Come risolverlo oggi senza questi due fattori è una questione che rimane aperta”, conclude.
Potremmo dire ricordando un celebre libro di Keynes, l’economista defunto che più di tutti vive nella testa dei politici, che le conseguenze economiche della pace sono la crescita della ricchezza e l’aumento dei debiti. La prima genera costante conflitti sulla sua distribuzione. I secondi gravano sulla stabilità finanziaria e spengono gli spiriti animali dei capitalisti, che tendono a trasformarsi in redditieri. Il combinato disposto genera quella costante insoddisfazione che anima oggi anima il populismo a un livello che non si vedeva più dagli anni Trenta del secolo scorso. Ma con una sostanziale differenza. All’epoca c’erano milioni di disoccupati in miseria. Oggi in alcuni paesi dove cuoce il malcontento si rasenta la piena occupazione.
Non è solo la povertà ad animare il populismo, evidentemente, e per molte ragioni. Una è che l’economia del secondo dopoguerra nasce come promessa di infinita crescita economica e piena occupazione, che col tempo ha generato insofferenze parossistiche non solo verso le crisi, ma persino nei confronti dei rallentamenti. Se la Cina annuncia che potrebbe crescere sotto il 6% quest’anno o il prossimo, qualcuno inizia a correre ai ripari. Non si può che crescere, e molto, pena il disastro sociale, prima ancora che economico.
Ciò implica l’aumento del debito, come illustra un paper molto istruttivo prodotto all’ultimo vertice di banchieri centrali a Jackson Hole, che ha riesumato il vecchio dilemma di Triffin – quello fra la convertibilità aurea del dollaro e la crescita dell’economia internazionale – per notare come ormai il debito denominato in dollari, che si nutre di se stesso, sia diventato la benzina della crescita economica. I fatti lo confermano. Nell’ultimo decennio, durante il quale la ricchezza è tornata a crescere anche se meno intensamente rispetto a prima del 2008, il debito globale è aumentato, con ciò nutrendo il magnifico paradosso per cui al massimo benessere si accompagna la massima insoddisfazione, declinata nei vari populismi. E i tecnici, come ha ammesso con ammirevole sincerità Nowotny non sanno più esattamente cosa fare. Salvo tirare fuori le idee di vecchi economisti defunti, appunto. Come quando si esortano gli stati che se lo possono permettere a fare politiche fiscali espansive. Sempre come negli anni Trenta.
Ma siccome non tutti gli stati se lo possono permettere, ecco che fioccano le suggestioni. Sempre a Jackson Hole ha suscitato una certa ammirazione un’idea del governatore della BoE Mark Carney, che ha proposto una sorta di Libra in stile Facebook, ma emessa dalle banche centrali, per togliere dal tappeto la supremazia del dollaro, ormai acclarata fonte di squilibrio finanziario, come se davvero l’ordine monetario internazionale abbia a che fare con la ragione economica e non con quella politica. Il fatto che il dollaro sia ancora un nostro problema, come ebbe a dire il segretario del Tesoro Usa ai tempi di Nixon non sposta di una virgola il fatto che così continuerà ad essere finché rimarrà in piedi questo ordine internazionale, peraltro insidiato non solo dal rumoroso emergere della potenza cinese, ma dagli stessi Stati Uniti, che sembrano ansiosi di segare l’albero sul quale sono seduti preda come appaiono, ancora come nei disgraziati anni Trenta, della loro ebbrezza isolazionista.
Ma rimangono suggestioni. Prodotti tipici di un’epoca di crisi, che produce geni più o meno incompresi del pensiero economico. Sempre nell’America dei ‘30 il medico generico Francis E. Townsend proponeva fra gli applausi degli astanti che tutti gli ultrasessantenni ricevessero un assegno di 200 dollari da spendersi entro trenta giorni per stimolare l’economia. In quegli anni gli americani stravedevano per gente come Charles E. Coughlin, un sacerdote cattolico che predicava il conio dell’argento per opporsi al predominio dell’oro sul sistema monetario Usa – uno sorta di No Euro dei nostri giorni – e la nazionalizzazione delle banche, oppure come Huey P. Long che nel 1934 pubblicò il suo programma di riforme il cui slogan era “distribuiamo la ricchezza”, i cui perni erano un tetto ai redditi annui e alle cifre ereditabili. Un anno dopo il nostro eroe morì in un attentato, ma il suo slogan ormai fa parte delle piattaforme di moltissimi governi contemporanei, compreso il nostro. Fra ieri e oggi non ci sono poi cosi tante differenze: il cuore di ogni problema viene individuato nella mancanza di soldi per il popolo.
Ma è davvero così? Giova poco osservare che gli oltre 100 trilioni di debiti che girano per il mondo corrispondano ad altrettanti crediti. Qualcuno vi dirà subito che queste ricchezze sono concentrate in pochi super-ricchi, malgrado già Von Mises, negli anni ’40 del ‘900, notasse in realtà come ormai gli attivi finanziari fossero patrimonio comune dei piccoli risparmiatori nella forma di assicurazioni, fondi pensione, conti correnti, eccetera. La suggestione si nutre con rappresentazioni facilmente comprensibili, e quella di tanti poveri schiacciati dal tallone di ferro dei super ricchi è risultata storicamente molto efficace, e quindi strumento ideale per alimentare nuove sovversioni. Dell’ordine economico, innanzitutto, prima ancora che politiche.
A qualcuno la parola sovversione sembrerà esagerata. Ma come altro definire l’ormai inveterata consuetudine di far pagare i creditori per i denari che prestano al debitore? Si calcola che ci siano in circolazione circa 17 trilioni di obbligazioni a tasso negativo e che questo sia conseguenza di un decennio di politiche monetarie allentate – sempre per stimolare la crescita per carità – dovrebbe essere ormai pacifico.
Ma siccome la crescita langue e l’inflazione boccheggia, ecco farsi strada nuove suggestioni, come quella di tassare il contante, che se ci si pensa bene è la naturale evoluzione di un sistema che fa pagare ai creditori i loro prestiti. Ma anche qui: non c’è nessuna novità. Di tassa sul contante ne parlava Silvius Gesell, all’inizio del secolo scorso, quando lanciò l’idea di applicare un bollino sulle banconote che ne deprezzasse il valore col passare del tempo. Gesell non lo ricorderebbe nessuno se non fosse stato reso celebre sempre da Keynes, in un angolino della sua Teoria Generale, nella forma di un bizzarro pensatore autodidatta. Anche Gesell, in fondo, era un frutto sbocciato negli aridi anni della depressione economica, stavolta esplosa alla fine del XIX secolo.
La guerra commerciale con gli Usa non ferma la digital silk road cinese
Questo mese la telenovela dei colloqui fra Usa e Cina per risolvere le proprie diatribe commerciali dovrebbe conoscere l’ennesima puntata con il round di colloqui previsti sul suolo americano. Lo spazio per l’ottimismo ormai è risicato. Dopo l’invelenirsi del clima determinato dalla reazione agostana cinese ai dazi Usa (rialzo fra il 5 e il 10% dei dazi su 75 miliardi di prodotti statunitensi), pochi scommetterebbero su un miglioramento dello stato delle relazioni fra i due paesi, anche se si è osservata qualche distensione. Gli Usa, ad esempio, hanno rinviato al prossimo 15 ottobre la decisioni su ulteriori dazi su 250 miliardi di beni cinesi, mentre questi ultimi hanno esentato dai rialzi soia e carne di maiale, che gli Usa esportano massicciamente in Cina. Ma sono piccoli gesti, e il rischio di un aumento delle tensioni commerciali rimane alto. Anche perché queste ultime sono la spia di un malessere profondo, che ha a che fare con la geopolitica più che con la bilancia commerciale.
La guerra commerciale, infatti, è solo la linea di faglia di un confronto assai più ampio diffuso su vari fronti uno dei quali, quello per la tecnologia, primeggia per importanza strategica. Abbiamo più volte analizzato questa prospettiva, ma uno studio recente del Mercator Institute for China, pensatoio europeo di cose cinesi, ci consente di avere una ricognizione aggiornata su uno dei progetti cinesi più importanti sul tappeto e che, non a caso, ha alimentato molte cronache del confronto sino-americano (si pensi al caso Huawei): la digital silk road di Pechino.
La prima cosa è dare un’occhiata allo stato dell’arte, approfittando di un’ottima rappresentazione grafica preparata dal centro studi.
Il cuore del contendere sono ovviamente le tecnologie di ultima generazione, come il 5G, e le infrastrutture che le conducono – le reti di cavi sottomarini. In entrambi i campi la Cina ha fatto passi da gigante risultando all’avanguardia ed estremamente competitiva nei confronti degli Usa, che sulla supremazia tecnologica hanno costruito larga parte della loro egemonia.
Ciò non poteva che avere effetti sullo scacchiere internazionale. Gli Usa, senza alcuna timidezza, hanno invitato gli alleati a non servirsi della tecnologia cinese e gli alleati, in Europa (Uk e Olanda, e di recente anche la Polonia) e persino in Australia (dove è stato bloccato il progetto di un cavo sottomarino cinese con le Isole Solomon) non se lo sono fatto ripetere. Ciò non ha impedito alla tecnologia cinese di espandersi in altre zone del globo, e segnatamente all’interno del continente eurasiatico e africano, in zone particolarmente sensibili come il Medio Oriente e il centro Asia.
Secondo i dati raccolti da Merics, dal 2013 la Digital silk road cinese ha generato investimenti diretti per 17 miliardi di dollari, sette dei quali sono stati dedicati allo sviluppo delle reti in fibra ottica e il resto per sviluppare sistemi di e commerce e di pagamento mobile. Col risultato che oggi le Big Tech cinesi sono all’avanguardia nell’uno e nell’altro campo. Centinaia di milioni sono stati poi spesi per sviluppare progetti di smart&safe city che verranno sviluppate proprio nell’area medio e centro orientale, oltre che per istituti di ricerca e centri data sparsi lungo i vari nodi della digital silk road.
Assai ambizioso appare il piano di infrastrutturazione di cavi sottomarini attorno all’Africa che dovrebbe “avvolgere” il versante orientale del continente e collegarlo con l’Asia e l’Europa. Si tratta di una rete ancora da realizzare ma di evidente portata strategica. Al contrario è stato già realizzato il collegamento fra l’Africa e l’America Latina partendo dall’Angola e si lavora a un altro cavo che colleghi il Camerun con il Brasile.
Lo sforzo finanziario dell’impresa è stato sostenuto in gran parte dalla China Development Bank (CDB) e dall’Export-Import Bank of China (EXIM) ossia due delle braccia finanziarie più imponenti del sistema finanziario cinese. Queste banche hanno prestato 2,5 miliardi a un operatore di telefonia indiana, la Bharti Airtel, e altri 600 milioni alla russa Rostelecom, che in parte sono stati utilizzati per acquistare forniture da Huawei e ZTE (altra impresa cinese finita nel mirino degli Usa).
La strategia nazionale cinese di internazionalizzazione digitale passa per una sorta di chiamata alle armi ai grandi giganti privati dell’hi tech cinese, Alibaba, Baidu, Tencent, che sono stati invitati a supportare l’espansione digitale cinese tramite lo sviluppo di tecnologie di pagamento mobile e dell’e commerce, che significa anche favorire l’internazionalizzazione della valuta cinese. Invito raccolto più che volentieri. Alibaba, ad esempio, ha investito quattro miliardi nella realizzazione di Lazada, un marketplace del sud est asiatico, dove fra l’altro è stata implementata anche Alipay, sistema di pagamento via app promosso sempre da Alibaba.
La chiamata alle armi alle Big Tech è stata la naturale conseguenza dell’atto di indirizzo del presidente cinese Xi Jinping, che ha invitato la Cina a diventare un cyber superpotere che significa non solo affari, ma anche diplomazia. In quest’ottica va interpretata la costituzione della digital economy cooperation initiative, un consorzio che raccoglie sette paesi, oltre la Cina, e i Digital Silk Road cooperation agreements che coinvolgono 16 paesi.
Tutto ciò è stato possibile in virtù di un notevole dispendio di risorse finanziarie. Aldilà degli investimenti diretti all’estero, che abbiamo visto, il governo cinese ha garantito robuste linee di credito ai giganti hi tech nazionali, nell’ordine dei 20-30 miliardi che hanno consentito a queste aziende di competere sul mercato internazionale a prezzi assai più vantaggiosi rispetto ai concorrenti occidentali.
Insomma, potere politico ed economico si sono alleati per fare della Cina un player globale dell’Hi tech, e questo spiega la dura risposta Usa. Se la Digital silk road cinese diverrà qualcosa di più che un disegno su una mappa il gioco globale ne uscirà rivoluzionato, piaccia o no a mister Trump. Quant a noi, ci adegueremo.
Cronicario: Zero Ebbasta
Proverbio dell’1 ottobre Chi lavora come uno schiavo può mangiare come un re
Numero del giorno 0,3 Tasso % inflazione in Italia a settembre
Neanche il tempo di far seccare l’inchiostro sulla Nadef, che come previsto ha dato il via al consueto show, che già i pezzi grossi si scatenano. Per dire, avevo appena iniziato a credere alle previsioni programmatiche del governo sul prossimo triennio…
pure se con una certa fatica…
ma con la speranza che almeno fossero azzeccati i tassi di crescita, peraltro già bassini….
quando improvvisamente, dai recessi del misterioso mondo della finanza è apparso Fitch.
Dai che la conoscete. E’ un’agenzia di rating, quindi un soggetto che fornisce (a pagamento, ma anche no) valutazioni sul merito di credito di un emittente e nel tempo libero fa previsioni.
E che dice Fitch? Che quest’anno – se va bene – faremo uno zero bello tondo di (non) crescita. Zero Ebbasta: il nuovo successo del governo del cambiamento di governo.
Buon ascolto.
A domani.
Viaggio in Cina: Xi, il signore degli anelli
Pure se sommariamente illustrata, come abbiamo fatto, l’epopea cinese iniziata con la nascita della Repubblica popolare mostra una coerenza invidiabile per noi figli del pressappoco. A volerci credere, o meglio a voler credere alla narrativa delle autorità cinesi, l’arrivo del nuovo presidente Xi Jinping completa il processo di rinascita nazionale avviato da Mao, impostato verso lo sviluppo economico da Deng, e finalmente indirizzato, dopo le parentesi di Jiang Zemin e Hu Jintao verso la grandezza globale. Xi, come ha ribadito il XIX congresso del partito comunista cinese del 2017, condurrà la Cina verso il suo destino di protagonista nel mondo.
D’altronde non si può diventare un grande paese se non si coltiva un qualche destino. E il destino cinese, almeno quello dei prossimi anni, è stato affidato a Xi, che ha promesso ai sui compatrioti che la Cina diventerà, entro il 2050, una potenza di ordine globale. Non solo economica – quello lo è già – ma anche politica e quindi militare. Anche di recente, nel corso della sfilata in scena in queste ore a Pechino èer celebrare i 70 anni della Repubblica popolare, con le gigantografie dei grandi leader ad accompagnare le forze armate, Xi ha ripetuto, promettendo prosperità e stabilità, che “nessuna forza può scuotere la nazione”. Né interna – pensate al caso Hong Kong – né esterna (gli Usa). Promessa eccessiva probabilmente, ma da prendere terribilmente sul serio. E per capirlo, che i cinesi fanno sul serio, basta osservare i missili DF41 schierati in bella mostra per la prima volta nel corso della manifestazione. Si tratta di missili intercontinentali a combustibile solido capaci, dicono, di raggiungere gli Usa in meno di un’ora. Con ciò evocando memorie ormai sbiadite di guerre fredde ormai dimenticate.
Diventa perciò interessante, oltre che utile, provare a conoscere un po’ meglio il nuovo imperatore cinese, che fra le altre cose è anche comandante in capo delle forze armate. La visione di Xi, per come l’ha raccontata uno dei suoi migliori interpreti, il sinologo nonché ex primo ministro australiano Kevin Rudd, si articola secondo uno schema formato da sette anelli concentrici, al cuore dei quali troviamo la centralità del PCC. Il partito comunista cinese è la fonte dell’autorità che deve garantire (secondo anello) l’integrità della nazione, da perseguirsi con la ricerca (terzo anello) di un modello di sviluppo economico sostenibile e (quarto anello) il mantenimento della sicurezza dei confini.
In questo modo la Cina potrà (quinto anello) perseguire il suo disegno di egemonia regionale, anche grazie (sesto anello) all’impiego del potere economico, strumento ideale per aumentare la propria sfera di influenza e quindi (settimo anello) arrivare alla riforma parziale dell’ordine globale.
Questo difficile percorso da equilibrista, basandosi sulla centralità del PCC, spiega perché il nostro Signore degli anelli abbia inteso consolidare innanzitutto il ruolo del partito per poter perseguire i suoi compiti di politica interna ed internazionale. Soprattutto lo schema tratteggiato da Rudd rende chiaro il disegno che sta dietro la creazione della Bri, riedizione delle vecchie vie della seta aperte dai cinesi a partire del I secolo dopo Cristo che consentirono di ativare traffici anche con l’impero romano, ma anche la ragione di altre decisioni meno appariscenti come ad esempio la quotazione di un future sul petrolio in valuta cinese, nonché le strategie di internazionalizzazione della moneta cinese, che passano anche dal progetto recentemente annunciato di creare una valuta digitale di banca centrale. Soprattutto spiega il notevole potenziamento degli investimenti sulla marina e in generale sulla cosiddetta Blue economy. La Cina sa bene che non può sfidare l’egemonia marittima degli Usa, ed è per questo che investe massicciamente sulle infrastrutture terrestri dell’Eurasia e dell’Africa, provando in questo modo a rivitalizzarle. Ma al tempo stesso non può evitare di trasformare la sua marina in uno strumento di potenza, almeno a livello regionale, dovendo anche presidiare le sue coste – si pensi al Mar cinese meridionale – vitali per le sue forniture.
La crisi del 2008 è stata, in questo contesto, un momento di grande cesura della strategia economica cinese. Il crollo delle esportazioni, che insieme agli investimenti in capitale fisico erano state le grandi protagoniste degli spettacolari avanzi correnti cinesi, vengono sostituite da un potente stimolo fiscale, all’origine peraltro degli squilibri attuali. Vedi ad esempio la straordinaria crescita dei debiti interni e dello shadow banking.
A fine 2008, racconta Bankitalia in una ricerca sulla Cina pubblicata pochi mesi fa, “il governo cinese aveva impegnato fondi pari a 12,5 punti di PIL (4000 miliardi di renminbi, equivalenti a 587 miliardi di dollari al cambio di allora) da spendere in 27 mesi e destinati soprattutto a irrobustire la dotazione infrastrutturale del paese”. La politica monetaria sostenne l’espansione fiscale. Il credito bancario è aumentato di oltre 21 trilioni di renminbi fra il 2008 e il 2011. Tutto ciò servì a sostituire la domanda esterna in calo con quella interna, anche se al prezzo degli squilibri che abbiamo detto.
Il dodicesimo piano quinquennale 2011-2016 si pose perciò come obiettivo il riequilibrio dell’economia. Le autorità spiegarono di voler sostituire investimenti ed export con consumi e innovazione tecnologica. L’epoca di Xi inizia proprio in quegli anni. Nel 2012 diventa segreterio del PCC e l’anno dopo presidente della Repubblica popolare. Il sistema economico è rimasto alquanto squilibrato – a fine 2017 il debito complessivo dell’economia era al 256% del pil, 100 punti in più rispetto al 2007 – ma la trasformazione economica sembra essere decisamente avviata, come si può osservare dal grafico sotto.
Peraltro la recente guerra tecnologica fra Usa e Cina, che va dal 5g ai microprocessori e non risparmia neanche i cavi sottomarini, è la migliore dimostrazione che la strategia di Xi, seppure a rischio di gravi inconvenienti – ad esempio la guerra commerciale con gli Usa – sta pagando i suoi dividendi. Il capitale cinese non è mai stato così internazionale e così la sua capacità di influenza politica. E a dimostrazione che la resa vale la spesa, a fine 2018 il governo ha nuovamente riorientato la sua politica economica allentando nuovamente i cordoni della borsa.
La stabilizzazione del debito esorbitante, che aveva fatto sorgere dubbi sulla stabilità finanziaria, è stata accantonata di fronte al rischio che il deleveraging poneva all’andamento della crescita. In sostanza è stata consentita una politica fiscale più espansiva di nuovo tramite investimenti infrastrutturali e una moderata riduzione del carico fiscale alle famiglie. Una Trumpeconomics, ma alla cinese. Neanche il Signore degli anelli può sfuggire al ciclo economico internazionale. E questa semmai è l’ulteriore conferma che la Cina è una di noi. Piaccia o meno.
(2/segue)
Puntata successiva: Le nuove strade dell’impero
Puntata precedente: Alle origini del miracolo economico
Cronicario: Sale il gradimento del governo. Anzi, salIva
Proverbio del 30 settembre Dova va la testa, vanno anche i piedi
Numero del giorno: 4,9 Tasso % disoccupazione in Germania a settembre
Rassegnatevi. Per le prossime settimane è previsto il Nadef Show, quindi coretti e vilipendi vari fra quelli che governano, e devono fare i conti con la realtà – notoriamente stronza – e quelli che vorrebbero governare ma non possono, e quindi navigano nell’irrealtà – notoriamente meravigliosa.
Così mentre i secondi vagheggiano di fantastiche manovre economiche dove si danno soldi a tutti, si abbassano le tasse e gli elettori ringiovaniscono (ma sempre con la pensione), i poveracci al chiodo del governo fanno figuracce e riunioni notturne, come quella sull’Iva che non sale ma salirà, dalle quale non si cava un ragno dal buco.
In mezzo a questo bailamme ci siamo noi, poveri contribuenti poveri, quindi tre volte poveri, che dobbiamo raccapezzarci con la pletora di annunci, smentite, conferme, mezze verità, intere bugie e, infine, la Legge di Bilancio, che statuirà quanto ci costerà abitare in Italia l’anno prossimo.
Il governo del cambiamento di governo nutre grandi speranze, com’è normale che sia. E infatti sale nel gradimento, dicono i supporter. Prima della Nadef salIva, diranno da oggi.
A domani.
Ps poco fa l’ex avvocato del popolo, ora autonominatosi “riformatore degli italiani” ha detto che l’aumento dell’Iva è stato sterilizzato. Tenetevi forte.
Il costo salato di una Brexit senza accordo
Il premier britannico continua a ripetere che, comunque vadano le cose, il prossimo 31 ottobre l’UK uscirà dall’UE e amici (?) come prima. Facilissimo a dirsi, mentre risulta estremamente complicato provare a raccapezzarsi nel misterioso mondo delle conseguenze che tutti gli osservatori temono e a ragion veduta.
Una Brexit senza accordo incorpora una quantità inestricabile di effetti che si può provare a stimare – lo ha fatto di recente l’Ocse nel suo ultimo outlook economico – ma ben sapendo che si tratta di congetture. Ma una cosa possiamo darla per certa: il costo di un no deal sarà salato. Per l’UK, in primis, che rischia di finire in recessione già dall’anno prossimo, ma anche per il resto dell’Europa che con l’UK conclude(va) molti e ricchi affari. Senza contare il resto del mondo. La bomba del no deal scoppia nel mezzo della singolar tenzone commerciale sino-americana, che sembra seriamente impegnata a frantumare le catene commerciali del valore, e quindi il commercio internazionale. Fra i due litiganti, il terzo si fa esplodere, potremmo dire.
C’è da sperare perciò che il buon senso torni ad allignare Oltremanica, pure se di buon senso se n’è visto poco nei tre anni cominciati a giugno 2016, quando il popolo britannico decise, chissà quanto consapevolmente, di infliggersi questa straordinaria complicazione. Abbiamo già visto che da allora l’economia britannica ha sopportato un notevole costo, che sta pagando anche adesso, visto che l’aumento dell’incertezza è una palla al piede per gli spiriti animali britannici, come dimostra il vistoso calo degli investimenti. Ma se il prima e il durante della Brexit appaiono così poco salutari, il dopo senza un accordo con l’UE sembra persino peggiore.
Lo scenario elaborato da Ocse, che conduce ai risultati osservabili nel grafico, presume che si aprano i vari paracadute tecnico-istituzionali predisposti dai vari governi e dalle banche centrali nell’ipotesi di uscita senza accordo. Perché se non funzionassero, queste precauzioni, i danni sarebbero di gran lunga maggiori. L’osservazione è condotta nel breve-medio periodo.
Il canale più rischioso è ovviamente quello del commercio. Il no deal incorpora l’ipotesi che gli scambi con l’UK saranno regolati con le norme WTO seguendo la regola della miglior nazione favorita (Most-Favoured Nation, MFN). In tal caso il commercio britannico finirebbe nelle maglie delle varie tariffe sia dal lato dell’export che dell’import, senza considerare che l’uscita dall’unione doganale aumenterebbe notevolmente – leggi a costi crescenti – il passaggio delle merci. Pagherebbero un costo salato anche i servizi che, pur non essendo soggetti a tariffe, dovrebbero adeguarsi a nuove regole.
Sulla base di queste premesse, l’Ocse stima che “nel medio-lungo termine i volumi di esportazioni dell’UK possono declinare fra il 15 e il 20%”. Nell’immediato l’istituto parigino stima un calo dei volumi delle esportazioni dell’8%. Nel medio termine una parte di questo shock dovrebbe essere assorbito dalla svalutazione della sterlina che si stima perderà almeno un 5% del suo valore dopo l’uscita. Anche le esportazione dell’UE verso l’UK sono viste in drastico peggioramento. L’Ocse stima complessivamente un calo del 16% nel periodo di osservazione a causa dei costi più elevati “con gli effetti più gravi subiti dall’Irlanda”. L’impatto sui singoli paesi dipende ovviamente dall’intensità dei legami commerciali che hanno con l’UK. I più penalizzati, perché più interconnessi, a parte l’Irlanda sono l’Olanda, il Belgio, la Germania e la Spagna.
Oltre ai flussi commerciali, ci sono i danni che una minore apertura – perché questo comporta la Brexit senza accordo – provoca a un paese sul dinamismo dell’economia e la produttivit. Sempre l’Ocse stima che un calo di quattro punti percentuali di apertura al commercio riduce la produttività dello 0,8% dopo cinque anni e dell’1,2% dopo dieci. Quindi si stimano effetti sul mercato del lavoro, per un presumibile calo dell’immigrazione nel paese, e sul debito del governo, con i premi a termine in salita, che significa debito più caro. Non solo per il governo, ma anche per le imprese. Per queste ultime si ipotizza un premio di rischio in crescita di 100 punti base nel 2020.
Tutti questi eventi concorrono al risultato finale di un pil in calo di quasi il 2% nel 2020 rispetto allo scenario base, che significa recessione, e investimenti in calo del 9% a causa soprattutto dell’incertezza. Si prevede anche inflazione in salita, spinta dalla svalutazione della moneta, che toglie spazio di movimento a politiche monetarie espansive, che pure potrebbero essere necessarie. Nell’UE le cose non vanno granché meglio. Il Pil per l’UE a 27 si stima in calo complessivamente dello 0,5%, con vari gradi a seconda del paese, gli investimenti del 2% e l’inflazione dello 0,2%. In sostanza, si abbassa di qualche grado una temperatura economica già abbastanza fredda.
Si presume che banche centrali a governi, a cominciare dal quello britannico, agiscano sul versante della politica monetaria e fiscale per far riassorbire lo shock. Sarebbe sicuramente più saggio e meno costoso prevenirli, piuttosto che curarli. Ma a quanto pare la saggezza non ha nulla a che vedere con questa storia.
Cronicario: Viva l’Iva pagata elettronicamente con tassa selettiva al contante
Proverbio del 27 settembre Dove va la testa vanno anche i piedi
Numero del giorno: 0,88 Rendimento % oggi in asta del Btp decennale
Siccome si prepara il Nadef Show, versione italica del più celebre Muppet Show ma con gli stessi personaggi, travestiti per l’occasione da politici impegnati a discorrere di cose serie, e per giunta economiche, m’è parso d’uopo partecipare – il Cronicario sta qua apposta – lanciando una argutissima idea tecnico-politica-sociale che mette insieme e per giunta rilancia tutte le cose meravigliose che abbiamo letto in questi giorni.
Partiamo dal problema: le clausole di salvaguardia che prevedono un aumento dell’Iva dall’anno prossimo. Ricordate? E’ lo splendido regalo che ci ha lasciato in eredità il governo del cambiamento (sob) che a sua volta l’aveva ereditato dal governo cambiato, che a sua volta l’aveva ereditato dalla caduta del muro di Berlino che pagava il debito del dopoguerra. Ecco Siamo sempre lì. Tiriamo calci al pallone dei debiti che dovremo pagare domani (sperando di non pagarli) come se non ci fosse un domani.
E infatti siamo arrivati a oggi con la cambiale in scadenza, oltre una ventina di miliardi, e tante bellissime idee su come non farlo. Ed è qui che decolla il Nadef Show con i suoi meravigliosi protagonisti che recitano a soggetto.
Le anticipazioni le conoscete già: dall’aumento selettivo delle aliquote Iva, fino alla tassazione del contante accompagnata dalla detassazione dei pagamenti elettronici, ma sempre tenendo conto che avremo bisogno di fare deficit per redistribuire i redditi e tagliare le tasse a cominciare da quelle per il lavoro e così rilanciare la crescita, che sennò signora mia non riusciamo a pagare i debiti che comunque aumenteranno, ma in un orizzonte triennale li taglieremo, facendo le privatizzazioni non subito ma quasi perché ci vuole tempo e comunque adesso l’Europa, che finalmente ci è amica perché in fondo è gentile, anzi Gentilona, ci darà la giusta flessibilità.
Quindi siccome prima di lunedì non verrà fuori la Nadef, che starebbe per nota di aggiornamento al Def, che starebbe per documento economico e finanziario, che starebbero insieme per le tasse che dovremo pagare in più l’anno prossimo semplicemente per rimanere in vita, ecco l’idea che il Cronicario offre ai protagonisti dello show: (non) aumentare l’Iva (non) facendola pagare in contanti a chi fa pagamenti elettronici che saranno detassati con un aumento selettivo delle aliquote, da far partire però dal 2021 con una clausola di salvaguardia raddoppiata per far scendere lo spread con un deficit flessibile, ma ad alto moltiplicatore grazie agli investimenti strutturali, che farà aumentare i redditi diminuendo le tasse.
Ma probabilmente, sarò incompreso.
Buon week end.
Cartolina: Obbligazioni o verità?
Dovrebbe quantomeno suscitare stupore che l’economia americana, nel suo insieme, covi obbligazioni finanziarie per oltre 40 trilioni di dollari. Invece non si stupisce nessuno, e ancor meno si preoccupano. D’altronde il debito è l’oro del nostro tempo, ha scritto qualcuno. E perciò più ne circola più diventiamo ricchi, dovendo al massimo decidere – i governi – chi dovrà averne di più o di meno di questa ricchezza. C’è un problema di redistribuzione quindi, non di debito, nelle nostre economie, giurano tutti. Quindi va benissimo che Cina e Giappone insieme cumulino quasi altri 25 trilioni di debiti e un’altra quindicina di trilioni ne abbiano fatti i principali paesi dell’eurozona. Dicono, sempre gli stessi, che non siamo mai stati tanto ricchi quanto oggi, che soffochiamo, letteralmente, fra gli obblighi delle obbligazioni. Poi, un giorno, ci diranno la verità.





















