Categoria: Annali
Cronicario: Cercasi casa (usata) disperatamente
Proverbio del 2 luglio L’ozio è un grande tormento, il lavoro un grande riposo
Numero del giorno: 1.270.000.000 Sanzioni comminate dall’Antitrust in Italia da gennaio 2018 a oggi
Anche oggi all’ora delle buone notizia, quindi dopo il primo caffé e prima del secondo, l’Istat non ha fatto mancare il suo personalissimo contributo al buonumore nazionale (ossia il mio) producendosi nell’ultima rilevazione dei prezzi delle abitazioni, quella che i secchioni chiamano Ipab. Notizia ghiottissima per chi sta corto di metratura e stendiamo un velo pietoso sul reddito.
L’ampio popolo degli stipendi bloccati può esultare: il mattone continua a perdere peso. Fra poco diventerà una mattonella, finalmente intonata con la capacità di indebitamento della famiglia media. A patto di accontentarsi però. Al massimo ci scappa un usato.
D’altronde col nostro reddito medio disponibile, circa ventimila e rotti euro l’anno, non è che uno può pensare di comprarsi una casa nuova, visto che i prezzi di queste abitazioni sono cresciuti di uno stratosferico 0,8% dal 2010. Un dato che fa impallidire i nostri cugini europei, visto che in media Ue i prezzi sono cresciuti dell11% da allora.
Fosse anche pochino, quello 0,8% in più, comunque è sempre più della crescita media dei redditi negli ultimi lustri.
E questo spiega la ragione delle intelligentissime politiche adottate in questi anni grazie alle quali il prezzo delle abitazioni usate è calato di quasi il 24%. Adesso manca solo che le banche facciano i mutui senza interessi, ed ecco servito il prossimo miracolo italiano: la mattonella comprata col reddito di cittadinanza. A rate, ovviamente.
A domani.
Il capitale cinese sbarca nei porti africani
Una interessante ricognizione del CSIS ci consente di conoscere la mappa aggiornata degli investimenti cinesi nel sistema portuale africano. Un lavoro molto utile per comprendere il livello di penetrazione del capitale cinese nel continente nero, dove ormai si contano ben 46 progetti, fra già esistenti o già pianificati, che in pratica circondano l’Africa, trasformandola in una straordinaria piattaforma logistica per la Cina.
Secondole stime dell’istituto, il capitale cinese è coinvolto nel 17% dei 172 porti censiti dal World port index del 2017. “Questi porti – nota il CSIS – sono posizionati lungo ogni costa, fornendo ai cinesi un accesso alle principali rotte marittime”. Da qui la conclusione che questa politica di investimenti presenti “una potenziale minaccia per l’influenza degli Usa nell’Africa Sub sahariana, così come alla sovranità del continente”. L’ennesima potenziale minaccia, si potrebbe dire, solo ricordando la sfida a tutto tondo nella quale l’emersione della potenza cinese sta gradualmente trasformandosi.
Peraltro i ricercatori che hanno svolto l’analisi premettono che potrebbe non essere esaustiva. Anche perché non bisogna dimenticare che lo sviluppo di queste infrastrtuttre è connessa con quello della Bealt and Road initiative, che si articola non solo con la realizzazione di infrastrutture strategiche, ma anche con lo sviluppo delle relazioni finanziarie fra Cina e Africa che queste infrastrutture generano automaticamente. Basta ricordare il caso di Gibuti o della notevole presenza cinese in Angola per averne contezza.
“I 46 porti identificati – sottolineano – sono allineati con i più ampi obiettivi delle forze militari, commerciali e politiche cinesi”. Non tutti i porti incorporano questi tre obiettivi, spiega il CSIS, e infatti “una delle sfide chiave è disaccoppiare questi tre obiettivi, distinguendo i porti che impattano sulla sicurezza da quelli che offrono guadagni puramente commerciali”. Ma rimane il fatto che questa evoluzione sembra destinata a giocare un ruolo determinante nel confronto sempre più diretto che si sta sviluppando fra le potenze, come si chiamavano una volta, per guadagnare influenza.
Le motivazioni commerciali, ovviamente, non vanno sottovalutate. Il 90% dell’export africano dipende dai porti, e quindi gestire queste infrastrutture garantisce lauti guadagni. Ma com’è noto il denaro, superato un certo livello, non è più un movente ecoomico, ma uno strumento politico.
Aldilà dei necessari distinguo, che consentono di capire l’effettivo valore strategico delle singole infrastrutture, è già rilevante la circostanza che Pechino abbia trovato in Africa il ponte ideale verso l’Occidente. Non l’unico, ovviamente. Ma quello più rilevante.
La politica monetaria ha le batterie scariche. Che fare adesso?
Usa una metafora, il direttore generale della Bis, Agustín Carstens, per presentare lo stato dell’arte dell’economia internazionale in occasione della pubblicazione dell‘ultimo rapporto annuale. Dice che “è ora di accendere tutti i motori”, con ciò volendo sottolineare che la politica monetaria, sostanzialmente ha esaurito le sue possibilità di tenere a galla una crescita che ancora c’è ma chissà fino a quando. Troppe incognite – una fra tutte le guerra dei dazi sinoamericana – e troppe questioni irrisolte, a cominciare dal debito crescente e cresciuto, invitano a mettere da parte certe timidizze, che sono innanzitutto politiche, e “accendere tutti i motori”, ossia fare uso ampio e possibilmente consapevole delle varie leve di cui i governi dispongono per raddrizzare il legno storto di uno sviluppo fragile. Quindi “raggiungere un maggior equilibrio tra le politiche”. Oltre a quella monetaria, ” le politiche di bilancio e macroprudenziali e le riforme strutturali”.
Facile a dirsi, altro discorso è riuscire. La timidezza dei governi a prendere di petto certi problemi non è certo un incidente della storia. I governi hanno trovato comodo delegare alla politica monetaria alcune responsabilità e dopo dieci anni di denaro praticamente gratuito suona alquanto irrealistico pensare che riusciranno a fare quello che è necessario. Abbiamo già osservato il nervosismo politico americano crescere insieme ai tassi di interesse della Fed.
Questa difficoltà si insinua nel tessuto sempre più lacero dei rapporti internazionali, dove il confronto commerciale fra Usa e Cina – “Vale la pena ripeterlo: le
guerre commerciali non hanno vincitori”, dice il dg – si insinua nelle difficoltà con i quali i due paesi devono fare i conti internamente. La Cina, innanzitutto, alle prese con un costoso – in termini di velocità dell’economia – deleveraging che si trasmette come un terremoto internazionale lungo le catene globali della produzione.
Queste scosse colpiscono tessuti economici ancora amorevolmente assistiti dal denaro a basso costo delle banche centrali, dove “‘l’inflazione è rimasta alquanto contenuta nonostante molte economie operino a livello, o al di sopra, delle stime standard di crescita potenziale e registrino minimi storici di disoccupazione”. Una evidente anomalia. L’ennesima, si potrebbe dire, che d’altronde fa il verso a un modello di crescita risultato anomalo che adesso manifesta la sua natura con un crescente “indebolimento di consumi e investimenti” e con la circostanza che ” la fase di contrazione del ciclo finanziario in corso in molti paesi costituirà
probabilmente un freno alla crescita mondiale”. “È importante sottolineare che, dopo il lungo periodo di allentamento delle condizioni finanziarie,
si sono costituite molte vulnerabilità che potrebbero portare fuori strada l’economia mondiale”, osserva. Con ciò confermando quello che si ripete da anni: alla lunga una medicina diventa il veleno di un organismo, se quest’ultimo non viene curato.
Su quale sia la malattia non dovremmo più dubitare. “Una di queste vulnerabilità è costituita dall’elevato indebitamento delle famiglie in molte economie avanzate, in particolare in quelle non direttamente colpite dalla Grande Crisi Finanziaria. Questi livelli di debito storicamente elevati riducono la possibilità per le famiglie di dare un impulso all’attività economica”. Il boom del debito non risparmia ovviamente il settore societario e in generale ha a che fare con il deterioramento della qualità creditizia. Basta un semplice esempio: “Il mercato dei prestiti leveraged ha attualmente una portata pari a circa 3.000 miliardi di dollari Usa, comparabile a quella del mercato delle collateralised debt obligation (CLO), responsabili di aver amplificato la crisi dei subprime”.
Poi ci sono le EME, ovviamente. Grandi protagoniste della riscossa economica d’inizio secolo, oggi sono diventate uno dei problemi. Non a caso le Bis se ne occupa in un capitolo della sua relazione. ” Le attuali vulnerabilità riflettono in parte gli effetti di propagazione del protrarsi delle politiche monetarie accomodanti, in quanto le EME sono particolarmente sensibili alle inversioni di rotta dei flussi di capitale e alle oscillazioni del tassi di cambio”, spiega Carstens. E a seguire le banche, che stanno meglio di prima della crisi ma devono vedersela con sfide di complessità crescente, a cominciare da quelle rappresentate dalle bigtech, che ormai si candidano a diventare loro concorrenti. Tutto ciò “soprattutto in un contesto in cui il debito complessivo – privato e pubblico – è molto elevato rispetto agli standard storici ed è aumentato ulteriormente negli ultimi anni” rende l’economia internazionale alquanto incendiaria con la volatilità sua prima conseguenza visibile.
E qui veniamo al punto centrale. “L’anno scorso le principali banche centrali avevano imboccato la strada verso la normalizzazione, mettendo in atto un inasprimento molto graduale e anticipato in considerazione della solidità della crescita mondiale. Ma con l’indebolimento del commercio mondiale e il crollo dei mercati finanziari, la normalizzazione è stata sospesa”. Ha ancora senso parlare di normalizzazione sospesa? O dobbiamo accettare l’idea che questa dipendenza dei mercati dalle politiche monetarie allentate sia ormai la normalità? Ma soprattutto “come dovrebbe reagire la politica monetaria nel caso in cui si verificasse un indebolimento più forte del previsto dell’attività economica?”. Il manager sottolinea che le BC nella maggior parte delle economie hanno ancora “un margine ampio” per agire, ma si devono comunque “considerare le vulnerabilità che le loro azioni immediate potrebbero creare”. E ne abbiamo appena visto alcune. Servono perciò “azione di ribilanciamento” visto che “la politica monetaria non può essere il motore di una crescita economica più sostenibile. In termini
più realistici, deve essere considerata piuttosto come un sostegno”.
E qui veniamo al problema dei sostegni, che alla lunga rischiano di indebolire piuttosto che aiutare. Sarà per questo che il manager auspica “una combinazione più equilibrata di politiche”. “Non è possibile procedere con un solo motore; bisogna accenderli tutti e quattro. L’andamento dell’economia continua a fare affidamento sul supporto straordinario delle banche centrali, sebbene la crescita mondiale sia ancora solida. Dobbiamo quindi raggiungere un maggiore equilibrio tra la politica monetaria, le politiche di bilancio e macroprudenziali e le riforme strutturali”.
Auspicio (o appello) magari condivisibile, ma chissà quanto realistico. Le cronache ci raccontano comee il modo che la politica sta trovando per riparare il malcontento che la crisi ha generato (ma forse questo malcontento ha radici più profonde) è esattamente quello che sta contribuendo a mettere in crisi nuovamente l’economia. E basta il caso della guerra commerciale a mostrarlo. Il fatto che anche la Bis auspichi che “la politica di bilancio dovrebbe essere usata giudiziosamente per sospingere una crescita sostenibile sostenendo la domanda aggregata con espansioni mirate e temporanee”, aggiungendosi ad appelli simili fatti nel passato dall’Ocse e dal Fmi, significa soltanto dire ai governi di fare la loro parte pensando che questi abbiano come orizzonte di riferimento un contesto internazionale, quando (nella migliore delle ipotesi) non guardano oltra casa propria.
La politica monetaria di poche banche centrali che hanno agito di concerto, finora, ha sostenuto l’economia internazionale. Oggi queste banche hanno scaricato le batterie che hanno alimentato la crescita. Difficile che i governi avranno energia sufficiente per ricaricarla.
Cartolina: Toccata e fuga di capitali dall’Italia
Le fughe di capitali si somigliano tutte, almeno all’inizio. E infatti l’episodio di maggio 2018, come lo chiama benignamente Bankitalia, ricalca, nel primi due mesi del suo svolgersi, la profondità e la virulenza del più devastante episodio iniziato a luglio 2011, che si concluse dopo oltre un anno e costò al sistema Italia un salasso di capitali notevolissimo. Basti ricordare che tutti i sottoscrittori di debito pubblico italiano, incluse banche e assicurazioni, vendettero titoli, in quell’episodio, arrivando a disfarsi del 32 per cento dello stock iniziale. Le banche italiane videro calare la propria raccolta sull’interbancario internazionale di 130 miliardi, il saldo Target 2, che misura i nostri scambi di valuta con l’estero, peggiorò di 286 miliardi. Diversamente, l’episodio di maggio 2018, dopo un paio di mesi nel corso dei quali i disinvestimenti dai titoli di stato italiani raggiunsero i 90 miliardi, ha trovato una parvenza di equilibrio, pure se al costo di uno spread più elevato, che peraltro non è neanche bastato a riportare in Italia tutti gli investitori esteri. Toccata di nuovo con mano la nostra fragilità finanziaria, i capitali stanno sull’uscio. Pronti alla fuga.
Cosa succede ai redditi dei più poveri se aumenta l’Iva?
L’aumento dell’Iva, che tutti dicono di voler evitare, per il momento sta scritto sull’ultima legge di bilancio che, come le altre precedenti, ha rimandato il problema all’anno prossimo, ma peggiorandolo. Le aliquote dell’aumento, infatti, sono state aumentate per evidenti ragioni di coerenza contabile, portando così le previsioni di gettito, dopo l’attivazione delle clausole di salvaguardia, a 22,7 miliardi nel 2020 e 28,4 miliardi nel 2021, ai quali sommare altri 400 milioni per le accise, rispettivamente 3,9 e 9,2 miliardi in più rispetto a quanto previsto dalla legge precedente.
Il confronto fra le vecchie e le nuove aliquote correlate all’attivazione delle clausole si può osservare agevolmente nel grafico sotto estratto dalla relazione annuale di Bankitalia, che ospita anche una simulazione assai utile per comprendere gli effetti macroeconomici e soprattutto distributivi di un eventuale aumento dell’Iva.
Come si può osservare, rimandare ha sempre un costo, specie se nel frattempo si aumentano anche le spese. La conseguenza è che il governo dovrà trovare il modo per disinnescare la bomba che ha acceso e non sarà per niente facile, vista l’entità delle cifre in gioco e i proclami che ancora oggi annunciano nuove spese, sotto forma di taglio delle tasse e chissà cos’altro. E’ saggio perciò provare a capire cosa potrebbe succedere se questa bomba dovesse scoppiare.
Nello sviluppo della sua simulazione Bankitalia distingue il caso di un pass-through ordinario, ossia di una traslazione dell’effetto Iva pari a circa l’80% in due anni, da un effetto ridotto, quindi più ritardato e diluito nel tempo degli aumenti. In ogni caso, gli effetti macroeconomici sarebbero rilevanti.
Sul lato redistributivo la premessa è che la simulazione dell’effetto del rialzo dell’Iva impatti completamente sui prezzi dei beni e che le scelte di consumo delle famiglie rimangano stabili, senza osservare invece gli effetti indiretti sui salari, i redditi o l’occupazione dell’incremento delle imposte. “Sotto tali ipotesi – sottolinea – l’aggravio dell’IVA determinerebbe nel breve periodo un incremento della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi netti familiari equivalenti”. L’indice di Gini, che serve a misurare la diseguaglianza, aumenterebbe dello 0,2% portandosi al 32,4. “In particolare per le famiglie appartenenti al primo decimo della distribuzione il reddito netto diminuirebbe di circa l’1,5 per cento, mentre per quelle appartenenti all’ultimo decimo la flessione risulterebbe dello 0,7 per cento”. In sostanza il grosso del’aggravio verrebbe sopportato dalle fasce deboli della popolazione. Un effetto che però viene mitigato dall’adozione del reddito di cittadinanza, anche se non tutti i poveri ne hanno diritto.
La simulazione corretta per il reddito di cittadinanza conduce al grafico sotto, che esamina i due effetti congiuntamente.
In sostanza, il combinato disposto di Rdc e Iva condurrebbe in media a una “significativa crescita del reddito netto per il primo decimo della distribuzione dei redditi lordi; tale effetto si annullerebbe per il secondo decimo e diverrebbe negativo per i successivi”. Notate che il peggioramento è inversamente proporzionale al livello di reddito, com’è logico che sia. I più poveri avrebbero un maggior sollievo grazie al sussidio, ma sempre ricordando che fra costoro “sono presenti nuclei familiari che, non beneficiando dell’RdC, sarebbero comunque svantaggiati dall’incremento dell’IVA”. E questo spiega perché il governo dica che vuole evitare l’aumento Iva. Che è cosa diversa da dire che riesca.
Gli italiani vogliono un futuro anni ’70? Basta che se lo paghino
Questo articolo è stato pubblicato mercoledì 19 giugno sull’inserto economico del Foglio.
L’infinito dibattito sulla patrimoniale in Italia ormai si traveste con la sua maschera più presentabile, ossia il costante alludere al risparmio degli italiani. “Una forza dell’Italia”, lo ha definito di recente il capo di Intesa, Carlo Messina, aggiungendosi alla lunghissima fila degli estimatori della ricchezza finanziaria privata del nostro paese. Una semplice ricerca sul web alla chiave “risparmio degli italiani” restituisce una fila sterminata di dichiarazioni, dal governo in giù. E non da oggi. Oggi semmai di nuovo c’è che il risparmio degli italiani è l’ospite fisso del dibattito politico. Il presidente della Consob, Paolo Savona, ha sottolineato nella sua prima relazione annuale, venerdì scorso, che “il risparmio degli italiani sostiene il debito pubblico”, deducendone per conseguenza che quest’ultimo potrebbe arrivare anche al 200 per cento del pil. È un clamoroso paradosso che il presidente dell’autorità di Borsa dia un messaggio contrario al suo mandato perché in controtendenza con la possibilità di fare rifiatare un mercato azionario asfittico: storicamente il mercato del debito distrae e drena risorse che potrebbero essere destinate al settore privato, ovvero alla Borsa, e Savona – a quanto pare – vorrebbe che continuasse così.
Gli economisti del Fondo monetario internazionale, nel febbraio scorso, hanno pubblicato un paper che ipotizzava la creazione di una moneta elettronica che replicasse il conio di quella analogica, capace non solo di condurre gradualmente all’eliminazione del contante ma di portare i tassi di interesse sui depositi bancari in territorio negativo. Un modo per far girare “spintaneamente” le risorse del settore privato nell’economia e scoraggiare la tesaurizzazione. Echi geselliani in un mondo sempre più terrorizzato dal risparmio inoperoso. O meglio, dal risparmio che non opera secondo i desiderata dei governi. Perché, a ben vedere, il punto è tutto qua. I governi, o per meglio dire le classi dirigenti, dopo aver favorito per decenni la crescita della ricchezza privata, adesso rivendicano il diritto di dire ai privati cosa debbano farci con i loro soldi.
Sempre Savona, nel suo discorso, ha auspicato “un’azione congiunta di settore privato e pubblico italiano per attivare investimenti aggiuntivi nell’ordine di 20 miliardi di euro, utilizzando risparmio interno”. Una proposta arrivata poco dopo quella del capo di Intesa di trovare un modo per mobilitare i mille miliardi di asset nel bilancio dello stato per attrarre il risparmio degli italiani. Idea che trascura la circostanza che nello stesso bilancio ci sia un passivo quasi tre volte superiore. Ma tant’è. La parola patrimoniale non si può dire. Chiunque la pronunci viene immediatamente scomunicato. Si va perciò verso formulazioni più anodine, tecniche, ma dal sottotitolo chiaro: ti chiedo i soldi ma ti do qualcosa in cambio. Ma cosa vogliono in cambio gli italiani?
Il problema è tutto qua. E la risposta non può arrivare (o almeno non solo) dal semplice calcolo economico. Le vicende del nostro paese, che somigliano a quanto sta accadendo altrove, ci dicono una cosa precisa: gli italiani vogliono più sicurezza. Quindi anche più sicurezza economica. E poiché il governo sottolinea il fatto che vuole garantire questa sicurezza. “Spero che l’Ue non mi impedisca di dar da mangiare agli italiani”, ha detto sempre Salvini, allora la politica deve rendere chiaro che la sicurezza ha un costo, e quella economica non fa eccezione.
Nel 2001 gli americani accettarono di scambiare libertà, sotto forma di minori diritti civili, per avere più sicurezza temendo nuove aggressioni terroristiche e approvarono il Patriot Act. Nel 2019 gli italiani possono decidere – se il governo o l’opposizione rendono loro chiara la domanda – di rinunciare a un pezzo della loro libertà economica, ossia a parte dei loro risparmi, in cambio di maggiore sicurezza economica. La politica lo proponga, rinunciando una volta per tutta alla finzione demagogica di fare credere che sia possibile avere la botte piena della ricchezza privata e la moglie ubriaca di debito pubblico, e chieda i voti su questo. Almeno scopriremo come vota la democrazia del portafogli.
Un Patriot Act economico concepito in questi termini dovrebbe essere capace di realizzare quei sogni che sembrano appartenere alla maggioranza degli italiani. Quindi un posto di lavoro garantito a vita. Affitti a equo canone. Una bella flat tax, ovviamente, come in Ungheria. Magari dimezzare l’Iva, che scoraggia i consumi, e un bel piano di condoni, fiscali ed edilizi, perché c’è sempre qualcuno che ha bisogno. E dulcis in fundo la pensione a sessant’anni o anche prima, in una meravigliosa riedizione degli anni Settanta che molti rimpiangono e promettono, senza però rendere chiaro il costo economico e sociale di queste promesse. A cominciare dal fatto che un bilancio pubblico che assorbe risparmio privato fa concorrenza al settore produttivo e finisce con l’indebolirlo, proprio quanto auspicato paradossalmente dal presidente dell’autorità di Borsa.
In cambio di questo ritorno al passato, visto che possiamo permettercelo, cediamo parte del nostro risparmio allo stato, in una sorta di riedizione retail del vincolo di portafogli, che così abbatte il suo debito facendo insieme felice l’Europa e gli italiani. Smetteremmo anche di prestare all’estero un risparmio che servirebbe assai meglio al nobile scopo di farci felici in patria, come sembra di capire leggendo il recente discorso di Savona e le dichiarazioni di Salvini & CO. che vorrebbero trasformarsi in gestori dei nostri risparmi sull’onda del sovranismo economico.
È probabile che politiche del genere, tempo un trentennio, ci riportino dove siamo oggi, con una ricchezza finanziaria che è il doppio del debito pubblico. Ma potremmo sempre cavarcela con un altro Patriot Act. Salvo che, per allora, non avremo imparato l’inesistenza dei pasti gratis. Ai pochi che obietteranno che la perdita della libertà economica finisce sempre col coincidere con quella della libertà politica, si può rispondere, parafrasando un celebre libro di Von Hayek, che la via della schiavitù è lastricata di buone intenzioni. E che alla maggioranza piace.
Cronicario: Il governo taglia l’aumento delle tasse
Proverbio del 25 giugno Per chi le cose nel momento giusto ogni giorno vale tre
Numero del giorno: 1.440 Prezzo in dollari dell’oncia d’oro, al massimo da sei anni
Per chi si fosse sintonizzato solo adesso: va tutto bene. Il governo del cambiamento sta procedendo spedito verso il sol della governabilità a venire che, come ci ha ricordato uno dei VicePremier, è l’unica garanzia contro il temutissimo governo dei tecnici che potrebbe persino sapere quello che fa e perciò interrompere un’emozione.
Ma state sereni, siamo ancora lontani da certe derive. Me ne convinco leggendo alcune illuminate dichiarazioni del ministro dell’economia, che rima (e non a caso) con Mammamia, che, fra le altre cose, assicura la ferma volontà del governo “di tenere il deficit basso e continuare con l’obiettivo di diminuzione del debito non attraverso l’innalzamento delle tasse ma attraverso più basse spese correnti”.
La migliore comunque è arrivata dopo. A chi gli chiedeva se, come giurato e spergiurato, nella prossima finanziaria arriverà l’gognatissimo taglio delle tasse, il ministro della (fanta)economia ha detto: “Certamente fa parte dei nostri obiettivi”. Ci sarebbe quella cosetta da una ventina di miliardi di Iva, che sempre tasse sono. Ed è qui che si può apprezzare il genio del governo del cambiamento. Infatti il mi(ni)ster ha spiegato che in “il parlamaneto l’ha approvato e perciò fa parte dell’attuale legge dello stato”. Aggiungendo però che “stiamo lavorando per evitarlo”. Quindi si tagliano quest’anno le tasse aumentate l’anno scorso.
Questo si che è un cambiamento.
A domani.
Lo spread fra interessi e crescita che fa lievitare il debito italiano
L’allarme lanciato dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco circa la sostenibilità del nostro debito è una buona occasione per provare a chiarire uno dei meccanismi più perniciosi che operano dall’interno del bilancio pubblico e che è all’origine della crescita “automatica” dell’indebitamento. Quello che i tecnici chiamano snowball, che potremmo tradurre con “palla di neve”, anche se forse sarebbe più corretto parlare di slavina, visto che lo snowball, autoalimentandosi, rischia di abbattersi proprio come una valanga sui nostri conti pubblici.
Visco ha accennato al problema sottolineando che “l’Italia è l’unico paese in cui il tasso di interesse sul debito pubblico, cioé l’onere, supera il tasso di crescita: è un problema”. Talmente che Bankitalia, nella sua ultima relazione annuale, ha ritenuto opportuno dedicare alla questione un approfondimento che vale la pena qui riepilogare.
L’anno scorso, scrive Bankitalia, il differenziale fra l’onere medio del debito pubblico italiano e la crescita nominale del prodotto ha originato un peggioramento del debito pubblico pari all’1,5% del pil. Questo incremento che si è praticamente “mangiato” l’avanzo primario pari all’1,6%. Questo spiega perché, in assenza di una crescita nominale, quindi al lordo dell’inflazione, pari almeno all’onere medio del debito pubblico, e lasciando da parte per un momento le altre componenti che provocano l’aumento (o la diminuzione) dell’indebitamento, è praticamente impossibile venire fuori dal lento strangolamento della nostra contabilità pubblica.
Detto altrimenti, per far diminuire il debito pubblico è necessario che il tasso di crescita del pil nominale sia superiore a quello del costo medio del debito pubblico. Concetto quest’ultimo che a molti risulta astruso ma che si può semplificare con un esempio: quando prendo a prestito del denaro per svolgere un’attività devo essere sempre in grado di ricavare da questa attività non solo quanto mi serve per ripagare il capitale, ma anche gli interessi sul capitale. Quindi se il mio debito ha un costo annuo mettiamo del tre cento, dovrei essere in grado di ricavare dalla mia attività un rendimento pari o superiore per ripagarlo. I debito italiano costa più di quanto riusciamo a guadagnare (pil). Una situazione che alla lunga rischia di diventare insostenibile. Da qui l’allarme di Visco.
I numeri del nostro bilancio confermano questa dinamica. Bankitalia ha raccolto il consolidato delle amministrazioni pubbliche, dal quale si evince, fra le altre cose, che nel 2018 abbiamo pagato 65 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico, quasi il 4% del pil.
E il grafico sotto consente di apprezzare quanto questo livello esorbitante di interessi – peraltro in netto calo dal 2013 grazie alle politiche della Bce – pesi sulla dinamica del nostro debito pubblico.
L’istogramma azzurro del grafico di sinistra, che misura il contributo crescita, non riesce a compensare il peso degli interessi sul debito e, cosa ancora più grave, l’anno scorso non è bastata neanche l’aggiunta dell’avanzo primario.
Il grafico ci dice anche un’altra cosa. Nel 2012 il differenziale fra costo degli interessi e crescita nominale, che nel 2018 si è collocato all’1,2%, era circa il 6%. Da allora c’è stato un notevole miglioramento, ma l’Italia nel 2018 rimaneva l’unico paese, insieme con la Grecia, dove il differenziale fra onere medio del debito e crescita era positivo. Gli altri paesi, grazie a una maggior crescita e minore spesa per interessi, si trovavano nella situazione opposta, come si può vedere dalla tabella sotto.
In sostanza, all’Italia, fra il 2015 e il 2018, è mancato un punto di pil di crescita nominale per disinnescare l’aumento inerziale del debito. Fermare la “palla di neve” che minaccia la nostra contabilità pubblica. Purtroppo non è andata così. E questo malgrado il robusto dimagrimento della spesa per interessi.
Il problema è che le prospettive non sembrano migliori. Al contrario. Il calo dell’onere medio del debito, che dovrebbe collocarsi intorno al 2,8% dopo essere arrivato al 2,9% nel 2018, si associa a una diminuzione assai più robusta della crescita prevista nelle ultime stime dell’Ue, che porta il differenziale addirittura all’1,5%. Saremmo l’unica economia europa, senza neanche più la Grecia, ad avere un differenziale positivo.
Per questa ragione la Commissione europea aveva stimato che fosse necessario un avanzo primario superiore al 2% l’anno. La qualcosa suona vagamente improbabile considerando il clima politico nel quale si agita la maggioranza di governo. In questo contesto suona drammaticamente concreta la possibilità dell’apertura di una procedura di infrazione. Il binomio niente austerità e poca crescita ha un esito praticamente obbligato: maggior debito. E questo dovrebbe esser chiaro a tutti. Almeno, a quasi tutti.
Cronicario: Io so dove sono le coperture ma non ve lo dico
Proverbio del 24 giugno Giudica il mondo con la bilancia dell’innocenza
Numero del giorno: 150.099 Numero di domande per Quota 100 arrivate all’Inps
Allora: abbiamo una ventina di miliardi abbondanti di clausole Iva da disinnescare giusto? Poi dobbiamo fare la flat tax (e che, non fai la flat pax?) – e sono secondo le ultime stime social del VicePremier SoTuttoIo, evoluzione naturale del VicePremier Unoemezzo, un 10-15 miliardi. Quindi ci sono gli investimenti ad alto moltiplicatore che chissà quanto ci costano (e che, non fai gli investimenti produttivi? la crescitaaaaa). E poi ci sarebbe quell’agevolazione, quella deduzione, quell’incoraggiamento, quel sostegno. Tutta roba assolutamente necessaria, questo e quell’altro, senza dimenticare quell’altro ancora.
Ecco, di fronte a tutto ciò, a un’Europa minacciosa, a mercati schifiltosi (ma comunque cari), crescita da paralitici rimane appesa nell’aria la tremenda domanda: dove sono le coperture per queste qualche decina di miliardi di spese?
Lo so che voi – ma neanche io, figuriamoci – non vi occupate di queste quisquilie e pinzillacchere, che è roba da ragionieri che non sanno volare sul tappeto volante dei minibot o di chissà cos’altro ferve nella ripida immaginazione del governo del cambiamento. Epperò senza coperture, come insegnano i carpentieri, entra acqua dai tetti. E figuratevi che capita a un bilancio statale.
Perciò capirete che persino gli informatori nazionali, quelli che parlano coi politici credendo persino a quel che dicono, a un certo punto abbiano fatto la suddetta domanda (e le coperture?) a un sottosegretario del cambiamento, che ha risposto così: “Le coperture della flat tax? Non le dico altrimenti Xxxx me le ruba…”. Xxxx è un altro Vicepremier, ma di complemento (di Due) che appartiene pure al partito avverso/alleato. Al quale il nostro eroico sottosegretario, immagino per far capire quanto sta sul pezzo chiede le “coperture del salario minimo”, misura che in una certa forma “è dannosa per le imprese” ed è stata bocciata “da tutto il mondo economico”.
Io la so, la copertura, ma non ve la dico.
A domani.
Il peso insostenibile del ritardo digitale in Italia
Poiché tutto si tiene, non dovremmo stupirci che al livello di istruzione ancora carente nel nostro paese corrisponda un notevole ritardo digitale che ha effetti deprimenti sul nostro mercato del lavoro e sulla produttività delle imprese. E stendiamo un livello pietoso sulla qualità dei nostri servizi. Gli italiani sono molto indietro, come ci ricorda Bankitalia nella sua ultima relazione annuale, e il confronto con gli altri paesi europei è scoraggiante.
Peggio ancora, si va nelle direzione opposta di un miglioramento. “Nel 2010, scrive la Banca – in Italia il settore dell’economia digitale contribuiva per il 5,7 per cento al valore aggiunto del totale dell’economia, un livello inferiore al 6,5 per cento della media europea. Tale quota in Italia è diminuita al 5 per cento nel 2017, in controtendenza rispetto alla Germania e alla media dell’Unione europea”.
La prima conseguenza che deriva da questo stato di cose, che suona vagamente paradossale in un paese che primeggia per l’uso di smartphone, è che “l’impiego delle nuove tecnologie nelle diverse attività economiche è basso”. Siamo bravissimi a farci i selfie e postarli sui social, meno a usare la tecnologia per migliorare la qualità della nostra vita. Bankitalia ci fornisce alcuni dati di confronto molto istruttivi. “Nel 2018 solo il 10 per cento delle aziende italiane ha realizzato almeno l’1 per cento del fatturato attraverso il commercio elettronico, contro il 17 della media europea e il 20 in Germania. Rimane inferiore in Italia, seppure meno distante dagli standard internazionali, la quota di imprese che utilizzano servizi di cloud computing (23 contro 26 per cento nella media
UE). In Italia la presenza di robot industriali (2,6 robot ogni 1.000 addetti) risulta superiore rispetto alla Francia e alla Spagna, ma resta discosta dai valori raggiunti in paesi con una specializzazione produttiva simile (4,5 robot per 1.000 addetti in Germania)”.
Il ritardo digitale non riguarda solo le imprese, ovviamente. Sempre perché tutto si tiene.
“Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni – sottolinea Bankitalia – , nel 2018 solo il 33 per cento della popolazione italiana ha utilizzato strumenti digitali nello svolgimento delle proprie mansioni; nella media Ue la percentuale è pari al 42 per cento”. E non finisce qui. “È bassa anche la diffusione di competenze digitali nella popolazione: solo il 41 per cento degli adulti possiede abilità digitali di base, 15 punti in meno rispetto alla media UE”. Non è per nulla sorprendente che “il gap interessa tutte le fasce di età ed è particolarmente ampio tra gli individui che non hanno terminato il ciclo di studi superiori”.
Cosa provoca tutto ciò? Semplice: “Il basso fabbisogno di competenze digitali nel mercato del lavoro e la scarsa dimestichezza della popolazione con le tecnologie digitali interagiscono influenzandosi a vicenda: da un lato, gli individui possono trovare infatti poco conveniente acquisire capacità scarsamente richieste dalle imprese, dall’altro, la difficoltà di reperire forza lavoro con competenze adeguate può scoraggiare l’adozione di processi produttivi innovativi da parte delle aziende”.
Il costo del ritardo digitale non è soltanto quello che paghiamo oggi. Ma soprattutto quello che pagheremo domani. “A causa dei ritardi nella trasformazione digitale, l’Italia rischia dunque di perdere un’occasione che potrebbe consentirle di recuperare competitività”. E di questo non parla mai nessuno.
























