Categoria: Annali

Cronicario: Btp Tvb

Proverbio del 30 maggio Gli uomini sono argilla, gli dei vasai

Numero del giorno: 15.600.000.000 Valore scambi del mercato immobiliare non residenziale italiano nel 2018

E visto che da qui all’anno prossimo abbiamo un qualche centinaio di miliardi di titoli pubblici da vendere in asta – dovendoci persino pagare gli interessi (che tempi signora mia) – sappiate che oggi ce ne sono state un po’, di queste aste, col quinquennale a spuntare tassi in rialzo – all’1,82% – essendo ormai trascorso il  tempo dei tassi bassi.

Eh già: c’è stato un tempo in cui il decennale pagava meno dell’1%. Ma quelli erano tempi tristi: non c’era ancora il governo del cambiamento.

Lo so è incredibile. Ma quel tempo triste è finito. Adesso siamo felici, e infatti lo spread, che misura il differenziale fra la nostra felicità e quella dei tedeschi (notoriamente bassa) non finisce di regalarci soddisfazioni. Anche le aste, per dire. A parte il quinquennale, venduto al rialzo, abbiamo pure la domanda del decennale che cala. Che non vuol dire affatto che il nostro Btp sia meno desiderato dai nostri investitori: al contrario. C’era talmente la fila a far acquisti che si sono impicciati, tutto qua. D’altronde come fai a non amare il Btp?

Ecco, amatelo. Paga pure bene. Forse.

A domani.

NB C’è stato un incontro fra il ministro Mammamia e Vicepremier Unoemezzo e i suoi dioscuri dell’economia. Promettono tagli di tasse e chissà cos’altro. Scaldate il portafogli.

 

La “Transartica” russa prepara altre due fermata

Gli amanti dei parallelismi storici, potrebbero trovare divertente considerare gli imponenti investimenti che la Russia sta impegnando per realizzare la sua rotta commerciale artica come quelli altrettanto imponenti che la Russia zarista fece nel XIX per realizzare la sua Transiberiana. All’epoca era in corso una sfida silenziosa e letale con la Gran Bretagna per il controllo dell’Asia centrale, e quindi del commercio con quelle popolazioni ancora esotiche e sconosciute, che doveva culminare con il controllo delle rotte che legavano l’Uk all’India. La decisione di investire su una ferrovia che attraversasse l’ampio continente asiatico fino a “sfociare” sul Pacifico era un modo per la Russia di dimezzare costi e tempi dei collegamenti commerciali con l’Europa e diventare quindi uno dei protagonisti della globalizzazione di quel tempo, dominata dal capitale inglese e soprattutto dalla marina britannica.

Facendo le dovute differenze – lo diciamo per quelli che tendono a dimenticare che la storia non si ripete, ma al massimo si somiglia – ricordare la vicenda della Transiberiana degli zar può essere utile per inquadrare strategicamente l’importanza della Northern Sea Route, sulla quale la Russia neozarista di Putin sta investendo moltissime risorse proprio per garantirsi il controllo di una rotta commerciale che, se ancora incerta quanto agli esiti e alla reale funzionalità – nelle migliori delle ipotesi la rotta si potrebbe navigare solo per metà anno – potrebbe ridurre significativamente il costo e il tempo necessari per collegare l’Asia (e in particolare la Cina) all’Europa. Proprio come nel XIX secolo.

 

Le notizie sul lento ma costante progredire della nuova arteria commerciale russa sono numerosissime e non serve riepilogarle qui. Basta ricordare le più recenti che servono a dar la misura di quanto il progetto sia ormai in fase avanzata. Pochi giorni fa, ad esempio, è stato annunciato un nuovo vascello rompighiaccio russo, alimentato ad energia nucleare, che diventerà il terzo componente di una flotta che concorre al primato per potenza e grandezza. Anche i cinesi tempo fa hanno annunciato investimenti sui vascelli rompighiaccio e non è certo un caso. Gli accordi che abbiamo osservato, relativamente alla penisola di Yamal, da dove sono già partite imbarcazioni destinate alla Cina cariche di gas liquefatto, sono solo i primi di una serie che andranno a definirsi una volta che il Grande Gioco dell’Artico, ormai degno erede di quello centroasiatico del XIX secolo (con gli Usa al posto dell’UK), entrerà nel vivo.

Intanto, vale la pena sapere che sono state gettate le fondamenta di altre due “stazioni” della futura “Transartica”, dove al posto dei treni viaggeranno potenti vascelli rompighiaccio alimentati ad energia nucleare. Nel marzo scorso infatti, le autorità russe hanno autorizzato la Novatek, ossia la potente compagnia cui è stata affidata la gestione della NSR, a realizzare un impianto di storage e un terminal di trasporto per il gas liquefatto ad Avancha Bay, nella Kamchakta, una località ben nota ai giocatori di Risiko (e non a caso).

Un mese dopo, quindi ad aprile, è stato dato sempre alla Novatek il permesso di costruire una struttura simile a Ura Bay, sulla Penisola di Kola, nel cuore della Russia e lungo la costa del Mare Artico.

Se unite i puntini, ecco che la nostra NSR prende improvvisamente forma. Un collegamento ideale fra Europa e Asia che costeggia la costa russa. Neanche lo Zar avrebbe potuto sognare di più. Questi due porti serviranno a “smistare” il gas liquefatto che arriverà lì imbarcato sulle “spaccaghiaccio” nucleari dal Golfo di Ob, nel cuore della penisola di Yamal. Dai due nuovi porti potranno partire navi “normali”, riducendosi così i costi di trasporto.

Vale la pena sottolineare che la francese Total, già azionista di minoranza (con i cinesi) degli impianti di Yamal LNG e nel futuro impianto Arctic LNG acquisterà il 10% di entrambi i nuovi porti. Francia e Russia, d’altronde, hanno sempre avuto rapporti d’affari molto cordiali. Sin dai tempi del Grande Gioco. E anche da prima.

L’ultimo Eldorado del central banking: il target del pil nominale

Poiché sempre più fitte e ampie si fanno le discussioni sulle politiche monetarie nel cosiddetto new normal, ossia la nuova normalità di un tempo cresciuto a pane e allentamento monetario, vale la pena avventurarsi alla scoperta dell’ennesima trovata divenuta ormai popolare anche fra i banchieri più in vista del rinomato circolo del central banking: il nominal Gdp targeting. In sostanza assegnare alle banche centrali non più un obiettivo di inflazione, ma un livello di pil nominale che, lo ricordo, equivale alla somma del pil reale e dell’inflazione. Di conseguenza dare come target a una banca centrale un pil nominale implica un certo grado di inflazione.

Molti si chiederanno quale sia allora la differenza. Per spiegarla possiamo prendere a prestito le parole di James Bullard, presidente della Fed di Saint Louis, che ne ha discusso di recente. Partiamo dalla premessa. L’attuale consuetudine di fissare un livello di inflazione come target della banca centrale – come è nel caso della Bce o della Fed – è figlia di un dibattito accademico che si è sviluppato agli inizi degli anni ’90. Oggi questa pratica è diventata consuetudinaria, osserva Bullard, “ma a quei tempi è stato un grande cambiamento se si paragona con gli anni ’70-80”. All’epoca non c’era alcun target di inflazione “e non era per niente chiaro cosa stessero facendo le banche centrali”. Il che pare implicare che adesso lo sappiano. Che è vero, ma solo relativamente al fatto che si sa quello che dovrebbe fare. Il target, appunto. ” E devo dire che, a grande linee, il targeting inflazionistico è stato un successo pazzesco”, dice Ballard. I dati sembrano dargli ragione. Nell’ultimo trentennio l’inflazione è stata assai più bassa rispetto al ventennio precedente – anche se forse è semplicistico attribuire questo risultato alla sola politica monetaria – e le aspettative di inflazioni sono divenute meno volatili. La credibilità di una banca centrale indipendente – questo è il teorema – ha “ancorato” le aspettative. Ma se il target di inflazione è stato un grande successo, “la domanda è: possiamo migliorarlo?”.

L’interrogativo, a bene vedere, contiene già la risposta. Il fatto che il target non funzioni più così bene, insomma. Infatti le banche centrali fanno sempre più fatica a rispettare gli obiettivi e questo spiega perché, malgrado le varie abbuffate da QE, sia rimasto inespresso il desiderio di fare qualcosa di radicalmente diverso per liberare il potenziale ancora inespresso delle banche centrali. Innalzare i target di inflazione, per esempio: idea molto gettonata in alcuni ambienti accademici. O, meglio ancora, cambiarli. E qui arriviamo al punto. Il target di inflazione, come abbiamo detto, è strettamente collegato con quello del pil nominale: “sono cugini stretti”, per usare le parole di Bullard. La differenza sta nel fatto che “almeno in teoria” l’uso del target di pil nominale ancorerebbe ulteriormente le aspettative future anche più di quanto potrebbe fare un regime di target inflazionistico. In sostanza consentirebbe di avere “una politica monetaria ancora migliore di quella che abbiamo avuto”.

In sostanza, gli operatori economici potrebbero utilizzare questo “supertarget” fidando sull’impegno della banca a raggiungerlo. Significa in pratica che potrebbero inserire nella loro programmazione economica un livello di pil nominale “sponsorizzato” dalla banca centrale, che, incorporando un tasso di crescita, è molto più utile ai fini di qualunque calcolo economico. “Ciò aiuterebbe a ottenere la migliore allocazione di risorse reali che possiamo ottenere. Quindi questo sarebbe il principale vantaggio”, spiega Bullard.

Detto altrimenti, gli operatori economici potrebbero “scommettere” sul livello di crescita – avendo alle spalle una banca centrale indipendente che in qualche modo lo garantisce, anziché su un livello di inflazione, che si sicuro è meno significativo dal punto di vista della programmazione. Il settore privato potrebbe guadagnarci in margini di azione.  Quello ufficiale – e segnatamente la banca centrale – di conseguenza. Fissare un livello di pil nominale, da un punto di vista psicologico, equivale di fatto a un costante Eldorado agitato di fronte al naso degli operatori economici. Comprensibile che alle banche centrali possa piacere. Ai politici piacerà ancor di più.

Soprattutto non risulta che un esperimento del genere sia mai stato tentato. E questo è un ulteriore incentivo a provarci. La Fed d’altronde è impegnata in una rivisitazione degli strumenti di cui dispone per gestire la politica monetaria. “Di sicuro – conclude Bullard – il sistema di strumenti e di regole che usiamo oggi non sarà lo stesso che useremo fra 50 anni e dobbiamo essere pronti a evolvere nel momento giusto”. Si comincia col target del pil nominale. Ma l’unico limite è il cielo.

Cronicario: 300, reloaded

Proverbio del 28 maggio Troppa oppressione può produrre un’esplosione

Numero del giorno: 0,5 Crescita % mensile export extra Ue Italia ad aprile

Ora che s’avvicina nuovamente la soglia fatidica dei 300 di spread, poco sotto la Grecia, è il momento di dire a chiare lettere una cosa molto semplice:

L’Italia SovranEsta non s’impicca ai decimali, specie adesso che abbiamo VicePremier Unoemezzo che non le manda certo a dire a quei tiranni dell’Ue. E poi che volete che sia: ci siamo già passati.

E cos’è successo? Niente: anzi, adesso abbiamo pure Vicepremier Unoemezzo. Quindi non state a preoccuparvi dello spread, che anzi ci fa bene. Talmente che faremo (a voce) pure una bella riforma fiscale per sforare ancora un po’. Figuratevi se non ce lo consentono.

Poi mi sveglio.

A domani.

Le conseguenze (evitabili) della guerra commerciale fra Usa e Cina

Una recente ricognizione pubblicata dal Fmi ci aiuta a trasformare in numeri una sensazione che tutte le persone di buon senso covano da quando è iniziata la guerra commerciale fra Usa e Cina: i dazi fanno male all’economia. Fanno male ai consumatori, che alla fine ne pagano il conto. Fanno male alle imprese, che finiscono col ridurre gli investimenti. Soprattutto fanno male a entrambi i contendenti, malgrado ciò che ripete ossessivamente la propaganda. Lo sapevamo, come chiunque frequenti anche occasionalmente la storia economica, ma è utile fare il punto con i dati, che saranno pure fuorimoda, in un tempo che privilegia l’emozione del momento piuttosto che il ragionamento, e che tuttavia bisogna ostinarsi a diffondere per rispetto della realtà.

Cominciamo dalla premessa: “Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina hanno influenzato negativamente i consumatori e molti produttori di entrambi i paesi. Le tariffe hanno ridotto gli scambi tra Stati Uniti e Cina, ma il deficit commerciale bilaterale rimane sostanzialmente invariato. Mentre l’impatto sulla crescita globale è relativamente modesto in questo momento, l’escalation più recente potrebbe intaccare in modo significativo il sentimento dei mercati finanziari e delle imprese, sconvolgere le catene di approvvigionamento globali e mettere a repentaglio la prevista ripresa della crescita globale nel 2019”.

Questa è la morale della storia, potremmo dire. Che vale la pena sottolineare perché ci insegna alcune cose. Ad esempio: non è vero che i dazi fanno diminuire gli squilibri bilaterali. O almeno così non è accaduto in questo caso. A diminuire, semmai, è stato il commercio bilaterale fra i due paesi. Il grafico sotto mostra l’andamento delle importazioni degli Usa nei confronti della Cina mano a mano che gli Usa imponevano dazi.

Una volta che la Cina, a sua volta, ha aumentato i dazi nei confronti degli Usa, anche le importazioni cinesi dagli Usa hanno avuto andamenti simili. “Ciò suggerisce – ipotizza il Fmi – che gli importatori si sono riforniti prima delle tariffe”. Il che giustifica il “netto calo” che si è registrato dopo. In generale, osserva ancora “la crescita dell’export Usa verso la Cina è stata generalmente debole da quando sono iniziate le tensioni commerciali”.

Lato consumatori, risulta evidente che “sia negli Usa che in Cina sono i perdenti della tensioni commerciali”. Il costo delle tariffe è stato innanzitutto sopportato dagli importatori – è utile ricordare che l’economia Usa utilizza molti semilavorati per le sue produzioni – e in diversi casi il costo è stato trasferito sul consumatore finale, in altri sui margini di profitto delle imprese.

Sul versante dei produttori, hanno vinto quelli protetti dai dazi – e pazienza se magari le qualità delle produzioni erano inferiori – e hanno perso quelli costretti a produrre importando.

E’ interessante osservare che il calo di import dalla Cina, per gli Usa, è stato compensato da un aumento della stessa entità dell’import dal Messico. Quindi per gli Usa non è cambiato nulla dal punto di vista della bilancia commerciale.

Tutto ciò era evitabile, dice la ragione economica. Ma quella politica, che evidentemente dell’economia se ne infischia, sosterrebbe il contrario. Poi certo, dovrà spiegarlo agli elettori.

Cronicario: S’avanza VicePremier Unoemezzo

Proverbio del 27 maggio Vivi sobrio e sarai ricco come un re

Numero del giorno: 184.800.000.000 Deficit scambio beni in euro dell’Ue verso la Cina

Mi sveglio una mattina che VicePremier Uno&Due non ci sono più. La risacca dell’Onda verde mi lascia in eredità che l’ex coppia più bella del mondo ha cambiato nome. Adesso sono VicePremier Unoemezzo&Zerocinque, con l’ultimo a intonarsi sulle nostre prospettive di crescita economica e il primo sulla crescita del deficit pubblico (oltre al mitico 3% ormai praticamente raggiunto).

E infatti non fa in tempo a aprire bocca, il nostro novello VicePremier Unoemezzo, che già dalla fauci esce la promessa: “Choc fiscale positivo”.

Poi se ci mettete dentro che in una nota isoletta siciliana la squadra di VicePremier Unoemezzo ha superato il 45%, ecco che si delinea la grande domanda alla quale la politica di VicePremier Unoemezzo dovrà dar risposta nei prossimi sei mesi.

Lo scopriremo solo pagando.

A domani.

 

Intervenire o non intervenire? Questo è il problema del mercato del lavoro

Interrogarsi sull’opportunità di sussidiare il mercato del lavoro significa in sostanza chiedersi quanto e in che modo un governo debba intervenire sull’economia, col rischio di riportare la lancette della storia all’epoca dei dibattiti fra socialisti e liberali. Negli anni Trenta del secolo scorso questa diatriba fu icasticamente rappresentata dal duello intellettuale fra John Maynard Keynes e Friedrich Von Hayek, raccontato in un bel libro di qualche anno fa di Nicholas Wapshott. Oggi che l’interventismo economico dei governi ha raggiunto livelli notevolissimi (con il 40,9% del pil nella media dei Paesi OCSE), e a fronte di un’opinione pubblica che sembra chiederne a gran voce anche di più, è decisivo porsi la domanda e provare a delineare una risposta.

Conviene anzitutto ricordare alcune definizioni. Il mercato del lavoro, come ogni altro, si compone di una domanda e di un’offerta. La prima rappresenta la disponibilità delle imprese a chiedere lavoro, la seconda ci dice quanto lavoro sono disposte a offrire le persone. Quindi la domanda di lavoro è quella delle imprese, l’offerta è quella dei lavoratori. Qualsiasi forma di incentivo, perciò, si può progettare sia sul lato dell’offerta, stimolando  la partecipazione dei lavoratori al mercato, sia sul lato della domanda, incoraggiando le imprese a chiedere (ossia creare) lavoro. Nel tempo queste politiche sono state perseguite su entrambi i fronti, ma la teoria tende a separare i punti di osservazione per ragioni di semplicità.

Per semplificare la nostra ricognizione, possiamo partire da un paper pubblicato dal National Bureau of Economic Research (NBER, organizzazione americana di ricerca) circa un anno fa (“Welfare reform and the labor market”) che analizza proprio alcune politiche pubbliche realizzate sul lato dell’offerta, quindi per aumentare la partecipazione dei lavoratori. Il paper esordisce notando  come il rapporto fra i programmi di welfare e il mercato del lavoro sia uno dei campi di interessi più frequentati del dibattito economico recente. Non è difficile capirne la ragione. Le società occidentali di oggi sono il frutto di un patto politico, siglato nel secondo dopoguerra, basato sulla promessa della piena occupazione, come osservava già Luigi Einaudi in uno scritto dell’epoca. Tale promessa, visibile ad esempio nel primo articolo della Costituzione italiana, ha condotto naturalmente i governi a intervenire nel mercato del lavoro, anche partecipandovi direttamente, con ciò suscitando molti interrogativi sulla qualità, la quantità e soprattutto gli effetti di questo intervento.

 

Il resto dell’articolo è stato pubblicato su Aspenia On line.

 

Cronicario: Bai bai May

Proverbio del 24 maggio L’uomo tranquillo diventa guida dell’universo

Numero del giorno: 9,8 Sconto % medio su prezzi abitazioni IQ 2019 Italia secondo Bankitalia

Non piangere Theresina, vorrei dire alla signora May che con grande garbo e i lucciconi agli occhi ha annunciato le sue dimissioni da capo dei conservatori britannici e da primo ministro a far data dal prossimo 7 giugno, con parole commoventi tipo: “Ho servito il paese che amo”, oppure della serie: “Ho fatto del mio meglio ma non ci sono riuscita”, che quando mai un politico. Non piangere, perché nulla si può contro il cupio dissolvi che ha catturato lo spirito britannico nell’ultimo triennio e che le disavventure della sterlina (nel rapporto con l’euro sul grafico) semplicemente rappresentano.

Non piangere Theresa, perché è inutile piangere sulle sterline versate e sulle altre che verserà il popolo britannico, che intanto si recherà disciplinato alle urne a votare per quell’Europa dalla quale poco più di una metà ha scelto di uscire a prezzo di un pasticcio istituzionale, politico ed economico rispetto al quale tu, che hai avuto pure in sorte un cognome perfetto per la titolazione dei giornali, potevi fare assai poco.

Puoi sempre consolarti, adesso che avrai un sacco di tempo libero, guardando quello che succede dalle nostre parti dove i sempre più scatenatissimi Vicepremier Uno&Due già si danno appuntamento a lunedì prossimo promettendo che nulla sarà più come prima, ma meglio.

Pensa te. Gli inglesi voteranno per le europee e si ritroveranno senza primo ministro a breve. C’è da ridere più che da piangere. Noi voteremo per le europee e ci ritroveremo Vicepremier Uno&Due a lungo.

No, Theresa non sto piangendo. Mi è entrato qualcosa in un occhio.

Bai bai May.

A lunedì (forse).

Cartolina: Il futuro della globalizzazione è scritto sull’acqua

Se davvero, come stimano alcuni osservatori, la quantità di tonnellate per chilometro di merci trasportate per mare è destinata a triplicare da qui al 2050 sarebbe saggio iniziare a chiedersi quanto saranno affollati i nostri mari e, soprattutto, se questo enorme traffico di cargo e petroliere non finirà in un gigantesco ingorgo. A ben vedere quello che si prevede succederà entro i prossimi trent’anni è già successo nei precedenti cinquanta e ciò che ne abbiamo tratto è uno straordinario aumento della ricchezza collettiva e un altrettanto straordinario aumento delle tensioni internazionali, che ha vari nomi – populismo, sovranismo, multipolarismo, secolo asiatico – ma la stessa sostanza: una globalizzazione crescente che fatica a trovare un equilibrio. Il passato ci racconta di tante globalizzazioni finite male e anche quella attuale non se la passa troppo bene. Forse la storia si ripeterà e forse no. Il futuro è scritto sull’acqua del mare.

Cronicario: Ma che sorpresa: calano i prezzi e si vendono più case

Proverbio del 23 maggio Gli dei non aiutano chi non coglie le occasioni

Numero del giorno: 8.100.000.000 Calo spesa famiglie nel 2020 secondo Confesercenti in caso aumento Iva

Pensate che salto sulla sedia che ho fatto stamattina quando, nel bel mezzo delle tregenda sociopoliticaelettorale che stiamo vivendo è salta fuori la seguente notizia: “Casa, 580 mila transazioni nel 2018, mercato al top dal 2010”. E poi a seguire: “Casa, prezzi e tassi bassi, può permettersela il 78% delle famiglie”.

Mi sento improvvisamente ricco, ma dura poco. Perché poi mi cominciano ad arrivare dei grafici presi a prestito dallo stesso rapporto che ha animato i festeggiamenti a mezzo stampa, dove osservo che:

l’indice delle compravendite è ancora ben lontano dal picco. E, guardacaso, risale al declinare dei prezzi.

E infatti il nostro Osservatorio immobiliare, autore del pregevolissimo studio, nota sconsolato che “sul lato dei prezzi gli andamenti non hanno seguito quello delle compravendite. La flessione dei prezzi è avvenuta a partire dal 2012 e prosegue ancora nel 2018”. Incredibile vero? Calano i prezzi aumenta la domanda di un bene.

Quanto all’aumentata capacità degli italiani di comprare, dipenderà mica dal calo dei prezzi?

Calano i prezzi, i mutui costano meno e aumenta la domanda. Sempre più inspiegabile, perbacco. E metteteci pure che il reddito pure se poco è arrivato a un livello tale da incontrare il livello dei prezzi. Almeno per famoso 78%. Rimane il problema del restante 22.

Oppure no: speriamo che i prezzi si dimezzino. Così finalmente arriviamo al 100%.

A domani.