Categoria: Annali
Un fascio di luce illumina il pil cinese
Nel fantasmagorico mondo della ricerca economica non mancano mai le curiosità come quella illustrata in un post pubblicato di recente dalla Fed di St. Louis. Quest’ultima da qualche tempo è impegnata nel difficile compito di provare a portare un po’ di luce nella contabilità cinese, in particolare quella sul prodotto interno lordo, che diverse evidenze rendono quantomeno sospetta, relativamente alla sua accuratezza. La statistica, come ogni altra cosa, non è una semplice articolazione di procedure codificate. E’ una prassi che deve fare i conti con la realtà di chi la utilizza e questa realtà è sostanzialmente diversa sia che si faccia riferimento a un’economia pianificata o una di mercato. Lo stesso funzionario può vedere dati diversi, a seconda delle lenti di osservazione che indossa per le sue rilevazioni.
Sicché per illuminare con qualche oggettività la quantità reale della crescita cinese, i ricercatori della banca hanno usato un espediente: le osservazioni satellitari delle illuminazioni notturne registrate nel corso del tempo, forti della convinzione secondo la quale le luci notturne siano un indicatore più credibile dell’attività economica rispetto ai dati contabili raccolti da misteriosi funzionari governativi. Una fabbrica, se è accesa, è probabile che stia producendo qualcosa, mentre è molto facile affermarlo, dati alla mano, pure se è vero il contrario. Le luci di notte sono una spia di un mondo che si agita, produce, spende e se può sembrare ardito trarne un indicatore statistico dipende solo dal fatto che trascuriamo i miracoli che possono compiere le astrazioni matematiche dei ricercatori. “A differenza degli indici prodotti dalle persone – ha spiegato l’economista Michael Owyang – questi dati (luminosi, ndr) sono esenti da falsificazione o errori”.
Gli autori dello studio hanno spiegato che i dati sulle luci notturne sono stati raccolti dai satelliti dell’Air Force che hanno girato intorno al mondo quattordici volte al giorno a partire dal 1970 e si son ispirati a un lavoro pubblicato nel 2012 (“Measuring Economic Growth from Outer Space“) secondo il quale anche il consumo di beni, quando è sera, richiede la luce, non solo la produzione. Chi dorme non piglia pesci, ma neanche produce o consuma reddito. Partendo da qui gli autori della Fed hanno pensato che questa intuizione poteva essere utilizzata per calcolare l’attività economica di paesi con una scarsa esperienza statistica e si sono inerpicati nello stimare l’attività economica di 188 paesi fra il 1992 e il 2008.
Nel dettaglio, le statistiche ufficiali cinesi riportano che nel periodo fra il 1992 e il 2006 la crescita reale è stata del 122%. I dati ricavati dall’osservazione delle luci notturne invece la calcolano al 57%. “Il notevole gap – scrivono gli economisti – suggerisce che la crescita negli anni possa essere sovrastimata almeno del 65%”. Solo il Myanmar ha mostrato un gap superiore. In particolare viene osservato che il grosso di questa sovrastima sia anteriore al 1996. Dopo infatti gli autori notano che i valori ufficiali iniziano a diventare coerenti con quelli delle osservazioni satellitari. La conclusione perciò è che la Cina abbia sovrastimato i dati del pil nel periodo della transizione fra economia pianificata ed economia di mercato, pure se alla cinese. Adesso le statistiche cinesi sembrano più credibili, o almeno sembra vadano nella giusta direzione. Ma di strada da percorrere ce n’è molta. E i cinesi lo sanno.
Cronicario: Aiuto mi s’è ammosciato il commercio
Proverbio del 18 settembre E’ con le proprie parole che si entra nei pensieri altrui
Numero del giorno: 23 mld Recupero evasione fiscale nel 2017 secondo la Boschi
Con grande cinismo, il vostro Cronicario riapre i battenti postando questa roba lanciata da Istat stamattina.
Capirete che m’è passata la voglia. Come si fa a riaprire bottega e dare notizie tristi come questa? L’ammosciamento del nostro commercio estero, in sostanza l’ossigeno della nostra economia, arriva proprio alla vigilia di una legge di stabilità che minaccia di diventare un’acquasantiera.
E tuttavia dovremo accontentarci. Fra gennaio e luglio l’avanzo commerciale ha superato i 25,6 miliardi, che sarebbero stati 45,2 se non avessimo dovuto pagare la nostra bolletta energetica, ancora sostenibile perché il petrolio non si decide a risalire. Rimane il fatto che l’export si sta raffreddando, sia verso l’area Ue che extra Ue, mentre l’import si surriscalda. L’ammosciamento fa temere che dobbiamo aspettarci sempre meno dal nostro commercio estero, e mi domando come faremo a reggere insieme un potenziale aumento dei tassi e un calo degli incassi dall’estero.
Per fortuna l’inflazione rimane bassa. Nel senso che finché rimane all’1,5%, come è stato ad agosto – in lieve accelerazione rispetto a luglio – pure se in deciso aumento rispetto a un anno fa, quando era allo 0,3%, la Bce ci penserà parecchio prima di iniziare a normalizzare la politica monetaria.
Ciò non vuol dire che non se ne parli. Proprio oggi Jens Weidmann, boss della Bundesbank, ha graziosamente ricordato al board della Bce, di cui fa parte e che potrebbe guidare dopo il nostro Supermario, che non dovrebbe perdere “il giusto momento per normalizzare la politica monetaria”. E quale sarebbe questo giusto momento?
Nel frattempo che ce lo fanno sapere, godiamoci uno dei più illustri primati italiani, che si premura di farci sapere l’istituto tedesco di statistica.
Il 29,1% di giovani italiani fra i 20 e i 24 anni non studia né lavora. Che cosa fanno tutto il giorno?
Beati loro.
A domani.
Il nuovo numero di Crusoe: Il miraggio del lavoro autonomo
Questa settimana abbiamo scelto un tema che sta a cuore a tutti noi, per la semplice ragione che ne derivano conseguenze importanti per il nostro stare al mondo: il lavoro. Non si tratta soltanto di provare a capire come e quanto il progresso tecnico cambierà il nostro modo di lavorare e soprattutto inciderà sulla quantità di lavoro a disposizione di ognuno di noi. Il punto centrale è osservare come sta già cambiando il nostro modo di vivere il lavoro. Per raccontare questa storia abbiamo deciso di partire da alcuni dati Eurostat che mostrano come noi italiani, dopo i greci, abbiamo la quota più alta di lavoratori autonomi nell’Ue, con oltre uno su cinque. E da lì siamo partiti per un viaggio nella nostra contemporaneità. Per stringere il focus su di noi, abbiamo proposto nella nostra rubrica Parole famose estratti dell’ultima release Istat sui dati trimestrale del nostro mercato del lavoro. La lettura consigliata riguarda lo Stato dell’Unione dell’Unione Europea, che questa settimana è stato celebrato a Bruxelles con un discorso del presidente Juncker accompagnato da diversi materiali di approfondimento che servono a capire come si stia evolvendo il dibattito sul futuro dell’Ue che, piaccia o meno, ci riguarda tutti. Concludono la nostra newsletter la selezione dei fatti economici principali della settimana e le nostre notizie invisibili, quelle che si trovano solo su Crusoe. Buona lettura. Ci rivediamo il 22 settembre.
Crusoe è una newsletter settimanale di informazione e approfondimento che tratta di temi economici e sociali. Per leggere tutto il nuovo numero clicca qui.
Cartolina: La solitudine dei francesi
Le case si sono svuotate in Francia. In poco più di mezzo secolo i single, come si chiamano oggi coloro che vivono da soli, che erano uno su cinque nel ’62, sono diventati più di uno su tre . Oggi le famiglie francesi composte al massimo da due persone sono il 67,6% del totale, e parliamo della Francia, ossia uno dei paesi a demografia più favorevole. Ciò non ha impedito il declino delle famiglie numerose. Il progresso, che oggi si misura anche nella quantità di metri quadri a disposizione di ognuno, ha aumentato il numero delle abitazioni e perciò le opportunità di occuparle. Ciò che una volta era normale – ad esempio tenere in casa i vecchi genitori – oggi non lo è più. I vecchi stanno da soli, e chi può si paga una badante, mentre i figli diminuiscono. La nostra ricchezza nutre molte solitudini e se ne compiace, ritenendole l’espressione di una libertà finalmente compiuta. Solo di tanto in tanto, quando i nostri passi risuonano falsi lungo i corridoi di abitazioni più o meno grandi e vuote, ci consentiamo il lusso di un dubbio. Ma lo obliteriamo subito. Accendiamo la tv.
Gli esiti economici del bonus degli 80 euro
Non si parla più degli 80 euro che il governo ha elargito ad alcuni contribuenti nel 2014, e quindi è un ottimo momento per fare due conti e cercare di capire se questa misura, parecchio costosa, sia servita e, semmai, a cosa. Una buona occasione ci è fornita da uno studio pubblicato pochi giorni dalla Bce “Household spending out of a tax rebate: Italian €80 tax bonus”. In sostanza siamo diventati un caso di scuola. L’analisi ha provato a calcolare come sia stato utilizzato il bonus fiscale dal coloro che ne hanno avuto accesso e soprattutto osservarne l’impatto macroeconomico.
Lo studio parte ricordando che nel 2014 il governo, tentando di invertire l’andamento declinante della nostra economia, approvò una misura di credito fiscale al fine di aumentare il consumo delle famiglie. Secondo le stesse stime del governo, il pacchetto di stimolo fiscale avrebbe avuto un costo di 5,9 miliardi, equivalenti allo 0,5% della ricchezza disponibile delle famiglie e allo 0,4% del pil. Il bonus fu concesso ai contribuenti compresi nella fascia di reddito fra gli 8.145 i i 26.000 euro lordi, risultando in un bonus medio di circa 80 euro per chi guadagnava fino a 24.000 euro, per poi decrescere fino ai 26.000 e quindi azzerarsi superata questa soglia.
Per osservare gli effetti di questo bonus, gli economisti della Bce hanno utilizzato i dati della Italian Survey on Household Income and Wealth (SHIW), indagine condotta da Banca d’Italia, osservando come questo bonus si sia ripartito fra beni non durevoli, principalmente cibo, e durevoli. Le risultanze mostrano come circa il 50-60% del bonus sia stato speso in beni di consumo, percentuale che è arrivata all’80% per i soggetti a minor reddito o ricchezza disponibile. Non sono state invece osservate differenza di comportamento fra coloro che immaginavano il bonus permanente e chi invece pensava il contrario: pochi, maledetti e subito, gli 80 euro sono stati utilizzati senza pensarci troppo su dai circa 10 milioni di contribuenti che ne hanno avuto diritto in prima battuta, salvo poi, per un milione e mezzo di contribuenti, essere chiamati alla restituzione. In media a giovare dell’aumento della spesa sono stati beni alimentari (20 euro) e mezzi di trasporto (30 euro). Quanto all’aspetto distributivo, il quintile più povero (vedi grafico) ha assorbito circa il 10% delle somme disponibili, mentre il quintile più ricco il 17%.
Da un punto di vista macroeconomico i risultati “suggeriscono che il bonus abbia avuto un impatto significativo”. I consumi “sono cresciuti di circa 3,5 miliardi, che corrispondono al 40% dell’incremento totale della spesa delle famiglie nel 2014”: Incremento, quindi, che è dipeso proprio dal bonus fiscale. Ricordo che nel 2014 il Pil crebbe dello 0,1%, a fronte di una spesa delle famiglie cresciuta dello 0,3%, mentre l’anno prima si era contratta del 2,5%. L’anno successivo il pil crebbe dello 0,8, spinto dalla ripresa degli investimenti fissi lordi (+1,6), dalla spesa delle famiglie (1,6) e soprattutto dall’export (+4,4%), ma anche l’import conobbe una sostanziale ripresa (+6,8%). Avere più soldi in tasca non vuol dire spenderli tutti in Italia.
Insomma, alla fine dei conti, la sensazione è che il bonus sembra abbia aiutato la nostra crescita, pure se non è facile capire quanto. Rimane il dubbio se spendere lo 0,4% del pil sia stato un buon affare. Ma su questo ognuno avrà le sue opinioni.
Conseguenze impreviste del protezionismo sull’istruzione
Poiché il protezionismo è tornato di moda (ammesso che abbia smesso davvero di esserlo) diventa interessante osservare le tante sfaccettature col quale il fenomeno dei dazi può impattare sulla struttura e l’organizzazione di una società. Si tende a pensare che in fondo proteggere i commerci sia affare che riguardi solo i produttori, o al limite i consumatori che, lo sappiano a meno, saranno chiamati a sostenere il sussidio daziario con una maggiore spesa per consumi. Ma se fosse solo questo il protezionismo potremmo rinchiuderlo nella scatola noiosa delle faccende economiche, che tanto appassionano gli specialisti almeno quanto lasciano indifferenti i comuni cittadini.
E tuttavia non è mai così. Un recente studio pubblicato dalla Banca di Francia osserva l’effetto del protezionismo su uno degli aspetti fondamentali delle nostre società: l’istruzione. “Il costo di lungo termine del protezionismo è difficile da valutare – scrivono gli autori – poiché solo pochi paesi sono tornati verso questa politica dopo un periodo di libero commercio. Uno dei paesi che l’ha fatto è stata a Francia, nel 1892, quando la Camera dei Deputati, incoraggiata dal presidente della commissione dogane Jules Méline, decise di rialzare bruscamente la tariffa sulle importazioni di cereali”.
Fra il 1830 e il 1890, ricordano gli autori, prese piede nel mondo quella che poi è stata chiamata la prima globalizzazione. Questa boom di scambi, incoraggiato dal grande sviluppo del traffico ferroviario finanziato con capitali europei, ebbe un impatto notevole sul traffico di materie prime agricole. L’arrivo nei mercato del grano americano e argentino fece crollare i prezzi spingendo i governi europei ad adottare misure per proteggere i propri produttori. In Francia ciò accadde nel 1892. Fu approvata una tariffa sulle importazioni che pesava circa il 25% del costo del grano acquistato all’estero. La tariffa rimase in vigore fino all’inizio della Grande Guerra.
Lo “shock protezionistico”, come lo chiamano gli autori, arrivò in un momento nel quale lavorare in agricoltura non richiedeva particolari qualificazioni professionali. L’effetto dei dazi fu di aumentare il prezzo relativo del grano rispetto ai prodotti della manifattura, rendendo di conseguenza maggiormente attrattivo il settore primario, sia per i salari che per i profitti, rispetto all’industria. Ciò ha finito con l’avere un ritorno negativo sull’istruzione. Nessuno ha voglia di studiare la meccanica se può guadagnare di più conducendo un aratro. “Questo shock – scrivono – ha abbassato i livelli di istruzione e aumentato i tassi di natalità proporzionalmente alla quota di produzione cerealicola nell’impiego locale”. Osservazione interessante perché ci rivela un’altra conseguenza imprevista del protezionismo: l’aumento della natalità, che evidentemente viene osservato in correlazione col miglioramento delle condizioni economiche degli impiegati nel settore primario.
L’ipotesi sostenuta dagli autori è che la domanda di istruzione sia correlata positivamente col grado di progresso tecnologico. “Poiché all’epoca le fattorie non richiedevano livelli intensivi di conoscenze tecnologiche, il protezionismo ha abbassato il ritorno che si poteva ottenere da una migliore istruzione conducendo a una diminuzione dei tassi di scolarità. “Come conseguenza – scrivono – nel 1906 il 20% dei lavoratori agricoli era analfabeta a fronte del 10% dei lavoratori impiegati nella manifattura e i tassi di analfabetismo erano anche più elevati fra gli agricoltori autonomi”. La Francia aveva conosciuto uno sviluppo sostenuto dell’istruzione fra il 1830 e il 1860, e successivamente, dal 1867 anche grazie all’obbligo di fornire un’istruzione primaria anche alle donne. Le scuole passarono dalle 10 mila del 1830 alle 80 mila del 1880 e nel 1892 tutta la popolazione aveva ottenuto l’accesso all’istruzione. “Tuttavia – sottolineano – lo storico Antoine Prost nota che gli anni fra il 1886 e il 1896 furono un decennio perduto in termini di progresso dell’istruzione a causa del declino dei tassi di iscrizione nelle scuole. La nostra opinione è che ciò sia stato determinato dall’introduzione della tariffa sui cereali”, concludono. “Un corollario in questa caduta dell’istruzione fu un aumento dei tassi di fertilità, come prevede la teoria”.
La conclusione degli autori è che l’istruzione sia un processo reversibile, se si attivano politiche capaci di scoraggiarla. E il protezionismo sembra una di queste, se finisce col favorire attività che richiedono basse qualificazioni professionali. Rimane da chiedersi cosa succederebbe se i dazi volessero favorire settori ad alta qualificazione professionale e poi se davvero siano capaci di aumentare i tassi di fertilità, visto che viviamo società che invecchiano drasticamente. In questo caso qualcuno potrebbe trovarci pure dei vantaggi. A dispetto degli economisti francesi.
Gli squilibri globali aumentano il rischio protezionismo
Ci sono alcune considerazioni interessanti che il Fondo monetario internazionale propone nel suo ultimo External sector report. Il documento fotografa l’andamento degli squilibri globali, rappresentati contabilmente dai flussi delle partite correnti dei paesi analizzati e dagli stock delle posizioni nette sugli investimenti esteri e quindi è un ottimo viatico per capire lo stato delle relazioni internazionali, atteso che i crediti e i debiti reciproci fanno parte della dialettica fra gli stati. Non si capisce l’irritazione statunitense per la Germania se si trascura di osservare che gli Usa sono il paese che più di tutti è debitore, mentre la Germania è fra i primi, se non il primo, creditore globale.
La prima considerazione interessante è che dal 2013 al 2016 i cambiamenti rilevanti degli squilibri globali sono stati pochi. Gli scompensi fra debitori e creditori rimangono rilevanti, essendo semmai mutata parzialmente la titolarità di alcune posizioni. Quella più evidente è quella degli esportatori di petrolio, che hanno subito il crollo dei ricavi a causa del ribasso del greggio e hanno finito col diventare debitori quando prima erano creditori. Questo grafico rappresenta lo stato delle partite correnti dei paesi considerati, e quest’altro il cambiamento intercorso dal 2013 in poi, con in evidenza chi ci ha guadagnano e chi ci ha perso.
Analizzarli ci dice anche altre cose. La prima, più evidente, è la situazione statunitense, drasticamente peggiorata. Non che sia una novità. Gli Usa sono grandi debitori da alcuni decenni, con la peculiare caratteristica di essere al tempo stesso gli emittenti di quella che di fatto se non di diritto è la moneta più utilizzata a livello internazionale. Di recente si osserva che malgrado il miglioramento delle ragioni di scambio Usa, registrato dal Fmi, l’apprezzamento del cambio reale, unito alla forte domanda interna, ha finito con l’aumentare il deficit corrente. Un movimento simile è stato osservato anche nel Regno Unito. Al contrario l’eurozona, ma soprattutto il Giappone, hanno goduto di maggiori surplus. Tanto che ormai rappresentano lo zoccolo duro del club ristretto dei grandi creditori che ospita anche la Svezia, la Corea del Sud, Singapore e la Svizzera.
E questo ci porta alla seconda considerazione, che è squisitamente politica. “Gli squilibri globali persistenti – scrive il Fmi – suggeriscono che i meccanismi di aggiustamento siano deboli”. La rotazione degli squilibri in eccesso verso le economie avanzate “sempre più concentrati negli Usa e nel Regno Unito”, spiega il Fmi, probabilmente avrà effetti benefici sull’equilibrio finanziario – “la riduzione dei rischi di finanziamento del deficit a breve termine” – ma al tempo stesso “la maggiore concentrazione dei disavanzi in pochi paesi comporta un rischio maggiore che vengano adottate politiche commerciali di rottura”. Il rischio protezionismo, insomma, che il Fmi paventa come ormai fanno tutte le grandi organizzazioni internazionali.
Proviamo a dirla in altro modo. Sostenere gli squilibri globali è finanziariamente più semplice, almeno nel breve termine, se questi squilibri si concentrano in paesi che emettono valute di riserva e vengono comunque percepiti come sicuri. Ma al tempo stesso, questi afflussi “fiduciari” sostengono domande interne che andrebbero invece moderate – il Fmi fa esplicito riferimento ad azioni di consolidamento fiscale – e quindi finiscono col creare le condizioni per esasperare questo debito, al punto di far baluginare l’idea di scorciatoie – tipicamente le politiche commerciali protezioniste – per rientrarvi.
Ora, sarà magari un caso, ma i paesi che hanno visto peggiorare le loro partite correnti, ossia gli Usa e l’Uk, sono gli stessi che hanno espresso un’amministrazione con chiare tentazioni isolazioniste. Trump e la Brexit, in tal senso, potrebbero essere la spia di un pensiero politico che trova la sua rappresentazione, e la sua ragione, nella contabilità delle partite correnti. Anche per questo il rapporto del Fmi è un ottimo viatico per le diplomazie.
La ricostruzione dell’economia e la tela di Penelope
Ora che iniziamo un altro anno insieme – il sesto ormai – sarà bene abituarsi all’andamento erratico delle informazioni che arrivano dalle cronache economiche, imparando a distinguere nella filigrana dei fatti la corrente sotterranea che li sostiene e che ormai pochi possono negare. L’economia internazionale è in miglioramento, o almeno così molti osservatori ce la rappresentano. E questo, per coloro che hanno l’udito fine, è il segnale più evidente che si sta facendo strada nella coscienza dei popoli e dei governati un lumicino di fiducia. Il problema è che è flebile e quest’estate ha contributo poco a rafforzarla.
Le tensioni guerresche nel Pacifico – i missili nordcoreani – fra le altre cose hanno complicato le relazioni sino-americane, già gravate dalle minacce daziarie di Trump e dalla crisi dell’acciaio, che già un anno fa segnalavamo in apertura della quinta stagione del nostro blog. Questo, mentre la Cina dovrà pure gestire le relazione con l’Unione Europea, che sta faticosamente elaborando un sistema di dazi in risposta alle istanze cinesi di vedersi concesso lo status di economia di mercato. Peraltro l’Ue è impegnata in un altro negoziato strategico, quello commerciale col Giappone, col quale di recente ha flirtato, con scarso successo, anche Theresa May, alla disperata ricerca di un futuro comprensibile per la Brexit. Tutto ciò solleva molta più prudenza che ottimismo, relativamente al futuro del commercio globale.
Ma le difficoltà degli scambi, a ben vedere, sono solo lo specchio delle difficoltà delle relazioni internazionali fra gli stati. La tensione fra globalismo e localismo non si è smorzata, ma si è solo assopita proprio in ragione del flebile raggio di ottimismo che inizia a penetrare le nubi delle scontento di molte popolazioni. Gli indici di fiducia che abbiamo visto in rialzo alla fine di agosto in molte economie avanzate ed emergenti, non rappresentano che questo, pure al netto delle inevitabili astrazioni di questi indicatori. Sarà interessante provare a capire in questa stagione, dedicata proprio al Rebuilding – la ricostruzione – delle nostre economie, quanto questo recupero di salute sia dovuto all’azione deliberata dei governi, e nel perimetro ricomprendo per necessaria chiarezza anche le banche centrali visto che le politiche monetarie straordinarie realizzate in questi anni, e quanto al semplice esaurirsi della spinta regressiva che ormai data quasi dieci anni, un tempo lunghissimo.
Che il tempo sia la cura migliore per superare una crisi, tuttavia, è solo un’altra congettura. La storia racconta di crisi durate anche il doppio, ad esempio la grande depressione che si registrò nel mondo fra il 1873 e il 1896. All’epoca le società reagirono accentuando il protezionismo, esattamente come si intravede anche adesso e come era accaduto anche dopo la crisi del 1929. Ciò che è interessante ricordare è che la crisi di fine XIX secolo vide originarsi il suo contro movimento nella Germania di Bismarck, che nello spazio di pochi anni passò dall’ideologia del laissez faire, incapace di frenare gli scontenti delle popolazioni e favorire l’edificazione del Reich, a quella interventista e protezionista che creò e in pochi anni cementò il mito dell’organizzazione e della pianificazione statale, che nello spazio di un ventennio, anche in conseguenza della Grande Guerra, conquistò tutto il mondo. La Germania di Bismarck, per dire, fu la stessa che inventò le pensioni.
Ciò per dire che esiste un’altra somiglianza fra ieri e oggi: il ruolo centrale della Germania nel processo di paziente tessitura dell’economia internazionale, che oggi somiglia sempre più alla tela di Penelope. La Germania andrà al voto fra pochi giorni e ci va con un’economia fortissima e un peso politico internazionale ancora poco comprensibile. La Merkel corre per il suo quarto mandato e sarà quello decisivo, ammesso che venga eletta, per capire la visione che la Germania vuole lasciare in eredità ai posteri. Piaccia o no, la Germania ha sempre giocato un ruolo da protagonista nella costruzione dello spirito del tempo. Anche per questo osserveremo sempre più da vicino questo paese, che in un certo qual senso è il portatore di una visione economica molto diversa da quella promossa dal mondo anglosassone, che anche oggi, come in passato, marcia unito. La Brexit e l’elezione di Trump sono gli epifenomeni di un sommovimento simile.
In tutto questo dovremmo parlare anche di noi, del nostro strano paese, che vive con la testa rivolta al Nord e all’Occidente, lo stomaco verso il Sud e il cuore verso Oriente, proprio come suggerisce la nostra geografia. L’Italia si lacera continuamente seguendo queste pulsioni, che ci straziano con eguale forza e si estrinsecano nella rissa collettiva alla quale assistiamo ogni giorno. Anche noi dovremo affrontare un’elezione politica che si preannuncia inconcludente mentre nel frattempo faremo quello che ci viene meglio: vivere con l’animale che ci portiamo dentro, come cantava Battiato.
Auguri, a tutti noi.
Il blog va in vacanza, ci rivediamo a settembre con la sesta stagione: Rebuilding
Anche la quinta stagione del nostro blog è terminata. La consueta pausa estiva, quantomai benvenuta, ci consentirà di ricaricare le batterie alle quali, quest’anno, abbiamo chiesto un sovrappiù di prestazioni col risultato che ormai sono esauste. La quinta stagione era ambiziosa nei propositi – discorrere di globalizzazione – e si è rivelata esserlo ancor più di quanto previsto, vista la quantità di novità che sono intervenute in questi mesi.
Quando abbiamo iniziato la stagione, a settembre 2016, non ci aspettavamo nulla di più di quello che eravamo abituati a fare. E invece, a sorpresa, già un mese dopo è arrivato il Cronicario del pomeriggio, l’economia raccontata con tono semiserio, che si è rivelato essere uno degli appuntamenti più amati dai lettori del blog e che adesso viene ospitato regolarmente su Linkiesta. Poco più tardi sono arrivate le Cartoline, economia in corsivo per chi guarda solo le figure, che adesso viene ospitato sul blog del Foglio Shot Economy. A fine anno il nostro blog ha subito la sua ulteriore innovazione, partecipando la progetto di Crusoe, in collaborazione con gli amici di Slow News, che ormai è un realtà consolidata nel panorama delle newsletter di economia.
Tutto questo attivismo editoriale, ha finito col mutare il senso e il significato dei nostri post. Abbiamo dovuto concentrare l’attenzione sulla regolarità della produzione – in sostanza più che raddoppiata – e abbiamo dovuto sacrificare un po’ di tempo per l’approfondimento. Il prezzo l’hanno pagato le nostre miniserie, che negli anni hanno contribuito ad avvicinare il grande pubblico ad argomenti complessi. Ma contiamo di recuperare l’anno che verrà. La sesta stagione, – Rebuilding – che sarà dedicata alla ricostruzione, partirà da qui e chissà dove ci condurrà. Quello che possiamo dirvi adesso è che ci proponiamo di osservare i tentativi dell’economia globale di rimettersi su un percorso di crescita sostenibile, ammesso che questa espressione abbia senso. Che, vale a dire, sia sensato aspettarsi da un qualunque sistema che cresca all’infinito.
La ricostruzione, i cui tentativi stiamo osservando già da diverso tempo, si basa innanzitutto su una comunicazione diversa della realtà. Molti hanno iniziato a parlare del bicchiere mezzo pieno, anziché di quello vuoto, e così facendo provano ad orientare le aspettative. La consapevolezza che si fa strada è che abbiamo tutte le risorse per avere un’economia sana tranne quella che serve di più: quegli animal spirits che hanno reso celebre Keynes. La voglia di fare, di spendere, di muoversi: questo è quello che serve all’economia per tornare a crescere. Ciò dovendo fare i conti con società che invecchiano e gravate da una quota crescente di indebitamento. La ricostruzione è un sentiero stretto, e sbaglierebbero gli ottimisti tutti i costi. Serve un sano realismo informato con un pizzico di follia a dar sapore, non il contrario. E anche questo farà parte dello spirito della sesta stagione. Sarà bello come sempre scoprirla insieme.
Ci rivediamo a settembre.
Cronicario: Jp Morgan inaugura la Skynet finanziaria
Proverbio del 31 luglio Hai un dente solo? Sorridi almeno con quello
Numero del giorno: 499.000.000 Utile di Poste nel primo semestre secondo analisti
Mi chiedo quale spiritello dispettoso abbia ispirato Eurostat a pubblicare, proprio il 31 luglio, le statistiche sugli europei che non si possono permettere neanche una settimana di vacanze l’anno fuori da casa propria. Addirittura uno su tre, secondo gli eurostatistici. Che diventa il 45,2% della nostra popolazione, trovandosi l’Italia nella parte bassa delle classifiche.
Ora pensate un attimo a tutte le persone che conoscete e poi ditemi se non vi sorge qualche dubbio sulle statistiche, che sono verissime, per carità, ma questo non vuol dire che catturino la realtà. E questo vale anche – e soprattutto – quando le notizie sono buone.
Sempre Eurostat, per dire, ce ne regala una ottima, ossia l’andamento della disoccupazione, che tocca il minimo da febbraio 2009 per l’eurozona, portandosi al 9,1% e addirittura al 7,7% per l’Ue intera, al minimo da dicembre 2008. Come dire, non siamo ancora ai bei tempi, quando la disoccupazione nell’EZ stava sotto l’8%, ma il trend è decisamente ribassista.
Alla festa europea per il calo della disoccupazione partecipa anche l’Italia. Istat ha pubblicato dati quasi rassicuranti, che parlano di un calo degli inattivi, della disoccupazione giovanile e persino di un record dell’occupazione femminile. Peccato che fra i grandi progressi si registri anche quello per i lavori a termine, che riguarda 2,69 milioni di lavoratori, registrando il valore più elevato fra quelli raccolti di recente.
La carrellata statistica non può ignorare il dato sull’inflazione di luglio, che nell’EZ decelera all’1,3% e in Italia all’1,1%. Rimane un mistero inspiegabile:
E tuttavia la notizia più eccitante non arriva certo da Eurostat. Arriva dagli Usa, dove JP Morgan ha annunciato che dopo averlo testato per alcuni mesi in Europa, adesso lancerà sui mercati statunitensi e asiatici LOXM, che non è una supposta, ma il nuovo robot dotato di intelligenza artificiale che prenderà il posto dei vecchi trader umani. Vuoi mettere? LOXM acquista e vende a ritmi disumani e al miglior prezzo, non va in ferie e non si deprime. Al massimo può deprimere i mercati qualora dovesse sbarellare.
Vi sembra d’aver già visto questo film? Vi sembra giusto.
A domani














