Categoria: Annali

La paghetta di cittadinanza

Pane e circo usavano gli antichi romani per tenere buona la plebe cittadina. Stomaco pieno e mente distratta, poco ma sicuro, sono il miglior viatico per una società tranquilla. E perciò anche oggi, che il circo del total entertainment è più sfavillante che mai, serve solo un po’ di pane – inteso come tutto ciò che serve per dirsi cittadini del nostro tempo – per impedire che una plebe sempre più hi tech si svegli dal torpore che le regala la rete. Basta guardarsi intorno. Milioni di occhi sono costantemente incollati sugli schermi degli smartphone guardando là dentro anziché la fuori, vittime di un incantamento che è troppo radicale per non essere sospetto. Quando si scopre con raccapriccio che i bambini sono le prede più indifese di questo incantamento – nessuno di loro riesce a sfuggire alla seduzione del telefonino di mamma o papà – diventa subito chiaro che siamo alle prese con qualcosa di più che una semplice tecnologia. Siamo finiti nel vortice di un cambiamento radicale delle nostre consuetudini il cui esito è ignoto a ognuno e però tutti ne subiremo le conseguenze.

A fronte di ciò non sorge alcuna forma di reazione, nemmeno dubbiosa. Digeriamo i nuovi modelli di smartphone con uno sguardo idiotizzato dal desiderio. Ascoltiamo estasiati dei progressi tecnici e non chiediamo altro che aumentino: più potenza di calcolo, più connessione, più, più più. Ma se chiedete a uno qualunque di quelli che vivono con gli occhi attaccati al computer da taschino cosa cerchino esattamente lì dentro, ascolterete solo una risposta: tutto. Ossia niente. La nientificazione del desiderio dissimulata dalla bulimia delle informazioni è l’esito finale di questo accecarsi davanti a schermi sempre più sottili. Volere tutto e saziarsi di questo desiderio, di fatto annichilendolo, al modico costo di un aggeggio e di una connessione, covando la speranza di entrarci dentro sul serio, come Alice dentro lo specchio. Tramutarsi nell’oggetto del desiderio di qualcun altro, sotto forma di bene di consumo, qualunque sia il tipo di consumo: artistico, professionale, sessuale.

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Cronicario: Nel giorno dei Pil vince il ministero delle Pol

Proverbio del 28 luglio Nel buio tutti i gatti sono leopardi

Numero del giorno: 0,3 Aumento % delle retribuzioni rispetto a giugno 2016

Oggi è uscita una raffica di dati sui Pil di mezzo mondo che stenderebbe chiunque, anche perché ogni volta costringe i poveri commentatori di cose economiche a farsi un’idea, argomentarla, socializzarla, difenderla, cambiarla, dire il contrario, cambiare di nuovo e poi fare un tweet. Questa faticaccia accade ogni trimestre e quando succede come oggi, che non solo è venerdì ma è anche la fine di luglio e uno vorrebbe solo chiudere il cervello in frigo.

E invece le aride necessità delle statistiche hanno il sopravvento e cominciano subito col dato della Francia, fresca delle liti con gli italiani per vicenda dei cantieri Stx, che esibisce un robusto +0,5% che sicuramente starà facendo rosicare la nostra Istat. Neanche il tempo di festeggiare, per il giovane Macron (o MacroN?) e arrivano i toreri spagnoli che buttano sull’arena il loro +0,9% trimestrale che annualizza un +3,1%: Olé. I francesi abbozzano, e gli spagnoli lanciano la loto muleta in aria.

Inevitabilmente partono le chiacchiere sul miracolo spagnolo, puntuali come le ferie d’agosto. Per fortuna dura poco perché dopo pranzo arriva l’altro dato del pil atteso, che non è quello canadese, che comunque vale il suo onesto +0,6%, ma quello Usa, che è assai più robusto, portandosi al +2,6%, su base annuale, in deciso rialzo rispetto all’1,2% del primo trimestre che così tanto aveva rattristato mister T. Trump, insomma.

E siccome se gli Usa ridono l’Europa ingrassa, dobbiamo aspettarci che nel secondo quarto di quest’anno la nostra ricchezza familiare, cresciuta come area dello 0,2% nel primo trimestre 2017, migliori ancora un po’. Almeno in teoria.

In pratica intanto succedono altre cose. La più esilarante delle quali la leggo in una nota dell’Inps indirizzata al ministero delle Politiche sociali. Perché esilarante? Semplice, il ministero aveva chiesto all’Inps di quantificare, il 19 giugno, gli effetti finanziari derivanti dall’abolizione dei vitalizi. L’Inps risponde che per calcolare quanto richiesto deve essere fornito di codice fiscale, data di nascita, sesso, stato del vitalizio, decorrenza del vitalizio diretto o al superstite, categoria del vitalizio, aliquota di reversibilità, importo delle trattenute diverse da quelle fiscali, importo del vitalizio lordo e netto. Inoltre per ogni soggetto dovranno pervenire: anno solare di riferimento, numero legislature, giorni di legislature, tipo di istituzione, indicazione delle regioni per i consiglieri, importo dell’indennità e i contributi previdenziali.

Poi dice perché le Pol vincono sempre sul Pil.

A lunedì.

Cartolina: L’unica crescita rigogliosa

Se fosse prodotto interno lordo, quell’istogramma che cresce rigogliosamente dal 2002 all’inizio del 2017 non saremmo qui a discutere di economia. Quegli 89 trilioni che diventano 217 avrebbero significato una crescita più che raddoppiata in un quindicennio, e quindi benessere sufficiente a relegare l’economia a quella dimensione da tecnici specializzati che J.M.Keynes auspicava nelle sue Prospettive economiche per i nostri nipoti. Invece quell’istogramma misura il debito globale, pubblico e privato, che ormai vale il 327% del pil mondiale, secondo la ricostruzione di un istituto di ricerca, al primo trimestre di quest’anno, e, come si vede, non conosce requie. La fine della crisi, che ormai viene almanaccata sempre più di frequente, non ne ha impedito l’aumento e sembra anzi che sia necessario, questo continuo indebitarsi, al terminare della crisi stessa. Usa e Cina insieme pesano quasi la metà del totale, con le economie emergenti che sembrano aver imparato assai bene la lezione dell’indebitarsi. Ma è più rilevante osservare che a fronte di questa montagna di debiti da 217 mila miliardi di dollari c’è quella uguale e contraria di crediti e quindi dei creditori che ne hanno la proprietà. Come possa un tale flusso di ricchezza teorica non generare dissapori e sospetti,  fra gli uni e gli altri, e quindi indebolire la fiducia, che tutti reputano vitale alla nostra economica, è arduo a spiegarsi. Dobbiamo contentarci di credere normale questo debito. E così far finta che non ci sia.

Cronicario: Fra i due litiganti l’Europa rode

Proverbio del 27 luglio A chi mente si crede una volta sola

Numero del giorno: 6,49 Aumento % di Facebook in borsa dopo la trimestrale

Vive la France, malnati francesi. E’ così, in un tripudio di contraddizioni, che l’opinione pubblica europea – ammesso che esista – assiste alla singolar tenzone fra Francia e Italia sulla questione Stx, che non è una marca di autoradio ma un polo cantieristico francese finito agli altari della cronaca perché noi italiani abbiamo provato a comprarlo dopo che i francesi l’avevano venduto ai coreani che però poi sono falliti, senza manco temere che portasse sfiga, quest’azienda.

Dunque dicevo, noi italiani abbiamo provato a comprare un’azienda che fa navi sul suolo francese e quelli sono montati a cavallo lancia in resta: allons enfant. Hanno pensato a un’Opa sull’Eliseo e macché, scherziamo: force de frappe. O almeno di frappé. Non passa lo straniero: zum zum. Macron s’è impuntato e poco fa il suo ministro dell’economia ha detto che il governo eserciterà la sua opzione di acquisto dell’azienda, in pratica nazionalizzandola, ma solo a termine, “il tempo di negoziare nelle migliori condizioni possibili la partecipazione di Fincantieri ai cantieri navali di Saint-Nazaire per costruire un progetto europeo solido e ambizioso”.

Nel meraviglioso mondo delle dispute cantieristiche, insomma, alla fine viene fuori l’Europa, che fra i due litiganti non gode, ma rode. L’idea che i progetti europei funzionino solo se piacciono ai francesi è singolare, ma solo gli ingenui si stupiscono. Tipo noi ad esempio. Nei prossimi giorni il ministro francese incontrerà i nostri, già mi figuro le facce.

Detto ciò segnalo l’inarrivabile Tito Boeri, al secolo presidente Inps, che oggi ci ha regalato un altro capitolo del suo libro imperdibile: La verità vi spiego sull’Inps. E che ha detto Boeri, ormai posseduto dal demone della rivelazione? Che il welfare italiano ha protetto sempre solo gli ultra65enni e se ne è infischiato dei giovani, che perciò rimangono a casa con mamma e papà e non riescono a cogliere le giuste opportunità.

No, scherzi a parte. Sarà pure vero, se lo dice il presidente dell’Inps. D’altronde qualche dubbio c’era venuto pure a noi. Ma non neanche questa la vera tendenza di giornata. La notizia, come dicono i vecchi cronisti, è che Jeff Bezos, dopo il boom di Amazon in borsa che ha fiutato l’andamento della trimestrale, si avvia a superare Bill Gates come il più ricco del mondo – dei più belli del reame non frega più nulla a nessuno – a dimostrazione del fatto che il mondo è cambiato ed è chiaro chi ha vinto.

E noi poveracci? Rassegnatevi. Il Fmi nel suo ultimo staff report dedicato all’Italia dice che in media guadagniamo meno di vent’anni fa, al livello del 1995, e che ci vorrà almeno un decennio per recuperare un livello di reddito pre crisi, col rischio povertà che ormai riguarda quasi un italiano su tre. Che fanno gufano? Nooo: sono andati avanti.

A domani.

 

 

 

Il vero problema economico è quello demografico: lo dice anche la Bce

Il caso vuole che la Bce abbia pubblicato ieri un paper molto interessante che ci riporta all’inizio della quinta stagione di questo blog, al settembre scorso, quando abbiamo cominciato a discorrere di come l’avversa demografia impatti sullo stato di salute di un’economia, fidandoci del (buon) senso comune e dell’esperienza storica, che così tanti esempi fornisce a chi voglia ripercorrerla. Dopo questo lungo anno passato insieme a osservare l’economia, la convinzione che le nostre società cosiddette avanzate patiscano per via economica gli effetti del proprio incipiente invecchiamento si è rafforzata, e chiunque abbia seguito il nostro lungo percorso fino a qui se ne sarà convinto con noi.

Ora, aldilà delle ipotesi che sottostanno alle osservazioni degli economisti – il paper della Bce si rifà alla teoria della stagnazione secolare – tutti coloro che hanno osservato il nesso assai stretto che esiste fra economia e demografia arrivano alla stessa conclusione: la demografia conta. Il tempo ci dirà se la vecchiaia delle nostre società sarà la causa della sua sostanziale estinzione, magari dissimulata da una crescente ondata di migrazioni. Noi osservatori possiamo solo documentare, cominciando proprio dai pensieri di chi si occupa di queste cose e finendo con le statistiche sconsolanti che vedono un’Italia desertificata da Roma in giù.

Non è un problema solo italiano, ovviamente. E’ tutto l’Occidente, ricco e viziato, che ha perso la voglia di vivere – e non saprei come chiamare in altro modo smettere di riprodursi – accecato dalla vanità di una vita vissuta per se stessi, e che incolpa la crisi economica della propria sterilità dimenticando quando eravamo poveri e prolifici, come accade adesso nei paesi cosiddetti emergenti. I tempi cambiano e le nostalgie sono inutili. Nessuno dovrebbe rimpiangere un passato di miseria, quando i bambini morivano di fame e malattia. Ma una società equilibrata dovrebbe essere in grado di perpetuarsi, e il fatto che noi non ci siamo riusciti dovrebbe quantomeno farci interrogare sulle ragioni. Forse, come dice qualcuno, il crollo della natalità nei nostri paesi sarà compensato da altri popoli, che alle porte dei nostri paesi bussano. Ma poi viene fuori che non vogliamo neanche queste popolazioni. Vogliamo invecchiare tranquilli con i nostri benefici, piccoli e grandi, e spegnerci in pace.

Non è intenzione di questo blog occuparsi dell’oscuro desiderio di morte dell’Occidente, dissimulato malamente dalla sua volontà di potenza, pure se ne abbiamo discusso altrove. Qui ci limitiamo a osservare che anche gli studiosi della Bce arrivano alla conclusione che la demografia ha un peso rilevante nei processi economici: ha influenzato dalla metà degli anni ’80 e influenzerà ancora in futuro i tassi di interesse, nominali e reali, contribuendo al loro sostanziale ribassarsi, ed è capace di avere impatti regressivi sulla crescita futura. Vi risparmio le tecnicalità, che potrete leggere sul paper. Vi bastino giusto un paio di suggerimenti rubati fra le righe: gli stati dovrebbero incoraggiare pensionamenti più tardivi e promuovere gli investimenti in ricerca e sviluppo. Vuol dire che dovremmo lavorare sempre di più e a fronte di contesti via via più complessi per far fronte al costo sociale di questo invecchiamento. Dovremo lavorare di più per sostituire i giovani che sono sempre di meno, e imparare costantemente a stare sul mercato del lavoro che richiederà competenze sempre più progredite per fronteggiare l’abilità crescente delle macchine. La lunga vita, promessa dal progresso scientifico e alimentata dal benessere economico, somiglia troppo a un inferno per credere che sarà un paradiso.

 

Cronicario: I tedeschi fanno più figli, noi più pensionati

Proverbio del 26 luglio Chi ha acqua in bocca non soffia sul fuoco

Numero del giorno: 3.600.000.000 Spesa dell’Italia per i migranti nel 2016

Come si può tradurre in italiano childlessness, mi domando mentre scorro una release dell’istituto tedesco di statistica, incerto pure sulla pronuncia, che racconta proprio di come il “final rate” di childlessness non è aumentato. Dunque un dizionario suggerisce senza figli, e fin qua c’ero arrivato pure io. Quello che ignoravo è che esistesse un tasso statistico che misurava la “sfigliolanza”, ecco già così lo capisco meglio.

E scopro, leggendo gli statistici, che il tasso di sfigliolanza  fra le donne tedesche è cresciuto dall’11% che si contava per le donne nate nel 1937 al 21% – praticamente in doppio – per quelle nate nel 1967. Talmente radicale questo cambiamento che gli statistici festeggiano il fatto che non sia cresciuto più, questo benedetto tasso, e anzi osservano che fra il 2011 e il 2015 sono nati più bambini in Germania, grazie all’aumento delle donne nell’età più propizia, ossia fra i 25 e i 39 anni e all’aumento degli immigrati. E ciò malgrado non è stato ancora raggiunto il numero di nati registrato a inizio millennio.

Uno si potrebbe chiedere perché mai i tedeschi celebrino risultati così modesti – un tasso di childlessness che ha smesso di crescere e un numero di nati inferiore a quello di quindici anni fa – ma solo se non conosce il mezzo disastro demografico che sta vivendo la Germania. E quando è tempo di magra…

Poi mi capita sotto gli occhi una nota Inps che parla dei casi nostri e che scopro? Che nel 2017 “si registra un numero di liquidazioni di (pensioni di, ndr) vecchiaia, di anzianità e anticipate superiore al corrispondente valore del 2016″. Ora, pure noi abbiamo una situazione demografica disastrata, ma volete mettere? Fra il pensionato e il neonato non abbiamo mai esitato.

Alla fine dei giochi, ogni sistema sociale ha quello che si merita. Di buono c’è che tutto questo pensionarsi giova evidentemente alla fiducia. Istat ci fa sapere che la fiducia dei consumatori, a luglio, cresce da 106,4 a 106,7, mentre quella delle imprese diminuisce.

Come spiegare questa differenza è roba da indovini. Come quando Istat scrive che “I giudizi circa la situazione economica del Paese sono in peggioramento mentre le relative aspettative sono in miglioramento”.

Concludo con le ultime dall’UK, sempre più in odore di Brexit.

Come si commenta questo dato? Con le parole dell’istituto statistico che lo ha rilasciato: “La crescita economica britannica ha rallentato, ma l’economia è sopra del 9% rispetto al picco pre crisi”.

A domani

 

I consigli del Maître: Il successo “fantasma” dell’eurozona e le rendite reali degli italiani

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato. Gli interventi in radio riprenderanno a settembre e quindi anche i nostri consigli del Maître.

Il successo “fantasma” dell’Eurozona. Alcuni dati recenti pubblicati dalla Bce e da Eurostat sull’Eurozona ci comunicano informazioni moto interessanti sullo stato di salute dell’area, che si presenta decisamente in ottima forma. Il conto corrente della bilancia dei pagamenti, ossia il dare e l’avere degli scambi con il resto del mondo, mostra un surplus superiore al 3% del Pil, che vuol dire che l’area è creditrice del resto del mondo. Da un punto di vista fiscale, l’area ha un deficit sul pil dello 0,9%, peraltro in calo, nel primo trimestre 2017, e un debito pubblico, in leggero rialzo ma comune fermo all’89,5%.

In più la disoccupazione è in calo e la crescita è prevista buona e persino il mercato immobiliare è cresciuto del 4% nel primo quarto del 2017. E’ tutto molto interessante, come direbbe Rovazzi. Peccato che l’eurozona esista solo nella contabilità di Eurostat e della Bce. Nella realtà ci sono 19 paesi ognuno con una storia diversa. Spesso divergente.

Tornano i prestiti in Cina. La Bis ha pubblicato le ultime statistiche bancarie che mostrano una robusta ripresa dei prestiti bancari internazionali verso la Cina. Nel primo quarto del 2017 si è battuto il record degli ultimi tre anni, contrassegnati da diversi trimestri in calo.

In realtà i prestiti sono cresciuti verso tutti i paesi emergenti, ma la Cina, anche in ragione della sua stazza fa la parte del leone. I mercati sembrano aver recuperato la fiducia nei confronti di questi paesi. Speriamo che duri.

Le rendite degli italiani. Bankitalia ha pubblicato gli ultimi dati sulla bilancia dei pagamenti che mostrano una interessante evoluzione dei nostri conti esteri. I pratica i redditi primari, che misurano il saldo fra ciò che incassiamo dall’estero e quello che paghiamo all’estero per gli investimenti di capitale e gli investimenti diretti, sono diventati positivi e anzi aiutano a sostenere i nostri attivi di conto corrente.

Per l’Italia è quasi un fatto storico ed è una probabile conseguenza del QE della banca centrale che, da un parte ha abbassato il costo degli interessi che paghiamo all’estero, a cominciare da quelli sul nostro debito pubblico detenuto da investitori stranieri, e dall’altra ha spinto gli italiani a investire sempre più all’estero, aumentando quindi gli incassi che da lì provengono. Cosa succederà quando finirà il QE? Cominciamo a pensarci su.

Riapre la lotteria delle pensioni. Il ministro Poletti ha annunciato che domani, 27 luglio, riceverà i sindacati per discutere di pensioni. Di solito finisce sempre nello stesso modo: il governo apre il borsellino e concede ai presenti vantaggi ai danni dei futuri. Il tema più caldo, non a caso, è il blocco dell’innalzamento automatico dell’età pensionabile che, in attesa che Istat aggiorni le tabelle, dovrebbe essere innalzato a 67 anni. Prospettiva che ha generato una pletora di lamentazioni e l’irritazione dei sindacati, malgrado sia stato spiegato che l’innalzamento serve a garantire l’equilibrio del sistema pensionistico, seriamente messo a rischio dalla nostra demografia. L’ossessione delle pensioni, d’altronde, è una caratteristica tutta italiana. Non a caso siamo fra i paesi con meno persone al lavoro dopo il 65 anni come mostra questo grafico preso dall’istituto statistico tedesco.

Dovremmo sempre ricordare che le pensioni sono un costo per la collettività e che solo in parte sono coperte dai contributi, che comunque sono tasse. Ma a quanto pare preferiamo dimenticarlo.

 

Si prepara il ritornello d’autunno: L’economia va meglio ma non ancora bene

Ci avviciniamo al termine della quinta stagione del nostro blog, che abbiamo dedicato alla globalizzazione, al suo significato più profondo e al modo in cui il mondo la sta interpretando, innanzitutto osservando i legami strettissimi che le nazioni (e gli individui) stanno tessendo grazie soprattutto allo sviluppo della rete globale, che promuove l’internazionalizzazione assai più di quanto si tenda usualmente a considerare. L’infrastruttura di rete, e il suo straordinario progresso, sostengono i flussi di merci, servizi e capitali assai più di quanto fosse possibile in passato e perciò diventa esercizio sempre più complesso osservare l’una senza gli altri. Il sorgere dei giganti di internet, come sostanziali nuovi ricchi e insieme alfieri dell’innovazione, è la rappresentazione icastica di questo processo, che è destinato a proseguire e che osserveremo con crescente interesse negli anni a venire.

Se questo è il quadro, all’interno viene ospitata la rappresentazione che in queste ultime settimane sta assumendo contorni sempre più netti e che titolerà la prossima stagione del blog a cominciare da settembre: la ricostruzione. Ricostruire il tessuto economico significa innanzitutto comunicarne le evidenze e quindi non deve stupire il fiorire di analisi che suonano più o meno sempre lo stesso ritornello che sentiremo con frequenza crescente da settembre in poi: l’economia va meglio, pure se non va ancora bene.

Le ragioni sono diverse, a cominciare da quella che i dati suggeriscono un certo ottimismo. Il Fmi ha rilasciato di recente i suoi ultimi aggiornamenti all’outlook mondiale che mostra un accelerazione dell’Europa e una decelerazione degli Usa. Ma in sostanza il tono è rassicurante. “Stanno cambiando i motori della crescita”, ha detto la Lagarde. Se gli Usa rallentano accelerano altri. Il Canada, ad esempio, ma anche l’Europa. E siccome l’economia è globalizzata, vuol dire che se non andiamo ancora bene – in quel caso anche gli Usa parteciperebbero alla festa – andiamo di certo meglio. Persino la crescita italiana, di solito letargica, viene rivista al rialzo e questo basta a orientare le aspettative verso il bello.

Rimane, fra le esortazioni del Fmi, quella a impedire che la tentazione protezionista, che alligna fra molti, sfrutti l’incertezza del momento economico – migliore ma non ancora buono – per farsi strada fra le coscienze e le policy. In ciò il Fmi ricalca il pensiero già da tempo espresso da molti altri osservatori internazionali, fra i quali si segnala anche la Bis di Basilea, che ha dedicato una parte rilevante della sua ultima relazione annuale proprio al tema della globalizzazione e al rischio del suo contrario. “Le argomentazioni a favore del protezionismo  – ha scritto – non hanno smesso di guadagnare terreno e ciò è avvenuto nel quadro di una reazione sociale e politica più generale contro la globalizzazione. Riportare indietro le lancette della globalizzazione infliggerebbe un grave colpo alle prospettive di un’espansione forte e sostenuta. Gli investimenti sarebbero la prima vittima, considerando il loro stretto legame con l’interscambio commerciale, ma il terremoto che colpirebbe gli assetti istituzionali e i regimi di politica economica avrebbe un impatto più ampio e duraturo”.

Ricordare questo monito è fondamentale per l’anno che verrà. Il  rebuilding – la ricostruzione – passa per il pensiero condiviso che è più efficiente che gli stati cooperino insieme piuttosto che competere l’uno contro l’altro. Purtroppo tale condivisione di pensiero è alquanto rarefatta. Molto dipenderà da come l’amministrazione Usa finirà con l’orientare la politica internazionale. Noi europei dovremmo essere capaci di avere una visione. Noi italiani pure. Il problema è che il modo condizionale non riesce a diventare indicativo.

Cronicario: Allegria: il Fmi ci stima di più

Proverbio del 24 luglio Ciò che appare bello non è necessariamente buono

Numero del giorno: 225.000.000.000 Risorse mobilitate dal Piano Juncker in 2 anni

Ora che ho scoperto che il Fmi ha alzato le stime sull’Italia sono finalmente felice: il Fmi ci stima di più: addirittura lo 0,5% in più rispetto ad aprile. Grandi cose si preparano per noi. L’1,3% di crescita del pil, nientedimeno e l’1% l’anno prossimo.

Si sì. Credeteci: il mondo va per il meglio e anche il nostro governo si premura di farcelo sapere addirittura con una pubblicazione nella lingua dei mercati, così chi ha orecchie intende.

Ora non so a voi, ma a me una newsletter che si intitola il percorso stretto evoca anfratti bui, fatica, sforzo e peripezie. Ma per fortuna il Fmi ci stima di più ed è ora che cominciamo a farlo anche noi. Ci rimane solo di crederci. E faremmo bene a sbrigarci, perché il mondo, là fuori sta iniziando a trottare – parlare di galoppo è troppo  – e nessuno ha voglia di aspettare i nostri comodi.

A proposito, ci sono un paio di cose made in Istat che dovete sapere. La prima riguarda l’aumento delle compravendite di abitazioni, rilevate sulla base delle dichiarazioni notarili, nel primo trimestre 2017 che pesa l’1,8% in più rispetto al IV trimestre 2016, in leggero rallentamento, a dirla tutta. I prezzi sono praticamente fermi, addirittura in lieve calo dello 0,1%, ma le compravendite aumentano. Segno che si è trovato un equilibrio di mercato? Lo scopriremo. Per adesso questa è la situazione:

Altra notizia succosa che arriva da Istat è l’andamento del commercio estero extra Ue, che a giugno mostrano cali dei flussi sia di import che di export. Il nostro saldo, pure se attivo per 3,278 miliardi, è in calo rispetto ai 3,460 di giugno 2016, aumentando del 21,5% la domanda di energia. Interessante osservare che i nostri conti verso i cinesi sono migliorati del 32,9% a giugno rispetto allo stesso mese del 2016, ma ancora di più, ossia il 63,9%, è aumentato l’import dall’India. Il nostro commercio extra Ue è una croce e una delizia insieme.

Ma la notizia del giorno rischia di essere un’altra ancora: il petrolio. Si parlava di tagli oggi al vertice Oec, e i tagli sono arrivati. L’Arabia Saudita ha fatto sapere di essere pronta a prorogare i tagli alla produzione anche dopo il marzo 2018 e anche i russi si sono detti d’accordo. E il petrolio? Si è talmente spaventato, il mercato, che i prezzi sono saliti: da un po’ meno di 46 dollari al barile a 46,18.

A domani.

 

 

 

Cartolina: I soldi fanno soldi

Guardo la geometria dell’istogramma ocra, che a un certo punto spunta sopra quello azzurro e l’unica cosa che mi viene in mente è un vecchio detto di mio padre che diceva che i soldi fanno soldi. La sapienza popolare e la logica della bilancia dei pagamenti, che non potrebbero essere più lontane in teoria, sono vicinissime nella pratica. Il linguaggio astruso dei contabili di mestiere – il miglioramento del surplus di 44,4 miliardi è dovuto soprattutto al passaggio in surplus del saldo dei redditi primari – nasconde in effetti la semplice circostanza che noi italiani, nell’insieme, incassiamo dalle nostre rendite estere assai più di quanto paghiamo ai redditieri che dall’estero prestano i soldi a noi. Un fatto quasi storico. Cosa abbia condotto questo saldo a cambiare di segno, passando da -5,8 miliardi a +5,8 è materia per gli appassionati. Sarà merito dei tassi bassi della Bce, che hanno alleggerito gli interessi che paghiamo all’estero sui nostri debiti e insieme hanno trasformato gli italiani in investitori esteri? Probabile. Ma non è questo il punto. Il punto è che gli italiani hanno imparato talmente bene a far soldi coi soldi che hanno dimenticato il rovescio della medaglia così bene illustrato nel detto popolare della buonanima. Ossia che come i soldi fanno soldi, i pidocchi fanno pidocchi. E temo che il saldo positivo dei redditi primari, a discapito per molti di quelli personali, ne nasconda una terribile proliferazione.