Categoria: Annali
I consigli del Maître: Nuove supremazie Usa e i posti di lavoro in Italia
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
Un’altra supremazia per gli Usa. Il World energetic outlook dell’IEA; l’agenzia per l’energia internazionale dell’energia individua nella straordinaria crescita della produzione Usa un dei trend principali per il futuro più o meno vicino a noi.
Come si può osservare, al declino delle fonti convenzionali si associa una crescita straordinaria di quelle non convenzionali, a cominciare dalla tecnica dello shale, che già da adesso sta mostrando risultati straordinari. L’America è giù il primo produttore di petrolio e produce sempre di più.
Come sarà il mondo sotto l’ennesima supremazia Usa possiamo solo immaginarlo. Ma sappiamo già che sarà diverso da questo.
I prezzi del mattone tornano a prima della crisi. Nei paesi avanzati i prezzi del mattone sono tornati al livello pre crisi, secondo le statistiche diffuse dalla Bis.
I paesi emergenti hanno superato questo livello da diverso tempo. Ma certo, non tutte le situazioni sono uguali. Se andiamo a disaggregare le aree geografiche scopriamo molte differenze. Fra gli avanzati, ad esempio, l’Europa è ancora indietro del 9% rispetto al livello pre crisi, mentre gli Usa sono sotto di appena l’1%. La ripresa non è mai uguale per tutti.
I signori dell’evasione. Mediobanca ha pubblicato un rapporto molto interessante sui giganti della rete che si confermano come il fenomeno economico più dinamico del XXI secolo, visti gli ottimi risultati che raccolgono su utili e fatturato.
La notizia interessante è che questi soggetti sono anche maestri nell’elusione fiscale. Pochi sanno ad esempio che le compagnie cinesi del web hanno sede nelle isole Cayman mentre molte di quelle Usa, con l’eccezione di Microsoft, nel Delaware che ha leggi fiscali particolari. Mediobanca ha calcolato che finora abbiano eluso almeno 46 miliardi di dollari, risparmiati sulle tasse. Inoltre grazie alle azioni privilegiate la gran parte di loro sono saldamente in mano ai fondatori: i signori dell’elusione fiscale.
Quanto sono cresciuti i posti di lavoro? Ocse ha calcolato l’aumento di posti di lavoro nei diversi paesi dell’area fra il 2010 e il 2016. Gli Usa battono tutti, con oltre 12 milioi di posti creati mentre in Europa si segnalano il Regno Unito, con quasi 2,5 milioni di posti di lavoro e la Germania che li supera di poco. L’Italia ha un saldo fra cessazione e creazione di posti di appena 44 mila unità. E per fortuna c’è stato il Jobs Act.
Il mattone nelle economie avanzate torna al livello pre crisi
Bisogna sempre diffidare un po’ degli aggregati, pure se è difficile resistere alla seduzione in essi implicita: quella di semplificare concetti complessi. E tuttavia qualunque aggregato contiene sempre informazioni che è utile osservare per farsi un’idea chiara, anche se semplificata, di alcuni trend. In tal senso le ultime statistiche immobiliari pubblicate dalla Bis ci comunicano un’informazione rilevante: nei paesi avanzati i prezzi reali del mattone, ossia deflazionati per l’indice dei prezzi al consumo, dopo esser cresciuti in media del 4% nel secondo trimestre 2017 su base annua hanno ormai praticamente raggiunto il livello pre crisi.
In sostanza ci sono voluti nove anni per recuperare il punto di partenza che, è bene ricordarlo, molti sospettavano fosse esagerato. Il fatto che siamo tornati dove eravamo, se farà piacere agli ottimisti che credono si possa crescere per sempre, preoccuperà un pochino i pessimisti, anche perché si aggiunge a un’altra constatazione visibile dal grafico. Nel tempo che i paesi avanzati recuperavano – in aggregato – le loro quotazioni reali, i paesi emergenti aumentavano del 17% circa il livello del 2008. Come si può osservare, infatti, questi paesi non hanno subito i crolli registrati in diversi pezzi dell’Europa e negli Stati Uniti, ma anzi dopo un breve periodo di incertezza hanno cominciato ad accumulare notevoli tassi di crescita fino ai giorni nostri, accrescendo i timori di un mercato immobiliare globalmente troppo surriscaldato.
Il problema, perciò, è disaggregare l’aggregato per capire se e quanto le situazioni di tensione in un determinato paese possono provocare contagi distruttivi agli altri, come accadde nei paesi avanzati nel 2008 dopo il crollo del mercato dei mutui subprime.
Il Canada si conferma il mercato più caldo fra quelli esaminati, con un tasso di crescita annua del 16%. Australia e alcuni paesi nordici stanno intorno all’8%. Gli Usa devono accontentarsi del 4%, che comunque è un risultato notevole confrontato con la decrescita italiana che non si arresta. Eurozona e Uk stanno intorno al 2%. Come abbiamo già osservato, nei paesi avanzati i prezzi sono cresciuti parecchio, e in particolare negli ultimi cinque anni, e adesso stanno appena l’1% sotto il livello pre crisi: avevano perduto più del 15% al picco del ribasso fra il 2011 e il 2012. L’Eurozona però è ancora lontana dal livello del 2008 con circa il 9% di scostamento. Al contrario negli Usa il recupero è quasi del tutto compiuto, mentre in Giappone i prezzi sono addirittura leggermente più elevati.
Fra gli emergenti il quadro è parecchio composito. Da una parte regioni come l’Asia, dove i prezzi continuano a salire (+6%), con la Cina a guidare la classifica (+8%) e la l’India a seguire (+6%). Hong Kong si conferma il mercato dove la crescita dei prezzi è più esuberante, con un +19% su base annua. In altre regioni, al contrario, i prezzi sono in caduta. L’America Latina vede il Brasile anche in calo deciso (-6%) mentre la media regionale perde il 2%. Tuttavia, se si guarda all’andamento complessivo, viene fuori che i prezzi reali in Asia e America Latina sono rispettivamente sopra del 27 e del 41% il livello pre crisi. I paesi del centro-est Europa sono anch’essi in arretramento, con il calo guidato dalla Russia (-8%) e anche nell’arco di tempo dei nove anni considerato rimangono depressi.
Rimane aperta la domanda se questi dati siano la spia di rischi crescenti nel settore immobiliare. Ma per adesso la risposta non la conosce nessuno.
Cronicario: Se vi piacciono le bollicine assaggiate Bitcoin
Proverbio del 27 novembre Quando un elefante combatte soffre l’erba
Numero del giorno: 386.000.000.000 Profitti industriali mondiali fra 2001-14
A chi non piacciono le bollicine? Vanno giù che è una bellezza, tolgono la sete, provocano piacevoli capogiri, seducono gli amanti dei sapori millesimati e infine fanno sparire i dispiaceri almeno per la durata di una cena. Come resistere? Cin cin.
Perciò oggi mi sono deciso a presentarvi una nuova marca che promette di non farvi rimpiangere le vecchie abitudini da alcolisti finanziari quali in fondo siamo tutti: le bollicine Bitcoin.
Checché ne dicano i detrattori, Bitcoin non è una bolla, per niente proprio: è una collezione di bollicine. E’ uno spumante assai frizzante, talmente esuberante che ogni tanto fa saltare il tappo con la violenza di un geyser e straripa per ogni dove, inondando di migliaia di bollicine noi poveri, astemi per incapienza, e facendoci sognare sogni da lotteria del tipo: “Ah se avessi comprato un Bitcoin annata 2015, quando ti portavi via una cassa per poche centinaia di dollari: oggi sarei un alcolista finanziario ricco e felice”.
Lo so che l’avete pensato. E perciò non mi stupisco quando leggo certi geni che sospettano che il boom di questi ultimi giorni delle bollicine Bitcoin, che già fanno sognare quota 10 mila per un assaggio di niente, venga dalla clientela retail, ossia noi polli da batteria, nutriti a sogni e valute virtuali che neanche sapremmo tradurre in linguaggio corrente.
M’inquieta di più leggere, come ho letto in una qualche articolessa assolutamente rispettabile che il boom dipenderebbe da imprecisati investitori istituzionali – tipo il vostro fondo pensione per dire – che hanno scoperto il piacere della sbronza da bollicine dopo decenni di noiosissimi birre statali.
Oppure quando sento alludere a misteriose speculazioni sui mercati giapponesi, dopo aver letto per settimane di tortuosi giri di denaro cinesi. La spiegazione è molto più semplice e arriva dalla fisica: le bollicine frizzano. E poi stendono.
Adesso che vi ho dato un consiglio finanziario per gli acquisti in perfetto spirito Mifid II, lasciate che altre notizie vengano a voi come sono arrivate a me. La prima, vagamente depressiva (e questo spiega perché mi sono rivolto alle bollicine già di mattina), m’è arrivata da Istat che mi ha comunicato che a novembre c’abbiamo avuto come società un calo di fiducia.
E vorrei vedere: iniziare un mese con il giorno dei morti e finirlo con l’acconto Irpef azzopperebbe chiunque. Neanche la sponsorizzatissima droga Black Friday è riuscita a far tornare il sorriso all’italiano. Si coltivano speranze per il mese di dicembre, quando una nota festa dal sapore mistico usualmente fa trascendere il nostro sentire dalla materialità a vette più elevate.
E siccome saremo tutti più fiduciosi, invito anche i nostri cugini britannici, che hanno talmente fiducia in se stessi da voler parlare solo fra loro, a ricordare che la fiducia è una bella cosa, ma che non basta se uno poi produce a ritmi tardo sovietici.
Per dire: l’UK ha un livello di produttività più bassa della nostra, che è tutto dire. Servirà più di una Brexit temo. Magari un po’ di bollicine…
A domani.
Chi sono, cosa fanno e cosa sono diventati i giganti del websoft
Mai così tanto potere è stato concentrato nelle mani di così pochi. Mai un pugno di compagnie ha avuto così tanta influenza sulla vita di così tante persone. E tuttavia dei giganti del websoft, quelli che vi guardano dallo schermo del vostro smartphone, si sa ancora pochissimo malgrado siano così noti. Ognuno di noi custodisce i suoi segreti in device che vanno sempre più virtualizzandosi, credendo fideisticamente che queste informazioni non verranno usate contro di lui, magari sotto forma di consigli per gli acquisti. Il device, associato all’imprescindibile connessione, caratterizza l’uomo d’inizio XXI secolo, e i giganti di Internet sono i pastori che conducono queste greggi informatizzate ma poco informate, che per questo non temono nulla quando invece dovrebbero. Perché nulla impedisce a questi soggetti di esercitare i loro servizi sulla base dei loro personalissimi convincimenti, che al momento hanno il profitto come motivazione, ma domani chissà. E sempre domani, quando sarà sempre più difficile fare a meno di loro, potremmo scoprire che non solo i loro intendimenti non ci piacciono, ma che non abbiamo neanche costruito nessun contropotere davvero efficace al loro dominio. Raccogliere e diffondere informazioni su questi soggetti, perciò, è o dovrebbe essere un preciso dovere civico.
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Cartolina: Le signorie dell’effimero (e del fatturato)
Sono bastati un pugno di anni alle compagnie che vivono del web per raddoppiare i ricavi. Più che raddoppiarli. Gli altri settori, quelli che amministrano le noie della nostra vita quotidiana, vivacchiano. Ma i padroni del websoft, che amministrano le gioie dell’effimero, prosperano. Gli analisti di Mediobanca ci dicono infatti che queste compagnie devono il loro successo principalmente a due fattori: l’e-commerce e la gestione delle piattaforme social, metafore neanche troppo celate del desiderio compulsivo e del narcisismo che albergano in ognuno di noi. E subito si capisce che parliamo di giganti del calibro di Amazon o Facebook, ma anche del più recente Netflix che, sempre in un pugno di anni, ha quasi decuplicato il suo valore di borsa. Queste società nuotano letteralmente nella liquidità, che tengono immobilizzata nei loro forzieri. Alcune, come Facebook, non hanno neanche debiti. Altre, come la capofila di Google, Alphabet, hanno un capitale netto tangibile pari a 30 volte i debiti finanziari. In sostanza sono grossi e invincibili come tirannosauri. Il nostro bisogno ossessivo d’esser connessi e zuppi di informazioni più o meno futili consente loro di lucrare persino sui nostri dati personali. Sicché i loro profitti crescono ripidamente, mentre il loro talento fiscale per l’elusione gli evita di pagare tutte le tasse che dovrebbero. Soprattutto, più che società sarebbe più corretto chiamarle signorie, visto che gran parte di queste entità sono legate col filo doppio delle azioni privilegiate ai fondatori, che con un pugno di azioni controllano come signori rinascimentali le loro comunità. Il cittadino digitale del XXI secolo abita le signorie dell’effimero (e del fatturato). E lì vive, a caro prezzo, inconsapevole e felice.
Cronicario: Neanche il Black (out) friday ferma i piagnistei (bancari)
Proverbio del 23 novembre Il gatto è sazio dice che il topo puzza
Numero del giorno: 4.554.000.000 Surplus commerciale extra Ue a ottobre
Vabbé: dopo Halloween ci tocca pure il Black friday che nessuno sa perché debba essere un venerdì nero quello in cui le cose costano la metà. Almeno così dicono i milioni di piazzisti che da giorni danno un superlavoro agli anti spam delle mailbox. Ma in fondo chi se ne importa: come pensionati americani in un casinò di Las Vegas, infilate la carta di credito nella fessura della slot machine e iniziate ad abbassare la leva sperando nel colpo di fortuna che vi farà acquistare una cosa che non vi serve a poco prezzo.
E in tutto questo non dimenticate di rivolgere un pensiero affettuoso ai dipendenti piacentini di Amazon che vorrebbero guastarvi la festa dello sperpero compulsivo made in Usa. In fondo quelli lottano per stare un po’ meglio, e trasformare il black friday in un black out friday può essere un tentativo disperato ma comprensibile.
Prima che la disillusione da shopping frustato vi inneschi uno di quei piagnistei all’italiana che ci hanno resi celebri date retta a un grand’uomo che oggi mi ha fatto fremere d’orgoglio. Come chi? Ma il Bertelli Patrizio, l’Ad di Prada, che ha almanaccato i piagnoni nazionali con fiero cipiglio patriottico dai toni tonitruanti: “Gli italiani devono smettere di piangersi addosso e trovare alibi per non fare impresa. L’Italia di oggi, pur con le sue contraddizioni, è molto meglio di quella degli Anni ’70”.
E poi: “”Dobbiamo essere molto fieri di essere italiani, di essere nati in questo paese al centro del Mediterraneo: abbiamo un background culturale che ci è stato trasmesso dalla nostra storia e questa conoscenza ci ha arricchito di un sesto senso. Dobbiamo far leva sulla cultura e non scendere a patti con pragmatismi sterili, perché senza la cultura non si va da nessuna parte”.
L’intemerata di Bertelli temo sia passata inosservata nei piani alti bancari visto che contemporaneamente m’è toccato sentire un pezzo grosso del mondo bancario, Sforza Fogliani, tornare a frignare sull’addendum Bce sulla gestione degli Npl che così tanti piagnistei ha scatenato alla nostra sedicente classe dirigente. Addirittura secondo costui, presidente di Assopopolari – ossia l’associazione che riunisce le nostre gloriose banche popolari – tale addendum “metterebbe in ginocchio le banche”.
Che secondo me ci riescono benissimo da sole a finire in ginocchio. Ma da certi piagnistei non c’è speranza di guarire, proprio come accade per quelli pensionistici, che ogni anno generano fiumi di lacrime sindacali che vengono asciugate a colpi di emendamenti espansivi alla legge di bilancio, come quello presentato dal governo poco fa che blocca l’aumento dell’età pensionabile per 14.600 persone nel 2019 impegnate in lavori gravosi, per il modico costo di 350 milioni di euro fino al 2021.
E’ inutile pure spenderci due parole: succede ogni legge di bilancio e il banchetto si aprirà di nuovo alla prossima. Nessuno si chiede chi pagherà il conto per la semplice ragione che nessuno si rende conto che lo paghiamo tutti, anche quelli che incassano la pensione in anticipo. E il risultato è evidente: i debiti aumentano per tutto il sistema, pubblico e privato. Consolatevi pensando di essere inseriti in uno di quello che gli istruiti chiamano megatrend che l’Ocse fotografa con due graziosi grafici pubblicati oggi che raccontano dell’esplosione del debito delle famiglie nell’ultimo decennio in tutto il mondo, a fronte dell’incremento risicato della ricchezza. D’altronde è difficile diventare ricchi incartando pacchi per Amazon.
Ed ecco che il cerchio si chiude. Pensate a questo invece che al black friday.
A domani.
Se l’immigrazione fa aumentare l’emigrazione
Come tutti gli esercizi econometrici, anche la recente analisi di due economisti pubblicata dalla Fed di Cleveland che mette in relazione l’immigrazione con la disoccupazione e la possibile emigrazione dei lavoratori locali meno skillati è da prendere con le proverbiali pinze, ma non può essere ignorata. Se non altro perché sembra confermare ciò che tanti pensano (o temono): di fatto i lavoratori immigrati fanno concorrenza ai lavoratori meno qualificati del paese che li ospita col risultato che questi ultimi rischiano di uscire dal mercato del lavoro o essere costretti a lasciare il paese per altre destinazioni. Come dire: l’immigrazione provoca emigrazione.
Lo studio è particolarmente interessante perché esamina proprio l’impatto dei lavoratori nati all’estero sui locali facendo tesoro dei numerosissimi studi svolti per vedere che effetto ha l’immigrazione sui salari e i tassi di disoccupazione. Studi però che hanno esibito “risultati non conclusivi”, osservano gli autori. “Gli altri modi nei quali i lavoratori locali possono essere costretti a reagire a un afflusso di lavoratori stranieri, come ad esempio la loro fuoriuscita dal mercato del lavoro o la decisione di andare in un altro stato – precisa gli studiosi – sono stati osservati meno”.
E invece queste reazioni dovrebbero essere studiate in profondità, che poi è quello che hanno fatto gli autori dello studio. Servendosi di un panel di dati micro hanno calcolato la probabilità sia che un individuo venga espulso dal mercato del lavoro, sia che il residente emigri a sua volta in un altro stato, misurandola in relazione all’aumento della popolazione straniera. L’analisi si concentra sugli effetti di breve termine, ma i risultati confermano che i lavoratori nativi meno istruiti abbiano una probabilità più elevata di trasferirsi in un altro stato o di essere espulsi dal mercato del lavoro al crescere della quota di lavoratori immigrati.
“Malgrado gli effetti siano quantitativi piccoli – osservano gli economisti – non sono insignificanti”. Peraltro secondo gli studiosi questa conclusione ha un valore generale alquanto robusto. Ciò non vuol dire che sia infallibile, ma semplicemente che offre molti argomenti a sostegno di coloro che chiedono regolamentazioni più severe ai flussi migratori. Specie in società dove abbondano i lavoratori poco qualificati. Come la nostra, appunto.
Cronicario: L’Italia raccomandata, promossa dall’Ue
Proverbio del 22 novembre Promettere non è compiere
Numero del giorno: 900.000.000 Guadagno dello Stato sui prestiti a Mps
Gli squisiti teorici che filosofeggiano sul circolo virtuoso che insiste fra raccomandazione e promozione, nel senso che l’una e l’altra si rafforzano vicendevolmente, avranno di che pascersi leggendo le ultime pagelle che l’arcigna docente Commissione Ue ha assegnato agli indisciplinati discenti che ancora si ostinano a governare di testa propria. Questo è il quadro.
Ora, a parte Franza e Spagna, dove si magna e pure parecchio, gli altri hanno tutti il deficit con le carte in regole per evitarsi una sonora ripassata. Ma questo non vuol dire che si risparmino ai sempre comunque fiscalmente indisciplinati numerose e robuste ramanzine.
Ma secondo voi, di chi parla Moscovici? Vi do un indizio.
Non preoccupatevi se non ci capite nulla: se ne infischiano tutti. E ancor di più quelle diverse centinaia di persone che risiedono occasionalmente in Parlamento e che voteranno la legge di bilancio. Ignoreranno bellamente i moniti della Commissione Ue con la scusa che non sanno la lingua.
Ma se siamo in questa situazione, come facciamo a cavarcela, vi chiederete? Vi rivelo un segreto: l’Italia è raccomandata. Colleziona da anni accorate raccomandazioni da parte dell’Ue,
delle quali regolarmente se ne frega.
Soprattutto ha amicizie altolocate, vagamente interessate, che le danno sempre una mano di aiuto quando serve. Quindi è doppiamente raccomandata.
Sicché i rimbrotti dell’arcigno commissario finiscono sempre in una benevola promozione con rimando a settembre. Anzi a maggio in questo caso.
Va avanti così da anni. Gli odiatori professionisti della maestrina brussellina e i suoi devoti più fanatici farebbero bene a ricordarselo. Noi siamo raccomandati. Per questo ci promuovono.
A domani.
I consigli del Maître: La bad bank Usa e i debiti cinesi
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
Le garanzie Usa al sistema finanziario. I ricercatori della Fed di Richmond hanno pubblicato l’aggiornamento al 31 dicembre 2016 del cosiddetto Bailout barometer, una stima dell’ammontare delle garanzie, implicie ed esplicite, che il governo Usa fornisce al settore finanziario privato, quindi banche, assicurazione, fondi e altro.
In pratica oltre il 60% dei debiti di questi soggetti, parliamo di oltre 25 trilioni di dollari, hanno alle spalle la garanzia del governo. Che se da una parte favorisce la stabilità finanziaria, dall’altra è di sicuro un notevole incentivo al moral hazard. Rischiare con i soldi dei contribuenti è di sicuro più facile che con i fondi propri. E abbiamo visto nel 2008 quanto possa costare caro.
L’Italia biologica e (quasi) ogm. Eurostat ha diffuso i dati sulle coltivazioni biologiche in Europa dai quali emerge che l’Italia è ben sopra la media, che rimane ancora abbastanza bassa, intorno al 6%, malgrado queste coltivazioni siano diventati così popolari e abbiano incontrato il favore di molta opinione pubblica che, più o meno informata, ha deciso di affidarsi a questa parolina magica quando decide i suoi acquisti di beni alimentari.
Questo atteggiamento vagamente fideistico si riscontra, al contrario, in un altro grande tema del nostro tempo: le coltivazioni geneticamente modificate. In Italia la legge vieta la coltivazione di Ogm, e non si è sviluppata alcuna coltivazione Ogm a fini commerciali. Tuttavia un recente rapporto rileva che “i prodotti animali italiani sono probabilmente derivati da animali nutriti con ingredienti Ogm ed è probabile che anche alcuni prodotti siano processati con ingredienti Ogm”. L’Italia infatti importa fra l’85 e il 90% di soia e farina di soia. Nel 2016, in particolare, abbiamo acquistato 1,3 di MMT (milioni di tonnellate) di soia, per lo più dal Brasile (536,24), dagli Stati Uniti (272,375 MT) e dal Canada (172,793 MT). Sempre nel 2016 abbiamo importato 2,1 MMT di farina di soia, in gran parte dall’Argentina (1.425 MT), dal Paraguay e sempre dal Brasile. Poiché la soia Ogm “rappresenta una porzione significativa dell’offerta globale, l’Italia sta probabilmente usando soia Ogm nei suoi mangimi”. Di recente tuttavia la Commissione parlamentare dell’agricoltura ha dato parere positivo a uno schema di decreto del ministero delle politiche agricole per finanziare con 21 milioni un piano triennale di ricerca proprio sul genoma editing e le cisgenica da realizzarsi in collaborazione con il CREA, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria. Insomma, gli organismi geneticamente non ci piacciono, ma li importiamo per nutrire gli animali che alimentano anche molte produzioni DOP. E nel frattempo ci facciamo i nostri. Chissà se la “via italiana” alla modifica genetica convincerà l’Ue. E soprattutto i consumatori.
Le imprese zombie in Cina. La Bce ha pubblicato un articolo molto interessante sull’economia cinese dove vengono riepilogati gli straordinari progressi compiuti che hanno generato anche straordinari problemi che in qualche modo dovranno essere risolti, e che minacciano di crearne altrettanti anche fuori dai confini del gigante asiatico. Uno è di sicuro l’alto livello di indebitamento che non coinvolge solo il settore privato, ma anche quello pubblico. Nel grafico si vede che il rapporto credito/pil in Cina ha superato il 200% del pil. Moltissima parte di questi debiti sono in capo alle imprese, e in particolare a quelle a controllo pubblico. La Bce monitora anche la percentuale di aziende che con i ricavi non riescono neanche a pagare gli interessi sui debiti, le cosiddette imprese zombie. E come si vede dal secondo grafico, quelle più esposte sono le imprese manifatturiere, quelle all’oriogine del grande successo cinese, seguite da quelle immobiliari. Il successo cova dentro di sé i semi del fallimento, viene da dire.
Chi si fida del governo? L’Ocse ha pubblicato un dato secondo il quale la fiducia delle popolazioni nei propri governi è al lumicino.
La Crisi certo non ha giovato, ma anche negli anni precedenti, la percentuale di persone che diceva di avere fiducia del governo era di poco superiore al 40%, segnando questo risultato una disaffezione profonda, che sembra prescinda dal livello di benessere, che nei paesi Ocse è mediamente elevato. Qual è allora la ragione di questa sfiducia? Il dibattito è aperto.
Cronicario: Aggiungi un posto sull’Ape (social)
Proverbio del 21 novembre Per quanto alta sia la montagna, un sentiero si trova
Numero del giorno: 365 Posti a concorso per funzionario Inps
E a un certo punto capisco: la scelta di usare l’acronimo APE per connotare l’anticipo pensionistico non è una semplice crasi di due parole altrimenti inutilizzabile sui titoli dei giornali e dei tg. E’ un chiaro riferimento a uno dei simboli del genio italico che negli anni in cui quel genio ancora allignava fra noi – più o meno mezzo secolo fa – creò più occupazione della buonanima dell’Iri: il caro vecchio tre ruote della Piaggio.
Siccome ha una onorata carriere l’Ape, mi chiedo sinceramente se non sia danno d’immagine associarla a un’altra cosa che è l’esatto opposto dell’onorato lavoro che ha sempre promozionato e che anzi evoca palesemente l’ozio: l’APE social.
Eccola qua. Ogni giorno il governo, pressato dai sindacati che difficilmente si accontentano, sfoglia una foglia al carciofo piantato dalla legge Fornero, che vieta di pensionarsi prima del tempo, utilizzando l’APE in versione social: l’anticipo pensionistico a carico dei lavoratori che vogliono lasciare prima viene scaricato sul bilancio dello stato con la scusante che non tutti i lavori sono uguali.
Giuro, lo dicono pure. Oggi uno dei sindacalisti usciti dall’ennesimo incontro col governo – che aveva proposto di aggiungere altre quattro categorie di lavoratori alle 15 già previste, oltre che di alleggerire ulteriormente le condizioni per le donne – ha detto che “per la prima volta il concetto che i lavori sono tutti uguali, alla base della legge Fornero, è stato derubricato nel nostro Paese”.
Questa purtroppo (o per fortuna) è l’Italia: prima equipariamo l’età di pensionamento delle donne a quella degli uomini e poi aggiungiamo un posto per loro nell’Ape social. Sicché attendiamo con ansia che finalmente venga teorizzato come lavoro usurante un’attività che interessa tantissime persone e per molti di loro per una vita intera: cercare lavoro.
Attività sicuramente usurante, e bisognerà pur dirlo alla commissione che ha avuto l’incarico di studiare le diverse categorie per capire quale sia la speranza di vita da anziano se uno fa, chessò, il conduttore di camion per quarant’anni piuttosto che il conduttore televisivo. M’immagino la fila per salire sull’Ape social.
Ma la notizia saliente, alla fine delle chiacchiere pensionistiche, è che la Cisl e la Uil si accontentano di quel che passa il governo e la Cgil no. Anzi la Camusso promette mobilitazioni già dal 2 dicembre, ricorda che il Parlamento è sovrano e per non sbagliare scrive ai gruppi parlamentari per chiedere un incontro illustrativo. L’Ape minaccia di diventare un auto articolato a furia di insaccare persone. Ma non c’è mica da preoccuparsi, perché l’Istat, tornata finalmente nella sua forma migliore, ha riportato che la crescita in Italia va che è una bellezza, quest’anno e il prossimo.
e in barba ai gufi, agli sparagnini e financo ai tirchi, questa crescita ce la godremo allargando il portafogli perché chi campa di speranza muore disperato, al contrario di chi campa di spesa (pubblica) che muore uguale, ma sazio.
Concludo con Carige e Creval che dopo averci depresso la settimana scorsa oggi rimbalzano gagliarde a doppia cifra, regalando un bel guadagno agli speculatori che hanno comprato nel momento del panico. Ora non fate che ci cascate di nuovo.
A domani.













































