Categoria: Annali

L’Eurozona è ancora il Grande Creditore

Sapevamo già che l’Eurozona era diventato il Grande Creditore globale, dopo aver letto su un’analisi pubblicata alcuni mesi fa da una banca su dati 2015. Adesso la Banca d’Italia, nell’ambito della sua relazione annuale, mostra con chiarezza che il primato della zona euro non solo si è confermato nel 2016, ma si è addirittura rafforzato, come si può osservare da questo grafico.

Il surplus della zona euro “grazie soprattutto a quello tedesco” è nuovamente salito, nota via Nazionale, portandosi al 3,4% del pil dell’area. Sorte analoga ha avuto il Giappone che “sospinto dal miglioramento delle ragioni di scambio” ha visto crescere ancora il suo saldo di conto corrente, “ritornando sui livelli precedenti la crisi finanziaria globale”. L’eurozona, al contrario, si trova per la prima negli anni recenti nella situazione di Grande Creditore.

Negli anni pre crisi, quindi il 2006 e il 2007, infatti, l’area euro era solo lievemente eccedentaria, e nel periodo 2010-12 ha avuto un saldo corrente positivo appena più grande. La vera rivoluzioni avviene a partire dal 2013. Da quel momento in poi gli attivi crescono con gradualità, arrivando al livello attuale. Se si considerano i saldi esteri come una delle fonti di ricchezza di un’area, non è esagerato dire che l’eurozona è uscita più ricca dalla crisi subprime e del debito sovrano.

Al contrario la Cina, nel 2016, ha visto dimagrire i suoi attivi correnti fino all’1,8% del pil, un punto in meno rispetto al 2015. Ciò a causa non solo di un peggioramento dell’interscambio commerciale, ma anche della maggiore spesa per servizi, fra le quali si segnala la spesa turistica che, secondo via Nazionale, potrebbe nascondere una discreta fuoriuscita di capitali.

La Cina d’altronde nel 2016 ha dovuto affrontare un drastico calo delle riserve, una roba da 315 miliardi, che ha talmente accelerato a fine anno da costringere le autorità, che evidentemente sospettavano fughe di capitali, nei primi mesi di quest’anno a intervenire sul mercato domestico e offshore. Il paese peraltro ha visto crescere notevolmente le sue attività sull’estero. Al robusto dimagrimento delle riserve del biennio 2015-16, circa 800 miliardi in tutto, ha corrisposto un aumento degli attivi del settore privato. Per circa la metà questo aumento è stato determinato dagli investimenti diretti all’estero che ormai pesano il 20% delle attività estere totali.

Un altro interessante aggiornamento degli squilibri globali riguarda i paesi emergenti esportatori di petrolio. Grandi Creditori fino al 2014, hanno iniziato a perdere sulle partire correnti (-1,7% del pil) a causa del calo petrolifero. La conseguenza è stata che hanno dovuto attingere alle proprie riserve (146 miliardi di diminuzione complessiva) o rivolgersi al mercato internazionale per prestiti. Al contrario gli altri paesi emergenti che importano petrolio, hanno goduto dei ribassi petroliferi e di migliori ragioni di scambio che hanno consentito loro di tornare ad accumulare riserve (171 miliardi in più rispetto al 2015)

Rimane sostanzialmente immutata invece la situazione degli Usa, storicamente debitori verso l’estero. Il disavanzo 2016 si è fermato al 2,6% del pil, il più rilevante fra quelli osservati. Al Grande Creditore – l’eurozona – si oppone sempre più un Grande Debitore, gli Usa, che poi è il principale destinatario dei flussi finanziari che sempre l’eurozona destina all’estero. E’ bene ricordarlo quando si osservano le cronache della politica internazionale.

Cartolina: La minoranza rumorosa

La fonte (la Commissione Ue) rende sospetto il sondaggio (il sostegno popolare all’euro), diranno molti. E il problema sta tutto qua. Questi molti in realtà sono pochi ma molto rumorosi: percuotono le tastiere sui social network, rintronando il web, e urlano ai comizi o nelle tv, che li ospita per amore di spettacolo, lanciando anatemi contro la moneta unica, che nelle loro possenti elucubrazioni è fonte di ogni male. Però, pure se la fonte rende sospetto il sondaggio, come dirà questa minoranza rumorosa, rimane il fatto che suona credibile osservare che almeno uno su quattro, fra gli eurodotati ai giorni nostri, odi l’euro, probabilmente perché vorrebbe più denaro e crede che, scambiando l’euro con un altro conio, questo miracolo avverrebbe. Nessuno può dire a queste persone che si tratta di pensiero magico senza essere accusato d’ogni nefandezza. Perché questa minoranza, oltre ad essere rumorosa, è anche assai permalosa e dotata di invidiabili certezze. Ma a ben vedere il problema non sono questi contrari che, sempre secondo il sondaggio, non sono mai stati più di uno su tre. Il problema sono i favorevoli. Che non lo sono abbastanza.

La nuova rivoluzione culturale cinese: quella statistica

Nel lungo percorso che la Cina ha iniziato per trasformarsi da command economy, come la chiama la Fed, a market economy gioca un ruolo tanto fondamentale quanto poco osservato l’adeguamento dell’armamentario statistico che sottintende alle rilevazioni che il resto del mondo deve valutare per prendere le decisioni. Per dirla in altro modo, la globalizzazione della Cina passa pure per l’adeguamento dei suoi standard statistici, e non è un problema da poco.

Proprio la Fed di S.Louis se ne occupa in un post recente che si pone proprio la domanda se i dati statistici forniti dalla Cina siano coerenti con quelli internazionali, o se, come molti sospettano, così ancora non sia. La conclusione è che le statistiche cinesi non sono ancora affidabili. Ma più che questo risultato, in parte scontato, è interessante comprenderne la ragione, perché ci insegna molto sul senso, il significato e lo scopo delle rilevazioni statistiche.

Come premessa giova ricordare, come molto opportunamente fanno gli economisti autori della ricerca, che dal 1978, quando la Cina iniziò la sua lunga marcia verso il mercato, il pil cinese è passato dal 2,3% dell’economia globale a circa il 18%, con ciò mutando una volta per tutte l’occhio degli osservatori internazionali. Quando un’economia pesa così tanto, ha perfettamente senso interrogarsi sui suoi consumi, gli investimenti e così via, ossia aver bisogno di quelle informazioni che compongono la statistica dell’economia di mercato.

Gli autori dello studio hanno esplorato i metodi di rilevazione del  Chinese National Bureau of Statistics che, dicono, ha sicuramente migliorato la qualità del proprio lavoro rendendo le statistiche cinese migliori di molti di altri paesi emergenti. “Tuttavia – scrivono – a causa della complessità dell’economia cinese e dalle sfide poste dal passaggio da command economy a market economy, le statistiche cinesi rimangono inaffidabili”.

Sbaglierebbe chi pensasse che questa scarsa affidabilità sia conseguenza di un disegno del governo. Il punto saliente è che lo scopo della rilevazione statistica è molto diverso se si ha a che fare con un’economia pianificata rispetto a un’economia di mercato, e i nostri autori lo spiegano molto bene. L’ufficio cinese di statistica, NBS, fu creato, ricordano gli autori, per raccogliere i dati su agricoltura e produzione nelle aziende produttrici controllate dal governo (state-owned enterprises). “In una command economy – osservano – lo scopo principale di un ufficio statistico è tracciare la produzione fisica per assicurare che l’attività economica incontri i suoi obiettivi prefissati di produzione, in modo da consentire allo stato la corretta allocazione di materie prime”. In sostanza, poiché lo stato deve pianificare le quantità da produrre e sulla base di queste le necessità di materie prime, un ufficio statistico serve solo a rendicontare che ci sia corrispondenza fra le quantità pianificate contandole fedelmente, insieme ai sistemi di produzione che trasformano gli input in output. La statistica, come è nella sua natura, serve uno scopo che è squisitamente politico: non vive nell’iperuranio.

In un’economia di mercato, al contrario, “l’ufficio statistico segue più ampiamente l’attività economica, basandosi sul concetto di variabili come il PIL, l’occupazione e la disoccupazione, per ottenere misure macro-economiche”. Non si tratta quindi di contare (per controllare) le quantità fisiche dei processi produttivi, ma di immaginare nuove variabili coerenti con un’economia che ha (in teoria) una logica di funzionamento diversa da quella pianificata.

Sul finire degli anni ’70 la Cina iniziò la sua lunga transizione verso l’economia di mercato, consentendo agli individui di possedere un’azienda e creando zone economiche speciali dove indirizzare i loro investimenti. Ne è venuto fuori un settore privato, che prima semplicemente non c’era, e che “è cresciuto più velocemente di quanto l’NBS fosse attrezzato a fare”. Alcuni di questi neonati business man non riportarono dati, secondo alcuni economisti, fino all’inizio degli anni ’90. L’economia privata cinese era autenticamente sommersa.

Nel 1993, la Cina entrò nel sistema di conti nazionali adottato dalle Nazioni Unite che utilizza l’approccio convenzionale del valore aggiunto per calcolare il Pil. Ma proprio concetti come valore aggiunto erano difficili da digerire per generazioni di burocrati addestrati alla command economy. “Capirli e adottarli richiede tempo”, scrivono i nostri economisti rappresentando con queste poche semplici parole il tormento di un cambio di paradigma economico che da quasi trent’anni impegna la Cina.

Ora ci saranno pure i casi di falsificazioni fraudolente dei dati, specie in alcune aree rurali, come riportano alcuni osservatori, ma il problema più  autentico è che la Cina sta affrontando una nuova rivoluzione culturale. Solo che invece del libretto rosso di Mao usa un manuale di statistica.

I consigli del Maître: Le sofferenze bancarie italiane e quelle tedesche

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Le sofferenze di Visco. Si è molto parlato dell’invito del governatore della Banca d’Italia Visco a correggere in maniera sostanziale il nostro bilancio pubblico, contenuto nelle lunghe considerazioni finali recitate lo scorso 31 maggio all’assemblea di Banca d’Italia, come è tradizione. Pochi si sono soffermato su alcuni dati molto interessante contenuti nel documento che fanno riferimento allo stato delle sofferenze bancarie.

Come si può osservare dal grafico, le sofferenza sono in calo, pure se elevate e comunque abbiamo passato periodi peggiori. Ciò che fa la differenza è il contesto nel quale queste sofferenze sono inserite. Oggi i governi hanno ridotti spazi di manovra, vuoi perché in sede europea sono state approvate nuove norme che limitano parecchio la capacità di intervento, vuoi perché di nostro abbiamo poco spazio fiscale. Ma di che cifre stiamo parlando? Visco riporta che alla fine del 2016 i crediti deteriorati iscritti nei bilanci, al netto delle rettifiche di valore, erano pari a 173 miliardi, pari al 9,4% dei prestiti complessivi. Visco sottolinea che l’ammontare di circa 350 miliardi, spesso citato sulla stampa, si riferisce al valore nominale delle esposizioni e non tiene conto delle perdite già contabilizzate nei bilanci”. Dei 173 miliardi di crediti deteriorati netti, 81 miliardi, il 4,4 per cento dei prestiti totali, riguardano crediti in sofferenza, a fronte dei quali le banche detengono garanzie reali per oltre 90 miliardi e personali per quasi 40. Vi sono poi 92 miliardi di altre esposizioni deteriorate, già svalutate per circa un terzo del valore nominale. Viene anche sottolineato che “tre quarti delle sofferenze nette sono detenuti da banche le cui condizioni finanziarie non impongono di cederle immediatamente sul mercato”, mentre quelle in capo a banche in difficoltà che possono essere costrette a disfarsene rapidamente “ammontano a circa 20 miliardi”. Ma è importante sottolineare che “i valori ai quali i crediti in sofferenza sono iscritti nei bilanci sono in linea con i tassi di recupero effettivamente osservati negli ultimi dieci anni. Se fossero venduti ai prezzi molto bassi offerti dai pochi grandi operatori specializzati oggi presenti sul mercato, che ricercano tassi di profitto molto elevati, l’ammontare di rettifiche aggiuntive sarebbe dell’ordine di 10 miliardi”. In sostanza, se questi 20 miliardi in bilico fossero venduti ai prezzi di mercato, le banche titolari dovrebbero soffrire una perdita da 10 miliardi che probabilmente, essendo già in crisi, le manderebbe al tappeto.

Le sofferenze possibili dei tedeschi. Moody’s ha rilasciato uno studio molto interessante sul sistema bancario europeo e giapponese confrontandolo con quello americano. Tema: la divergenza degli andamenti bancari al divergere della politica monetaria. Tema attualissimo, visto che la biforcazione dei tassi Usa da quelli euro giapponese ormai dura da più di un anno e sta iniziando a svolgere i suoi effetti.

Come si osserva le banche Usa hanno tutto da guadagnare dal rialzo dei tassi. Hanno una bassa quota di asset a reddito fisso, rispetto alle colleghe europee e una minore sensitività, sul lato dei debiti, ai cambiamenti del tasso di interesse, mentre ce l’hanno molto elevata sul lato degli asset. Tutto questo impatta sul ROE, ossia il ritorno sugli asset che quota il doppio, ad esempio, rispetto alle banche tedesche. E sono proprio queste ultime quelle che soffrono di più. Adesso perché i tassi sono bassi. Domani, quando verranno rialzati, e Moody’s ipotizza da metà 2019, perché alcuni di loro, e in particolare le casse di risparmio e le banche cooperative, rischiano di pagare un prezzo salato per il funding che supererà il vantaggio che avranno sul lato degli asset dall’aumento dei tassi attivi. Non sono sole. Anche alcune banche francesi e svizzere sono in questa situazione. Quelle italiane non lo sappiamo. Moody’s non le considera. Forse perché non parliamo inglese.

Attenzione all’export. L’Istat di recente ha rivisto al rialzo il dato del Pil del primo trimestre 2017, praticamente raddoppiandolo rispetto alla prima stima diffusa il 16 maggio 2016. Su base trimestrale il dato è stato portato allo 0,4%, su base annuale all’1,2%. Pochi si sono soffermati ad osservare in che modo le diversi componenti che formano l’aggregato abbiano contribuito alla sua formazione. E invece è un’informazione utile da conoscere per poter calibrare le politiche economiche. Istat spiega che “la domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito per 0,3 punti percentuali alla crescita del PIL (0,3 i consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private (ISP), 0,1 la spesa della Pubblica Amministrazione (PA) e -0,1 gli investimenti fissi lordi). Anche la variazione delle scorte ha contribuito positivamente alla variazione del PIL (0,4 punti percentuali), mentre l’apporto della domanda estera netta è stato negativo per 0,2 punti percentuali”. Quest’ultimo dato è un campanello d’allarme che non si dovrebbe sottovalutare. Come era stato previsto da molti, una crescita della componente interna viene pagata da un calo della componente estera. Si dirà che l’importante è che il totale sia positivo. Ma non bisogna ignorare il segnale. L’export è stato il nostro cavallo di battaglia finora. E forse dovremmo porci come obiettivo il far crescere gli investimenti capaci di migliorare i nostri saldi esteri, oltre al semplice perseguimento della crescita della domanda interna. Siamo l’Italia, non la Germania che ha attivi da spendere.

L’Europa cinese. Senza troppa enfasi sugli organi di informazione, l’1 e il 2 giugno si è svolto un summit a Bruxelles fra la Ue e la Cina, ennesimo momento di avvicinamento fra i due continenti dove si è trattato di questioni complesse, fra le quali lo status di economia di mercato della Cina. Questioni che non possono essere sottovalutate, specie in un mondo che si dice multipolare e che sta assistendo alla nascita di una nuova superpotenza che sta proprio sul fianco dell’Europa. Eurostat ci ricorda quanto siano profondi e pervasivi i legami fra l’Europa e i cinesi.

Notate che la Germania è uno dei pochi stati europei ad avere surplus sul conto delle merci nei fronti dei cinesi. L’europa cinese, vuoi o non vuoi, deve parlare pure un po’ di tedesco.

Se le banche UK perdono il passaporto

Il nuovo governo che sarà scelto dai britannici dopo le elezioni del prossimo 8 giugno si troverà di fronte a uno scenario sostanzialmente definito quanto ai tempi di codifica della Brexit – che si prevede divenga operativa alla fine di marzo del 2019 – mentre rimane sostanzialmente oscuro il quadro negoziale che si andrà a comporre una volta che il nuovo governo Uk si siederà al tavolo con l’Ue. Si prevede che la prima riunione arrivi già questo mese, ma sarà interessante capire quali saranno gli orientamenti del nuovo governo britannico sul tipo di intesa per la quale si andrà a negoziare.

La vicenda riguarda in primo piano il popolo del Regno Unito, com’è noto, ma anche noi che con loro abbiamo notevoli interessi in comune. Noi italiani meno di altri, come di recente ha mostrato Bankitalia in uno dei suoi bollettini economici, ma comunque rilevanti sia sul versante commerciale che finanziario. In teoria si possono immaginare quattro tipi di scenario per l’UK: aderire allo spazio economico europeo, partecipare a una unione doganale, siglare intese bilaterali oppure non fare nessun accordo. In questo caso varrebbero le regole del WTO che prevedono l’applicazione di tariffe bilaterali sulla base della clausola di nazione più favorita. Senonché, spiega Bankitalia in un approfondimento contenuto nella sua ultima Relazione annuale, “la lettera di notifica del governo britannico, nell’indicare quale obiettivo per il Regno Unito il mantenimento di un rapporto speciale con la UE attraverso il raggiungimento di un accordo bilaterale di ampia portata sul commercio di beni e servizi, esclude tuttavia l’ipotesi di una partecipazione allo spazio economico europeo o all’unione doganale. Restano pertanto aperte solo le ultime due possibilità sopra descritte”. Ricordo ai meno appassionati che lo spazio economico europeo è costituito dagli Stati membri della UE insieme a Liechtenstein, Norvegia e Islanda, ed estende a questi tre paesi il mercato unico dell’Unione e le sue quattro libertà fondamentali (libera circolazione di merci, servizi, capitali e persone). L’unione doganale, a sua volta, è un fondamento essenziale della UE e del mercato unico. Il principio fondamentale è non esistono dazi alle frontiere interne della UE, mentre alle importazioni dall’esterno si applica una tariffa doganale comune. All’unione doganale della UE partecipano anche Turchia, Andorra e San Marino.

Il Consiglio europeo, il 29 aprile scorso, ha recepito la notifica di recesso del governo britannico, e ha adottato gli orientamenti di base che compongono il mandato affidato alla Commissione per negoziare l’uscita. E mentre la priorità dell’UK è quella di arrivare a un accordo commerciale, quella dell’Ue è quella di arrivare a “un’uscita ordinata dalla UE, definendo tra l’altro garanzie reciproche per salvaguardare i diritti dei cittadini europei e britannici interessati dal recesso e la liquidazione di tutte le obbligazioni finanziarie per il Regno Unito derivanti dal periodo della sua appartenenza all’Unione”.

Ma il problema è il futuro, incerto di suo e ancor di più a fronte del cambiamento del quadro di regole che finora ha retto le relazioni fra Ue e Uk. Bankitalia osserva che finora il referendum non ha sortito gli effetti temuti sull’economia britannica, che ha probabilmente beneficiato degli allentamenti monetari. Non c’è stata nessuna crisi di fiducia e la svalutazione, che c’è stata e robusta, ha finito con il favorire le dinamiche inflazionistiche. Secondo la BoE i prezzi al consumo accelereranno al 2,8% nel quarto trimestre di quest’anno. Rimane il problema che definire il quadro di regole avrà necessariamente un impatto sull’interscambio di merci e servizi che sarà differente a seconda del contesto che si andrà a definire. Bankitalia fa un esempio. “Se si ipotizzasse ad esempio l’adozione da parte del Regno Unito di un sistema di tariffe identico a quello applicato dalla UE nei confronti dei paesi terzi, le esportazioni britanniche, tenendo conto della composizione settoriale dell’interscambio commerciale, sarebbero assoggettate a un dazio medio del 3,9 per cento”.

Ma soprattutto “il recesso del Regno Unito potrebbe avere un impatto estremamente significativo nel settore dei servizi finanziari, particolarmente rilevante per l’economia britannica”. Un mancato accordo, infatti, condurrà alla revoca del cosiddetto passaporto unico, in base al quale le banche autorizzate a operare in uno stato membro lo sono anche in tutti gli altri dell’Ue. E poiché oggi molti gruppi bancari operano a Londra attraverso le proprie filiali, con la perdita del passaporto unico ognuna di queste filiali dovrà contrattare singolarmente con gli stati membri per proseguire la propria operatività. “Un’altra questione rilevante per la piazza
finanziaria londinese – sottolinea – riguarda eventuali pressioni per lo spostamento dell’attività di compensazione degli strumenti finanziari denominati in euro, attualmente eseguita in larga parte, soprattutto per i derivati over-the-counter, presso controparti centrali insediate nel Regno Unito”. Insomma, vengono messe in discussione banche e finanza, il cuore pulsante dell’UK. E’ questo che c’è in gioco con la Brexit. Assai più che il commercio di beni.

 

C’è troppa globalizzazione o troppo poca?

Nel tempo in cui la globalizzazione, intesa come internazionalizzazione delle risorse e dei commerci, finisce all’indice, accusata com’è di terribili nefandezze, è interessante leggere un approfondimento che l’Istat ha dedicato alle nostre imprese esportatrici che ha il pregio di provocare domande, assai più che fornire risposte. Queste ultime qualcuno le troverà facendo leva sulle proprie convinzioni – fonte purtroppo di tanti luoghi comuni – oppure coltivando il dubbio, che poi dovrebbe essere l’esercizio preferito di chi è interessato a comprendere piuttosto che a pontificare.

Il tema è interessante perché il nostro export, pure se ancora sottotono rispetto ai primi anni 2000 (vedi grafico), è stato di fatto il settore che ha consentito la tenue ripresa degli ultimi anni e la sostanziale tenuta dei nostri conti esteri. Osservare quindi come la crisi abbia mutato le dinamiche delle nostre imprese esportatrici è un ottimo esercizio per capire come questo mutamento sia servito a dare sostanza alla nostra ripresa.

Istat premette che le dinamiche della crisi “hanno favorito un generale consolidamento delle condizioni economico-finanziarie del sistema, a seguito di un processo di selezione che ha prodotto una ricomposizione del tessuto di imprese a favore di quelle finanziariamente più solide”. Inoltre “la capacità di vendere sui mercati esteri ha rappresentato un fattore fondamentale sia per la sopravvivenza, sia per la competitività delle imprese italiane. Con il perdurare della crisi, tuttavia, oltre alla capacità di esportare, per le imprese è divenuto cruciale sia intensificare gli scambi con l’estero (una quota elevata di fatturato esportato è indicativa di
una minore dipendenza dal mercato interno) sia, soprattutto, stimolare una evoluzione nelle forme di partecipazione ai mercati internazionali. Con riferimento a quest’ultima circostanza, in particolare, l’adozione di forme di internazionalizzazione più complesse – che ad esempio contemplino un’ampia diversificazione geografica dei propri mercati o affianchino all’attività di export anche quella di import – si è accompagnata a performance generalmente migliori in termini di creazione di occupazione e valore aggiunto”.

Cosa significa? Qualche premessa metodologica è necessaria per comprendere l’analisi. Istat ha classificato le imprese esportatrici misurando il loro grado di sostenibilità delle condizioni di redditività, solidità e liquidità, e poi ha monitorato l’andamento di questi indicatori al variare delle forme di internazionalizzazione che le imprese si sono date, “esaminando in particolare se a determinati cambiamenti nelle modalità con cui le imprese partecipano ai mercati esteri abbiano corrisposto mutamenti nell’articolazione geografica e merceologica della loro attività internazionale, alla ricerca di una domanda (interna ed eventualmente
estera) perduta”. Per dirla con semplicità, lo scopo dell’analisi era quello di osservare le performance aziendali in correlazione col grado di globalizzazione raggiunto.

La classificazione ha consentito di identificare tre tipologie di imprese: quelle in salute, quelle fragili e quelle a rischio, la cui quota relativa è ovviamente mutata nel tempo. Quando si verifica il collasso del commercio degli anni 2008-9 le imprese in salute, che erano in maggioranza, perdono il loro vantaggio iniziale e anzi diventano imprese esportatrici a rischio. Nella seconda fase della recessione, quando la domanda estera riprende a trainare e quella interna si indebolisce, aumentano le imprese esportatrici in salute e vengono riassorbite quelle a rischio. Alla fine del periodo osservato, le aziende più internazionalizzate in salute superano in quota quelle a rischio “fornendo un’ulteriore conferma dell’importanza della partecipazione ai mercati esteri per la solidità e la competitività delle imprese italiane nei difficili anni della seconda recessione”.

Nel biennio successivo, quindi fra il 2014 e il 2016 la domanda estera rallenta e tuttavia le imprese più robuste si dimostrano capaci di sovra-performare le loro esportazioni. Tale risultato è legato “anche alle strategie delle imprese in termini di
diversificazione dei mercati di destinazione e dei prodotti esportati. In particolare, all’aumentare del numero di aree di sbocco delle esportazioni si associa un netto miglioramento dello stato di salute economico-finanziaria”. In pratica, “tra le imprese esportatrici che presentano il massimo grado di diversificazione geografica, un’impresa su due gode di un buono stato di salute economico-finanziaria”. Più l’impresa diventa global, come la definisce Istat, meno si trova esposta alla fragilità.

Diventa perciò interessante osservare questa popolazione di imprese. Istat osserva che “le unità internazionalizzate alla fine della seconda recessione sono poco più di 240 mila, impiegano quasi 5 milioni di addetti e producono oltre 360 miliardi di valore aggiunto”. E’ anche utile sapere che “tra queste, la forma di partecipazione più frequente agli scambi internazionali è di tipo “passivo”: la classe più numerosa (poco più di 100 mila unità, il 42,2 per cento del totale) è infatti quella delle imprese che svolgono esclusivamente attività di importazione, ma queste spiegano complessivamente un quinto degli addetti e del valore aggiunto”. Questa tabella riepiloga il censimento svolto da Istat.

L’istituto ricorda che “all’aumentare del grado di complessità delle forme di internazionalizzazione si associa, in media, un aumento della dimensione, della
produttività del lavoro, del grado di apertura e di diversificazione produttiva e geografica”. Nel 2014 le imprese più “global” rappresentavano il 77,4% dei 369,5
miliardi di esportazioni generati da tutte le imprese esportatrici considerate. Mediamente esportavano più di 27 prodotti in quasi 32 paesi appartenenti a più di sette aree del mondo. Nello stesso anno queste imprese ricavavano in media dalle
vendite oltre confine quasi il 40% del proprio fatturato totale.

Alla fine del periodo “più di 190 mila unità (il 78,2%) hanno mantenuto invariata nei due anni la propria modalità di internazionalizzazione. Poco meno di 30 mila (il 12,2%) si sono spostate verso forme più articolate, a fronte di circa 23 mila unità (il 9,6 per cento) passate a modalità meno complesse. Nel periodo considerato si è verificato quindi un generale spostamento netto verso forme più complesse di partecipazione ai mercati esteri”. Le imprese italiane esportatrici più dinamiche, insomma, sembrano aver imparato la lezione impartita dalla crisi. La sintesi è visibile da questo grafico. Le imprese con forme di internazionalizzazione più complesse e articolate hanno funzionato meglio. L’esperienza perciò mostra che gli imprenditori dovrebbero chiedere più globalizzazione, non meno. Rimane da capire se lo stesso vale per i lavoratori. Ma questo è tutto un altro discorso.

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Il nuovo numero di Crusoe: Il lavoro e il reddito degli italiani

Il capitolo quattro e cinque del Rapporto annuale Istat trattano del mercato del lavoro e della distribuzione del reddito nel nostro paese. In sostanza tratteggiano il quadro economico nel quale si agitano le famiglie italiane, articolate secondo la suddivisione in gruppi che abbiamo visto nel numero della scorsa settimana. I due capitoli contengono una mole notevolissima di informazioni, che abbiamo pensato fosse utile semplificare estraendo i passaggi più interessanti e riducendola ai suoi elementi essenziali, in modo da offrire nel numero speciale di questa settimana una sorta di lettura ragionata che conclude il lungo approfondimento dedicato a questo documento. Buona lettura.

Ci rivediamo il 9 giugno.

Cartolina: Un americano a Pechino

C’è stato un tempo nel quale i cinesi giravano in bicicletta perché ignoravano le gioie del Capitale e del consumo compulsivo. Quest’ultimo allignava in Occidente, sebbene l’Oriente fin dai tempi della storia, fosse famoso per la sua opulenza e le sue ostentazioni. Poi la storia è cambiata e adesso i cinesi stanno in coda dentro chilometri di automobili, proprio come noi, e, autentica novità, hanno imparato meglio dei maestri occidentali a spendere senza ritegno. Tant’è vero che in trent’anni hanno triplicato i loro debiti privati rispetto al pil; che poi, essendo cinesi, è facile che questi vizi privati siano pubblici. In questa meravigliosa evoluzione la Cina si è lasciata alle spalle non solo le altre economie emergenti, assai più sparagnine, ma anche il Giappone, autentico avanguardista dell’Occidente, l’Europa e soprattutto gli americani. Costoro anzi hanno la minor quota di debito privato dell’Occidente. Forse perché adesso abitano a Pechino.

Cronicario: L’Istat rivede il Pil e quello raddoppia

Proverbio dell’1 giugno Il nemico dell’uomo è la sua lingua

Numero del giorno: 3,9 Tasso di disoccupazione in Germania ad aprile 2017

E siccome ci avviciniamo all’ennesimo ponte di questo fortunato 2017, l’Istat ci ha fatto il migliore dei regali possibili. Ha rivisto il dato del Pil del primo trimestre che era, lo ricorderete, lo 0,2% in più del trimestre precedente. E sarà il fatto che l’ha visto di nuovo, ma quello, per uno di quei miracoli della statistica, è raddoppiato: è arrivato allo 0,4%.

Ora siamo tutti chiaramente più felici. Quel sorriso improvviso che vi ha increspato l’incazzatura, intorno alle 10.15 del mattino, quando Istat ha diffuso la nota, adesso lo sapete cosa l’ha provocato. Vi stupirete, ma la notizia ha avuto un’immediata eco internazionale. Non vi sentite strani. Tutti hanno iniziato a vedere rosa. Anzi verde.

L’istituto francese di statistica, cui dobbiamo queste pregevole sintesi cromatica starà di sicuro preparando un aggiornamento della mappa, visto che su base annuale siamo già arrivati all’1,2%, persino più della Francia.

E’ interessante osservare le grida di giubilo che si sono levati negli ambienti governativi. Una sorpresa così bella non arrivava dai tempi della nascita di Babbo Natale. Alcuni volenterosi hanno persino costruito una disegnino per farci capire quanto siamo fortunati ad avere il governo che abbiamo.

Il sottotitolo è che dovremo pure sperare di tenercelo.

Ora, siccome è giovedì pre ponte e sempre l’Istat doveva scaricare le ultime cartucce, ci ha pure lanciato una release dedicata al mattone dove dice che le compravendite immobiliari sono cresciute col botto nel 2016. L’ultimo trimestre dell’anno scorso esibisce un aumento del 10,3 rispetto allo stesso trimestre 2015 pure se a fronte di un calo del 2,1% sul terzo trimestre 2016. In totale, il numero delle compravendite 2016 è stato superiore del 17% rispetto al 2015. E qui ci fermiamo perché di troppe buone notizie si può morire.

Anche perché c’è altro che bolle in pentola che devo assolutamente dirvi prima di liquefarmi mentre attraverso il ponte col sole a picco. E la prima cosa che dovete sapere è che Mister Weidmann, il boss della Buba e prossimo (papabile va) boss della Bce, ha detto amabilmente che è ora di finirla con i tassi rasoterra. Dov’è la notizia, diranno i più svegli: molti tedeschi, e Weidmann è un capofila, non fanno altro che ripetere questa cosa. Però, siccome c’è il ponte e poi mi liquefaccio fino a lunedì, mi sembra gentile offrirvi uno stimolo di riflessione prendendo spunto da un illuminante report di Moody’s sul sistema bancario di alcuni paesi. Il nostro non c’è perché non parliamo inglese.

E cosa dice l’agente di rating? Che intanto le banche soffrono per i tassi bassi. Ma poi, una volta che verranno alzati soffriranno ancor di più. “Germany’s savings and co-operative banks, France’s mutualist groups and Switzerland’s cantonal and regional banks would be more exposed to a reversal of interest rates”. Mica devo tradurre no?

Infine, vi saluto con una spiegazione Made in Eurostat del perché noi e i cinesi siamo condannati a piacerci, che cade a fagiolo visto che siamo in pieno summit, oggi e domani, a Bruxelles con i figli dell’Oriente.

Non siete ancora convinti? Ne riparliamo dopo.

A lunedì.

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Visco riscrive la storia delle sofferenze bancarie

La narrazione pubblica dedicata alle sofferenze bancarie si è arricchita di un nuovo capitolo dopo la pubblicazione delle ultime considerazioni finali del governatore di Bankitalia. Capitolo importante, vuoi perché mette ordine sulla questione delle cifre in gioco, che così tanto inchiostro hanno fatto versare ai commentatori e agli analisti di cose finanziarie, e vuoi perché la racconta dall’inizio e ipotizza anche una fine, pubblicando anche un interessante serie storica che mostra (vedi grafico) come la situazione delle sofferenze bancarie di oggi sia persino migliore di quanto non fosse nella seconda metà degli anni ’90. Circostanza utile da ricordare per la semplice ragione che mostra come si possa uscire da un situazione difficile senza strapparsi troppi capelli, a patto però di avere le idee chiare e una strategia intelligente. E questo semmai è il problema.

La nuova narrazione di Visco parte da alcuni dati di fatto. Dopo l’esplodere della prima crisi finanziaria, quella del 2008, “il sostegno finanziario fornito dai governi alle banche è stato in molti paesi considerevole” “A conti fatti ci si accorse che “alla fine del 2011 l’impatto sul debito pubblico degli aiuti ammontava al 48 per cento del prodotto in Irlanda, all’11 in Germania, al 7 nei Paesi Bassi e in Belgio. In Italia l’incidenza era pari allo 0,2 per cento del Pil, riflettendo la ridotta esposizione delle banche ai prodotti di finanza strutturata che avevano dato origine alla crisi finanziaria”. Ed è a questo periodo che risale la vulgata secondo la quale le banche italiane si erano “salvate” dalla crisi perché non parlavano inglese. Un modo simpatico per dire che non erano esposte ai prodotti tossici, per lo più made in Usa, che avevano inquinato le altre banche europee.

Senonché, dopo la crisi dei subprime è arriva l’altra, quella iniziata nel 2010, denominata del debito sovrano che ha messo in discussione il funzionamento dell’area monetaria e ha visto esplodere la crisi greca. “Le difficoltà sul mercato dei titoli di Stato si estendevano alle banche, il cui merito di credito veniva assimilato a quello dei rispettivi paesi; la conseguente restrizione dell’offerta di credito contribuiva
all’avvio di una nuova fase recessiva; emergevano timori di reversibilità della
moneta unica”. Così la ricorda il governatore.

Le politiche di austerità, decise in conseguenza, e “l’assenza di un bilancio comune” che “impediva un’azione sovranazionale che compensasse il forte impulso pro-ciclico delle politiche nazionali” determinarono un rapido peggioramento delle condizioni economiche. Sempre pro memoria, “in Italia le condizioni macroeconomiche si deterioravano rapidamente, ben oltre le proiezioni nostre e dei principali organismi internazionali. Per il biennio 2012-13, a gennaio del 2012 prevedevamo un calo del prodotto dell’1,5 per cento (dello 0,4 in uno scenario meno sfavorevole); in estate la
stima della riduzione passava al 2,2 per cento; a consuntivo si registrava una
diminuzione del 4,5 per cento”.

Fu questa seconda sberla a fare esplodere il problema delle sofferenze. In quel momento l’Italia avrebbe dovuto comportarsi similmente a come avevano agito gli altri paesi europei dopo la crisi del 2008. Ma non se lo poteva permettere. “Alla fine del 2011 le sofferenze nette delle banche italiane erano pari al 2,9 per cento del totale dei prestiti. Un intervento “di sistema” sui crediti deteriorati, con un importante contributo pubblico sulla falsariga di quanto era avvenuto in altri paesi, non appariva giustificato, né possibile”. Non appariva giustificato perché nessuno si aspettava un crollo come quello registrato: “Le previsioni macroeconomiche formulate nel corso del 2012 erano ben più favorevoli dei risultati poi conseguiti”. E più avanti “un intervento dello Stato sui crediti deteriorati non appariva compatibile con le condizioni di finanza pubblica”.

La situazione peggiorò rapidamente con l’aggravarsi della crisi: “Il conseguente aumento dei fallimenti d’impresa e della disoccupazione ha alimentato la crescita delle sofferenze nette, che raggiungevano il 4,8 per cento dei crediti nel 2015”. Ma già dal 2013, quando i mercati dei titoli di stato si era stabilizzato, sarebbe stato auspicabile “la costituzione di una società di gestione degli attivi bancari deteriorati con supporto pubblico”, che però “è stata tuttavia impedita dagli orientamenti in materia di aiuti di Stato assunti dalla Commissione europea a metà del 2013”. Non è colpa nostra, insomma, ci disegnano così.

Adesso l’ipotesi bad bank è tornata d’attualità. Sarebbe una “una misura potenzialmente utile, a condizione che il prezzo di trasferimento degli attivi non sia distante dal loro reale valore economico, che l’adesione allo schema da parte degli intermediari avvenga su base volontaria, che le caratteristiche dei piani di ristrutturazione delle banche partecipanti siano ben definite ex ante”. Purché si decida in fretta.

Rimane la questione dei numeri. Visco riporta che alla fine del 2016 i crediti deteriorati iscritti nei bilanci, al netto delle rettifiche di valore, erano pari a 173 miliardi, pari al 9,4% dei prestiti complessivi. Visco sottolinea che “l’ammontare di circa 350 miliardi, spesso citato sulla stampa, si riferisce al valore nominale delle esposizioni e non tiene conto delle perdite già contabilizzate nei bilanci; esso non è
pertanto indicativo dell’effettivo rischio che grava sulle banche”.

Visco ricorda altresì che “dei 173 miliardi di crediti deteriorati netti, 81 miliardi, il 4,4 per cento dei prestiti totali, riguardano crediti in sofferenza, a fronte dei quali le banche detengono garanzie reali per oltre 90 miliardi e personali per quasi 40. Vi
sono poi 92 miliardi di altre esposizioni deteriorate, già svalutate per circa
un terzo del valore nominale”. Il che sembra ridurre di molto il problema. E questo probabilmente è uno degli scopi della narrazione. Infatti viene anche sottolineato che “tre quarti delle sofferenze nette sono detenuti da banche le cui condizioni finanziarie non impongono di cederle immediatamente sul mercato”, mentre quelle in capo a banche in difficoltà che possono essere costrette a disfarsene rapidamente “ammontano a circa 20 miliardi”. Ma è importante sottolineare che “i valori ai quali i crediti in sofferenza sono iscritti nei bilanci sono in linea con i tassi di recupero
effettivamente osservati negli ultimi dieci anni. Se fossero venduti ai prezzi molto bassi offerti dai pochi grandi operatori specializzati oggi presenti sul mercato, che ricercano tassi di profitto molto elevati, l’ammontare di rettifiche aggiuntive sarebbe dell’ordine di 10 miliardi”. In sostanza, se questi 20 miliardi in bilico fossero venduti ai prezzi di mercato, le banche titolari dovrebbero soffrire una perdita da 10 miliardi che probabilmente, essendo già in crisi, le manderebbe al tappeto. E questa è la morale della nuova narrazione sulle sofferenze bancarie. Rischia di venire fuori la necessità di altri salvataggi in stile Mps. Tenete stretto il portafogli.

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