Categoria: Annali

Borse, i croupier si comprano il casinò

C’è da fidarsi a giocare in un casinò dove i croupier si sono comprati il banco? Me lo chiedo da quando è diventata ufficiale la notizia dell’acquisizione del Nyse-Euronext da parte dell’ICE per 8,3 miliardi di dollari, una di quelle notizie che le persone normalmente disinteressate di finanza neanche notano e che i giornali confinano nelle pagine più esoteriche.

Eppure la notizia ha un’importanza che trascende la sua pur specifica settorialità, anche perché si inserisce in una tendenza ormai dominante nel mondo dei mercati (exchanges): quella di autofagocitarsi.

E’ un fatto: le borse di tutto il mondo, ma in particolare quelle americane ed europee, sono alle prese con una febbre da fusioni/acquisizioni che non ha precedenti nella storia del capitalismo. Già solo questo fatto dovrebbe suggerire che c’è in ballo qualcosa di più  del solito spirito animale da profitto.

La storia del mercato delle borse, i casinò del nostro tempo, è avara di notizie fino alla fine degli anni ’90. Le borse sono o statali o possedute da alcuni gruppi di investitori indipendenti. Si segnala, nel 1998, la creazione di Eurex, una borsa specializzata in derivati, nata con la fusione fra la tedesca Deutsche Terminboerse (DTB) e la svizzera Swiss Options and Financial Futures Exchange (SOFFEX), e poi, un anno dopo, la fusione fra le borse canadesi di Vancouver e Alberta, che dà origine al TSX Venture Exchange.

Le prime avvisaglie del grande risiko planetario si hanno nel 2001, quando le borse di Amsterdam, Bruxelles e Parigi si uniscono e danno vita a Euronext, una borsa paneuropea che poco più di un anno dopo comprerà anche il Liffe, il mercato londinese dei derivati, e la borsa di Lisbona. Degna di nota, sempre nel 2001, la nascita dell’ICE, un mercato specializzato in derivati energetici saldamente controllato da alcune banche d’affari, alcune delle quali molto attive proprio nel commercio di derivati energetici, e da alcuni fondi.

Poi, silenzio per quasi cinque anni. E’ solo a partire dal 2006 che riparte il Grande Gioco. E a riaprire le danze è di nuovo il Nyse, che si fonde con Archipelago holding, una compagnia specializzata in elettronica delle comunicazioni. Scelta non casuale, visto che l’infrastruttura, nel tempo del trading automatico, diventa l’asset privilegiato di una borsa che voglia essere davvero competitiva. E ancora il Nyse, sempre nel 2006, completa il suo capolavoro fondendosi con l’europea Euronext con un merge da 14 miliardi di dollari che crea una borsa che pesa, in termini di capitalizzazione, circa 26 miliardi di dollari. Il 2006 si conclude con la fusione delle due storiche borse di Chicago specializzate nel commercio di derivati, il Chicago Mercantile Exchange (CME) e il Chicago Board of Trade (CBoT).

Il 2007 è un altro anno di battaglia. Eurex compra l’International Securities Exchange (ISE), un mercato americano specializzato in opzioni, mentre il Nasdaq, rivale storico del Nyse, si compra per 3,7 miliardi di dollari il Nordic markets and technology group OMX, dopo il tentativo (fallito) di comprarsi la borsa di Londra, il London Stock Exchange. Quest’ultima si fonde con la nostra borsa italiana nel giugno dello stesso anno, un’operazione da 1,5 miliardi di euro.

A gennaio del 2008 si segnala un’altra grande operazione: il CME compra il mercato energetico Nymex, specializzato in derivati del petrolio, per 8,9 miliardi di dollari, dando vita al più grande mercato di derivati del mondo, con una capitalizzazione di circa 60 miliardi di dollari.

La crisi del 2008, con relativo spauracchio, mette fine al risiko. A parte un paio di operazione fra Dubai e l’Australia, i mercati si pacificano fino al febbraio del 2011, quando la Deutsche Börse rivela di aver avviato colloqui con il gigante Nyse-Euronext per arrivare all’ennesima fusione capace di creare un gigante ancor più grosso. Sui colloqui arriva la tegola di un’altra proposta targata Nasdaq e ICE, che, in aprile, mettono sul piatto 11,3 miliardi di dollari di offerta proprio per il Nyse-Euronext, che però rifiuta per ben due volte la proposta (salvo accettarla pochi giorni fa malgrado sia di tre miliardi più bassa). La proposta abortisce il 16 maggio, dopo che il dipartimento di Giustizia americano fa notare che una fusione fra Nasdaq, ICE e Nyse, avrebbe “sostanzialmente eliminato la competizione”. A settembre, intanto, la BaFin (la Consob tedesca) approva il piano di fusione fra borsa tedesca e Nyse. Sembra che la fusione si farà, ma sul deal pesa il giudizione dell’Ue, che manifesta preoccupazioni sulla posizione dominante che la fusione potrebbe provocare nel mercato dei derivati.

Si arriva al 2012. La Commissione europea, a febbraio, pone il veto sulla ventilata fusione fra Deutsche Börse e Nyse. Il sogno della superborsa tedesco-americana tramonta. A giugno si segnala l’acquisizione da parte dell’Hong Kong Exchanges and Clearing del London Metal Exchange, conteso al CME e all’ICE, e a settembre l’acquisizione della più grande borsa canadese, il TMX Group, da parte di un consorzio di banche, brokers e fondi pensione (il Maple Acquisition Corp) che sborsano 3,8 miliardi di dollari. In Giappone, sempre ad agosto, si completa la fusione fra il Tokyo Stock Exchange e l’Osaka Securities Exchange, che crea il terzo più grande mercato borsistico del mondo per valore e azioni quotate. Ma il fuoco d’artificio del 2012 rimane l’acquizione del Nyse-Nuronext da parte di ICE: il mercato più giovane del mondo si mangia quello più vecchio. Un segno dei tempi, sicuramente.

Questa lunga cavalcata ci dice alcune cose:

1) La Grande Crisi sembra giovare al fiorente mercato delle borse, per il quale si mettono sul piatto decine di miliardi di dollari;

2) A comprare le borse sono gli stessi che poi ci lavorano, ossia banche, broker, fondi: i cosiddetti investitori istituzionali, che stanno investendo risorse ingentissime per garantirsi il controllo dei mercati internazionali, in particolari quelli dei derivati, regolamentati e non;

3) L’abbondante liquidità messa a disposizione dagli Stati per fronteggiare la crisi iniziata nel 2008 ha fornito munizioni senza fine a questi investitori, che stanno consolidando i loro investimenti sui mercati per renderli sempre più tecnologicamente integrati e veloci;

4) La gestione delle borse garantisce dei ritorni eccezionali ai proprietari, visto che guadagnano su ogni operazione (comprese le proprie).

Rimane la domanda: c’è da fidarsi a giocare in un casinò dove i croupier sono i proprietari?

Il Capitale? Ormai è in riserva

Per immaginarsi il mondo che sarà (o che potrà essere) abbiamo messo insieme le informazioni contenute in due pubblicazioni, una della Banca dei regolamenti internazionali, l’altra del Fondo Monetario. La prima, intitolata “The great leveraging”, racconta della sbornia di debito che ha coinvolto il mondo negli ultimi 30-40 anni, facendo il parallelo con quanto accaduto dal 1800 in poi. La seconda si intitola “International Reserves: IMF Concerns and Country Perspectives” e racconta dell’evoluzione delle riserve degli stati del mondo. Siccome tutto si tiene, la lettura incrociata di questi illuminanti papers svela alcune cose:

1) L’espansione del credito/debito, misurata con la quantità di asset detenuti dalle banche in rapporto al Pil, si è impennata a partire dagli anni ’80 (quando ha raggiunto, per poi superarlo, il livello della crisi pre 1929), e non si è mai fermata. Il rapporto Bank Asset/Pil, che si collocava intorno a 0,2 nel 1870, nel 2012 vi avviava a superare quota 2. In pratica si è moltiplicata per dieci;

2) anche la quantità di riserve globali si è moltiplicata per 10 fra il 1990 e il 2011. Da circa 1.000 miliardi di dollari, ormai si è superata quota 10.000. Il grosso di queste riserve si trova nei cosiddetto paesi emergenti, quindi grossomodo Cina e paesi esportatori di petrolio;

3) L’accumularsi di riserve trova la sua ragione nella prudenza di questi paesi, che a fronte delle grandi crisi economico-finanziarie che hanno sconvolto il mondo negli ultimi 30-40 anni (a fronte di nessuna crisi rilevata dal dopoguerra al 1970), hanno preferito mettere fieno in cascina per tutelarsi. Molti temono che questa enorme quantità di denaro, riflesso evidente della moltiplicazione del credito/debito, sia una fonte di squilibrio. Ma comunque il volume delle riserve accumulate rimane relativamente piccolo a fronte dello stock globale di asset finanziari in giro per il mondo. Per dare un’idea, a fronte dei quasi 10 trilioni di dollari di riserve, ci sono circa 70-80 trilioni di asset detenuti dalle banche commerciali che arrivano a quota 250 trilioni se si aggiungono i mercati dei bond e delle azioni;

4) Una quota significativa di queste riserve è stata utilizzata dagli stati per rimpinguare i loro fondi sovrani. A febbraio 2008 (ultimi dati disponibili contenuti nello studio del Fmi) c’erano 31 fondi sovrani detenuti da 29 paesi con asset stimati in circa 3 trilioni di dollari. Il Fondo monetario stima che tali fondi avranno un ruolo sempre più crescente sulle finanze pubbliche dei paesi alle prese con squilibri finanziari.

Possiamo trarre alcune conclusioni. La crescita senza precedenti degli asset finanziari nel mondo ha finito con aumentare l’incidenza delle crisi sui cicli economici. L’espansione del credito/debito iniziata con gli anni ’80 ha finito col spostare l’asse della ricchezza finanziaria dalle economie (ex) leader a quelle emergenti. I paesi “emersi” hanno mantenuto il proprio benessere semplicemente indebitandosi con i paesi “emergenti” che hanno visto i propri crediti espandersi allo stesso ritmo dei debiti altrui e hanno imparato a creare riserve per cautelarsi dalle crisi prossime venture, in attesa di capire come questa ipoteca economica diventerà, in un domani più o meno lontano, politica.

Il Capitale, insomma, ha creato altro Capitale ed è finito in riserva.

Che fine farà il capitalismo?

Anni ’80: non finiscono mai

Erano gli anni dell’abbronzatura invernale e del fitness, dell’horror seriale al cinema e dell’esplosione pop nella musica e nell’arte. Erano gli anni in cui la cultura del narcisismo, celebrata in un saggio di Christopher Lasch del ’78, diventava edonismo e metteva radici la società dell’immagine. Si bevevano intere città e si ammiccava alla coca, con le canzoni di Clapton o Vasco, o nelle più prosaiche discoteche. La letteratura diventava minimale, le modelle diventavano star. Blondie cantava Call me, giravano showgirl come Samanta Fox o la nostra Sabrina Salerno. Wall Street celebrava l’avidità, i governi la fine degli Stati padroni.

Era l’epoca in cui l’America abbassava le tasse e aumentava le spese per stupire il mondo con la neoclassica teoria dell’offerta trasformata nella Supply side economics. Con la conseguenza che il debito pubblico americano in pochi anni cresceva da 700 a 3.000 miliardi di dollari. Bisognava fronteggiare il crollo finanziario del 1987, si disse. Perché anche questo furono quegli anni: tempi di grande euforia in borsa e relativi disastri socializzati. Furono gli anni di Greenspan alla Fed, guru che governò per un ventennio la finanza nel mondo delle grandi bolle speculative.

In  quegli anni un ex attore divenne presidente Usa e un film di successo (Star Wars) un programma strategico della difesa americana (lo scudo spaziale) che fece infuriare i russi.

Ci fu un invasione in Afghanistan, la guerra del Libano e fu bombardata Tripoli.

Siamo nel tempo dell’abbronzatura a biscotto e del fitness chirugico, la serialità è dilagata in tv, il cinema horror fa seguiti a due cifre e la musica serve per i video. Il narcisismo è diventato una sindrome recensita nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, e il culto dell’immagine ha fatto la fortuna di Facebook. Le città sono bevute e la coca democratica. La letteratura minimizza e le modelle sono diventate showgirl. Samanta Fox e Sabrina Salerno cantano Call Me di Blondie. Wall Street stacca enormi dividendi ai suoi banchieri, i governi hanno smesso di credere di essere i padroni.

E’ l’epoca in cui l’America rischia il fiscal cliff perché non può diminuire le spese e trema pensando che non ha più nulla da offrire all’economia, mentre il suo debito supera di gran lunga i 10 mila miliardi. Si dice per colpa della crisi finanziaria del 2007, perché anche in questi tempi ci sono stati grandi euforie private relativi disastri socializzati. Sono gli anni in cui Greenspan, celebrato guru della finanza ora in pensione, scrive saggi sull’età della turbolenza.

In questi anni un commediante è diventato presidente Usa e lo scudo spaziale lanciato da Clinton, sponsorizzato da Bush e rifinito da Obama, continua a fare infuriare i russi.

E’ in corso un’invasione in Afghanistan, c’è stata una guerra in Libano sei anni fa ed è stata bombardata la Libia l’anno scorso.

Sono passati più di trent’anni e siamo cresciuti.

Ma siamo siamo invecchiati male.

Warfare/Welfare, andata e ritorno

Finora è stato un viaggio di sola andata quello che ha condotto dal warfare (guerra) al welfare (benessere). Una storia lunga un secolo, durante il quale le devastazioni delle guerre sono state più che compensate dall’incredibile aumento di benessere che ha riguardato i paesi avanzati. Nostro compagno, in questo lungo viaggio, è stato il debito, pubblico e privato.

E’ opinione comune fra gli storici che la prima guerra mondiale abbia interrotto la prima grande ondata di globalizzazione del mondo, iniziata dopo la fine del conflitto franco-prussiano, nel 1870, e durata fino alla crisi dell’estate del ’14, quando le grandi potenze si infilarono nella Grande Guerra. Fino ad allora la globalizzazione, spinta dallo sviluppo delle infrastrutture, aveva prodotto una crescita tumultuosa del commercio internazionale i cui benefici, tuttavia, venivano goduti solo da una piccola popolazione di rentier e da pochi uomini d’affari, che potevano contare su valute stabili e quindi prestavano volentieri i propri soldi agli stati. All’epoca erano molto in voga i titoli permanenti, ossia senza scadenza. Una volta iscritti nel gran libro del debito di questo o quello stato, i soldi del rentier producevano interessi sicuri, al riparo anche dall’inflazione che il mondo avrebbe patito solo durante e dopo la prima guerra mondiale.

La prima globalizzazione vide anche sorgere l’alba del welfare, prodotto culturale dei grandi moti sociali del XIX secolo. Fu Bismarck, nel 1892, a tratteggiare il primo sistema statale di pensioni per i dipendenti pubblici tedeschi. Un modo, spiegò, assai efficace per tenerli sotto controllo, prima, durante e persino alla fine della loro carriera. Molti altri stati seguirono l’esempio. L’idea di usare il welfare per attenuare le tensioni sociali viene da lontano.

In generale, tuttavia, gli stati dell’epoca dedicavano gran parte delle loro risorse alla politica espansionista, al Grande Gioco, che grazie alla leva del debito prosperava. Più tardi, ai primi del XX° secolo, si dedicarono con decisione agli armamenti. Il viaggio dal warfare al welfare era ancora all’inizio.

Anche in questa fase il debito giocò un ruolo fondamentale. La storia del mercato dei bond governativi a cavallo fra la fine del XIX° e la vigilia del conflitto meriterebbe un libro.

Con la guerra le finanze pubbliche dei paesi coinvolti esplosero insieme al sistema monetario. L’inflazione che ne conseguì decretò la fine del rentier, come ebbe a scrivere Keynes, e del ceto medio che viveva di pensioni e stipendi, ma non certo del mercato finanziario, che al contrario prosperò. La Gran Bretagna tramontava, la Francia aveva il suo daffare, la Germania e l’Austria erano piegate dall’iperinflazione, la Russia aveva fatto la rivoluzione e ripudiato il suo debito. Ma c’era un gran lavoro per i banchieri. Bisognava solo trovare nuove forme di impiego.

Il sistema finanziario trovò il suo nuovo baricentro a New York. La sbornia americana degli anni Venti, gli anni ruggenti del Jazz e della grande speculazione immobiliare in Florida, fu alimentata da risorse in libera uscita dall’Europa, specialmente dall’Inghilterra, che alla fine trovarono un’ottima allocazione nella borsa di New York. Wall Street  produceva rialzi spaventosi spingendo anche i privati cittadini ad indebitarsi per inseguire la bolla.

Di nuovo il debito, stavolta privato, fu il grande protagonista della straordinaria crescita di ricchezza di quegli anni negli Usa, e, contemporaneamente, la causa della Grande Depressione che l’America prima e il mondo poi, sperimentarono dal 1929 in poi. Ma l’America non era ancora attrezzata per il Welfare, come si vide con chiarezza durante la crisi.

Solo gli amari anni ’30 indussero gli Stati Uniti a fare leva sulle cosiddette politiche keynesiane per uscire dalle secche della depressione. La bacchetta magica della spesa pubblica avrebbe sortito il miracolo della ripresa e, insieme, tenuto lontano il popolo dalle pulsioni totalitaristiche che stavano sconvolgendo parte dell’Europa.

Col New Deal gli americani misero in piedi strutture e politiche che ancora oggi fanno parte del patrimonio pubblico. Si decise, ad esempio, di fare in modo che ciascuno potesse avere una casa di proprietà e per riuscirci il governo creò, letteralmente dal nulla, il mercato finanziario immobiliare istituendo due agenzie, Freddie Mac e Fannie Mae, che avevano l’incarico di  riuscire a fare arrivare il credito alle famiglie “comprandosi” i mutui dalle banche e rivendendoli alle famiglie stesse a tassi e condizioni agevolati. Il New Deal fu un’altra tappa importante del viaggio verso il Welfare.

Ma ci volle un’altra guerra per oltrepassare il punto di non ritorno. I trionfatori americani americani, esportatori netti di valuta e capitali, ebbero gioco facile a “suggerire” il modello inaugurato da Roosvelt negli anni ’30 ai paesi liberati. Liberati anche dal debito enorme accumulato durante la guerra, ancora una volta polverizzato dall’inflazione. Gli stati europei e il Giappone poterono ripartire, grazie agli aiuti americani, lancia in resta verso il sol dell’avvenire capitalistico. Il traguardo era il welfare che, nelle intezioni dei teorici, inglesi come giapponesi, doveva accompagnarti dalla culla alla tomba come un tenero abbraccio materno.

Il miraggio divenne realtà nel ventennio fra i ’50 e i 60, quando ci fu l’unica parentesi di crescita economica accompagnata da un basso livello di indebitamento. Anche perché si partiva sostanzialmente da zero e con i bilanci ripuliti. Gli stati occidentali misero in piedi programmi di welfare ambiziosi con lo scopo, fra gli altri, di garantirsi un’adeguata pace sociale proprio mentre imperava la guerra fredda. Il warfare “raffreddandosi” si stemperava verso un welfare pacioso e amichevole, che però cresceva al ritmo forsennato del rock and roll.

Il social spendig divenne una medaglia d’onore per gli stati. I dati Ocse mostrano che in Europa la spesa sociale è passata da una media del 10% del Pil nel 1960 al 15% del ’70. In quegli anni peraltro si incardinarono leggi e abitudini, quelli che oggi chiamiamo diritti, che produrranno i loro effetti negli anni a venire e che oggi hanno fatto salire la spesa media dell’Ue per il welfare al 25% del Pil. Una tendenza simile è visibile anche negli Stati Uniti e in Giappone.

I semi del Welfare piantati nel dopoguerra misero radici e nell’arco di un ventennio divennero una quercia robusta e famelica che doveva essere nutrita con dosi sempre maggiori di spesa pubblica. Per sostenere questi livelli di spesa gli stati dovettero tornare a indebitarsi assai al di sopra delle proprie possibilità.

In Italia le varie leggi di spesa incardinate negli anni ’70, fecero schizzare il debito pubblico al 90% del Pil a fine anni ’80, quando nei primi anni ’60 veleggiava sotto il 40%, per poi superare rapidamente il 100% e il 120 nel ’92. Dove siamo più o meno ancora adesso.

All’apice del suo successo, il Welfare innescò la sua crisi, ormai da molti ritenuta terminale. A livello teorico, la reazione contro le politiche keynesiane cominciò addirittura sul finire degli anni ’70 per raggiungere il culmine politico nei primi anni ’80, quelli di Reagan e della Thatcher. Lo Stato non è la soluzione, si disse. Semmai il problema. Ma per quasi trent’anni il social spending continuò la sua corsa forsennata, sempre a debito, in Europa, ma anche negli Usa e in Giappone.

La curva del Welfare imbocca la sua china discendente solo con la crisi del 2007, dopo essere stata pompata fino allo sfinimento da politiche economiche sempre più basate sul deficit.  Il salvataggio (obbligato) del sistema finanziario dà il colpo di grazia alle finanze pubbliche. Solo pochi mesi fa il presidente della Bce Mario Draghi ha detto a chiare lettere che questo modello di Welfare non possiamo più permettercelo.

Siamo al punto che le ricche terre d’Occidente, ingrassate all’ombra del debito, devono abbandonare il paradiso del Welfare e non sanno più dove andare. Il sogno delle magnifiche sorti progressive si è infranto e adesso coltivano la tentazione di tornare indietro, avendo anche smarrito la memoria. Ma indietro c’è solo il Warfare.

Oggi si parla chiaramente di guerra economica. Ma il viaggio non è ancora terminato.

Lo spread come misura dell’empietà

Mentre l’Europa decide cosa farne del debito greco, è utile ingannare l’attesa rileggendo un vecchio frammento di Walter Benjamin scritto nel 1921, il “Capitalismo come religione”, che segue idealmente, approfondendolo, il percorso iniziato da Max Weber fra il 1904 e il 1905 con il saggio sull’Etica protestante e lo spirito del capitalismo.

Alcune riflessioni di Benjamin sono sorprendentemente attuali e ci aiutano a guardare con occhi differenti il dramma economico del nostro tempo: l’indebitamento coatto, con tutte le declinazioni tecnicistiche che ormai caratterizzano il nostro vissuto quotidiano. Lo spread, ad esempio.

“Nel capitalismo – scrive Benjamin – si deve vedere una religione, vale a dire che il capitalismo serve essenzialmente all’appagamento di quelle stesse preoccupazioni, pene e inquietudini a cui un tempo davano risposta le cosiddette religioni”. Tale connotazione ha alcune specificità. “In primo luogo – osserva – il capitalismo è una pura religione cultuale, forse la più estrema mai esistita (…). Il suo secondo tratto è la durata permanente del culto (…). In terzo luogo questo culto è generatore di colpa indebitante. Il capitalismo è il primo caso di culto che non redime il peccato ma genera colpa (…) un’enorme coscienza della colpa che non rimette i propri debiti e ricorre al culto non per espiare questa colpa ma per renderla universale, conficcarla nella coscienza, per includere lo stesso dio in questa colpa”.

Le radici culturali di Benjamin, filosofo di quella lingua tedesca dove debito e colpa si definiscono con lo stesso sostantivo (schuld), sono le stesse di Weber, ma anche di Marx, che nel ventiquattresimo capitolo della settima sezione del Libro I del Capitale aveva spiegato che il debito pubblico aveva impresso “il suo marchio nell’era capitalistica”.

Dal debito pubblico, secondo Marx, deriva “la dottrina moderna secondo la quale un popolo diventa tanto più ricco quanto più si indebita”. “Col sorgere dell’indebitamento dello Stato, al peccato contro lo Spirito Santo, che è quello che non trova perdono, subentra il mancare di fede al debito pubblico”.  Quello che oggi assai più prosaicamente chiamiamo mancanza di fiducia.

Se le cose stanno così, possiamo fregiarci di aver raggiunto un risultato invidiabile nell’età contemporanea. Abbiamo ridotto a categoria misurabile una categoria dello spirito.

L’empietà, oggi, si può misurare con lo spread.

L’età della colpa

Non servono parole per spiegare a che punto siamo. Basta sbirciare il grafico che trovate in testa a questo blog. Misura l’andamento del debito rispetto al Pil negli ultimi cento anni negli Usa. La prima impennata della curva è quella la cui discesa provoco la crisi del ’29. La seconda, assai più ripida e inclinata, è quella che è iniziata negli anni ’80 e che ha mostrato decisi segni di inversione nel 2008, come se quattro anni fa sia davvero iniziato un serio percorso di disindebitamento dopo trent’anni e passa di allegra sbornia che hanno profondamente mutato gli equilibri del mondo.

Nessuno sa se è davvero così. Se, vale a dire, la tenzone drammatica fra chi vuole inflazionare il debito e chi vuole deflazionarlo avrà un vincitore o se saremo tutti egualmente sconfitti.

Questo blog vuole proporsi come luogo di raccolta di cronache e riflessioni su questo particolare tornante della storia, che solo con estrema superficialità si potrebbe pensare abbia ricadute esclusivamente economiche.

L’indebitamento collettivo, al contrario, è assai più che una semplice questione bancaria. Investe ambiti che sono innanzitutto sociali, e poi psicologici e persino religiosi. Quindi è una fatto eminentemente politico.

Di conseguenza ci riguarda tutti.

La crisi del debito è l’altra faccia della crisi del credito. Dall’età dell’innocenza del credito facile, elargito per decenni come surrogato della fiducia, siamo finiti nell’età della colpa. I debitori sono guardati con sospetto e diffidenza. Finiscono sotto processo. Vengono condannati. I popoli vengono letteralmente schiacciati dalla loro colpa. Prendersela con le banche è scambiare ancora una volta il dito con la direzione. Prendersela con lo strumento ignorando il fine.

Invece quello che serve è una robusta dose di consapevolezza. Capire dove siamo per immaginare dove andremo.

Buona fortuna.