Categoria: cronicario
Cronicario: I dazi di Mister T e la DollarJugend
Proverbio del 30 marzo Le tempeste dell’anima sono peggio di quelle di sabbia
Numero del giorno: 2,3 Tasso di inflazione annuale in Spagna a febbraio 2017
La delicata epidermide di Mister T, già messa a dura prova dalle bizze parlamentari sull’Obamacare, pare sia stata gravemente offesa da una puntura di vespa, non con la minuscola ma con la maiuscola, nel senso della celeberrima due ruote made in Italy che secondo quanto raccontano sarebbe finita all’indice dell’amministrazione Usa al punto che potrebbero innalzarle dazio fino al 100%.
Alla Vespa, poverina. Sopravvissuta alla gloria dei ’50, al boom dei ’60, alla crisi dei ’70, agli impacci degli ’80, al casino dei ’90, al mistero dei primi 2000, e persino al primo decennio del XXI secolo, la mitica Vespetta all’indice manco fosse cinese. Ma perché mai? Ora ve lo dico. Anzi ve lo dice questo grafico.
Adesso lo sapete chi sono i cinesi e perché gli Usa ce l’hanno con noi. Poi magari è una bufala questa cosa dei dazi sulla Vespa. Anzi: una fake news. Però la cosa è plausibile. Nel dubbio non ci resta che fare una cosa: loro attaccano una gloria nazionale? Noi attacchiamo la loro: daziamo la Coca Cola e aumentiamo la produzione di chinotto.
Rapito dalla vertigine protezionista, mi sfugge quasi la vera notizia del giorno; anzi della settimana. Che non ha nulla a che fare con le miserie dei commercio o con le altrettanto misere cronache della finanza: riguarda il futuro.
Quindi i bambini. E poi la sua filigrana, letteralmente…
Ossia il denaro. Da inizio settimana, infatti, si sta svolgendo in 100 paesi questa manifestazione ormai appuntamento fisso – si svolge dal 2012 – ideata dalla Child & Youth Finance International (CYFI), un’associazione che si propone di migliorare la consapevolezza circa i diritti economici dei bambini al fine, fra gli altri, di rompere il ciclo della povertà. Il tema proposto quest’anno alla DollarJugend globale è icastico: Impara. Risparmia. Guadagna. Che poi è la versione cool del vecchio Lavoro. Guadagno. Pago. Pretendo.
Mentre penso a come globalizzare l’amore per il denaro, in mancanza d’altro, mi cade l’occhio su un’altra notizia che merita tutta la nostra attenzione perché fa il verso alla Vespa&Mister T . Secondo quanto riporta Bloomberg citando il WSJ, infatti, gli Usa starebbero decidendo la loro posizione sullo status di economia di mercato richiesto (inutilmente) dalla Cina. Secondo quanto trapela l’amministrazione Trump sarebbe pronta a formalizzare la sua posizione contraria al riconoscimento dello status MES, il che implica la possibilità di dazi e tariffe più elevate.
L’annuncio dovrebbe arrivare in settimana. La notizia arriva mentre si avvicina il primo meeting fra Trump e il presidente cinese Xi, previsto per il 6 e il 7 aprile. Mister T si presenta al tavolo con un bel mazzo di fiori e la pistola carica. Se son rose, pungeranno.
A domani.
Cronicario: Parte la Brexit in stile vispa Theresa May(be)
Proverbio del 29 marzo Ogni passione ha la sua intelligenza
Numero del giorno: 7,4 Aumento annuale % prezzi importazione in Germania
Alla fine la vispa Theresa May, genialmente soprannominata tempo fa dall’Economist May(be) ha firmato fra gli scatti dei fotografi l’atto che formalizza l’attivazione della Brexit. Finita la pacchia dell’opposizione, diciamo così, ora tocca governare una roba assai complicata che fra le altre cose va a turbare un trecento miliardi di commercio estero la metà dei quali circa con l’Ue.
Che farà la vispa Theresa? La storia è sempre la stessa e l’ha scritta Luigi Sailer più di 150 anni fa. La ricordo agli smemorati: “La vispa Teresa/avea tra l’erbetta/A volo sorpresa/gentil farfalletta/E tutta giuliva/stringendola viva/gridava a distesa: “L’ho presa! L’ho presa!”. A lei supplicando/l’afflitta gridò: “Vivendo, volando che male ti fò? Tu sì mi fai male/stringendomi l’ale! Deh, lasciami! Anch’io/son figlia di Dio!”.
Teresa pentita/allenta le dita: “Va’, torna all’erbetta,/gentil farfalletta”.
Confusa, pentita,/Teresa arrossì,/dischiuse le dita/e quella fuggì.
Mentre che osserviamo il viaggio dell’UK verso chissà dove, non possiamo che augurarle che la May sappia fermare i problemi che sicuramente incontrerà oltre a firmare la fuga dall’Alcatraz brussellina. E che abbia anche un capiente libretto degli assegni, visto che l’UK deve finanziare ogni anno un notevole deficit sull’estero.
Piaccia o no ai britannici, loro hanno bisogno di noi, il contrario è opinabile. Trattandosi della (non) notizia del giorno, non mi stupisce trovare il cronicario globale compenetrato a celebrare questo giorno storico. Sicché scorrendo le timeline finisce che uno si perde altre cose, che al contrario della pseudo Brexit marzolina – ci vorranno due anni prima che si intraveda un cambiamento – sono assai pregnanti.
La prima che trovo riguarda gli Usa la cui posizione netta degli investimenti esteri, ossia il saldo fra il valore dei loro investimenti all’estero e quello degli investimenti esteri negli Usa è arrivata ad essere negativa per 8.109,7 miliardi di dollari.
Per farvela digerire meglio – la NIIP (Net International investment position) è una brutta bestia – ve la illustro così:
In pratica il resto del mondo ha oltre 30 trilioni di asset denominati in dollari che sono debiti per gli americani. Notate con quanta grazia la curva fra debiti e crediti degli Usa si allarghi dal 2008.
Vi saluto con quest’altra chicca che ho scovato sulla Reuters. Il Dipartimento del commercio ha rimosso la ZTE, gigante delle telecomunicazioni cinesi, dalla black list del commercio dopo che la compagnia cinese ha confessato di aver violato l’embargo verso l’Iran e accettato di pagare 900 milioni di dollari di sanzione. La ZTE è la prima compagnia cinese per numero di brevetti presentati l’anno scorso e adesso è pure tornata nelle grazie degli Usa. Un altro pezzetto di secolo asiatico.
A domani.
I consigli del Maître: Gli investimenti dell’eurozona e i brevetti cinesi
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
Gli investimenti fiacchi dell’eurozona. Il capo economista dell’ESM, il fondo europeo di stabilità, Strauch ha osservato di recente che il livello degli investimenti è un punto critico per recuperare un livello di crescita soddisfacente in futuro, specialmente relativamente al settore privato, che ha conosciuto un notevole crollo dopo la crisi del 2008. Quest’affermazione è stata accompagnata da un grafico che mostra l’andamento degli investimenti privati e pubblici nell’eurozona fra il 2000 e il 2016.
Come si può osservare c’è stato effettivamente un crollo degli investimenti privati dal 2008 in poi, solo parzialmente compensato da quelli pubblici, che però sono crollati anche loro negli anni successivi. Ma si osserva pure che il trend declinante degli investimenti privati era iniziato già nel 2000 per essersi invertito negli anni del boom creditizio che ha generato quello immobiliare. Perciò avrà sicuramente il nostro economista a ricordarci quanto sia strategico che ripartano gli investimenti, ma dovrebbe anche ricordarci che non tutti gli investimenti sono uguali. Alcuni lasciano macerie, dopo l’euforia. Letteralmente.
I brevetti cinesi. Abbiamo già visto la settimana scorsa come la Cina sia diventata in un decennio uno dei paesi leader nella registrazioni di brevetti legati all’ICT, superando gli europei ormai in chiaro declino. Adesso una recente ricognizione ha osservato che la Cina è divenuta un campione non solo nei brevetti sull’ICT, ma sui brevetti in generale. Nel 2016, infatti, le richieste cinesi di brevetti sono cresciute del 45%, arrivando a 43.170 su un totale di 233 mila circa a livello globale.
In pratica la Cina ha surclassato la Corea del Sud già dal 2010 e ha superato la Germania un paio d’anni dopo avvicinandosi sempre più al Giappone. Gli Usa rimangono saldamente in testa alla classifica con poco meno di 60 mila richieste di brevetti. Ma fino a quando? È interessante osservare che fino al 2005 le richieste di brevetti erano poche migliaia. Le compagnia più attiva nella richiesta di brevetti è stata la ZTE, una compagnia di telecomunicazioni di Shenzen, seguita dalla Huawei, che ha superato l’americana Qualcomm. E chi ha orecchi…
Gli studenti subprime. La Fed di S.Louis ha pubblicato l’aggiornamento del suo monitoraggio sull’andamento del debito privato delle famiglie Usa, che viene suddiviso fa debito connesso all’acquisto di automobili, debito per mutui, debito per carte di credito, debito studentesco e Heloc (Home equity line credit, ossia secondi mutui collegati a strumenti revolving come una carta di credito con un tasso direttamente collegato al prime rate). La banca nota un cero aumento, nel corso del 2016, del delinquency rate, ossia il tasso di insolvenza, per i debitori per automobili, mentre per le altre categorie di debiti i tassi di delinquency sono stabili o al ribasso.
Ma la storia più interessante che racconta il grafico offerto dagli analisti è un’altra, e riguarda gli studenti. Questi ultimi hanno visto crescere senza sosta il debito in capo ai giovani universitari, e negli ultimi anni i tassi di insolvenza sono esplosi, in particolare dal 2012 in poi, e ormai i tassi di delinquency superano il 10%. Che per un debito complessivo che vale oltre 1.200 miliardi non è esattamente un buon viatico per una serena vecchiaia. Nemmeno per una serena maturità, a onor del vero.
La vecchia Germania. Moody’s ha rilasciato uno dei suoi outlook sulla Germania notando come la crescita robusta e una politica fiscale prudente supporti il profilo di credito del paese, ce infatti viene promosso con una lucente tripla A, ormai divenuta rara nel panorama internazionale. E tuttavia la crescita robusta e la politica fiscale prudente non riescono a celare l’autentico fallimento della Germania, che è demografico, e quindi, in ultima analisi, sociale. Un paese che non fa più figli pur essendo ricco è un paese che non ha visione del futuro, noi italiani lo sappiamo bene. Curioso che la stessa sindrome affligga i tedeschi. E tuttavia è così.
L’agenzia di rating ha calcolato l’old age dependency ratio, indicatore che misura il tasso di dipendenza degli anziani dal resto della popolazione, e quindi indirettamente il loro peso specifico, notando come la Germania sia quella messa peggio fra i suoi pari. Nel 2030, quindi fra meno di 15 anni, il tasso sfiorerà il 50%, che significa che ci sarà quasi un anziano ogni due abitanti, e nel 2060 si andrà verso il 60%, ossia due anziani ogni tre abitanti. La Germania diventerà una casa di cura a cielo aperto. E non sarà l’unica.
Cronicario: Nel paese delle mamme tardive
Proverbio del 28 marzo Un cane alla catena s’incattivisce. Un uomo pure
Numero del giorno: 70 Numero medio morti ogni giorno per incidenti stradali UE
Nel paese delle mamme tardive, le donne si trovano ad esser madri in media quasi a 31 anni, conquistando il primato europeo in questa poco edificante prassi, alla quale corrisponde anche quello d’essere madri con in media poco più di un figlio a testa, e non ci vuole una laurea a capire perché, visto che il tempo semplicemente passa.
Notate che l’ultimo paese in classifica, che in questo caso vuol dire che lì le donne partoriscono il figlio più giovani di tutte le altre, è la Bulgaria, e quando dicono che nel paese delle mamme tardive le mamme son tardive perché la crisi, le impari opportunità, la mancanza di sostegno pubblico, il welfare farlocco, il gender gap, la discriminazioni sul lavoro e tutte quelle cose verissime, non spiegano come mai in Bulgaria, che ha un Pil pro capite di poco più di seimila euro, le mamme non si facciano tutti questi problemi. Appunto per questo, diranno gli intelligentoni: sono poveri e quindi figliano, come facevamo noi negli anni ’50. Dal che ne deduco che noi siamo ricchi, se fosse così semplice. Ma riecco gli intelligentoni che mi ricordano che da noi c’è la crisi, le impari opportunità, la mancanza di sostegno pubblico, il welfare farlocco, il gender gap, la discriminazioni sul lavoro e tutte quelle cose verissime che finisce che non spiegano un bel nulla.
Allora vado per vie traverse e scopro un pregevole lavoro di Bankitalia che racconta come la tassazione immobiliare abbia evidenti effetti sul livello non solo dei prezzi degli immobili, ma anche sui canoni di locazione.
Infatti, chi l’avrebbe mai detto? E tuttavia è così: tassare sul serio la prima casa farebbe scendere sia i canoni d’affitto che i prezzi delle abitazioni, e forse questo aiuterebbe una mamma del paese delle mamme tardive ad essere meno tardiva quando si tratta di mettere su famiglia, almeno portandola al livello della Germania, che incidentalmente è più ricca di noi e tuttavia lì le mamme sono meno tardive, per non parlare della Francia dove sono ricchi almeno quanto noi e lì non solo le mamme sono quasi precoci, ma fanno pure il doppio dei figli del paese delle mamme tardive.
Proprio così. E invece da noi al massimo si tassa la seconda casa che, sempre secondo Bankitalia, non provoca altro che far salire i prezzi delle case e delle locazioni, alla faccia di chi vuole mettere su famiglia.
Scopro poi che nel paese delle mamme tardive il servizio sanitario si colloca agli ultimi posti in Europa, e mi domando davvero ingenuamente se questo in qualche modo non finisca per influenzare la sua vocazione di paese dalle mamme tardive.
E che però al tempo stesso il paese delle mamme tardive è ottavo al mondo per il numero delle pubblicazioni scientifiche, che si ricava dividendo il numero di pubblicazioni per il totale dei ricercatori, molti dei quali immagino siano donne intelligentissime che a furia di ricercare si ritrovano a un certo punto mamme tardive, così come succede a tantissime altre che ricercatrici non sono eppure lavorano lo stesso tantissimo. Probabilmente troppo.
Allora mi viene il dubbio che il paese delle mamme tardive sia confuso e infelice. Ma sicuramente sbaglio.
A domani.
La Chat di Crusoe con @pbiffis: Le banche, la responsabilità e Aristotele
Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Paolo Biffis (P) @pbiffis
C Buongiorno. Vorrei iniziare la nostra chat da una notizia che ho trovato scorrendo l’ultimo bollettino della Bce. In particolare il fatto che per la prima volta dall’introduzione dell’euro gli investitori extra EZ hanno, al netto, venduto obbligazioni dell’area, con l’Italia a fare la parte del leone, visto che sono state vendute obbligazioni per il 4,1% del Pil. La Bce scrive che questo è un riflesso del public sector purchase programme della bce. Può aiutarci a capire meglio?
P Prima di rispondere volevo chiederle se aveva letto il pezzo di oggi di Mieli sul Corriere sulla Sicilia
C In parte, confesso che sentirmi ripetere degli sprechi siciliani mi appassiona poco. Sul giornale ho trovato interessante un altro pezzo, quello di centro della prima pagina sulle donne di Bolzano che hanno una fertilità più elevata della media.
P Ma allora che si fa? Ora sono a Brunico: non è molto diverso dall’Italia, ma i trasporti funzionano, ecc. Ci sarà pur un punto intermedio. O dobbiamo andare da Salvini o dai 5S?
C Personalmente penso che il primo passo sia recuperare un po’ di etica del lavoro. Lei invece da dove partirebbe?
P Etica mi sembra una parola pericolosa: cattolica, cristiana, protestante, islamica? Quale?
C Quella più semplice che collega il diritto alla retribuzione al dovere di una onesta prestazione.
P Cioè: quella che dipende dai comportamenti individuali… Ma questo conduce rapidamente alla conclusione che dobbiamo abbandonare la Sicilia al suo destino. E poi noi dove ci troviamo senza quella civiltà millenaria? Ma quanto ci costa?!?! Forse ha ragione Severino: siamo stati fregati da Aristotele
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Cronicario: Investimenti all’italiana e stress test all’inglese
Proverbio del 27 marzo Non si può spezzare l’acqua con la spada
Numero del giorno: 50 Posto Italia in classifica (su 189) nel Doing business
Vabbé consoliamoci: l’84% delle aziende italiane, nel 2016, ha investito e l’ha fatto con un’intensità – ossia la quota di investimento per impiegato – superiore a quella europea. Fine delle soddisfazioni. Un altro 12% di imprese, infatti, ha investito troppo poco e a un altro 9% sono mancato i fondi necessari, o gliel’hanno offerti a tassi troppo elevati. In compenso abbiamo un settore delle costruzioni e della manifattura a bassa produttività. Serve altro?
Credeteci invece perché sono i dati che ha diffuso la Banca europei degli investimenti poco fa che disegnano un paese alle prese con i soliti problemi.
La dipendenza dal credito bancario, per dirne uno. Oppure quest’altro
In pratica il settore delle costruzioni che poi è quello che molto ha pesato nel boom dei primi anni Duemila, è ancora quello che fa più fatica, e mantiene una bassa produttività. E tuttavia è innegabile la circostanza che all’Europa – e ancor di più in Italia – serva un flusso più robusto di investimenti.
Notate che nei paesi periferici le imprese sono quelle che hanno fatto risalire il livello degli investimenti, visto che governi e famiglie si sono praticamente arresi. Ora sarà pure vero come dice il Dg di Bankitalia Signorini che “capitale umano ed efficienza della pubblica amministrazione condizionano gli andamento degli investimenti in italia”, ma non capisco perché poi si parli della necessità di “riforme strutturali e del settore finanziario e del sostegno pubblico”. Insomma se la pubblica amministrazione è carente, non lo sarà anche il sostegno pubblico?
Travolto dal dubbio, cambio argomento anche perché oggi il cronicario globale è ben nutrito. E ne trovo uno bellissimo: gli stress test della banca centrale britannica.
Siccome le brutte notizie non bastano mai, ecco la BoE che s’immagina le peggiori possibili per capire se le banche inglesi potranno reggere a un bagno di sangue del genere. Confesso che fra i due scenari che vedete nel grafico non so quale sia peggio.
Infine approfitto della cortesia di Eurostat che ha raccolto una montagna di dati per farci vedere quali settori hanno avuto una produzione industriale dignitosa e quali altro sono crollati fra il 2010 e il 2016.
Che ci dice questo grafico? Che negli ultimi anni l’unico settore che ha visto crescere la sua produzione significativamente è il manufatturiero, con l’eccellenza del settore automobilistico e dei farmaci. Dice tutto del nostro stile di vita no?
A domani
I signori della salute (e della malattia)
Sono i signori della salute pure se qualcuno li ha definiti gli inventori delle malattie. Amati almeno quanto odiati, i colossi del farmaceutico sono uno delle colonne portanti del nostro modello sociale, che oggi misura il suo successo guardando a due numeri: la crescita del pil e quella dell’età media, che poi è al tempo stesso una delle questioni più problematiche con le quali dobbiamo fare i conti. Ma Big Pharma non è solo, o almeno non più, un efficientissimo sistema per produrre e vendere farmaci. Da un pezzo ormai le compagnie farmaceutiche si sono evolute fino a entrare dentro business fino a pochi decenni fa del tutto alieni: il brevetto genetico, la produzione di ogm, la chimica alimentare con il mondo misterioso degli additivi. Dentro una compagnia farmaceutica si trattano molecole, quindi dna. La loro applicazione pratica conosce ormai come limite solo la fantasia. Guardare dentro questo mondo, perciò, è un viaggio molto istruttivo lungo le coordinate del nostro presente e insieme nel tessuto economico che lo sostiene, visto che l’industria, a livello globale, sviluppa un mercato di oltre un trilioni di dollari, quindi mille e più miliardi, che si prevede crescerà ancora a tassi superiori al 4% nei prossimi anni, proprio in ragione della circostanza che l’allungamento dell’età media fa aumentare il consumo di farmaci, ma non solo.
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Il nuovo numero di Crusoe: I signori della salute. Grazie a @pbiffis per la splendida Chat
L’industria farmaceutica: un mercato gigantesco che vale oltre 1.000 miliardi e si stima crescerà ancora nei prossimi anni grazie alla spinta demografica, che fa invecchiare le popolazioni nei paesi avanzati e aumentare la domanda di farmaci, dei governi e dei privati. Ma questa industria, che è sempre più globale, interconnessa e diversificata, è anche la frontiera degli investimenti in ricerca e sviluppo, terreno di competizioni aspre che si articolano lungo le barriere regolatorie dei governi e la tecnologia sempre più innovativa della ricerca scientifica. Chi produce farmaci ricerca molecole, e perciò materiali che possono non solo curare le malattie, ma anche inventarne di nuove. E poi esondare in campi finora poco frequentati. Non a caso le grandi compagnie farmaceutiche sono sempre più frequenti nel settore delle tecnologie che interessano all’industria alimentare o cosmetica. Soprattutto, i signori della salute sono i soggetti verso i quali si rivolge il desiderio di miliardi di persone cresciute e coccolate dall’idea, che è una delle costituenti della nostra società, che siamo destinati a una vita sempre più lunga e sana. L’idea dell’ablazione della morte, che è la loro migliore garanzia di profitti crescenti.

La Chat di questa settimana con Paolo Biffis (@pbiffis) è piena di riflessioni interessanti sull’economia, le banche, la responsabilità che ognuno di noi ha o dovrebbe avere chiara quando agisce nel settore economico.
Poi, la consueta selezione per orientarti fra le notizie degli ultimi giorni.
La lettura della settimana riguarda invece l’acqua, che è stata protagonista di una giornata mondiale che serve a ricordarci quanto sia preziosa e indispensabile, e al tempo stesso sia sempre più difficile garantire a tutte le popolazioni del mondo l’accesso ad acqua di qualità. In conclusione, le nostre notizie invisibili: quelle che trovi solo su Crusoe. Buona lettura.
Ci rivediamo venerdì 31 marzo.
Crusoe è una newsletter che si può leggere solo abbonandosi. Tutte le informazioni le trovi qui.
Cronicario: Trump pensa alla salute, noi ai Trattati
Proverbio del 24 marzo Ridere e dormire sono le cure migliori
Numero del giorno: 411,5 Prestiti in miliardi dei governi locali cinesi nel 2018
Allora questo fine settimana si consumeranno insieme lo psicodramma di Mister T e quello dei Trattati europei. Il primo dopo aver volato sulle ali leggere della folla elettorale e dei mercati irrazionali è atterrato di terga sulla dura realtà parlamentare, che improvvisamente ha spento il suo sogno di poter cancellare tramite tweet .- moderna forma dell’editto – la riforma sanitaria di Obama, una roba che vale una vagonata di miliardi e quindi smuove succulenti interessi democraticamente rappresentati in qualunque Parlamento, notoria aula sorda e grigia (cit.), come sicuramente avrà pensato Mister T.
Mentre tutto ciò accade, dall’altra parte del mondo, quindi dalle nostre, e in particolare a Roma, si prepara la tregenda del memoriale della firma dei Trattati che animarono la meravigliosa Comunità europea e che domani condurrà a una specie di invasione barbarica nella capitale italiana, la prima di una lunga serie, temo, che si concluderà con una firma collettiva di una nuova dichiarazione di intenti. Saremo più buoni, saremo più belli e possibilmente più integrati a svariate velocità.
Sicché tempo per le miserie dell’economia ce ne rimane pochino. La politica incombe come le rondini in primavera. Ma prima di cedere il passo, mi corre l’obbligo di farvi sapere un paio di cosette.
La prima ce la racconta questo bellissimo grafico preparato dall’Institute of International Finance che dovrebbe suggerirvi qualcosa.
Non vi suggerisce niente? Vabbé ve lo dico io. L’Italia nel 2016 ha speso il 4% del pil per pagare i suoi interessi passivi sul debito. E parliamo di un anno con i tassi praticamente a zero sul debito a breve e a lumicino su quello a lungo. E comunque sono sempre oltre 60 miliardi che ogni anno sottraiamo alle nostre tasse. L’avanzo primario che ancora resiste ci consente di chiudere con un deficit sotto il 3%, come pretendono i famosi Trattati che festeggiamo domani. Sennò staremmo peggio della Spagna, che ha un deficit complessivo all’incirca del 5%. E se salgono i tassi che succede ai nostri interessi, visto che nel frattempo il debito è aumentato?
La seconda cosa me l’ha fatta notare l’ESM e devo dire che non me n’ero accorto: la crescita in Europa si muove in linea con quella Usa.
Con tutto il casino che fanno gli americani crescono quanto noi sfigati europei, che c’abbiamo pure il cattivissimo euro a farci da zavorra, come dicono gli intelligentoni. Siamo diversi, ma in fondo non così tanto.
A lunedì.
Cronicario: L’euro? E’ colpa dell’impero romano
Proverbio del 22 marzo Un pazzo si riconosce dalle azioni non dalle parole
Numero del giorno: 45.900.000.000 Surplus corrente Italia a gennaio
Colpa di Ciampi e Prodi? No. Allora di Andreotti e De Gasperi? Neanche. Se odiate l’Ue e i suoi derivati, a cominciare dagli euri che tenete in tasca, dovete sapere che il peccato originale l’hanno commesso gli antichi romani: sono loro ad aver fatto la prima unione economica e monetaria, secondo quanto ci racconta il dotto(r) Panetta, che di mestiere fa il banchiere centrale a via Nazionale, civico non mi ricordo, anzi il vicegovernatore con delega alla storia antica.
Anzi, per dirla con parole sue, “Roma è la città che ha dato all’Europa la sua prima unione monetaria ed economica”.
E sappiate pure che “l’unione economica e monetaria dei romani è stata forte perché era sostenuta da una unione politica”.
E infine che “se l’imperatore Augusto potesse essere con noi oggi direbbe che siamo ancora al punto dove ci ha lasciato duemila anni fa”.
Riconosciuta finalmente la vocazione imperiale dei nostri euromani o euromàni, fate voi, potremmo pure stupirci di trovarli più fatalisti di Spengler, ma così va il mondo. Ora dobbiamo beccarci un paio di invasioni barbariche, qualche saccheggio, un po’ di capibanda ostrogoti e infine una lotta secolare col papato. Poi finalmente l’Europa sarà fatta.
Intanto che aspettiamo il nuovo medioevo, consoliamoci con le buone notizie che ogni tanto arrivano. La prima ce la restituisce sempre Bankitalia, che con balzo atletico passa dalla storia alla contabilità pubblicando le statistiche sulla bilancia dei pagamenti che mostrano un saldo attivo crescente del nostro conto corrente, arrivato a cumulare 45,9 miliardi – il 2,7% del pil – a gennaio 2017.
La notizia interessante è che continuiamo ad avere redditi primari positivi, una novità degli anni recenti, che vuol dire che i nostri compatrioti hanno portato all’estero un bel po’ di dindi che fruttano più di quanto ci costano gli investimenti degli stranieri da noi. Bello fare i sovranisti coi soldi in Lussemburgo.
Visto che parliamo di questo, dovete sapere che noi italiani siamo europeissimi, almeno da questo punto di vista. Sempre oggi la Bce ha pubblicato i dati sulla bilancia dei pagamenti dell’eurozona che segnano un surplus gennaio 2016 su gennaio 2017 di 357,9 miliardi, pari al 3,3% del Pil. Siamo in linea, come vedete. Che ci fa l’Eurozona con questa montagna di soldi?
Ora vedo che ci facevano gli antichi romani.
A domani.







































