Categoria: cronicario

Cronicario: Il 2017 è l’anno dei nuovi giovani: gli over 50

Proverbio del 9 gennaio Qualunque cosa soddisfi la fame è buon cibo

Numero del giorno: 23 Perdita percentuale della lira turca sul dollaro in 12 mesi

Bentrovati. Volendo riaprire il Cronicario, mi son detto che serviva una rentrée in grande stile, una roba memorabile. E così, pensa e ripensa m’è venuta la brillante idea di dedicare quest’anno nuovo alla categoria sociale che più di tutte merita il riconoscimento e l’attenzione delle nostre cronache incurabili: il nuovo giovane

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ossia l’anziano. Ora quando dico anziano non mi riferisco alla nouvelle vague del nostro tempo infantilizzato, per cui diventi anziano dopo gli 80 e sei un giovane uomo fino a 65 anni (salvo che per l’Inps). Mi riferisco a quelli che quando eravamo ragazzi chiamavamo vecchi, ossia gli over 50, e che oggi invece sono sospetti di incipienti primavere. Vi riferisco giusto un paio di notizie che ho trovato sul cronicario globale.

La prima arriva dall’Inps, che nella sua release di oggi su occupati e disoccupati, dove si legge che l’aumento di 19 mila occupati del mese di novembre riguarda solo le donne e gli ultracinquantenni, che evidentemente sono i nuovi giovani disoccupati. La seconda è questa, diffusa dalla Ambrosetti House.

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In pratica l’età media di un consigliere di una società quotata, in tutti i segmenti borsistici analizzati, è 57 anni. In pratica l’età d’oro di chi abita nel nostro paese, che evidentemente ha rimediato al calo delle nascite spostando avanti l’età della ragione.

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Perfezionare la trovata richiederà solo escludere gli under 50 dalle statistiche dell’occupazione o magari convincerli a diventare lavoratori autonomi e così finalmente ridurre quell’antipatico 11.9% di disoccupati di novembre non dico al 4,1 tedesco o al 3,7 lussemburghese, ma almeno al 9,8% della media euro. A proposito, la situazione è questa.

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Se non siete soddisfatti è solo perché non avete una visione abbastanza ampia. Le cose vanno benissimo, se uno la vede dall’alto degli ultimi 100 anni, come ci fa gentilmente notare il World economic forum.

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Quindi se non siete felici è perché siete troppo giovani per ricordare. Tranquilli, questa malattia la curano il tempo e il governo, che prima o poi vi farà arrivare una provvidenza, fin quando non conquisteremo la terza età e finalmente finiremo come i giapponesi, dai quali ci separa un’incollatura.

L’unica buona nuova che trovo su caso nostra mi arriva da Bruxelles, che dice di aver sbloccato 360 milioni per le nostre piccole e media imprese. Speriamo di saperli prendere e spendere.

Fuori dalle miserie di casa nostra, ne troviamo peraltro di peggio. La sterlina, per dire, inizia la settimana con un robusto ribasso

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che fa impallidire persino quello turco, la cui lira ormai veleggia verso la pizza di fango del Camerun. E poi c’è la Germania, dove l’export aumenta, ma l’import pure, col risultato che ormai i tedeschi non crescono più perché sono bravi a esportare ma perché hanno imparato a spendere i loro soldi. Era ora.

A domani.

Cronicario: Il botto di Mps per gli auguri di Buon Natale

Proverbio del 22 dicembre Non sappiamo se vinciamo o perdiamo, ma possiamo sempre far festa

Numero del giorno: 1,8 Crescita percentuale delle retribuzioni reali in Germania nel III Q 2016

Mi piace un sacco chiudere il Cronicario per le feste col botto di Mps, che in questi giorni ci ha tenuto compagnia e chissà per quanti altri altri – visto che siamo solo all’inizio – ci toccherà sopportarne adesso il ronzio. Perché l’avete sentito il botto no?

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Si, questo. Ieri il Parlamento ci ha intrattenuti con la migliore eloquenza possibile per spiegarci i perché e i percome, mentre i fantomatici emiri del Qatar svanivano come ombra sotto il mezzogiorno di fuoco di un aumento di capitale insostenibile per qualunque privato, anche se emiro. E poi Mps faceva sapere di avere soldi per quattro mesi. In sostanza: era ben avviata verso il fallimento.

Ma poi è arrivato il botto. Nazionalizzazione, come la PrivatBank Ucraina, che infatti il vostro Cronicario preferito (essendo l’unico) vi aveva già anticipato per tempo, ricordando le ultime parole famose: #statesereni. Ve l’avevo detto che arrivava Babbo Natale col sacco riempito dalle vostre tasse. E ora chi può attinga. Già mi immagino la file, l’anno prossimo. E state certi che sarà un piacere raccontarvela quest’altra farsa italica.

Nel frattempo il proverbio di oggi del Cronicario, malgrado sia malese, mi sembra il commento migliore a tutta la vicenda nostrana: non sappiamo (e in fondo neanche ci interessa) se vinciamo o perdiamo ma possiamo sempre far festa.

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Di fronte a tutto ciò, il resto del cronicario globale impallidisce. Vale la pena però, se amate gli amarcord, fare un salto da Bloomberg, che riepiloga i numeri più interessanti del 2016. Qui ve ne riporto giusto un paio che mi sembrano proprio da Cronicario: alla metà di dicembre il mercato borsistico Usa capitalizzava il 38% del totale delle borse mondiali. Noi italiani pesiamo l’1%. E parliamo pure. La seconda riguarda invece la Cina, che nel 2016 ha speso per acquisizioni in Usa e Europa 163 miliardi, più di quanto abbiamo fatto nei tre anni precedenti. E ora chiedetevi chi comandi nel mondo.

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A parte Mps, di casa nostra vale la pena segnalare la nuova release sul commercio estero dell’Istat, relativa a novembre, che segnala export e import in espansione rispetto ad ottobre e rispetto all’anno scorso. In grande spolvero la crescita di esportazioni verso Usa (+15,4%) e Giappone (+14,2%). E poi c’è quest’altra notizia, che rimane ai margini del cronicario globale, ma che qualcuno ha saggiamente osservato.

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Bitcoin sta conoscendo la sua ennesima primavera speculativa, che incoraggia le più svariate speculazioni sulle ragioni. Quella di moda in questa fine d’anno è l’indebolimento dello yuan che spinge i cinesi a comprare moneta virtuale. Se vi piace, credeteci pure. Male non fa.

Infine, come lettura post prandiale vi suggerisco l’ultimo bollettino economico della Bce. Ottima per la digestione e l’abbiocco. Ma anche per scoprire come mai malgrado la robusta crescita del mattone i prezzi al consumo siano rimasti fermi. Non ci avevate pensato eh? A questo serve la Bce.

Infine, due parole su di noi. Il Cronicario è ancora un bebé su questo blog ma già ha un gran numero di affezionati, che saluto caramente. Non so se piace il tono semiserio, oppure il fatto che propone informazioni clandestine lette con l’occhio storto del cronista da marciapiede. Quello che so è che qui siamo molto contenti di ospitarlo, e quindi lo faremo anche in futuro, finché un giorno, divenuto grande, magari emigrerà altrove.

Quindi rassicuratevi. Il Cronicario ora chiude per un po’ ma tornerà a gennaio. Quando meno ve l’aspettate.

Buone feste.

 

Cronicario: I (debiti) cinesi a cinque stelle, noialtri nelle stalle

Proverbio del 20 dicembre Il vuoto da la strada al pieno

Numero del giorno: 80 Percentuale di europei che usa lo smartphone per andare su Internet

Se fossi cinese non avrei dubbi: manderei una mail al figlio del cielo, il primo ministro Li, che proprio in questi giorni ha inaugurato una nuova consuetudine: aprirsi all’ascolto dell’universo mondo, purché parli mandarino e abiti in Cina, per redigere con democratica coscienza il work report del 2017.

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In questo rigurgito di democrazia diretta, che fa della Cina un papabile candidato all’universo a Cinque Stelle che noi italiani abbiamo avuto il genio di inaugurare, se fossi un cittadino cinese profitterei della benevolenza del primo di tutti loro per chiedere una spiegazione di questo grafico mirabolante che ho trovato sul WSJ.

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Ve la faccio semplice: l’85% del debito corporate cinese, una montagna che galleggia intorno al 150% del pil è stato emesso da imprese che hanno alle spalle governi locali o statali. In pratica sono aziende pubbliche. I privati veri sono appena il 10%, che se ci pensate è un piccolo record. Bene: quasi il 66% di questi debiti sono in pancia alle banche ombra, entità a loro volta a forte ingerenza statale, il 24% di questi bond li hanno comprato le banche (statali) e l’8,8% altre entità governative. Appena l’1,1% di questi debiti è fuori dal perimetro del governo che quindi è in pratica il perfetto creditore di se stesso. La situazione ideale. Il moto perpetuo del debito.

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Capisco perché la Cina sia diventata un esempio per tutti noi. L’autentico faro che illumina il sol dell’avvenire. E capisco pure che non possiamo neanche spiegare la circostanza col fatto che sono comunisti. Che dovremmo dire allora degli Usa, che garantiscono più del 60% dei debiti del sistema privato con il governo?

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Appunto. Quindi evviva la Cina, a cinque stelle come i suoi debiti. E speriamo che duri perché ci siamo già passati l’anno scorso dai tormenti cinesi e pure all’inizio di questo. E per il prossimo, se il dollaro continuerà a salire non è che le prospettive siano migliori. Poi il fatto che i governi commettono infiniti disastri quando si occupano dell’economia non interessa a nessuno. Anzi: c’è un problema: chiamate il governo.

Da noi per dire. Ieri sera, dopo un’ampio endorsement da parte di quelli che contano (i soldi), il governo ieri sera ha preso 20 miliardi che non ha e li ha messi sul piatto per salvare il sistema bancario più solido del mondo (cit.) quello con le banche che non hanno problemi (ricit.) perché non parlano inglese (aricit.).

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Le nostre stelle bancarie, a cominciare da Mps che splendeva nel firmamento da alcuni secoli, sono finite nelle stalle dove di solito abitano i risparmiatori e i contribuenti. Ossia noi. Bentrovati.

Dall’Europa arriva una notizia che basta appena a consolarmi. La prima è che il saldo del conto corrente della bilancia dei pagamenti Ue continua a crescere, per lo più grazie ai servizi. L’attivo dell’EZ, in particolare, riferito sempre al mese di ottobre 2016, sta intorno ai 30 miliardi.

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Che significa? In pratica che come area prendiamo dall’estero più soldi di quanti gliene diamo per i vari scambi. Insomma: siamo sempre più ricchi, mettiamo da parte, e intanto ci lamentiamo. Il vecchio trucco per star bene, evidentemente.

Dall’altra parte del mondo, dal Giappone, arriva la notizia che la BoJ non muove paglia, per il momento, perché l’economia va meglio secondo il noto ottimista Kuroda, incidentalmente governatore della banca, che però ammette che l’inflazione è ancora freddina. Al contrario in Germania si intravede un pochino di inflazione sui prezzi di produzione, per la prima volta dal 2013.

Ma per finire serve una perla, e ne ho trovate un paio magnifiche, fra le tante gioie preziose che ci offre Bankitalia, nell’audizione di Salvatore Rossi, DG della banca, in Parlamento. Ecco la prima: “L’informativa alla clientela deve essere snella e scritta con linguaggio comprensibile”. Dal che deduco che Rossi non abbiamo mai comprato un’obbligazione o aderito a una collocazione di titoli in borsa, figuratevi convertire un subordinato. E poi l’altra: “Un eccesso di documentazione trasforma la trasparenza in beffa”.

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Dal che capisco qual è il vero segreto che i banchieri si tengono stretti solo per loro: non fidarsi mai delle banche e mettere i soldi sotto la mattonella. Meditate gente.

A domani.

Cronicario: Mps? Macché, la banca del giorno è PrivatBank

Proverbio del 19 dicembre La farfalla conta gli istanti, perciò le basta il suo tempo

Numero del giorno: 1,5 Crescita % annuale del costo orario del lavoro nell’EZ

Beati voi se credete che cervelloni europei stiano dando fondo ai neuroni per cavare Mps (e l’Italia) fuori dai guai. A noi al massimo ci mandano a dire di fare i bravi e di cavarcela da soli. E si capisce perché: ben altri orizzonti occupano i pensieri dei capataz di Bruxelles. Se proprio si deve dare una mano a una banca, l’Ucraina vale cento volte l’Italia, e siete troppo intelligenti per non capire il motivo, quindi il vostro Cronicario non vi offenderà offrendovi una spiegazione.

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Qui vi ricordo solo due cose: la prima è che entro giovedì sapremo quanti poveri cristi che si sono fidati del loro bancario convertiranno i loro bond subordinati Mps, che dovrebbero portare fra uno e due miliardi al Monte dei Laschi (rectius, Paschi) , e poi vedremo se si farà sotto qualche cinese o arabo a comprare il resto. Solo alla fine sapremo quanto pagheremo noi contribuenti per tutto ciò che i privati non vorranno comprare. Per poi magari scoprire che fra un anno saremo di nuovo a parlare di Mps, un po’ come succede per la Grecia. O l’Ucraina, appunto.

Adesso che c’entra l’Ucraina? Il caso vuole che proprio mentre Mps iniziava la sua improbabile apertura all’aumento privato di capitale il cronicario globale iniziava a cinguettare sulla banca del giorno. Che non è Mps, sorry, ma PrivatBank, la prima banca dell’Ucraina, il cui governo ha ottenuto il plauso, fra gli altri, dell’ERBD, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, per la decisione di nazionalizzarla “per proteggere i depositanti della banca, sia individuali che business”, nella consapevolezza che “la  stabilità a lungo termine della PrivatBank in Ucraina è cruciale per la salute economica del paese”, come ha spiegato il gentile Suma Chakrabati, presidente dell’ERBD. Hai capito PrivatBank…

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Mica finiva li. Poco dopo la Commissione Ue twittava allegramente dei suoi accordi sempre con l’Ucraina su praticamente lo scibile economico, dall’energia alle ferrovie, suscitando un altro appassionato plauso, stavolta addirittura dal Fmi. “La decisione di nazionalizzare la PrivatBank è un passo importante nello sforzo di salvaguardare la stabilità finanziaria”, e poi le solite promesse di aiutare, collaborare, eccetera, per ottenere la mitica “crescita forte e sostenibile”. Parola di Lagarde. Che peraltro non finisce di parlare che viene fuori la notizia che proprio lei, miss Fmi, è finita nei guai: i giudici francesi l’hanno trovata negligente. La storia la trovate qui.

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Sempre casualmente gli aiuti all’Ucraina arrivano lo stesso giorno in cui l’Ue prolunga di altri sei mesi le sanzioni alla Russia, decise proprio a causa del conflitto ucraino. Ora se vi chiedete perché l’Ucraina può nazionalizzare una banca e l’Italia no, vuol dire che state fuori dallo spirito del tempo, (chessò avete dimenticato che 25 anni fa cadeva l’Unione sovietica) e quindi vi meritate di leggere l’ultima lectio magistralis di Ignazio Visco che oggi è stato laureato honoris causa a Napoli e ci ha regalato, come di consueto, alcune primizie della sua saggezza. Ve ne sgrano un paio per non guastarvi la sorpresa. Uno: “Il singolo numero esercita grande attrazione, ma può generare fraintendimenti”. Due: “Se il quadro macroeconomico dovesse diventare meno favorevole, @ecb è pronta ad ampliare ritmo e durata del QE”.

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Siccome il Cronicario stamattina si è svegliato col piglio geopolitoco, mi sembra giusto a questo punto infliggervi due notizie sul petrolio, ossia il lubrificante geopolitico per eccellenza, che ho pescato leggendo le previsioni di Ole Hansen, Head of Commodity Strategy di Saxo Bank sull’anno che verrà. La prima è che l’EIA ha notato un balzo recente di 99.000 barili nella produzione Usa nelle regioni specializzate in shale. Insomma, la curva della produzione Usa, dopo Vienna, rischia di invertirsi, come il vostro Cronicario vi ripete da un bel po’.

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La seconda news è che la Libia potrebbe riaprire dei campi petroliferi chiusi da un paio d’anni che pesano un 400 mila barili al dì, più o meno quanto l’Arabia si è impegnata a tagliare a Vienna. Questo aiuta a capire perché l’entusiasmo sulle quotazioni petrolifere inizi a raffreddarsi, al contrario di quello per il dollaro, ancora bello pimpante.

Concludo con Eurostat che ha rilasciato i dati sulla crescita delle retribuzioni in Europa, nel terzo quarto 2016 rispetto a quello del 2015, che sotto Natale fa piacere sapere queste cose.

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Per la cronaca, l’Italia ha visto una decrescita delle retribuzioni su base annua dello 0,5%, questo a fronte di una crescita nell’area euro dell’1,5%. C’è di buono che la Commissione Ue ci fa sapere che molti governi, in Europa, sono i datori di lavoro più attivi e le entità economiche più pervasive. Che è fantastico, se ci pensate. Almeno sappiamo con chi dobbiamo prendercela.

A domani.

Cronicario: Le conseguenze antieconomiche della Fed

Proverbio del 15 dicembre Il forestiero è forestiero solo un giorno

Numero del giorno: 358.300 Richieste di asilo arrivate nell’Ue nel III Q 2016

Cominciamo da una cosa facile facile. I primi a pagare il conto del rialzo dei tassi della Fed saranno gli americani che hanno debiti sul groppone. Quindi praticamente tutti: giovani, vecchi e fra un po’ anche i bambini. Nel caso non abbiate dati sottomano, accontentatevi di questo

Fonte: FED

In pratica, per le famiglie americane siamo oltre i 12 trilioni di dollari di debiti, che significa 12 mila miliardi, due terzi dei quali sono mutui immobiliari, diciamo un otto trilioncini. E che succederà a questi debiti dopo l’aiutino della Fed? Semplicemente questo.

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Bloomberg si chiede, chissà quanto retoricamente se i mutui saranno più cari. Ma certo che sì, ciccini belli. Succede quando alzi i tassi di interesse per la gioia delle banche. Vi faccio anche un conto della serva che magari dimensiona il problema. Lo 0,25% di interessi in più su un montante di 12 trilioni (ma i tassi bancari aumenteranno certo assai più) vuol dire un 30 miliardi di interessi in più (di incassi per le banche) su una montagna già alta abbastanza da scoraggiare gli sciatori più estremi.

E questa è la prima conseguenza antieconomica della Fed. Che peraltro promette rialzi ulteriori l’anno prossimo. Addirittura tre. Che moltiplicati per il nostro conto della serva significa aggiungere ogni volta minimo 30 miliardi di dollari di interessi in più sulle spalle dei cittadini indebitati e di profitti per chi dà a prestito.

La seconda conseguenza la vedete qui.

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L‘indice che misura la forza del dollaro si è impennato, con tutte le conseguenze del caso per le valute estere, con l’euro ai mini dal 2003, e le valute dei paesi emergenti a capofitto. La terza conseguenza ce la racconta il WSJ, ma il Cronicario la sapeva già: il dollaro forte è un problema per la stabilità finanziaria internazionale. Molti ne sono convinti. E i dati di questi giorni, con le borse insolitamente esuberanti e interi paesi sotto pressione, sembrano confermarlo.

La quarta conseguenza antieconomica della Fed dovrà spicciarsela il nostro beneamato Mister T. però. Se come dice la Yellen i tassi arriveranno all’1,4% a fine 2017 e al 2,1% a fine 2018, il nostro eroe dovrà farsi piacere l’idea di pagare più interessi sul deficit che promette di fare per fare l’America great again. Voi come la vedete la Yellen?

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La telenovela dei tassi Fed, per quanto avvincente, non deve però farci trascurare gli altri eventi clou della giornata. Oltre al lancio di Galileo, il satellite che segna l’inizio dell’Unione satellitare europea, in terra come in cielo (cit.), oggi l’Ue era in grande spolvero perché i capi di governo dovevano incontrarsi per gli auguri di natale al Concilio europeo, e con l’occasione parlare di quelle tre o quattro fesserie che giustificano questi incontri: immigrazione, Brexit, difesa comune, unione bancaria, investimenti comuni, e cose così. Tutti dossier che fanno un figurone sotto l’albero. Il vertice è ancora in corso, quindi vi guasterò la sorpresa rivelandovi che non succederà un bel nulla. Scambio di bacetti, selfie e foto di gruppo.

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A proposito di migrazione. Eurostat proprio oggi ha rilasciato i dati sui richiedenti asilo che per la prima volta hanno presentato istanza in un paese europeo. Sono più di 350 mila, solo nel terzo trimestre 2016. Fanno circa un milione in attesa.

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E sarà pure un caso, ma sempre oggi il Parlamento europeo ha varato una norma che concede ai paesi membri la possibilità di introdurre nuovamente l’obbligo di visto di ingresso per i cittadini non comunitari “in casi di emergenza”, ossia si trovino a dover affrontare “un aumento forte di immigrazione o rischi per la sicurezza”. Quindi quando gli pare. Sarà mica anche questa una conseguenza antieconomica della Fed? Ma no. Magari di Trump.

Fra le notizie che dovete assolutamente conoscere e poi tranquillamente ignorare c’è sicuramente questa, che il Cronicario propone per pura simpatia col titolo.

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In pratica la Banca d’Inghilterra waits and see, e la sterlina …

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Ancora una conseguenza antieconomica della Fed?

Mah. Nel dubbio mi consolo coi casi nostri, proponendovi due perle made in Istat. La prima spiega in gran parte le ragioni del nostro buonumore.

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Da noi si mangia roba buona. E se vi sembra poca cosa, provate a cercare la pancetta o l’olio extravergine nel Midwest Usa.

La seconda mi commuove fino alle lacrime, perché racconta di noi, della nostra storia e delle nostre fissazioni. Anzi, l‘unica fissazione nazionale (insieme con quella della casa): la pensione.

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Un dato eloquente è che il 72,6 dei 16,2 milioni di pensionati nel 2015 ha al massimo la licenza media. L’altro che il reddito medio netto di una famiglia con pensionati è appena di duemila euro inferiore a quello di una famiglia che lavora. Capite perché conviene la pensione?

A domani.

 

Cronicario: La Fed alza il tasso, l’italiano il calice, l’Ue il satellite

Proverbio del 14 dicembre Cieco è l’uomo senza libri

Numero del giorno: 0,25 La percentuale prevista di rialzo tassi della Fed

Un giorno noi italiani dovremmo deciderci a svelare al mondo il segreto che ci tramandiamo da nonno a nipote da secoli e che fa schiattare d’invidia mezzo mondo: il segreto del nostro buonumore. Non date retta al cronicario globale, che anche molti di noi, malmostosi o snob, alimentano con la sceneggiata delle nostre lamentazioni. La verità è che siamo ridanciani e ci sappiamo godere il tempo libero, ossia la vita.

Non lo dovevo dire? Avete ragione, dobbiamo continuare la nostra sceneggiata di malviventi, quando in realtà la statistica dice il contrario. Guardate qua.

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Questa è l’Istat, secondo la quale il 66,6% degli italiani nel 2016 è soddisfatto del proprio tempo libero, più del 2015, quando erano il 66,4. La soddisfazione per la propria vita riguarda il 41%, che non sono tanti ma nemmeno pochi. E sono pure aumentati del 5% fra dal 2015. E questo ci ricollega alla notizia del giorno: l’aumento dei tassi della Fed.

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Niente. Però il Cronicario è un racconto semiserio delle nostre malattie economiche, e i tassi della Fed sono uno dei Grandi Argomenti dai quali non si può prescindere, specie alla vigilia di un rialzo dei tassi che i fini osservatori di cose finanziarie giudicano probabile al 100%.

Orbene, il caso vuole che l’ultimo rialzo dei tassi sia avvenuto a dicembre 2015, giusto un anno fa. Da allora la nostra soddisfazione è aumentata, dice l’Istat. Quindi niente di più probabile che il rialzo di stanotte/domani ci porti fortuna. Perciò loro alzassero i tassi: noi continueremo ad alzare i calici.

calici

Prosit.

Ora c’è un’altra coincidenza col rialzo dei tassi Fed di cui dovete assolutamente essere messi a parte: il rialzo del satellite Ue. Proprio così: domani troverete dei nuovi tassi di sconto, e anche un nuovo satellite lassù, nell’alto dei cieli, che segnerà l’avvio dell’Unione Satellitare Europea, ennesimo pezzetto del più ambizioso progetto conosciuto come Ue. In cielo come in terra (cit.).

galileo

Galileo infatti è pensato per unire le nostre telecomunicazioni, le nostre automobili, i nostri sistemi ferroviari e, dulcis in fundo, i nostri smartphone. E’ stato addirittura progettato il primo telefonino europeo comune. Lungo le autostrade digitali di Galileo riscopriremo la nostra radice comune. Speriamo non sia in orbita.

Ma il Cronicario di oggi si occupa anche di cose serie. Come ad esempio i dati del mercato del lavoro britannico, per la prima volta in calo, come notano puntuti i soliti gufi, pure se con paghe in aumento.  Mentre in casa nostra, fra le varie statistiche si segnala anche quella sui prezzi al consumo. Fra le nostre tante ragioni di soddisfazioni, abbiamo prezzi al consumo che diminuiscono dello 0,1% su base mensile e aumentano dello 0,1% su base annuale. L’Istat parla di “lieve ripresa dell’inflazione” perché a ottobre l’inflazione era a -0,2% rispetto a ottobre 2015.

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I mercati invece nicchiano. I rialzi Fed, come non c’entravano niente con i rialzi di borsa di ieri, non c’entrano con i mezzi ribassi di oggi. Semplicemente qualcuno ha venduto è si è messo in tasca un po’ d’argent. D’altronde si avvicinano i regali di Natale.

E per chiudere in bellezza, vi propongo questo grafico uscito di recente per i tipi del Fmi.

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I prezzi delle abitazioni, a livello globale, sono tornati al livello del 2007. Dobbiamo preoccuparci? Approfondiremo. Intanto toccate ferro.

A domani.

 

Cronicario: Unicredit taglia 14 mila teste, ma chisseneFed

Proverbio del 13 dicembre E’ duraturo solo ciò per cui si combatte

Numero del giorno: -1 Calo percentuale delle sofferenze bancarie in Italia

Lo  possiamo dire? E diciamolo: chissenefrega della Fed. Abbiamo Mister T che promette sfracelli (e probabilmente li farà). Abbiamo tutto il mondo che conta che promette di spendere e (e)spandere l’anno prossimo. Abbiamo soprattutto un buon umore borsistico talmente insensato che convince tutti. E allora diciamolo.

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Alzasse pure i tassi, la Fed domani notte (ora italiana), tanto ormai tutti se l’aspettano. Quel che davvero importa è che non guasti la festa di fine anno con allocuzioni improbabili. Basta confermi al mondo intero la sensazione che tutto va bene, e che anzi andrà meglio.

Pure da noi, per dire. Neanche l’euromestizia che stilla dal cronicario globale può celare l’evidenza che le cose si mettono per il meglio. Volete un esempio? Eccovi serviti.

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Eurostat festeggia il miglior trimestre occupazionale da un decennio nell’Ue a 28. Sorvoliamo sullo spread fra il il livello degli eurodotati e gli altri, euronormali, e che il buonumore trionfi.

Vi dirò di più (anzi ve lo dice il WSJ): i mercati salgono quindi la Fed prepara la sua mossa.

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Leggo addirittura che le banche italiane sono quelle che vanno meglio. La qualcosa solletica il mio amor proprio quel tanto che basta finché non trovo quest’altra perla, secondo la quale Unicredit, decisa a tagliare i costi, taglierà qualche migliaio di teste in tre anni. Qualcuno dice 14 mila. Mi chiedo se questi fortunati avranno soldi a sufficienza per comprarsi un’APE e andare in pensione.

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O al limite a vendere frutta. D’altronde l’idea di raggranellare utili sopprimendo posti di lavoro rimane un evergreen del bravo manager, specie quando le cose vanno così bene. Quindi #statesereni. Anche quando scoprirete che la nostra produzione industriale è alquanto stanca. A ottobre 2016 l’indice rimane piatto verso settembre e cresce di uno sparuto 1,3% nell’anno. Ma comunque cresce e quindi tutto va bene: da ieri abbiamo pure un nuovo governo. Anzi nessuno si è nemmeno accorto che è cambiato.

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Volete ancora conferme? Ecco Bankitalia: nell’ultimo anno le sofferenza bancarie sono diminuite di una stupefacente 1%. Va tutto benissimo, perbacco.

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E’ talmente vero che qualcuno profetizza che la Bce potrebbe persino anticipare l’uscita dal QE per improvviso risveglio da inflazione. E magari fra un po’ pioveranno pure soldi da cielo.

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Ma prima che ci crediate sul serio, è meglio fare un bagno di realtà. E il miglior modo è ricordarvela con un disegnino, visto che di leggere non ha più voglia nessuno.

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A parte questo, i 14 mila di Unicredit, la produzione italiana ferma e compagnia cantante va tutto benissimo.

A domani.

 

Cronicario: Il petrolio s’impenna come l’orgoglio cinese

Proverbio del 12 dicembre Se incontri qualcuno senza sorrisi, regalagliene uno

Numero del giorno: 1.185. I miliardi di dollari di debito Usa detenuto dai cinesi

E niente: puoi provare ad evitarla, questa storia del nuovo governo, ma dovunque vai trovi la faccia di Gentiloni, il nuovo fidanzatino della speranza italiana.

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Schivo con scioltezza il delirio fantasticatorio dei nostri notisti politici, che rimasticano il solito menù di consultazioni e liste di ministri, e mi fiondo sui lidi internazionali dove invece trovo l’autentica notizia del giorno, figlia di ieri l’altro ma comunque ancora croccante: l’impennata del petrolio.

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La botta del petrolio, dicono i bene informati, dipende dal doppio accordo, quello di Vienna fra i paesi Opec e quello del week end fra i non Opec, che hanno acconsentito ad aggiungere altri 600 mila barili di taglio, gran parte dei quali in carico alla Russia, agli 1,2 milioni di barili tagliati da Opec. Insomma: il petrolio inizierà a stillare col contagocce, ammesso che gli accordi vengano rispettati, e questo shortage dovrebbe favorire il rialzo dei prezzi, secondo la nota equazione fra domanda e offerta.

Qualcuno lascia filtrare anche la voce che Opec vorrebbe un petrolio a 60 dollari, giudicato il livello ideale. Il ministro nigeriano per il petrolio teme che un livello superiore possa riesumare l’industria Usa dello shale, con ciò confermando il vero driver dei ribassi petroliferi di questi due anni: la paura dello shale Usa.

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Sicché i recenti accordi vanno letti in chiave geopolitica, oltre che puramente economica. I produttori non potevano più permettersi un petrolio a 30 dollari, e così hanno cospirato per aumentarne i corsi, di sicuro incoraggiati dall’arrivo di Mister T. che in campagna elettorale ha fatto capire di aver le idee chiare sulla politica energetica. Che non è detto piacciano ai produttori. E questo è solo la prima puntata del film in programmazione per il 2017: Il mondo contro Trump.

Già, perché gli stessi mercati che festeggiano senza pudori l’elezione del nuovo presidente, proprio come avevano fatto ai tempi di Reagan, come nota sottilmente la Bis,

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dovranno vedersela l’anno prossimo con gli scompensi che il gigionismo del capo Usa rischia di provocare al resto del mondo. Visto che l’analogia con Reagan funziona, ve ne propongo un’altra uscita sul WSJ.

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Ed ecco qua il capolavoro di Reagan: doppio deficit, fiscale e commerciale e dollaro alle stelle, che negli ’80 ha provocato il fallimento di mezza America Latina e poi di un altro bel po’ di paesi emergenti. Certo, c’era da sconfiggere il comunismo.

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Ma pure oggi, a pensarci c’è ancora. In Cina.

E infatti che mi combina Mister T.? Mi fa incazzare i cinesi sull’unica cosa che gli fa perdere il sorriso dai tempi di Chiang Kai-shek: Taiwan.

Ed ecco perciò che dalle algide altezza del politburo informativo cinese planare sul cronicario globale il monito dei figli del cielo.

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E già una filippica sulla storia degli ultimi 45 anni di rapporti fra Usa e Cina, un volemose bene col coltello in mano, viene da pensare, solo se osservate questo piccolo grafico diffuso da Limes

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In pratica i debiti Usa sono in mano in gran parte a Cina e Giappone. Col Giappone gli Usa hanno fatto capire di essere in ottimi rapporti, visto che Trump ha incontrato Abe prima ancora di finire lo spoglio delle schede. E i cinesi?

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Cambio argomento perché mi è caduto l’occhio su questo grafico che la dice lunga sui casi nostri

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Eurostat ha calcolato i redditi lordi per settore economico e viene fuori che i più guadagnosi sono quelli che lavorano in finanza e assicurazioni, seguiti da chi lavora in informazione e comunicazione. La cosa mi deprime: tengo un blog di informazione su roba di finanza e assicurazioni e non ci faccio un euro. Devo aver sbagliato business plan.

Noto che gli educatori stanno nella parte media della classifica che è curioso visto che il FT (il famoso Financial Terror) ha notato come la crisi abbia tagliato la spesa degli stati europei per l’istruzione.

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Ai teorici degli opposti estremismi piacerà notare che questa spesa è aumentata solo per i greci e i tedeschi.

Concludo con una notizia che sicuramente vi restituirà il buonumore. Secondo Bloomberg il reddito degli italiani è il 12% inferiore rispetto a dieci anni fa. Ho tirato un sospiro di sollievo.

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Pensavo peggio.

A domani.

Noi saremo tutto: leggi il secondo numero di Crusoe

E’ uscito poco fa il secondo numero di Crusoe, l’appuntamento del venerdì con la nuova newsletter di socioeconomia nata dalla collaborazione di TheWalkingDebt e Slow News.

Il nostro approfondimento settimanale è dedicato all’economia dei giganti di Internet che, per le cifre che muove e lo spazio che occupa, ormai è diventata il fenomeno sociale principe del nostro tempo. Google, Facebook, Amazon e gli altri stanno occupando qualunque momento della nostra vita usando la retorica della gratuità per collezionare utenti che trasformano in dati economici e target commerciali. La loro dimensione “statale” non è più trascurabile. Ormani, pure senza dirlo la loro è ambizione è chiara: essere tutto.

Ne parliamo anche con Francesco Marradi (@FMarradi), con cui abbiamo tenuto la Chat di questa settimana, la nostra rubrica di conversazioni on line.

Nella newsletter troverai anche il pezzo che riepiloga i principali eventi economici della settimana, alcuni mini post con segnalazioni tanto interessanti quanto trascurate dal mainstream e una lettura consigliata. Questa settimana tocca alla Financial stability review della Bank of England, la Banca centrale britannica, utilissima per comprendere i rischi di fronte ai quali si trova l’UK dopo la Brexit.

Buona lettura.

Per leggere Crusoe occorre essere abbonati. Tutte le informazioni le trovi qui.

Cronicario: La giovine Italia emigra e ci lascia i debiti da pagare

Proverbio del 6 dicembre: In tempi di carestia le patate non hanno buccia

Numero del giorno: 13 Aumento percentuale dei giovani italiani laureati emigrati nel 2015 rispetto al 2014

Zitti, parla Barnier. E chi è Barnier? Il capo negoziatore dell’Ue che dovrebbe occuparsi della Brexit contrattandone i perché e i percome. Dice che faranno presto.

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Dormite preoccupati, perfidi albionici. Le massime intelligenze europee sono all’opera e i negoziati finiranno prestissimo: fra un paio d’anni. Sempre che nel frattempo Barnier non sia rimasto disoccupato per decesso della ditta o che magari quei fenomeni oltremanica non abbiano cambiato idea.

Viviamo tempi straordinari, d’altronde. Costosi, ma straordinari. A un certo punto, per dire, sul cronicario globale comincia a circolare la notizia che con i governanti (con quali?) si starebbe preparando un bail out per Mps (con quali soldi?).  Dicono che gli investitori privati che avrebbero dovuto metterci soldi loro per salvare la banca

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siano evaporati dopo la dipartita prematura del niño de oro. E tuttavia si vocifera di un decreto lampo che verrà approvato nel week end (con quali soldi pubblici?).

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Non siete ancora convinti che viviamo tempi straordinari? Allora dovreste consultare l’Istat che oggi ci ha regalato due perle. La prima riguarda un tema tanto popolare quanto sostanzialmente ignorato, aldilà delle dichiarazioni di circostanza: la povertà. Il numero che viene magnificamente nei tiggì ci dice che da noi il 28,7% è a rischio povertà o esclusione sociale.

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Ovviamente è una media: al Sud è il 46%.Poi se avete almeno tre figli siete spacciati: si supera il 51%, sempre di media.

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Adesso non iniziate a lamentarvi. O a dire che è per questo che gli italiani sono vagamente irrequieti e magari votano NO a qualunque cosa che non sia un aumento di stipendio. Ricordatevi sempre che c’è una via d’uscita. Ma proprio di uscita, letteralmente. E sempre l’Istat, generosissima, ce la suggerisce.

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Rileggete: Sono sempre di più i laureati italiani con più di 25 anni che lasciano il paese, quasi 23 mila nel 2015, il 13% in più del 2014. L’emigrazione aumenta anche fra chi ha titoli di studio medio bassi, 52 mila persone (+9%). C’è speranza per tutti.

La povertà è quella che è,  quindi la Giovine Italia emigra, lasciandoci i debiti di Mps, del governo e di chissà chi altro da pagare. Non fa una piega. Bravi ragazzi. Anzi sapete che c’è:

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A domani.