I consigli del Maître: Il risparmio italiano e i telefilm di Facebook

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Chi è il primo produttore di petrolio? Anche questa settimana vale la pena dedicare qualche minuto all’andamento del mercato petrolifero, che negli ultimi giorni della settimana scorsa ha mostrato una certa tendenza al recupero, pure se rimanendo ben lontano dal livello  dei 50 dollari raggiunto alla fine dell’anno scorso. Gli analisti temono che la spinta propulsiva del taglio deciso da Opec sia terminata e abbia finito col prevalere quella che tende a deprimere il mercato, pure se l’offerta e la domanda dei prezzi sono abbastanza in equilibrio secondo le stime dell’IEA. Proprio l’Agenzia dell’energia, che ha diffuso un mese fa l’ultimo Oil market report, ci consente però di effettuare un’osservazione che ha dello storico.

Come si può osservare la produzione globale statunitense ha superato quella di Russia e Arabia Saudita, portandosi oltre i 12 milioni di barili al giorno, grazie soprattutto allo shale oil. Pensate che appena due siti in Texas producono più del Kuwait. Ebbene, questa situazione sta determinando una gran sommovimento nel mercato del petrolio. Cosa succederà se, come ha detto di recente anche Trump, l’America arriverà all’indipendenza energetica? Al momento gli Usa consumano poco più di 19 milioni di barili al giorno e ne producono oltre 12, esportandone pure circa un milione. Se i giacimenti shale continuano a pompare e l’amministrazione Usa partirà alla ricerca di nuovi giacimenti questo traguardo storico potrà essere raggiunto e nulla sarà più come prima.

Che fine ha fatto il risparmio delle famiglie italiane? La relazione annuale di Bankitalia contiene una tabella che ci consente di avere alcuni informazioni interessanti sull’andamento del nostro risparmio nazionale, che è la somma algebrica fra il risparmio del settore pubblico e quello del settore privato, suddiviso fra il risparmio delle famiglie e quello delle imprese.

Fonte: Bankitalia

La cosa che salta all’occhio è che l’Italia ha ancora un livello molto basso di investimenti rispetto alla media storica. Ma soprattutto si nota il notevole dimagrimento della quota di risparmio nazionale delle famiglie sul totale del reddito nazionale lordo disponibile. Nel decennio degli anni ’80, quando il settore pubblico provocava in media deficit per il 6,6 del reddito nazionale lordo disponibile, le famiglie risparmiavano uno quota pari al 20% di questa grandezza. Nel 2016 siamo appena al 5,7%. Che fine ha fatto il risparmio delle famiglie italiane? Facile: una parte l’hanno guadagnato le imprese, che hanno visto crescere il risparmio dall’8,8% medio degli anni ’80 a oltre il 13%. Un’altra parte è sparita perché lo stato ha ridotto i suoi deficit, divenuti ormai un attivo. Dal 2000, infatti, il settore pubblico ha avuto una quota positiva, pure se variabile, di percentuale di risparmio sul totale del reddito. Le famiglie risparmiavano tanto perché lo stato spendeva tanto. Oggi non più.

Vacanze al risparmio. L’Istituto tedesco di statistica ha confrontato il costo medio delle vacanze di alcuni paesi rispetto a quello tedesco, considerando quanto bisogna spendere per la base di ogni vacanza, ossia vitto e alloggio.

Come si vede dalla tabella, la destinazione più cara è la Danimarca, dove queste cose arrivano a costare il 50% in più rispetto al livello dei prezzi della Germania. Quella meno cara invece è la Bulgaria, dove si arriva a spendere fino al 56% in meno. Certo, gli importi non dicono nulla della qualità dei servizi offerti né tantomeno della bellezza dei territori. Però, al netto di tutto questo è interessante osservare che anche l’Italia risulta più cara della Germania, sempre in media. In ogni caso i prezzi spiegano molto del successo di una località. Eurostat ha classificato le destinazioni più gettonati dei turisti europei.

Come si può vedere in testa c’è la Spagna, che costa in media il 12% meno della Germania e quindi il 22 meno dell’Italia, che comunque arriva seconda, mentre in Bulgaria in pratica non va nessuno. Significherà pure qualcosa…

Anche Facebook vuole entrare nel business della tv. La Reuters, riportando un articolo del WSJ, ha scritto qualche giorno fa che Facebook starebbe discutendo con alcuni studi di Hollywood per produrre insieme show televisivi di qualità. Come sanno bene i lettori di Crusoe, la nostra newsletter di approfondimenti socioeconomici, questa tendenza sta letteralmente esplodendo fra i grandi provider di informazioni nati dalla rete. Secondo quanto riporta la Reuters, Facebook avrebbe come target i 13-14 enni, ossia la fascia della popolazione che più di altre solletica i desideri del padroni della rete, ma senza trascurare i 17-30enni, che sono quelli che possono (dovrebbero) spendere di più. In sostanza, il totale entertainment per l’adolescente infinito della nostra industria culturale. L’obiettivo è chiaro: farci stare su Facebook e commentare in diretta mentre magari si guarda un telefilm da 3 milioni a puntata, che poi è quanto Facebook sarebbe disposto a spendere per tenerci incollati davanti ai suoi prodotti. Rimane da chiedersi cosa ci guadagni. E cosa costa a noi.

Cronicario: Boeri e l’Istituto Nazionale PS

Proverbio del 4 luglio Se c’è da andare, vai bene

Numero del giorno: 2.404 Spesa sanitaria pro capite in Italia

E il vincitore è…Tito Boeri. Che ha vinto? Ora ve lo dico. In questo periodo di relazioni annuali, rapporti e resoconti che ogni entità burocratica si premura di presentare, che già ti fa capire che l’anno professionale sta terminando e che si fa verso il cazzeggio estivo, abbiamo pensato di indire il premio Genio al Lavoro, per omaggiare chi la spara più grossa e così facendo aumenta la consapevolezza dei cittadini e focalizza la missione dell’istituto eccetera eccetera

E insomma vince Tito Boeri, al secolo presidente dell’Inps che oggi, mentre presentava il suo bravo rapporto annuale dell’Istituto ha detto una cosa folgorante: dobbiamo cambiare nome all’INPS. Basta col vecchio nome. Niente più Istituto nazionale della previdenza sociale, ma Istituto nazionale della protezione sociale.

Davvero sì. D’altronde manco è la prima volta. Ci sono precedenti illustrissimi. Pensate che nel ’33 il governo Mussolini aveva trasformato la Cassa nazionale per le assicurazioni sociali, che risaliva alla fine del XIX secolo, in Istituto nazionale fascista della previdenza sociale (INFPS). Nel dopoguerra la defascistizzazione dell’Inps fu facilissima: via una F e arriviamo a oggi. Ma da allora a ieri il mondo è cambiato, dice Boeri, ormai l’INPS eroga 440 prestazioni agli italiani, delle quali quelle previdenziali, ossia di natura pensionistica, sono appena 150. Quindi la soluzione non è separare la previdenza dall’assistenza, ossia la madre di tutti i disastri contabili degli ultimi cinquant’anni, ma cambiare nome all’INPS. Che rimane sempre INPS – mica abbiamo più quel piglio anni Trenta – ma la previdenza diventa protezione, anche perché in fondo chi protegge è previdente.

Ora però chi protegge oltre ad essere previdente è anche di solito un tipo pensieroso, preoccupato, ma è capace anche di essere positivo. E’ paziente, pragmatico, ma anche pazzerello. Insomma, la P di INPS è più difficile da trattare della F dell’INFPS. Una P può voler dire tante cose. Perciò ci permettiamo un emendamento all’editto Boeri: Chiamiamolo Istituto Nazionale PS, che evoca anche la sicurezza, che in fondo è una variante della previdenza, ma anche post scriptum, perché in fondo c’è sempre un cavillo e/o un comma che allunga le competenze dell’Istituto al quale le nostre fortune sono affidate da oltre un secolo.

Detto ciò vi do giusto un altro paio di chicche perché oggi Boeri era in splendida forma. La prima sugli immigrati, tema per tutti noi molto caro, anche nel senso di costoso.

Se bloccassimo gli immigrati da qui al 2040 avremmo 73 miliardi in meno di entrate contributive a fronte di 35 miliardi in meno di prestazioni sociali erogate a loro vantaggio. Traduco: ci perdemmo 38 miliardi. E’ una simulazione, ovviamente. Ma basta a Boeri a dire che ci risparmiamo una manovrina l’anno per tenere in piedi i conti dell’Inps, che non è che siano fantastici. La seconda perla: i tempi sono maturi per l’introduzione del salario minimo. Che sarà pure giusto, se non fosse che da noi rischia di coincidere con quello massimo.

Lascio il Genio al lavoro perché voglio concludere con un’altro conteggio stavolta dell’Istat che ha dissezionato il sistema dei conti sanitari italiani. Viene fuori che la spesa sanitaria totale in Italia è pari a 149,5 miliardi, pari all’8.9% del Pil. Questa spesa viene sostenuta per il 75% dallo Stato – di cui la metà solo gli ospedali – il resto dal privati, che quindi spendono circa 37 miliardi l’anno per curarsi.

La nostra spesa sanitaria è bassa nel confronto con Francia e Germania. E stendo un velo pietoso sulla qualità. Mica è roba da Cronicario.

A domani.

 

 

 

L’alba dell’America Saudita

Il prezzo del petrolio nei giorni scorsi è tornato al livello precedente l’accordo di Vienna del 30 novembre, col quale l’Opec si impegnava a tagliare al produzione per far salire i prezzi, seguita poco dopo anche dalla Russia. Ma a quanto pare non è servito. D’altronde i mesi che ci separano da allora hanno visto proseguire e consolidarsi la metamorfosi silenziosa, iniziata alla fine del 2010, che sta cambiando la mappa mondiale della produzione petrolifera con ricadute sui prezzi che adesso si fanno visibili. Dalla fine dell’anno scorso e in poi, infatti, è aumentata costantemente la produzione statunitense, fino al punto di vanificare i tagli decisi dopo Vienna, oltre a consolidare la posizione degli Usa di primi produttori al mondo.

Se ne avuta la prima avvisaglia concreta con la pubblicazione, il 16 maggio scorso, dell’Oil Market report dell’IEA, l’agenzia internazionale dell’energia, che ha pubblicato la tabella aggiornata della produzione mondiale. Qui si osserva che già dal 2015 la produzione di greggio dal parte degli Usa supera i 12 milioni di barili al giorno, ponendosi quindi al di sopra non solo dell’Arabia Saudita, che nel 2015 produceva poco più di 10 milioni di barili, ma anche della Russia, che stava intorno agli 11 milioni.

Se guardiamo i trend più aggiornati, abbiamo solo la conferma del nuovo primato Usa. Fra febbraio e aprile di quest’anno la produzione Usa si è collocata fra i 12,8 e i 12,93 milioni di barili,  a fronte di un fabbisogno giornaliero di circa 19 milioni di barili, e l’IEA la prevede in crescita per tutto l’anno fino a quota 13,35 milioni di barili al giorno nell’ultimo quarto del 2017. L’Arabia Saudita invece nei primi mesi del 2017 si è mantenuta sotto i 10 milioni di barili e la Russia poco sopra gli 11 milioni. L’accordo di Vienna, quindi, ha finito col fare il gioco degli Usa, che hanno sfruttato il rialzo dei prezzi per estrarre più petrolio. I prezzi infatti salirono all’indomani dell’accordo e sono rimasti intorno ai 50 dollari per alcuni mesi, fino ai cali recenti. Molti analisti osservarono subito che questa ripresa favoriva i produttori statunitensi, che sarebbero stati incoraggiati a produrre di più, forti di una struttura dei costi più efficiente rispetto ai produttori tradizionali. Cosa che puntualmente si è verificata. Ma solo perché tale rivoluzione ha un nome e un cognome: shale oil.

Se allunghiamo lo sguardo, servendoci di un grafico contenuto in un paper pubblicato dalla Banca d’Italia, possiamo osservare che fino al 2010 gli Usa producevano solo pochi milioni di barili. L’impennata arriva a partire dal 2011 ed è proseguita incessantemente fino al 2014, quando gli Usa arrivano a sfiorare l’Arabia Saudita e la Russia che, come abbiamo visto, supereranno l’anno dopo. E che siano le produzioni shale le grandi protagoniste di questo cambiamento ci sono pochi dubbi. Alcuni giorni fa la Fed di Dallas ha pubblicato alcuni indicatori energetici che contengono informazioni aggiornato sullo stato della produzione in alcune aree da dove si estrae shale oil del Texas, prima fra tutte il bacino Permiano, probabilmente quella più nota anche fra i non addetti ai lavori. Come si può osservare dal grafico, ormai il Permian basin da solo pesa 2,34 milioni di barili al giorno, in crescita costante dal 2010 (solo a maggio 2017 ha estratto 53.400 barili in più sul mese precedente), quando ancora ne produceva meno di un milione. Un’altra area, la Eagle Ford, che pure aveva visto declinare la produzione dal 2014 in poi dopo il boom registrato dal 2010, ha ripreso a far crescere la produzione e ha superato il milione di barili al giorno. In pratica solo queste due siti producono più del Kuwait.

La rivoluzione shale ha anche un rovescio della medaglia. Da dicembre 2015 è stato rimosso dall’amministrazione Obama il divieto di esportare greggio e infatti l’export di oil Usa è schizzato alle stelle. E’ esagerato dire che gli Usa finiranno col competere con i grandi esportatori. Ma l’America Saudita, chiamiamola così, è una novità nel panorama del mercato petrolifero. Per averne contezza basta osservare che la destinazione principale del petrolio Usa è l’Europa, con in testa Olanda e Italia, seguita dall’Asia, con la Cina capofila. Tutti ottimi clienti di Arabi e Russi.

Cronicario: Il nuovo boom italiano: l’antiriciclaggio

Proverbio del 3 luglio Conoscere gli altri è intelligente, conoscere se stessi è saggio

Numero del giorno: 9,3 Disoccupazione stabile nell’EZ a Maggio

Mi aggiro sperduto alla ricerca di buone notizie, fedele alla consegna che vuole il Cronicario allegro e scanzonato, ma non ne trovo. Anzi esce una roba deprimente dell’Istat sull’occupazione secondo la quale il numero degli occupati scende dello o,2% a maggio rispetto ad aprile e riguarda tutte le classi d’età a parte i cinquantenni, che perciò, buon per loro, se la cavano.

Mi consola leggere che malgrado il dato mensile sia andato male, c’è il trimestrale marzo-maggio che regge, totalizzando 65 mila occupati in più sul precedente. A parte i cinquantenni, vanno bene tutti tranne i 35-49enni.

Ma se torniamo sul mensile osserviamo un aumento della disoccupazione dello 0,2%, all’11,3, rispetto ad aprile e un aumento di quella giovanile dell’1,8%. Siamo arrivati al 37% di giovani disoccupati. E non mi consola neanche il pensiero che per fortuna si avvicinano le vacanze.

Anche perché esce nel frattempo una ricerca a Milano realizzata dal gruppo Randstad, dall’alta scuola di psicologia Agostino Gemelli e dall’Università Cattolica secondo la quale le aziende assumerebbero pure, ma non trovano persone competenti. I giovani italiani hanno poca esperienza di lavoro (e ti credo) e non sanno le lingue (evviva la scuola pubblica).

Perciò abbandono l’Istat – che (quasi) mai una gioia – e mi decido a leggere l’ultimo Rapporto annuale dell’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, che è una struttura che serve a prevenire riciclaggi vari, partendo dalle segnalazioni dei vari uffici finanziari: poste, banche eccetera. Ed è qui che finalmente mi rinfranco e ritrovo l’eccellenza italiana: il boom del giorno. Nel 2016 sono state superate le 100 mila segnalazioni di attività sospette, per un malloppo da 88 miliardi, il 70% delle quali è stata ritenuta degna di interesse ai fini di indagine.

Ora non è che voglio dire chissacché. Ognuno ha le eccellenze che si merita: tutto qua.

Un paio di mezze buone notizie arrivano da Eurostat. La prima riguarda sempre la disoccupazione che nell’area rimane stabile a maggio (ma non da noi), pure se ancora non riesce a tornare al livello pre crisi.

L’altra riguarda il settore delle costruzioni, forse il più colpito dalla crisi, che vede una leggera ripresa dei permessi di costruire. Ma come si vede dal grafico siamo ancora ben lontani dal 2007.

Stando così le cose, mi tocca consolarmi con i massimi sistemi. E ne trovo uno bellissimo, ai confini della supercazzola.

A domani.

 

 

 

La scommessa italiana sul commercio internazionale

Comprendere e conoscere il nostro commercio internazionale è quasi un dovere per chi scrive di cose economiche o vuole semplicemente saperne di più, per la semplice ragione che, come è stato argutamente rilevato da qualcuno, il commercio internazionale ha letteralmente tenuto in piedi il nostro paese in questi anni bui e sempre più dovremo contarci anche in futuro, specie in mondo in cui si annunciano normalizzazioni monetarie e dove la ripresa dei corsi petroliferi rischia di mettere in crisi i nostri conti commerciali. Per chi non lo ricordasse, le nostre importazioni vengono ripagate dalle nostre esportazioni, e se queste ultime sono superiori, le eccedenze vanno a migliorare la nostra posizione netta sull’estero, e di conseguenza la nostra stabilità finanziaria. Cosa preziosissima, in un momento in cui tutto sembra congiurare per comprometterla. Ai nostri esportatori, quindi, dobbiamo gratitudine e l’augurio di fare sempre meglio. E in tal senso la lettura dell’ultimo rapporto annuale di Sace, società pubblica che aiuta le nostre aziende esportatrici a internazionalizzarsi, è una notevole fonte di informazioni che ci aiutano a fotografare con precisione lo stato del nostro settore esportatore.

Cominciamo dalle buone notizie, che ci sono. La prima è che il trend del nostro commercio estero è crescente e si stima lo sarà anche nel futuro prossimo, al netto delle varie disgrazie che possono capitare.

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Cronicario: L’araba Fenice esiste e si chiama(va) Equitalia

Proverbio del 30 giugno Suonare il tamburo diverte, ma è anche faticoso

Numero del giorno: 1,3 Inflazione nell’EZ a giugno

Lo vedi che bisogna credere ai miti? L’Araba fenice, leggendario volatile che bruciava e rinasceva dalle sue ceneri, ecco: esiste davvero. Si è incarnato in un burosauro molto esigente – nel senso di esattore – e si è diffuso come un fungo in tutto il territorio italiano, temuto e riverito dagli esatti, non nel senso di giusti ma oggetto dell’esazione, quindi giusti per niente visto che, più o meno colpevolmente s’erano dimenticati di pagare qualcosa a qualcuno, salvo quei poveri disgraziati che sono finiti fra la fauci del volatile del tutto incolpevoli, perché magari avevano un nome sospetto.

Ecco, da lunedì la terribile Equitalia non ci sarà più. L’ha fatto sapere la stessa Equitalia tramite una nota, che perciò è il primo caso di suicidio burocratico a mezzo stampa, nella quale però rassicura i suoi tanti ammiratori: rinascerò.

Ora non so se il logo sarà questo davvero – ma dovrebbe – però rimane il fatto che ce ne sarà uno nuovo e anche un nuovo sito internet e ovviamente un nome nuovissimo, che sarà “Agenzia delle entrate-riscossione”. Rassicurante vero? Così come sono certo vi rassicurerà sapere che gli uffici della nostra Araba fenice saranno sempre là dove siete abituati a fare la fila per rateizzare quel debituccio. Rimane il fatto che la promessa è stata mantenuta. Equitalia chiude e lunedì riapre sotto un vero falso nome, rinascendo dalle ceneri della cartelle esattoriali bruciate nel falò della vanità del governo. Vanità nel senso non solo di vanitoso, ma anche vano, ossia inutile, visto che tutta l’operazione serve solo a spendere soldi per cambiare le carte intestate.

La seconda cosa di giornata che dovete tenere a mente è il conto trimestrale delle amministrazione pubbliche, delle società, delle famiglie e di altre cose, che ha pubblicato Istat e che dà un sacco di informazioni sui primi tre mesi della nostra contabilità nazionale. Ci sono un sacco di cose da dire, ma ve ne ricordo solo due che vi faranno felici. La prima è che la pressione fiscale è arrivata al 38,9%, segnando un aumento dello 0,3 rispetto al primo trimestre 2016.

La seconda è che sono aumentati anche il reddito disponibile e il potere d’acquisto delle famiglie. Addirittura dello 0,8%. Possiamo scialacquare. Sbrigatevi a farlo prima che arrivi il fisco.

Infine, una notizia di servizio per quei fortunati che stanno preparandosi alle vacanze. Le vacanze in Bulgaria sono le più economiche d’Europa secondo una rilevazione fatta dall’istituto di statistica tedesco.

Dite che non c’è niente da fare in Bulgaria? E vi pare poco?

A lunedì.

 

 

 

Cartolina: L’America Saudita

E’ Storia questa, o è solo una storia, mi chiedo mentre noto la curva della produzione globale di petrolio Usa superare senza esitazioni i due campioni mondiali, Russia e Arabia Saudita, già nel 2014 e poi, salvo un breve ritrarsi ancora oggi. E’ Storia o è solo una storia, che il Permian Basin e l’Eagle Ford – siti texani di shale – da soli abbiano superato di parecchio la produzione giornaliera del Kuwait? E poi è Storia o è solo una storia, la scoperta di nuove tecniche per ottenere petrolio che hanno raddoppiato la produzione negli Usa e in Canada? Me lo chiedo mentre guardo le quotazioni del greggio che declinano di nuovo, malgrado le tante speranze sollevate da un accordo dei produttori tradizionali di alcuni mesi fa che doveva nutrire i prezzi tagliando il prodotto. L’inverno ha coltivato questa speranza, che già sfioriva in primavera. Ora il petrolio punta di nuovo verso i 40 assai più che verso i 50 dollari, e molto, dicono gli esperti, è dipeso dal fatto che mentre i vecchi petrolieri d’Oriente addormentavano i pozzi, i nuovi petrolieri d’Occidente li svegliavano. Alla buona volontà dell’Arabia Saudita, che si era fatta interprete della necessità di tagliare la produzione fino a convincere i russi, si è opposta quella altrettanto buona dell’America Saudita, che invece l’ha aumentata. Sicché anche il gioco dei prezzi ormai sembra aver mutato di scacchiera. E questa è Storia, di sicuro.

Cronicario: Pensionati di tutta Europa, unitevi!

Proverbio de 28 giugno La menzogna produce fiori ma non frutti

Numero del giorno: 1,2 Pil Italia 2017 secondo la nuova previsione di S&P

In un momento di megalomania decido di scrivere il nuovo Manifesto del partito pensionista, essendo in fondo il pensionato l’autentica rivoluzione socioeconomica del XX secolo come il proletario lo è stato del XIX.

Ovviamente come tutte le grandi ispirazioni, anche questa è debitrice di un pensiero comune, nel nostro caso previdenziale, che si agita fra i corridoi europei da un paio d’anni, almeno da quando l’EIOPA, che non è l’abbreviazione di EIOPAgo, ma l’Autorità europea che vigila su assicurazioni e pensioni. Ebbene, l’EIOPA ha cominciato da un paio d’anni a parlare di PEPP, che non è l’abbreviazione sgrammaticata di PEPPe, ma l’acronimo di Pan-European Personal Pension Product.

Ora ve lo spiego. Prima però dovete sapere che domani i PEPP saranno protagonisti di un evento spettacolare, visto che li spiegherà nientedimeno che Valdis Dombrovskis, pezzo grosso della Commissione Ue che si occupa fra le altre cose di dialogo sociale.

E di che dobbiamo dialogare noi e gli estoni, per dire? Del fatto che serve un nuovo pilastro Ue-based per capitalizzare al meglio i nostri risparmi e dare fuoco alle polveri della nascente Unione dei capitali. Una cosa bellissima: dopo aver unito parte degli europei con la moneta, adesso i nostri geniali architetti dell’Ue ci uniranno tramite la cosa che più ci sta a cuore dopo i soldi: la pensione.

C’è pure una simpatica conseguenza. Già: che regime fiscale si applicherà ai PEPP? Non sarà mica un modo surrentizio, e quindi squisitamente europeo, di iniziare a praticare l’unione fiscale passando le pensioni? Nel dubbio non ho dubbi: pensionati di tutto il mondo unitevi e marciate in massa verso il PEPP.

Siccome devo iniziare a scrivere il mio Manifesto del partito pensionista per esortare le pantere grigie alla rivoluzione, non mi è rimasto più tempo di occuparmi del cronicario di oggi. Vi do giusto un paio di dritte, una sui prezzi, che a giugno, dice Istat, hanno rallentato all’1.2% dall’1,4 di maggio, per la gioia del nostro Sarastro. La seconda sul centro studi di Confindustria e S&P che rialzano le stime del pil 2017 del nostro paese, all’1,3 il primo e all’1,2% il secondo. Mica guferanno al contrario?

A domani.

 

I consigli del Maître: I padroni del debito europeo e i migliori mercati esteri per l’Italia

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Chi detiene il debito pubblico europeo? Eurostat ha pubblicato una interessante ricognizione sulla titolarità dei debiti pubblici dei paesi europei, accertando che per la metà degli stati membri Ue questo debito è detenuto da non residenti. L’Italia fa eccezione. Da noi oltre il 60% dei debiti è in mano a istituzioni finanziarie (banche, assicurazioni, eccetera) e circa il 30% è all’estero. Tuttavia noi abbiamo una quota rilevante di debito pubblico, fra il 10 e il 15%, che ha scadenza inferiore all’anno e che quindi deve essere costantemente rinnovato. Parliamo di una cifra che, sul totale di 2.270 miliardi di euro, vale almeno 240-250 miliardi in media. Abbiamo poco debito all’estero, ma dobbiamo sempre sperare che lo rinnovino. Specie una volta che la Bce smetterà di comprarlo. A tal proposito è utile ricordare, come è riportato nell’ultimo bolletino della banca centrale, che fra marzo 2015 e marzo 2017, l’Eurosistema ha acquistato sul mercato secondario oltre mille miliardi di titoli pubblici. In cima ai venditori ci stanno proprio i non residenti, che ne hanno ceduto per oltre 490 miliardi, e poi le banche, per circa 280. E questo serve anche a capire le tendenze dei mercati finanziari.

 

I mercati esteri prioritari per l’Italia. La settimana scorsa è stato presentato a Milano l’ultimo rapporto annuale della Sace, la società pubblica che aiuta le imprese italiane nel loro processo di internazionalizzazione. Il rapporto contiene molte informazioni interessanti, e anche previsioni incoraggianti sul nostro commercio internazionale che si vede in progresso fino al 2020 a un tasso di circa il 4%. Almeno due cose vale la pena ricordarle qui. La prima è il contributo dei vari settori produttivi al successo del nostro export che, come viene ricordato nel rapporto, è l’unica componente macroeconomica positiva di questi anni e ha sostanzialmente tenuto in piedi l’Italia.

La seconda è l’osservazione su quali siano i mercati esteri sui quali dovremmo concentrare la nostra attenzione nei prossimi anni, sempre ricordando che non esauriscono le nostre relazioni commerciali.

Come si vede, i primi due sono gli Usa e la Cina. Mercati difficili, specie di questi tempi che il protezionismo è tornato di moda.

Dove abita il protezionismo. Si parla molto di tentazioni protezioniste e della straordinaria crescita delle restrizioni commerciali di vario genere che rendono il commercio sempre più complicato. Un dato, contenuto sempre nell’ultimo rapporto annuale Sace, fa riflettere: gli Usa dal 2008 hanno introdotto in media una restrizione commerciale ogni quattro giorni. Alcune si limitano a obbligare i produttori a utilizzare roduttori locali per parte della loro merce. Altri sono più stringenti. Ma certo non sono gli Usa il paese più protezionista. Una tabella prodotta dal Peterson Institute, un pensatoio che si occupa fra le altre cose di commercio internazionale, consente di osservare che in cima ai paesi che usano aggressivamente i dazi ci sta il Brasile, seguito dall’India e dalla Cina. Tutti paesi con i quali noi italiani siamo costretti a confrontarci per il nostro commercio internazionale. E questo non è certo un buon viatico.

 

L’Ue al top dell’export di motoveicoli, gli Usa al top dell’import. Eurostat ha prodotto un approfonfidmento che mostra come l’Ue sia il più grande esportatore di motoveicoli, dalle auto ai trattori, fino a comprendere parti e accessori, al mondo. Nel 2016 ha portato fuori dai suoi confini 192 miliardi di merci, seguita dal Giappone con 127 e gli Usa con 109. Questi ultimi però, oltre a godere del terzo posto per l’export, sono saldamente in cima nella classifica delle importazioni, con 254 miliardi totali. L’Ue vende agli Usa il 25% delle sue esportazioni, la Cina il 16%, seguita dalla Turchia con il 7% e poi dalla Svizzera, il 5% come anche il Giappone, col 5%. E’ interessante sapere che il 20 dell’import di motoveicoli che l’Ue importa arriva dalla Turchia, che evidentemente ospita stabilimenti esteri, e dal Giappone, con 19%, e il 14% dagli Usa. Eurostat ricorda che le esportazioni e le importazioni si riferiscono a dove si produce, non alla nazionalità di chi produce. In questo caso – e il caso turco lo prova – le statistiche sarebbe diverse.

Cronicario: Il flauto magico di Supermario

Proverbio del 27 giugno Non si insegna a nuotare al pesce

Numero del giorno: 2.420.000.000 Multa comminata a Google dall’Ue

Come il leggendario Sarastro del Flauto Magico, oggi il nostro beneamato Supermario ci ha ricordato il valore della costanza, della temperanza e di tutte quelle altre virtù cardinali che distinguono il banchiere centrale di successo dall’arruffone. Ancora una volta Draghi ha suonato il suo flauto magico, che non stilla note ma notizie, per rassicurare e incantare i sempre ansiosi mercati su quelle due-tre cosette che devono sapere. Quali?

1) L’economia migliora, ma serve prudenza;

2) Bisogna persistere nella politica monetaria attuale. L’inflazione non mostra una dinamica coerente col target, quindi serve costanza;

3) La deflazione è sparita e la reflazione è in atto, ma serve la mano ferma per gestire questa transizione e non farsi prendere dall’entusiamo, quindi occorre molta temperanza.

Il problema sarà quando il nostro Sarastro banchiere cambierà lavoro, ma c’è tempo e intanto godiamoci la festa. Festa poi, per alcuni, mica per tutti. Per un che festeggia – vedi Intesa – ci sono parecchi che si incazzano, o, come si diceva una volta, gufano. Per dire, oggi c’era la Corte dei conti in grande spolvero, in occasione della presentazione del Rendiconto generale, che come fa ogni anno ha esortato i politici – ironicamente freschi di bail out bancario – a fare i bravi con i conti pubblici ricordando che “è essenziale che il nostro Paese mostri una ferma determinazione a perseguire una duratura riduzione del debito pubblico”.

Questo pur rilevando che gli interventi del governo “non hanno prodotto risultati di contenimento del livello complessivo della spesa”. Abbiamo redistribuito più che tagliato, insomma. Ovviamente non poteva mancare la solita tiritera sulla corruzione che devasta la nostra economia.

Mi disinteresso a queste facezie contabili perché nel frattempo l’Unione petrolifera fa sapere che quest’anno la nostra bolletta energetica crescerà di quei tre-quattro miliardi a causa del petrolio che sembra (ma l’apparenza inganna) voler tornare almeno a 50 dollari entro l’anno. Sempre se tutto va come le previsioni.

Ma poi decido di disinteressarmi di queste miserie della quotidianità e di regalarmi uno sguardo nel lungo periodo nel quale non so voi, ma io di sicuro sarà morto. E per fortuna, visto quel che si prevede accadrà nei paesi Ocse.

In pratica questi paesi diventeranno ospizi. Mi chiedo come faranno a pagare il conto. Mi rispondo parafrasando quel tale (che noi italiani imitiamo alla grande): Dopo di me il default.

A domani.