Gli investimenti energetici occidentali non decollano

L’ultimo bollettino della Bis racconta che malgrado la crisi energetica provocata dall’attacco russo in Ucraina, le compagnie energetiche delle economie avanzate non sono ancora riuscite a recuperare un livello soddisfacente di investimenti, che pure dovrebbero servire a generare flussi di produzione alternativa a quella russa, che tutti dicono di voler sostituire.

Gli economisti della banca hanno calcolato che gli investimenti nell’upstream, ossia quelli per esplorazioni e sviluppo di nuove fonti, sono in media più bassi del 30 per cento rispetto al 2019, e rappresentano una quota marginale del flusso globale di investimenti che le prime 50 compagnie energetiche mondiali hanno svolto nel mondo. E questo malgrado i costi dell’energia in crescita, che pure dovrebbero stimolare gli investimenti per la produzione.

In qualche modo questa disaffezione viene spiegata con la ricerca di nuove politiche di produzione energetica che tengano conto della questione climatica. Ma certo esiste un chiaro conflitto fra le esigenze del presente e le speranze per il futuro. Sarebbe bello avere energia illimitata e pulita. E invece dobbiamo vedercela con energia limitata e in gran parte sporca, prodotta anche in posti complicati. Ci agitiamo insomma, fra sogni e realtà. E intanto dormiamo.

Investment (de)grade

Quando scriveranno la storia, che ci sembrerà incredibile, del mondo a tassi zero, qualcuno si ricorderà di quando il collasso dei rendimenti aveva trovato il suo perfetto completamento in una gagliarda crescita dei rischi. Questo appetito, fra le altre cose, aveva condotto alla sostanziale scomparsa delle obbligazioni di buon rating nel settore dei corporate bond. E’ solo un esempio, che potremmo replicare anche fra i bond sovrani. Il credito facile nutriva debitori difficili, cullandoli dolcemente in un mare di liquidità. Così l’investment grade si deteriorava mentre aumentavano i volumi di questa carta incendiaria. Scriveranno, gli storici, che una scintilla fece scoppiare l’incendio. Ma il fuoco già ardeva. Adesso però lo vediamo.

Mi chiamavo Bond

C’era una volta il bond, si potrebbe dire, leggendo certe cronache preoccupate che calcolano perdite a due cifre per il valore delle obbligazioni nell’ultimo anno, funestato da aumento di tassi di interesse e di tassi di inflazione, che per un povero bond – povero letteralmente di rendimenti – degli anni Dieci, è peggio di un destro e di un sinistro insieme. E fosse solo questo. Altrove ci informano che le emissioni di nuovi bond sono crollate, specie a livello corporate, probabilmente perché i nuovi tassi non consentono certe frivolezze da parte di soggetti già dotati, quanto a debiti pregressi. E così il povero bond, vessato e sempre più ignorato, finisce nella periferia della finanza. Insieme a tutti noi.

Cartolina. Pop Oil

Doveva succedere, prima o poi, che ci saremmo trovati di fronte al dilemma se nutrire le macchine oppure noi stessi. E dovremmo persino esser lieti che questo bivio si manifesti ancora in versione leggera, travestito dal trade off fra la produzione di etanolo per i motori e quella di mais per uomini e animali. Chissà domani. Intanto speriamo che le macchine finiscano davvero col diventare intelligenti. Almeno potranno apprezzare il sacrificio dei nostri pop corn ai loro pop oil. E magari ci ringrazieranno.

Cartolina. Lo sboom del Debito

Dovremo rapidamente riprogrammare molti dei nostri ragionamenti, adesso che è tornata l’inflazione a due cifre. Ad esempio l’idea che i debiti si pagano. Che è giustissima, per carità. Ma vuoi mettere la gioia di pagarli con moneta svalutata? Molti governi si staranno fregando le mani. Hanno venduto per anni bond a tassi negativi, e adesso arriva pure l’inflazione al dieci per cento, e chissà per quanto tempo, che se li rosicchia per bene. Pensate che ne sarà di un decennale che pagava zero con un’inflazione al dieci per cento durevole abbastanza. E mica solo per quello: pensate che ne sarà del vostro fondo pensione, del conto corrente, dell’assicurazione non indicizzata. La festa del debitore. Che prima alzava i calici perché i tassi erano bassi. Oggi perché sono alti quelli dell’inflazione. Prima per il boom del debito. Oggi per lo sboom.

L’inflazione è il motore della Grande Redistribuzione

Per capire meglio le conseguenze non intenzionali dell’impennata inflazionistica in corso, basta scorrere un agile articolo pubblicato dalla Fed di S. Louis qualche tempo fa, che pur essendo dedicato all’economia statunitense dice molto anche di quello che sta succedendo nelle altre.

Si tratta di osservazioni ovvie, per chi mastichi di cose economiche, ma che vale la pena ricordare perché confermano che l’inflazione sta semplicemente proseguendo una tendenza osservabile da almeno un ventennio, che pur procedendo per vie diverse da quella odierna, ha svolto gli stessi effetti: il trasferimento di ricchezza dai creditori ai debitori.

L’inflazione, infatti, non si limita ad erodere il potere d’acquisto, diminuendo il valore reale di salari, pensioni e rendite, ma rende sempre più conveniente indebitarsi, specie se le aspettative si disancorano dai target delle banche centrali.

La furiosa reazione di queste ultime, con la Bce a replicare sostanzialmente il notevole irrigidimento mostrato dalla Fed, serve proprio ad evitare questo rischio, che mai come in questi mesi è sembrato concreto. Sembra appartenere a un’altra era il pensiero che i prezzi fossero congelati al ribasso, come è stato fino a prima della pandemia.

La perdita di potere d’acquisto, inoltre, non si limita all’erosione dei redditi, ma riguarda direttamente i patrimoni. Quindi gli asset finanziari – a cominciare dal conto corrente – che insieme a quelli reali compongono la ricchezza delle famiglie. Questi asset, che sono crediti dei titolari, corrispondono ad altrettanti debiti da parte di chi è obbligato a restituirli – le banche, nel caso del conto corrente – e perciò il protrarsi del movimento inflazionistico favorisce i debitori a danno dei creditori.

Per farsi un’idea di quanto pesi la “tassa” inflazione sui conti correnti, è sufficiente confrontare gli attuali tassi di inflazione con i rendimenti

Se si confronta il potere d’acquisto perduto dai depositanti con il pil del paese, scopriamo che in alcuni posti, come il Giappone, dove i depositi bancari sono 1,6 volte il valore del pil, i correntisti hanno perso il 2 per cento del loro potere d’acquisto, visto che laggiù l’inflazione è assai più bassa che nel resto del mondo. In Italia invece le perdite di potere d’acquisto per i correntisti, malgrado i depositi complessivi corrispondano a 0,8 volte il pil, la perdita ha superato il 4 per cento. In Spagna è andata ancora peggio: l’erosione del potere d’acquisto dei depositi ha superato il 10 per cento del pil.

Lo stesso ragionamento si può estendere al valore di un’obbligazione o del risparmio previdenziale.

Ovviamente alla perdita di potere d’acquisto sui depositi, quindi dei crediti, ha corrisposto un guadagno sul lato dei debiti. Le famiglie, come le imprese, sono insieme creditrici e debitrici quindi il saldo dovrebbe farsi considerando l’intera situazione patrimoniale dei soggetti economici considerati. Se poi consideriamo il debito pubblico, che viene sostenuto con le tasse, una diminuzione del valore dei bond pubblici potrebbe generare persino benefici per i contribuenti, se lo stato adotta una politica fiscale prudente. Circostanza assai poco probabile, quando si sviluppa inflazione, visto che gli stati tendono a coprire le perdite di potere d’acquisto dei cittadini con la spesa pubblica.

Il punto rimane. Dopo un decennio a tassi negativi, che implicavano rendimenti pressoché assenti per gli asset più sicuri, adesso l’inflazione provoca un aumento dei tassi, che però non compensa quello dei prezzi. I rendimenti reali, quindi rimangono negativi. Per la gioia dei debitori.

Reglobalisation: winter is coming

La nuova stagione del nostro blog, l’undicesima, comincia coi peggiori auspici e lascia davvero poco spazio all’ottimismo. Inutile riepilogare qui quello che sappiamo tutti: la pandemia, la guerra in Ucraina e adesso la crisi energetica riportano l’Europa nei suoi tempi bui che stavamo attraversando quando abbiamo iniziato a scrivere questo blog. Era la fine del 2012 e stavamo districandoci in una difficile crisi che aveva colpito la moneta unica, mettendo a dura prova le economie più fragili. A cominciare dalla nostra.

Oggi il contesto è ancora più complicato. La crisi dell’euro del 2010-11 era conseguenza di quella subprime. Parliamo quindi di una crisi finanziaria che impattava sull’economia reale. Oggi invece abbiamo una crisi dell’economia reale – e sorvoliamo su quella geopolitica -, determinata dal caro energia, che sta impattando sul sistema finanziario, come stanno dimostrando i vari interventi di salvataggio preventivo dei governi di mezza europa per le aziende energetiche nazionali, schiacciate da un repentino e profondo aumento dei margini per i loro contratti quotati sulle forniture energetiche.

Si parla di soldi, quindi. Molti soldi. E se non bastasse questo, la capienza fiscale viene limitata dalle crescenti ristrettezze delle politiche monetarie che le banche centrali, americana ed europea in testa, stanno praticando senza troppi riguardi per le conseguenze strutturali, avendo come target l’inflazione, che alla crisi energetica si abbevera generosamente. Piove sempre sul bagnato, com’è noto.

A far la differenza stavolta non sono tanto le conseguenza nefaste, ma il livello dello scontro. Stavolta non è una turbolenza che genera il panico, ma un conflitto geografico e politico. Noi, mandatari più o meno consapevoli della potenza laterale atlantica, e loro, i russi. Che ci tagliano il gas perché ci sanno fragili, paurosi, attaccati al nostro benessere e incapaci di rinunciarvi. Una scelta che prelude a chiari cambiamenti nelle linee della globalizzazione che difficilmente tornerà ad essere come prima, ma si configurerà seguendo nuove linee di penetrazione. A questa osservazione – che abbiamo chiamato Reglobalisation – è dedicata questa stagione del blog.

Ma prima ancora dobbiamo fissare il nostro punto di partenza. Un punto zero. Se a qualcuno fosse sfuggita, segnalo la dichiarazione di qualche giorno alla Tass del ministro russo dell’energia Nikolay Shulginov nella quale, osservando che fino al 2027 sarà molto difficile per l’Europa rendersi indipendente dal gas russo, concludeva con una pregevole considerazione che mostra l’opinione che i russi hanno di noi: “Penso che il prossimo inverno dimostrerà agli europei quanto sia reale o meno la loro fiducia nella possibilità di rifiutare il gas russo. Farlo porterà all’arresto della loro industria e della loro produzione di energia elettrica tramite gas. Sarà una vita totalmente nuova per gli europei: assolutamente insostenibile per loro”.

Non so voi, ma in questa dichiarazione io leggo la convinzione che siamo una popolazione debole, divisa, incapace di sacrifici e pronti a piegare la testa al primo tiranno che ci fa patire il freddo e magari anche la fame. Talmente attaccata ai nostri robusti patrimoni che neanche contempliamo la possibilità di usarli per qualcosa di più elevato delle nostre bassezze.

Siamo così? I russi chiaramente lo pensano. Per fortuna non conta quello che pensano loro. Conta quello che pensiamo noi. E, soprattutto, quello che facciamo.

Winter is coming, recitava una celebre serie tv di qualche anno fa. Nessuna espressione illustra meglio quello che ci aspetta. Speriamo di essere all’altezza. Diciamo che dobbiamo esserlo.

Buona fortuna a tutti.

Il blog va in vacanza. Ci rivediamo a settembre con la nuova stagione: Reglobalisation

Il Reboot, al quale è stato dedicata la stagione del nostro blog che si conclude oggi, c’è stato e prometteva anche benino fino a quando la guerra ucraina ha reso chiaro ciò che non si poteva dire: ossia che galleggiavamo sopra a un mare instabile di liquidità incendiaria che ha finito col prendere fuoco. L’incendio, appiccato dal rincaro dell’energia, si esteso a tutta la filiera dei prezzi riportandoci a un tempo nel quale molti di noi erano bambini o neanche erano nati: l’età dell’inflazione.

Il Reboot, insomma, c’è stato, ma ha finito col consegnarci uno scenario che minaccia di trasformare la ripartenza in un palude fatta di bassa crescita, o addirittura decrescita – è di questi giorni la notizia della prima recessione tecnica degli Usa – e inflazione.

Sulle ragioni di quest’esito sono stati versati i classici fiumi d’inchiostro e altri se ne verseranno, specie adesso che andiamo incontro a una campagna elettorale che, come ormai di consueto, si connota come l’ennesima lotta del bene contro il male. E ognuno scelga quale sia l’uno e l’altro. Un contesto che è inflazionario per definizione, se per inflazione si intende non solo il fenomeno monetario, ma un certo atteggiamento nei confronti del futuro.

La guerra ucraina, alla quale si aggiungono le recenti tensioni fra Cina e Usa osservate su Taiwan, ha fatto tornare attuale anche certi ragionamenti sul futuro della globalizzazione, che oscillano fra i vaneggiamenti – tipici di quelli che pensano che la globalizzazione si possa fermare – o le scorciatoie vagamente furbette di chi promette una globalizzazione solo fra “amici”, ossia paesi in qualche modo conformi dal punto di vista valoriale. Che sarebbe possibile se la geografia economica non cospirasse contro certe pretese.

Il paese autoritario che ieri era un fornitore di energia affidabile proprio di recente si è dimostrato tutt’altro, e non si capisce perché dovrebbe essere diverso per altri. Il fatto, puro e semplice, è che è difficile fare affari con chi non dà importanza alla vita delle persone per chi invece mette il rispetto della vita dei cittadini al centro della propria azione politica. E’ difficile se hai un’opinione pubblica alla quale dover dare conto. Ma in fondo finora gli affari con i “cattivi” li abbiamo fatti comunque e anche domani continueremo a farli. Il progetto di una globalizzazione fra amici odora vagamente di ipocrisia.

Ciò non vuol dire che non ci saranno sommovimenti. La nuova stagione del blog, perciò, si incaricherà di osservare questi tentativi di ridefinire gli equilibri della globalizzazione, con la consapevolezza che qualcosa si è rotto definitivamente, col conflitto ucraino, e che questa polarizzazione dovrà necessariamente condurre a una forma rinnovata di ordine internazionale.

La Russia, con la sua guerra incomprensibile, si è definitivamente messa fuori dall’Europa, che vuol dire fuori dal mondo Occidentale, seguendo la sua chiara vocazione asiatica, peraltro avendo una lunga consuetudine in tal senso alle spalle. Oggi Mosca si siede ai tavoli con l’Iran e la Turchia, che fa quello che le riesce meglio: tenere il piede in due staffe sfruttando il suo essere una delle porte d’ingresso dell’Europa in Asia e un membro della Nato.

E questo ci riporta al problema europeo, del quale si osserva il livello crescente di complessità al quale contribuiscono in maniera determinante alcune scelte miopi del passato. L’Europa, assecondando il suo desiderio di espansione, ha puntato sul concetto novecentesco di prossimità geografica anziché su quello contemporaneo della prossimità culturale, e così incorporando paesi – l’Ungheria è solo uno degli esempi – che subiscono la seduzione asiatica verso la tirannide assai più di quella occidentale verso la società aperta.

E’ stato, col senno di poi, un errore di prospettiva che sconta l’età avanzata delle nostre élite, che guardano al planisfero fisico invece che allo spazio dell’immaginazione. Oggi, piuttosto che inseguire vaghe prospettive di autonomia strategica l’Europa dovrebbe chiedersi come costruire un’alleanza più profonda con chi condivide i propri valori, pure se si trova dall’altra parte degli oceani. Questo è molto più “europeo” che continuare a “ingurgitare” territori che di europeo, quanto a spirito e vocazioni, hanno ben poco e che manifestano le proprie pulsioni profonde ogni volta che si sviluppa una crisi, rendendo la risposta europea inevitabilmente debole.

Perciò: reglobalisation. Ossia l’osservazione di nuovi percorsi, speriamo migliori e più fantasiosi di quelli che abbiamo osservato finora, pure se le prospettive non incoraggiano all’ottimismo. Anzi, proprio per questo.

Buone vacanze a chi le fa.

Ci rivediamo a settembre.

Cartolina. (s)Fondi pensione

E’ ovvio che quando i mercati vanno male i fondi pensione vanno peggio del Tfr. Lo diciamo per evitare l’accusa di voler maramaldeggiare contro uno strumento che piace a tanti, ma non convince tutti. E non tanto perché diffidino dei mercati finanziari, che notoriamente sono brutti e cattivi finché non ci danno ragione. Ma perché c’è una notevole differenza fra la previdenza e un investimento finanziario. Quest’ultimo ha un orizzonte di tempo variabile, anche breve. La previdenza no: bisogna posizionarsi in un’ottica di lungo periodo. Anzi lunghissimo, vista l’aria che tira sulle pensioni. Perciò non guardate la colonna a sinistra della tabella, ma la prima a destra, che riepiloga i rendimenti dei fondi con quelli del Tfr nell’arco di dieci anni e mezzo. Poi fatevi due conti, ricordando sempre la legge aurea della finanza, che associa rischio e rendimento. Per gli investimenti. Per la previdenza no.

Doccia gelata sul mattone italiano

La primavera del mattone italiano, con compravendite in aumento e prezzi in ripresa, rischia di sfiorire molto rapidamente in un anticipo d’autunno ora che la Bce sembra aver intrapreso con decisione un percorso di normalizzazione dei tassi di interesse.

Primavera freddina tra l’altro, visto che il mercato nostrano non ha mai raggiunto i livelli esuberanti osservati nel resto dell’eurozona, come nota l’ultimo Bollettino economico della Banca d’Italia.

Ancora nel primo trimestre 2022, prima quindi che arrivassero i segnali di restrizione monetaria, le compravendite erano cresciute dello 0,9 per cento, proseguendo la tendenza espansiva inziata nella metà del 2020. I prezzi hanno osservato una crescita del 4,6 per cento, in termini tendenziali, in aumento rispetto al 4 per cento del trimestre precedente, con corsi in crescita sia per il nuovo che per l’usato. Un rialzo ben al di sotto – circa dieci punti – rispetto a quello osservato in Europa, ma comunque ragguardevole, visto che proveniamo da un lungo periodo di prezzi stagnanti.

Adesso le prospettive sembrano meno rosee. Già per il secondo trimestre gli agenti che hanno partecipato al sondaggio congiunturale di Bankitalia sul settore immobiliare erano meno ottimisti. Vuoi per i rincari osservati nel mattone, che iniziano ad essere giudicati eccessivi, vuoi per la crisi indotta dalla guerra, la domanda inizia a freddarsi e adesso, con la politica monetaria divenuta guardinga, i tassi dei mutui sono destinati a crescere e con essi il costo per l’acquisto di una abitazione. E’ stato bello finché è durato, si potrebbe dire. Ma forse neanche così bello.