Etichettato: coronavirus

Cronicario. L’altro contagio del coronacoso


Proverbio del 25 marzo Dove c’è volontà, c’è soluzione

Numero del giorno: 2.000.000.000.000 Fondi stanziati dal Congresso Usa per contrastare l’epidemia

Quanto sia sottilmente perfido il coronacoso, lo capisco d’improvviso mentre mi sorprendo a pensare al principe Carlo d’Albione che come tanti altri vips ha ritenuto necessario farci sapere (ma poi perché?) che si è beccato il malanno. Per la prima volta mi sono raffigurato l’eterno erede persino autorevole, mentre col sopracciglio umido prometteva alla corte che ce l’avrebbe fatta. Pensate poi che senso di tranquillità mi ha dato sapere che anche la regina sta bene.

D’altronde, mai come in questi giorni le quotazioni dei regnanti e dei loro maggiordomi sono state così alte. Persino quelle dei regnanti repubblicani. Il presidente francese, per dire. Giurano che le sue quotazioni, crollate all’epoca della riforma delle pensioni, non siano mai state elevate come adesso, che impugna siringa e stetoscopio.

Persino il nostro primo minestra, dicono i soliti sondaggiari, sarebbe al 70% del gradimento.

Capite quant’è perfido, il coso? Ti distrai un attimo e bum: ti colpisce. Non i polmoni. Il cervello.

A domani.

Cronicario. Non aprite quella scuola, parte II


Proverbio del 5 marzo Fatti vedere raramente, e sarai amato di più

Numero del giorno: 63.000.000.000 Perdite minime stimate per settore aerei 

Nella puntata precedente, l’impavido governo italiano prima socchiude e poi incurante delle crisi di panico di una legione di genitori, chiude le scuole. Il mondo (l’Italia almeno) non sarà più lo stesso. I giovani virgulti discenti piangono amare lacrime di rassegnazione,

mentre i genitori fanno del loro meglio per approfittare dell’opportunità per passare più tempo con i propri pargoletti.

In questa puntata, sempre più terrificante, l’Italia fa trapelare che forse fino al 15 marzo sarà troppo poco tenere chiuse le scuole. Potrebbe servire più tempo.

Ma intanto, come ha argutamente sostenuto oggi qualcuno, l’Italia sta facendo scuola. Pure se al chiuso. Infatti oggi hanno chiuso le scuole l’Iran, Nuova Delhi e persino Seattle, dove hanno individuato 27 (ventisette) casi del noto virus.

Ma attenzione: si prepara il terzo episodio. Le scuole verranno riaperte. Ma a luglio.

A domani.

Cronicario: Ciao, sono il Coronavirus


Proverbio del 4 febbraio Sorridi alla vita e la vita ti sorriderà

Numero del giorno: 10.131 Ferrari consegnate nel 2019

Ciao, sono il Coronavirus, forse avete già sentito parlare di me. Sono l’ultimo arrivato di una lunga serie di spauracchi che tira fuori il peggio di voi, ma io a differenza – chessò – degli immigrati o delle tasse, ho i superpoteri. Con me le persone diventano superstronze.

E lo sapete perché? Perché li spavento a morte. Letteralmente. Dicono di me che sono supercattivo. Ma in realtà esagerano e li capisco, poveretti, quelli che dispensano allarmi. Coi tempi che corrono, a tutti i livelli corre anche la voglia di pararsi la seduta, o poltrona, in quanto raffinato simbolo delle terga. Non so se mi spiego. E allora ecco qua la gara a chi la spara più grossa.

Ma vi giuro che non sono così cattivo: mi disegnano così. I governanti per i motivi di cui sopra, i giornalai per quelli di cui sotto.

E così si arriva a fare e pensare (non necessariamente in quest’ordine) le grandi minchiate che pensate e fate (neanche in quest’altro ordine) tutti. Col che mi avete reso definitivamente felice. Non solo sono famoso, ma anche temuto e riverito. Insomma sono pronto per il futuro.

Ho già lo l’hashtag perfetto per le prossime elezioni: #piùvaccinipertutti.

A domani.

Il virus cinese, molto più dei dazi, mina la globalizzazione


A guardare le cronache dell’allarme sanitario che squilla a più non posso da Pechino, emerge con chiarezza un’evidenza: una settimana di paura del coronavirus ha fatto più danni alla Cina di un anno e passa di guerra commerciale, al termine della quale la Cina ha pure aumentato i suoi attivi commerciali. Soprattutto il virus rischia di isolare la Cina – già in autoquarantena da giorni – e così facendo mette in crisi i processi della globalizzazione, evidentemente assai più sensibile alla paura delle malattie che alle intemerate dei politici.

Alcuni esempi tratti dalle cronache aiuteranno a mettere a fuoco. Lasciamo da parte la reazione – prevedibile – dei mercati finanziari, come sempre ostaggio dei saliscendi umorali degli operatori. A fare la differenza è quella che con qualche semplificazione viene definita economia reale. I viaggi all’estero, ad esempio. Non bastassero le indicazioni delle autorità cinesi a muoversi meno possibile – che arrivano fino alla sospensione di trasporti in alcune aree sensibili – è arrivata la notizia che Trump stava pensando di sospendere i voli per la Cina, insieme a quella che la British Airways lo aveva già deciso. Stessa cosa ha fatto la compagnia indonesiana Lion Air e anche la Lufthansa ha tagliato i voli.

A un certo punto è anche arrivata la notizia che sono state annullate le prove di coppa del mondo di sci previste in Cina in febbraio. Un altro pezzo della Cina “internazionale” che viene meno. Per non parlare della psicosi ormai, quella sì, pandemica. L’Australia, dove erano in trasferta, ha chiuso in quarantena in albergo la nazionale cinese femminile di calcio, “colpevole” di esser passata da Wuhan alcuni giorni prima. Questo mentre il Mozambico bloccava il rilascio di visti ai cinesi. Il Kazakhstan e la Mongolia hanno chiuso le frontiere con la Cina. Non stupisce che ormai ovunque i cinesi vengano guardati con apprensione, se non con sospetto. Lo stesso giorno la Toyota ha annunciato la sospensione della produzione fino al prossimo 9 febbraio, mentre Stairbucks chiudeva temporaneamente la metà dei suoi punti vendita in Cina e Ikea tutti i suoi store.

Ed è proprio sull’avverbio “temporaneamente” che si misurerà la gravità della crisi. Quanto più a lungo durerà la paura, tanto più gravi saranno gli effetti sull’internazionalizzazione, nella quale la Cina gioca un ruolo di straordinaria importanza. Il mondo che mette al bando ciò che arriva dalla Cina è lo stesso mondo che sta segando l’albero su cui è seduto. Per dirla con le parole del presidente della Fed Jerome Powell, “il virus crea incertezze per la crescita dell’economia mondiale”.

La storia peraltro non incoraggia all’ottimismo. E’ già successo una volta che un’epidemia partita dalla Cina abbia distrutto una globalizzazione. Parliamo dalla peste nera del XIV secolo, arrivata in poche settimane in Europa proprio in ragione dell’intensa attività di scambi internazionale, che ieri come oggi, legava l’Oriente all’Occidente. Certo, il mondo è assai meglio attrezzato di allora contro le pandemie. Ma al tempo stesso lo sono anche i patogeni che, come noi, prendono gli aerei. Nel dubbio la globalizzazione si ritrae. E questo è il punto saliente.