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Cronicario: Più Pil per tutti, comunquemente

Proverbio del 14 novembre Un uccello chiacchierone non costruisce il nido

Numero del giorno: 1 Inflazione % annua a ottobre in Italia

Giorno di festa per i politici europei. I dati del pil confermano le previsioni più rosee e finalmente gli eletti, chi più chi meno, si possono presentare agli elettori col cuore rinsaldato dal sentimento di aver mantenuto la loro promessa elettorale.

Ai più patriottici spiacerà osservare che il +0,5% del trimestre italiano, che annualizzato arriva all’1,8%, sta un po’ ai margini della crescita dell’eurozona, dove la crescita annualizzata è arrivata al 2,5% e ancor più lontana da quella tedesca, al 2,8. Mentre gli amanti dei gufi si soffermeranno o sottolineare che la caccia al tesoro del Tesoro in corso alla Camera rischia di assestare un fiero colpo alle speranze del presidente del consiglio, che esorta a “non dilapidare i risultati”.

Giusto: meglio spenderli.

Ma basta tristezze: l’economia va alla grande, comunquemente. Mica penserete che uno va a contare gli spicci no? E infatti nessuno lo fa, tantomeno oggi che è giornata di buone notizia. Bankitalia, che non poteva mancare alla festa, ha pubblicato una pregevole ricognizione sul tema del mese – le sofferenze bancarie – che disegna un quadretto niente male.

I tassi recupero sono lievemente calati nel 2016 ma la banca è ottimista sul futuro: “I tassi di recupero delle sofferenze non sono sovrastimati”. Che è il modo bancario per dire che non sono minchiate palesi. Il costo delle minchiate occulte, nel caso, lo scopriremo a nostre spese.

Potremmo continuare a lungo con l’elencazione delle buone notizie made in Italy, ma mi convinco che è meglio rubarvi gli ultimi dieci minuti di tempo dandovi una notizia vera, non questa roba da bancarella. E perciò mi immergo nel flusso incasinato della quotidianità e pesco questa perla.

Ed ecco qua il futuro del mercato energetico targato a stelle&strisce. L’America Saudita. Hai voglia a contare il Pil.

A domani.

 

Cronicario: Banche, c’è chi ci crede e c’è chi ci Creval

Proverbio dell’8 novembre Chi dice la verità non sbaglia

Numero del giorno 800.000 Posti di lavoro persi fra il 2007 e il 2015 secondo Confindustria

Lo dicevamo ieri: non c’è più trippa per banche. E oggi puntuale la conferma: non si finisce mai di soffrire. Sotto a chi tocca perciò.

E oggi è toccato al Creval che ha comunicato al mercato la buona novella di aver rettificato crediti per 386 milioni – le mitiche sofferenza bancarie – generando un bel buchetto da 402,6 nella sua ultima trimestrale, dopo aver scritto nel suo piano industriale fino al 2020 che servirà un ricapitalizzazione da 700 milioni per rimediare a questo capolavoro. Sempre nel piano c’è scritto pure che è prevista ancora pulizia sui crediti deteriorati fino a un massimo di 772,5 milioni. Grande successo in borsa: le azioni sono arrivate a perdere un 30% teorico. Le sofferenze sono sempre dolorose. Quelle bancarie in più costano un patrimonio. Peccato che non ce lo dicano mai.

Non c’è niente da ridere. Le banche sono come la squadra del cuore: ci si crede.

Per chi non crede c’è sempre il Creval. A questi dico: #statesereni: le sofferenze delle banche ci faranno compagna a lungo sfinendo quel che resta della nostra capienza fiscale. A proposito di sfinimento fiscale, grandi trame si tessono all’ombra dell’altro Grande Tema Nazionale che finirà col provocarci un altro salasso:

Mica avrete pensato che il Grande Tema fosse investire in intelligenza artificiale vero? Certo che no: sono le vecchie, carissime, pensioni che ogni anno da quando ho memoria fanno parlare di sé e ci regalano enormi soddisfazioni. E anche quest’anno non fa eccezione. Ho letto da qualche parte che la Camusso è infuriata col governo perché non si sbriga a concedere quello che i sindacati vogliono:

ma che in fondo vuole anche la politica.

Ma quello che dovete sapere è che ci sono persone che hanno idee diverse. Ad esempio oggi ho letto con grande piacere l’opinione di un eminente giurista che ha motivato con un argomento finalmente non economico perché è contrario alle pensioni. Mica perché mettono a rischio la sostenibilità del nostro debito pubblico, argomento che fa orrore a tante anime belle che teorizzano l’infinita disponibilità di denaro, ma perché – udite udite – mettono a rischio il matrimonio.

Così dice Sabino Cassese, intercettato a margine di un incontro alla Scuola S.Anna di Pisa: “Io sono convinto che nessuno dovrebbe andare in pensione. Mai. Ciò farebbe bene alle famiglie e ai matrimoni, ridurrebbe i litigi tra marito e moglie. Quando il marito sta a casa a lungo comincia a dare fastidio alla moglie e dunque ritengo che la pensione rovina i matrimoni. Mi rendo conto che questa mia posizione è piuttosto singolare, ma sono convinto che sia utile che ciascuno si mantenga costantemente in attività”. Neanche il vostro Cronicario sarebbe stato capace di tanto.

A domani.

Cronicario: Non c’è più trippa per banche

Proverbio del 7 novembre Ciascuno conosce il proprio dolore

Numero del giorno: 109.000.000.000 Costo del welfare per le famiglie italiane

Tenetevi forte che oggi si balla. Anzi: si banca. Complice un Forum sulla vigilanza bancaria a Francoforte i capoccioni della Bce hanno lanciato un paio di siluri che di sicuro faranno venire un rush cutaneo al nostro sistema bancario, che ha la pelle resa sensibilissima a causa delle elevate sofferenze provocate dalla crisi. Le famose sofferenze bancarie, avete presente?

Il primo siluro l’ha sganciato Mario Draghi che pur riconoscendo che la via del dolore ha finito col ridurre le sofferenze bancarie dal 7,5% 2015 al 5,5% di adesso, ha sottolineato che “il problema non è ancora stato risolto”. Le banche stanno soffrendo ancora e per giunta, ha sottolineato che “non c’è spazio per compiacersi”, mostrando così il nostro beneamato un suo lato nascosto vagamente veterotestamentario.

Il secondo siluro l’ha sganciato la Madonna che vigila sul nostro sistema bancario, al secolo meglio conosciuta come Daniéle Nouy, presidente del Consiglio di Vigilanza della Bce, oggi in versione Madonna incazzata.

E dice Madame? Che “le banche devono smettere di negare la realtà. Quando lo fanno siamo in grado di affrontare i problemi”. E lo dice proprio nel giorno in cui la Federazione bancaria europea scrive una lettera accorata alle istituzioni e autorità europee lamentando che le nuove regole sugli Npl – quelli che hanno provocato una levata di scudi tanto rumorosa quanto inutile qui da noi – aumentano l’incertezza regolamentare. Figuratevi le risate a Francoforte. Tanto più forti, non appena hanno cominciato a circolare le agenzie di stampa dove si leggeva che domani mattina arriverà dai servizi legali del Parlamento europeo il parere sui limiti dell’attività normativa della vigilanza della Bce. Una di quelle trovate geniali che solo a un italiano potevano venire in mente (il presidente dell’europarlamento Tajani) per provare a infilare una zeppa all’addendum varato dalla vigilanza proprio sulla gestione degli Npl (nome in codice delle sofferenze).

Prima che vi impicciate con questi sofismi, come vanno le cose ve lo dico io che pure non so nulla: non c’è più più trippa per gatti. O per le banche, se preferite. Alla fine mamma Bce le metterà in riga una per una, con tanti saluti pure a Padoan che, a valle di tutto questo chiacchiericcio ha dichiarato di aver ribadito all’Eurogruppo i dubbi sull’addendum Bce.

E visto che siamo in giornata di buone notizie, vi do anche gli ultimi aggiornamenti Istat sulla nostra economia.

Va tutto talmente bene che a settembre sono pure aumentate le vendite al dettaglio del 3,4% su base annuale. Abbiamo smesso di soffrire allora?

A domani.

Cronicario: Allegria, saremo tutti più ricchi. Di debiti

Proverbio del 6 novembre Chi non ha un passato non ha un futuro

Numero del giorno: 2,9 Andamento % prezzi produzione a settembre su anno nell’EZ

E dai che diventiamo tutti ricchi. Tempo un decennio e la ricchezza mondiale raddoppierà secondo quanto dicono i cervelloni dell’Associazione italiana private banking e del Boston consulting group. Anzi meno di dieci anni: una mezza dozzina scarsa, se considerate che il decennio fa data dal 2011, quando la ricchezza globale quotava 101 trilioni di dollari, che sono 101 mila miliardi che sarebbero, 100 milioni di milioni, che sarebbero non so quante volte quei dieci euri che tengo in tasca…

ma comunque non è questo il punto. Il punto è che nel 2021 arriveremo a 192 trilioni, che sono 192 mila miliardi, equivalenti a 192 milioni di milioni, che sarebbero non so quante volte quei dieci euri che ancora tengo in tasca, ma che nel frattempo dovrebbero raddoppiare a venti, facendo di me un uomo più ricco dei debiti di qualcun altro. Non lo sapevate?

Debiti e crediti globalmente si equivalgono e generano un meraviglioso saldo zero. Perciò quando vi dicono che la ricchezza aumenterà è solo il modo ottimista per ricordarvi che altrettanto faranno i debiti. E magari mettervi sull’avviso: cercate di stare dalla parte giusta del bilancio.

Mentre che attendo che i miei dieci euri raddoppino decido di occuparmi per un attimo di cose serie – solo un attimo giuro – perché nel frattempo mi è caduto sotto gli occhi un grafico che racconta una storia incredibile.

Dal 2010 il costo dello storage di un TB, che sarebbero 1024 Giga, che sarebbero un milione e spicci di mega, ossia di quei dischetti di plastica che i vecchietti come me maneggiavano negli anni ’90, è crollato peggio dei mutui subprime Usa nel 2008. Che cavolo è capitato al mercato dello storage per passare da quasi 10 centesimi al Tera a meno di uno?

Vabbé, non c’avete torto, Però magari vi interessa sapere che da allora la creazione di dati globali è passata a poco più di zero zettabyte, che sono un miliardo di terabyte, e quindi un trilione e spicci di gigabyte e non so quanti dischetti,a più di 25…non osservate questa strana correlazione fra l’aumento dei debiti e quello dei terabyte?

E’ chiaro che troppi zeri fanno male e che devo prendere le mie medicine. Ma prima ho ancora altre due importanti novità che domani troverete sui giornali ed è sempre meglio saperle dal vostro Cronicario che almeno la prendete sul ridere. La prima è che è partito il tavolo tecnico a palazzo Chigi sulle pensioni. Se pensate che non toccherà mettere mano al vostro portafoglio, vuol dire che siete convinti di abitare chessò: in Svizzera. Poi che l’Istat, per bocca del suo presidente, ha fatto sapere che l’economia a ottobre sta avendo un andamento “marcatamente positivo”.

A domani.

Cronicario: E rinviar (l’Iva) m’è dolce in questo mare

Proverbio del 30 ottobre Che sia il mare a provare se la barca resiste

Numero del giorno: 1 Aumento % spesa dei consumatori Usa a settembre

Ed eccolo qua il frutto delle Grandi Manovre del governo: 120 articoli con dentro un bel deficit pieno di buone intenzioni. E figuratevi adesso che la palla passa al Parlamento.

Uno spettacolo, sicuramente. Intanto che che va in onda contentiamoci di sapere che nel 2018 non cisarà il temutissimo aumento dell’Iva, una robetta che vale un paio di miliardi e che spaventa tutti visto che può affossare la tenue ripresa dei consumi. Ma non vi rilassate troppo: non è sparito l’aumento dell’Iva. E stato solo rimandato al 2019, proseguendo nella consuetudine ormai sperimentata negli ultimi anni di spostare l’aumento poco più avanti.

Ma più che il futuro remoto, è quello prossimo che merita la nostra attenzione. Ecco il solito elenco:

Manovra: sconto abbonamenti bus-treno fino 250 euro
Manovra: cresce platea per il bonus Irpef 80 euro
Manovra: cedolare secca affitti al 10% prorogata 2 anni
Manovra:bonus under 30 permanenti,primo anno under 35
Manovra: arrivano ‘bond cuscinetto’ in caso crisi bancarie
Manovra:bonus energia anche in 2018,arriva su giardini
Manovra: quasi 38 mld in più a fondo investimenti
Manovra: stop aumento aliquote tasse locali nel 2018
Manovra: lotta povertà, priorità disoccupati over55
Manovra: arriva fondo famiglia, con 100 mln l’anno
Manovra: piano straordinario assunzioni polizia-vigili fuoco
Manovra: stretta fisco su fuga utili all’estero
Manovra: pacchetto ‘sisma’, fondi da L’Aquila a Ischia
Manovra: pacchetto sport,da bonus impianti a norma ‘Tam Tam’
Manovra: sconto 19% polizze casa contro calamità naturali
Manovra: per il 2018 emissioni titoli di Stato fino a 55mld
Manovra: raddoppia tassa licenziamenti, fino 2.940euro
Manovra: prorogato iperammortamento 250%, ‘super’ a 130%
Manovra: arrivano Pir immobiliari e fondi quotazione Pmi
Manovra:per aziende strategiche possibile altri 12 mesi cigs

E come direbbe il poeta, il naufragar m’è dolce in questo mare. Anzi: il rinviare

Fuori dalle beghe di casa nostra si segnalano un paio di altri fatti rilevanti. In Spagna, a parte la diaspora dei catalani inguaiati dal governo si registra il pil del terzo trimestre, in linea con le previsione a +0.8%, mentre la borsa celebra con un +2% il commissariamento deciso dal governo. In Germania invece si registra il rallentamento dell’inflazione ad ottobre all’1,5% dall’1,8% di settembre.

E poi c’è Trump, ormai sempre più vicino alla nomina del nuovo presidente della Fed, che salverà il mondo e le banche insieme con il suo super presidente.

L’importante è crederci.

A domani.

Cronicario: Il problema dei giovani italiani è che sono troppo educati

Proverbio del 27 ottobre Chi prende più di quello che gli serve ruba a un altro

Numero del giorno: 3 Crescita % Pil Usa nel terzo trimestre

Lo so che educated in inglese significa istruito, e quindi so pure che overeducated vuol dire troppo istruito, ma quando leggo nell’ultimo capolavoro dell’Istat che i nostri giovani sono overeducated, prevale il false friend tipico dell’italiano undereducated e perciò equivoco: i giovani italiani sono troppo educati: per questo non trovano lavoro.

Anzi peggio. Nel 2016 il 38,5% dei giovani diplomati o laureati di 15-34 anni, parliamo di 1,5 milioni di ragazzi, hanno dichiarato che per svolgere adeguatamente il proprio lavoro sarebbe sufficiente un più basso livello di istruzione. Addirittura il 41,2% dei diplomati. Quindi delle due l’una: o abbiamo una scuola che sforna cervelloni, e non ce ne siamo mai accorti, o abbiamo una scuola inutile.

Se poi andiamo a vedere i dettagli, fra gli stranieri gli overeducated che si percepiscono tali sono il 69,1%. Dal che deduco che esiste anche una terza possibilità: che molti giovani facciano un lavoro poco qualificato.

Comunque sia, mi rimane fisso in testa che questo esercito di ragazzi soffra davvero di troppa educazione, più che di sovraistruzione. E se date un’occhiata al resto della release capirete anche voi il perché.

Parliamo di un 21% della popolazione che quando gli dice bene diventa celebre tre quattro volte l’anno – oggi è uno di quei giorni – per lo più quando si frigna sul tasso di disoccupazione giovanile, e dei quali ci si occupa con raro menefreghismo nei palazzi che contano. E soltanto la buona educazione, penso io, impedisce a questi 12 milioni 681 mila giovani di intonare una pernacchia all’unisono al Palazzo ogni volta che sentono parlare di riforma delle pensioni, come sta succedendo in questi giorni, che inevitabilmente scarica i costi peggiori su di loro.

E sempre la buona educazione frena questi ragazzi dal mandare a quel paese chi, commentando i dati, nota come solo quattro su dieci si dicono disposti ad emigrare, come se ormai non avessero altra scelta.

Per non parlare dell’opinione che dovrebbero coltivare (e manifestare con forza) di un paese le cui strutture pubbliche, elefantiache e costose, sono appena in grado di aiutare a trovar lavoro appena l’11,9% di chi lo cerca. Gli altri per una robusta maggioranza (quasi il 40%), si affidano a parenti e amici, altri ancora fanno da soli. Molti non ce la fanno e rimangono a spasso, senza manco avere più voglia di studiare, perché tanto sono già overeducated.

Ma no. Forse invece, cari ragazzi, dovreste iniziare a incazzarvi. Ma mi rendo conto che è venerdì e dovete affrontare il week end che è sempre impegnativo.

Ne riparliamo lunedì.

 

Cronicario: L’Odissea dell’altro Supermario: quello della Bce

Proverbio del giorno Un piccolo tarlo può far cadere un grande albero

Numero del giorno: 150 Numero dei comuni italiani che si sono uniti

Sarà capitato anche a voi di avere a che fare con un moccioso sotto i dieci (o sopra i trenta oggi tutto è possibile) che fa il conto alla rovescia nell’attesa di un nuovo videogioco, questa peste internazionale che ormai non risparmia (e non fa risparmiare) più nessuno. Per cose che succedono, a me è capitato di finire in un giro di comunicazioni informali – diciamo così – che conteggiavano alla rovescia l’uscita del prossimo Supermario che io, deviato da questioni noiose come quelle economiche, ho subito scambiato per il solo e l’unico: quello che abita a Francoforte. Mi sbagliavo.

Era questo Supermario che aspettavano tutti. E l’ho capito solo perché a un certo punto è venuto fuori che sarebbe uscito domani, mentre io facevo la fila già da stamattima per il Supermario che oggi deve spiegare il futuro del QE. Ho sbagliato di poco però. Con l’originale, il mio Supermario ha in comune di dover affrontare un’odissea niente male: il viaggio di ritorno verso la normalità monetaria, la sua Itaca.

La prima tappa dell’Odissea di Supermario di Francoforte è cominciata oggi con l’annuncio dei tassi fermi “ben oltre l’orizzonte del QE” e dell’acquisto di titoli dimezzato da 60 a 30 miliardi al mese da gennaio a settembre prossimi. Ma hai visto mai, possono pure cambiare idea se lo cose vanno male. Gli acquisti di titoli potranno aumentare o essere prolungati anche dopo settembre, dice il consiglio della Bce, che conferma che reinvestirà i titoli in scadenza in strumenti di pari durata e quantità. Investimenti che a un certo punto saranno “massicci”, dice Draghi.

Ovviamente seguendo la stella cometa dell’inflazione, il mitico target del 2%: la bussola sulla cui sensatezza è ragionevole nutrire ampi dubbi.

Una cosa sulla quale non dovremmo dubitare, invece, è che la pacchia monetaria sta finendo. L’Eurosistema ha 300 miliardi di titoli di stato italiano in pancia, l’80% dei quali nel bilancio della Banca d’Italia, di fatto divenuta l’investitrice di ultima istanza del nostro governo al posto delle banche commerciali, che infatti stanno lentamente cedendo titoli di stato. Su cosa ci aspetta dal 2018 e soprattutto dal 2019, specie se l’inflazione torna a salire, ci sono ben pochi dubbi.

Anche per noi si prepara una bella Odissea, se ci pensate: dovremmo imparare a far quadrare i conti senza l’auto di mamma Bce. La normalità fiscale è la nostra Itaca, popolata da eserciti di proci affamati di prebende da dare e da avere. Non a caso Draghi, nel corso della conferenza stampa, ha ribadito l’importanza che i paesi adottino comportamenti coerenti con i loro obblighi europei, a cominciare dal rispetto dei trattati. Voi ci credete?

Perciò sia che vi abbeveriate alle parole del Supermario di Francoforte, sia che aspettiate di giocare (da domani) col Supermario di Nintendo, chiedetevi quale sia la vostra personalissima Odissea, visto che a quanto pare ci tocca a tutti.

A domani.

Cronicario: Viviamo più a lungo, scordatevi la pensione

Proverbio del 24 ottobre I difetti sonnecchiano, ma non muoiono

Numero del giorno: 3.540.000.000  Surplus commerciale Italia a settembre

E anche oggi vince l’Istat. Nel senso che come ormai accade da un pezzo ci regala la migliore notizia del giorno. Ma che dico del giorno: dell’anno. Ma che dico dell’anno: del quinquennio. Non la sapete? Certo che la sapete: viviamo di più, che in pratica vuol dire che moriamo di meno.

Certo è bellissimo leggere che rispetto a 40 anni fa i bambini di meno di un anno muoiono sette volte meno – alla faccia di quelli che odiano il progresso – ma in fondo fa il paio col fatto che l’abbassamento del rischio di morte degli 80-89enni abbia spiegato da solo il 37% del guadagno della sopravvivenza maschile.

La parte più interessante però arriva a metà dell’opera. “La speranza di vita aumenta in ogni classe di età. All’età di 65 anni, ad esempio, arriva a 20,7 anni per il totale dei residenti, allungandosi di cinque mesi sul 2013”. Vi ricordano qualcosa i 65 anni? Dai pensateci bene: era l’età in cui una volta si andava in pensione. Anzi, c’è stato un tempo in cui a 65 anni eri pensionato anche da un ventennio se eri fortunato. Perché una volta, quando si moriva prima, ci si pensionava prima. Anzi, a dirla tutta, ci si pensionava prima a prescindere, per godersi la vita il più possibile. Oggi invece, che si muore dopo, si lavora di più.

E infatti dal 2019 si andrà in pensione di vecchiaia a 67 anni, oppure serviranno 43 anni e tre mesi di contributi per gli uomini e 42 e tre mesi per le donne: quei cinque mesi giusto di aumento di speranza di vita rispetto all’ultima revisione che Istat ha certificato oggi. Della serie: vuoi campare di più? Allora fatica! Non siete contenti di vivere di più? Immagino di sì. Allora vi do un’altra informazione che vi renderà definitivamente felici. Le pensioni scompariranno, a furia di aumentare la speranza di vita. Ma tranquilli: non le rimpiangeremo. Saremo troppo rincoglioniti da una vita di lavoro più o meno precario.

A proposito di lavorare. Vi sarà piacere sapere che sempre l’Istat ci informa che l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie, a settembre, è aumentato dello 0,6 a settembre rispetto a un anno fa e che nei primi nove mesi di quest’anno la retribuzione oraria media è cresciuta dello 0,4% rispetto allo stesso periodo del 2016. Quindi abbiamo realizzato il mondo perfetto: si lavora per poco, ma per sempre e si vive a lungo.

State allegri.

A domani.

Cronicario: Redditieri di tutta Italia, unitevi!

Proverbio del 20 ottobre Un oggetto rubato non dà gioia al cuore

Numero del giorno: 0,5 Stima crescita pil secondo Bankitalia nel III trimestre

Prima che chiudo bottega, visto che è venerdì e per 48 ore sparisco, devo dirvi un paio di cose che non potete ignorare. Ecco la prima:

Che vuol dire? Che siamo diventati dei discreti redditieri che incassano un dignitosissimo gruzzoletto dai propri investimenti esteri (e vi risparmio quello che incassiamo da quelli patriottici). L’istogramma ocra misura proprio i redditi primari della bilancia dei pagamenti, che da una vita registravano deficit e adesso hanno segnalato un surplus di quasi dieci miliardi in un anno contribuendo al miglioramento del saldo di conto corrente. In pratica vuol dire che dall’estero sono arrivati più soldi di quanti gliene abbiamo mandati noi.

Esagero? Ma avete visto come stavamo nel 2011? Avevamo un saldo negativo per 60 miliardi. Bastava lo starnuto di un pigmeo e rischiavamo l’apocalisse. E in effetti ci siamo andati vicini. Com’è successo ‘sto miracolo è materia per i secchioni, categoria alla quale mi guardo bene dall’iscrivermi, però qualche sospetto ce l’ho…

Prima che corriate a toccare ferro vi do un’altro possibile candidato.

Il dato è vecchiotto, ma la dice lunga. Oggi le famiglie italiane contano più di 4.000 miliardi di ricchezza finanziaria che genera belle rendite, che diventano bellissime se ci mettete dentro anche quelle che ricavano dagli immobili. Ecco i dati più aggiornati diffusi da Consob.

In pratica siamo seduti sulla nostra fortuna. E non è tanto strano che siamo diventati redditieri, ma che non lo fossimo prima. Come sia possibile che un paese ricco come il nostro abbia un’economia anemica è un mistero, ma una cosa possiamo dirla, per rinsaldare lo spirito di corpo: redditieri di tutta Italia, unitevi!!

Potrebbe pure bastare per oggi, mi dico, ma poi mi casca davanti agli occhi uno di quei grafici che ti fanno venire voglia di studiare (ma solo per un minuto) Lo metto qui, magari viene a voi (ma non credo).

Osservo alquanto scioccato quell’esercito di giapponesi di oltre 65 anni che pesa quasi il 50% sul totale della forza lavoro, e a seguire vedo il nostro quasi 40%, avviato a diventare un buon 75%, quasi quanto il Giappone, nel 2050.

E allora mi sorge il sospetto che sia questa demografia l’autentica protagonista della nostra economia, che somiglia sempre più a quella del Giappone: ricca e pigra. Ma è tardi per cercare una risposta.

A lunedì.

 

Cronicario: Il nuovo sport italiano: cercare lavoro

Proverbio del 19 ottobre La tartaruga non abbandona la sua corazza

Numero del giorno: 6,8 Crescita Pil cinese nel terzo trimestre

Siccome è giovedì e inizio a soffrire di sindrome da week end prossimo ma ancora lontano, decido di occuparmi solo di cose leggere, di quelle capaci di tenere desta senza troppo sforzo l’attenzione di voi divoratori del Cronicario, che sarete come me immagino estenuati dall’attesa che ancora ci attende prima dell’agognata ricompensa.

Mi agito svogliato fra grafici e tabelle dall’aria defatigante fino a che pure oggi non mi arriva l’Istat in soccorso. Il mio istituto preferito lancia uno di quegli argomenti perfetti per l’aperitivo del pomeriggio, da affrontare dopo il primo cicchetto e l’immancabile boccata di nicotina: gli italiani e lo sport.

Anzi, guardate l’infografica che è meno faticosa: è pur sempre la vigilia di venerdì.

M’interrogo se avere un italiano su tre che si agita facendo sport, e addirittura uno su quattro che lo fa regolarmente, faccia di noi una popolazione atletica, anche se certo, quel 39,1% di sedentari non è che deponga a nostro favore.

Mi sorge però il sospetto che questi sedentari siano impegnati in pratiche sportive che la statistica, notoriamente imperfetta, fatica a inquadrare nella sua tassonomia, forse perché magari fatica ad aggiornarsi. E il sospetto trova una qualche conferma nella tarda mattinata, quando l’Inps produce un gradevole documento redatto dal suo Osservatorio sul precariato. Qui scovo la seguente tabella, che riesce persino a guarire la mia sindrome da vigilia del venerdì.

Ed è nella filigrana di questi andamenti, con l’aumento dei rapporti a termine che surclassa quello dei contratti a tempo indeterminato, che intravedo il nuovo sport degli italiani, magari quelli che l’Istat censisce immeritatamente come sedentari: cercare lavoro. Vi do un altro indizio: le assunzioni a tempo indeterminato sono calate del 30,7% fra gennaio/agosto 2016 su gennaio/agosto 2015, e di un altro 3,5% nello stesso periodo di quest’anno rispetto all’anno scorso. al contrario, le assunzioni a termine sono cresciute del 4,8 nel 2016 e del 26,3 nel 2017.

Peraltro è uno sport molto dibattuto. Al bar e nei talk show, ammesso che ci siano differenze, ha superato il campionato e persino la Champions, e come si addice a queste discussioni, molti di quelli che ne parlano non sanno quel che dicono. Esempio:

Il 61% a tempo indeterminato….

Non preoccuparti, piccoletto. Sappi solo che è personaggio illustre, per giunta contornato da sedicenti giornalisti che non hanno battuto ciglio quando la rilasciato questa dichiarazione diciamo approssimativa. Tu pensa a studiare le lingue. Così è più facile trovare un lavoro stabile e farti una carriera. All’estero.

A domani.