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L’Italia (im)possibile: Il matrimonio fra ricchezza privata e debito pubblico

Sarà colpa del caldo che ormai m’affligge, o forse del mio lungo peregrinare nei guai dell’Italia, che mi ruba ore di sonno e mi provoca gastriti. Comunque sia mi accorgo, a un certo punto, che sono stanco.

Sono stanco del continuo girarci intorno. Dall’arrabbattarmi con statistiche mezze farlocche e grafici bugiardi che alla fin fine raccontano tutti la stessa cosa: che abbiamo l’aritmetica politica contro.

Questo lo dice la logica e anche una conoscenza approssimativa dell’essoterismo economico, come quella di cui dispongo io. E se mi piace pensare (sperare) che tutto andrà bene è solo perché sono cresciuto a pane e film americani, dove – fateci caso – c’è sempre un momento in cui qualcuno dice a qualcun altro che andrà tutto bene.

Ma se guardate la fredda guerra che stiamo combattendo col metro asciutto del banchiere – leggetevi (tutta però) l’ultima relazione di Bankitalia per averne contezza – l’unica cosa che rimane è uno sconforto amaro.

Possiamo pure credere, sull’onda dell’entusiasmo, che il nuovo che avanza in politica guarirà con tocco taumaturgico le nostre piaghe, trentennali a dir poco. Ma dovremmo aver imparato che tanto alla fine ci presenteranno il conto e che tutti, chi più chi meno, saremo chiamati a pagarlo.

A chiunque ne dubiti, ricordo solo che siamo stretti nella morsa degli opposti automatismi, per cui se curiamo il settore interno sbilanciamo l’estero, e se curiamo l’estero affamiamo l’interno. Il tutto con la camicia di forza dell’euro e un debito pubblico (e vi faccio grazia di quello privato) che ci costringerà ad avere avanzi primari nell’ordine del 5% del Pil, perché oltre a quella dell’euro abbiamo anche la camicia di forza dei vari fiscal compact.

In questa situazione siamo di fronte a un’alternativa: rassegnarci o ribellarci.

E mi accorgo, forse perché sono stanco, che non mi piace nessuna delle due.

Sono troppo giovane per rassegnarmi e troppo vecchio per ribellarmi.

Immerso come sono in questo dilemma, diciamo generazionale, mi ricordo dell’insegnamento greco, che spingeva a rifiutare i dilemmi, comunque cornuti.

Sicché decido di sparigliare. Sposto il punto di vista.

E così facendo mi accorgo che bisogna porsi problemi impossibili per provare a immaginare soluzioni possibili.

La trita realtà, che possiamo raccontarci in tanti modi ma tanto non cambia, avendomi stancato, mi costringe perciò a iniziare un altro viaggio. Stavolta però ai suoi confini.

Ai confini della realtà, perciò. Come nella gloriosa serie di telefilm degli anni ’60, dove stavolta però è la (pseudo)scienza economica a diventare fantascienza.

Qui, in questa zona inesplorata, l’impossibile diventa possibile. In questo luogo, forse, si può celebrare il nuovo matrimonio che, ne sono ragionevolmente convinto, potrebbe rimetterci i piedi. Ossia quello fra ricchezza privata e debito pubblico: la controstoria futura della nostra storia passata.

E mi scuso già da ora per i miei limiti, non essendo io né economista né esperto di alcunché, ma solo modesto narratore di vicende socieconomiche e quindi incapace per insipienza a dar risposte concrete e a condirle con numeri e previsioni.

Conto perciò sul contributo di voi che siete più bravi di me, per capire innanzitutto se le mie fantasticherie hanno un senso e, se del caso, a tradurle in qualcosa che sia spendibile in un serio dibattito pubblico.

Diversamente sarà stato solo tempo trascorso insieme, spero con vicendevole soddisfazione. Che di questi tempi in cui nessuno si cura più di nessuno, sarebbe già un ragguardevole risultato.

Nel mio viaggio ai confini della realtà, mi accorgo che i vecchi strumenti non bastano e che ne servono di nuovi. Ma altresì che, come ogni matrimonio che si rispetti, quello fra ricchezza privata e debito pubblico deve basarsi sul sentimento, prima ancora che sull’interesse, essendo quest’ultimo, tuttavia, ospite scomodo ma impossibile da non invitare alla celebrazione che inizio a figurarmi. Siamo abituati a far di conto, purtroppo. E già mi immagino il ragioniere tal dei tali, o il dottor plurimasterizzato a considerare tassi attivi e passivi, vantaggi e svantaggi intrisi di numerarietà, mentre credo che dovrebbe ognuno esser disposto a perderci qualcosa purché ci si guadagni tutti.

Ma so bene che l’idealismo non nutre lo spirito animale del nostro tempo, e perciò vado oltre. Serve un incentivo.

Perché mai un cittadino, o un’impresa, dovrebbe accettare di comprare debito pubblico italiano oggi? O, per dirla in altri termini, perché dovrebbe accettare il matrimonio fra la sua ricchezza e il nostro debito?

La risposta più facile è: l’interesse. Quindi il rendimento del suo investimento, come insegnano i manuali, che ignorano richiami più ancestrali come il patriottismo o l’amore del bene comune.

E interesse sia, allora.

Ma l’interesse coincide necessariamente col tasso omonimo, o ce ne puo essere un altro?

Certo che ci può essere. L’interesse può anche essere quello di avere, anziché un incasso monetario tassato al 26%, uno sgravio fiscale che abbassi l’imposta personale sul reddito.

Compro titoli di stato per pagare meno tasse sul reddito.

Uso lo stock di ricchezza per migliorare il flusso di reddito. E in questo modo rilancio i consumi e gli investimenti senza appesantire il deficit fiscale. Se poi la studiassi bene potrei persino trovare un escamotage per ricomprarmi un pezzo di debito estero, che ormai quota il 27% del totale dello stock di obbligazioni pubbliche, al netto delle quote detenute da autorità monetarie o da fondi di investimenti esteri che gestiscono risorse di residenti.

Perché no, mi dico: io un pensierino ce lo farei. E sinceramente non vedo altre vie d’uscita alla nostra situazione. Dopo il divorzio fra  debito pubblico e ricchezza privata, un nuovo matrimonio, stavolta fra ricchezza privata e debito pubblico, mi sembra non soltanto giusto, ma inevitabile.

Ma non deve essere vessatorio. Nessuno si sposa sotto costrizione. Tutti coloro che discutono di patrimoniale dovrebbero ricordarselo.

Un matrimonio su basa su fiducia e rispetto, oltre che su patti chiari, se vuole trasformarsi in un una lunga amicizia.

Mi accorgo allora che serve uno strumento nuovo.

Più che il fiscal compact, serve un fiscal bond.

Io però non sono in grado di costruire questo strumento, né di accordarlo per fargli suonare una musica suadente.

Qualcuno è interessato a farlo? O magari ha idee migliori? Sono più che felice di ascoltarlo e ospitarlo qui, per quel poco che vale questo blog.

Ricordate però: non serve la (pseudo)scienza economica: occorre fanta-scienza.

La fantasia al potere, dicevano una volta.

(1/segue, sempre se qualcuno mi aiuta)

Il divorzio (all’italiana) fra debito pubblico e ricchezza privata

C’è molto sentimento nel rapporto che noi italiani intratteniamo col nostro debito pubblico, che poi altro non è che l’apparenza contabile del nostro Stato e perciò, in sostanza, la fisionomia di noi stessi.

Tale sentimento, che oggi volge all’odio dopo una lunga stagione d’amore, racconta del difficile rapporto che intratteniamo con noi stessi, ora egotico/superomista, ora autoflaggellante/esterofilo, ma soprattutto racconta di una lunga relazione,  un matrimonio  quasi, che il popolo italiano ha intrattenuto con il suo bilancio pubblico, facendone la cornucopia della sua privatissima ricchezza al prezzo, appunto, del debito che conosciamo, che tanto scandalo ha generato nel mondo finendo con l’interrompere l’idillio.

Sicché il matrimonio è diventato un divorzio.

Divorzio all’italiana, comunque. Quindi pieno di sotterfugi e balletti, un passo avanti e due indietro, con l’occhio giudicante dei perbenisti che alla fine ti spingono al delitto: proprio come nel vecchio film di Germi.

Sicché il divorzio fra il nostro debito pubblico e la nostra ricchezza privata non ha mai avuto la meritata evidenza che pure hanno trovato nelle cronache divorzi assai meno rilevanti, se non per gli appassionati, come quello dell’81 fra il Tesoro e Bankitalia, di cui chi segue questi argomenti potrà trovare ampi resoconti sulla rete.

Il che è un vero peccato, perché il dovorzio fra debito pubblico e ricchezza  privata semina ancora oggi i suoi frutti velenosi nella nostra società, e, soprattutto, non essendo stato elaborato il lutto, spinge la popolazione da una parte a disprezzare il suo Stato e dall’altra a chiedergli soccorso.

Proprio come succede fra ex coniugi che abbiano malamente divorziato dopo una lunga storia d’amore, essendo infine vittima ognuno del conforto delle consuetudini.

E che sia stato amore, quello fra debito pubblico e ricchezza privata, non è un’esagerazione.

La natura di questo sentimento mi si è rivelata grazie a una agilissima tabella pubblicata nell’ultima relazione annuale di Bankitalia dal titolo tutt’altro che sentimentale: risparmio e investimenti lordi in Italia, quota percentuali del reddito nazionale lordo disponibile.

Sorvolo sulla mia distonia che mi fa scorgere sentimenti dietro l’arida statistica, e mi soffermo invece su una serie storica che la banca centrale sommarizza a far data dal 1981 (quando si consumava anche quell’altro divorzio, casualmente).

Prima di illustrarvela però serve una breve premessa, sempre perché il significato delle definizioni statistiche spesso è molto diverso da quello che noi pensiamo che sia.

Nella teoria economica si definisce risparmio nazionale la differenza fra il prodotto interno e i consumi, ed equivale algebricamente alla somma degli investimenti interni e al saldo, debitore o creditore che sia, verso il resto del mondo. Quindi se gli investimenti eccedono il risparmio nazionale avremo un deficit verso l’estero e viceversa. In pratica vuol dire che un paese ha dovuto chiedere soldi all’estero per finanziare i suoi investimenti, visto che il risparmio nazionale non è stato sufficiente.

La contabilità nazionale fotografa il risparmio nazionale dividendolo nei tre settori dell’economia. Quindi il settore pubblico, le famiglie e le imprese. Semplificando potremmo considerare che siano solo due: il pubblico e il privato, ossia i nostri due coniugi immaginari. Se il pubblico consuma meno di quanto produce avremo un risparmio pubblico, viceversa un deficit. Ad esso si oppone il comportamento dei privati.

Nel decennio fra il 1981 e il 1990, ci racconta Bankitalia, il risparmio delle amministrazioni pubbliche è stato sempre negativo, per una percentuale media del 6,6% del reddito nazionale (ossia del prodotto). Sono gli anni in cui il nostro debito pubblico cresce senza freni, infatti, e nei quali il matrimonio fra Stato e cittadini raggiunge l’acme del suo idillio. Sono gli anni del tutto (gratis) per tutti, nei quali il fisco era amichevole e disattento, e le provvidenze dello Stato arrivavano a pioggia, sotto forma di prestazioni sociali, pensioni in testa, posti di lavoro, sovvenzioni di ogni tipo.

Basterà ricordare che nel 1990, quando Istat inizia a elaborare le statistiche paragonabili, la pressione fiscale stava poco sopra il 35% e il deficit/Pil, già dal 1987 e fino al 1993, viaggiava saldo sopra il 10%.

Il settore privato, infatti, arrivava a risparmiare in media il 28,8% del reddito ogni anno, con le famiglie a fare la parte del leone con un bel 20% tondo, col quale magari finanziavano i deficit statali imbottendosi di bond statali a interessi a due cifre. Ricorderete che nei primi anni ’90 la quota di titoli di stato in mano alle famiglie era pressoché il doppio di oggi.

Al netto del deficit pubblico, il risparmio nazionale si collocava intorno al 22,3% del reddito, a fronte del quale si conteggiavano investimenti lordi pari al 23,2% del prodotto. La conseguenza era che il deficit dei nostri conti con l’estero si collocava, sempre nel periodo considerato, allo 0,9% del reddito.

L’idillio entra in crisi nel decennio fra il 1991 e il 2000. La caduta del muro e la conseguente ricalibrazione degli equilibri internazionali, mettono a nudo l’insostenibilità di un matrimonio nel quale un coniuge si arricchisce a spese dell’altro. Circostanza già nota, ma tollerata in omaggio a una logica, quella della guerra fredda, che considerava le compatibilità di bilancio un dettaglio. Consentire ai privati di vivere al di sopra delle proprie possibilità era un prezzo tutto sommato accettabile col nemico alle porte. Non più una volta che il nemico ha deposto le armi.

Il nuovo corso inizia con la crisi del 1992. Da quell’anno e fino al 1997 lo stato italiano realizza una correzione fiscale del 6,5% sul saldo primario che conduce l’indebitamento netto nella fatidica soglia del 3% del Pil. Ci si preparava a sognare il sogno europeo.

Sicché il risparmio nazionale cambio volto. E gli investimenti di conseguenza. Nel periodo 1991-2000 la media del risparmio pubblico rimane negativa, ma si dimezza quasi, portandosi al 3,3%. Di conseguenza cala il risparmio del settore privato, che si porta a un sempre comunque ragguardevole 24,6%.

Ma sono le famiglie a pagare il prezzo più alto: dal glorioso 20% di dieci anni prima, il risparmio si ferma al 13%. Ciò implica che quello delle imprese, che dieci anni prima era all’8,8%, guadagna quasi tre punti, portandosi all’11,6%.

Gli anni Novanta, d’altronde, sono quelli della privatizzazione e delle liberalizzazioni, che il mainstream presentava come la panacea dei mali della nostra società.

Il risparmio nazionale lordo, di conseguenza si riduce, seppure di poco, arrivando al 21,3%, ma poiché gli investimenti perdono quasi tre punti, portandosi al 20,5%, il saldo con l’estero diventa positivo per lo 0,9. Gli anni Novanta, ricordo anche questo, sono gli anni della crisi valutaria, della svalutazione e del rimbalzo del nostro export.

Senonché è proprio in quegli anni che si innesca la spirale del nostro declino produttivo. Un calo degli investimenti non è mai un buon viatico per il futuro. E soprattutto, l’Italia si è incamminata nel percorso di costante erosione del proprio risparmio privato, guidata dal calo dei redditi di lavoro, dovendosi correggere il profondo squilibrio di quello pubblico.

Il divorzio si sostanzia già da metà anni Novanta, ma diventa palese nel primo decennio del XXI secolo: fino al 2008, infatti, l’Italia accumula avanzi primari che di fatto azzerano il deficit di risparmio del settore pubblico.

E infatti la tabella di Bankitalia segna un bellissimo zero alla voce risparmio delle amministrazioni pubbliche, mentre il risparmio del settore privato crolla al 19,9, quasi dieci punti in meno rispetto ai mitici anni ’80, con le famiglie che ormai totalizzano un misero 8,1% mentre le imprese, con il loro 11,8% consolidano e migliorano il dato del dcennio precedente.

Ma il succo è che il risparmio nazionale crolla al 19,9% mentre gli investimenti aumentano al 21,2. Siamo in piena età dell’euro, quando i (finti) tassi bassi incoraggiano tutti a investire, specie nel mattone, preparando il disastro che andrà in scena dal 2008 in poi.

Ma a questo punto gli ex coniugi sono in pieno litigio. Lo Stato, da madre generosa diviene matrigna. E ovviamente il prezzo più caro lo pagano i figli, come sempre succede. Sono i giovani le prime vittime del divorzio fra pubblico e privato.

Nel 2010, quando ormai la lunga serie di avanzi primari si è interrotta da due anni, malgrado un deficit di risparmio statale dell’1,5%, non è più il settore privato a goderne il frutto, ma il mercato internazionale. Schiacciato dal debito, lo Stato italiano deve innanzitutto pensare a servirlo, pure al costo di stritolare i bilanci familiari.

Non siamo più nello splendido 1990: la pressione fiscale ormai veleggia ben oltre il 40% del Pil.

Sicché il risparmio privato ne soffre, e quello delle famiglie ancor di più. Il primo arriva al 18,3% e il secondo scende al 6,1. Cresce solo quello delle imprese, ormai oltre il 12%. Troppo poco per sostenere gli investimenti, che pure se in calo, sono ancora al 20,4%, provocando un deficit del 3,6% col resto del mondo.

Si prepara la crisi dello spread.

Nel 2012, a crisi consumata e ulteriore dolorosa correzione imposta (a vent’anni dal ’92) il deficit di risparmio pubblico si è ridotto a un timido 0,3% e il risparmio del settore privato al suo minimo storico del 18,1%, con le famiglie ormai ridotte a un povero 5,4%, quasi un quarto del livello degli anni ’80.

Come tutti i matrimoni finiti male, anche questo porta con sé una coda dolorosa. La correzione statale, infatti, non è riuscita ad abbattere il debito, che anzi è cresciuto. Il che costringerà il settore pubblico a ulteriori correzioni a spese del settore privato.

Un po’ meno male se la passano le imprese che, sempre nel 2012, vedono sostanzialmente stabile la loro quota di risparmio al 12,7% e i nostri conti esteri, il cui deficit scende allo 0,4%. Ma solo perché gli investimenti lordi sono ulteriormente calati al 18,3, quasi cinque punti in meno rispetto agli anni ’80. E ci stupiamo che la disoccupazione sia al 13%?

Il 2013, che chiude questa breve narrazione, è l’anno del governo delle larghe spese, che infatti triplica il defici di risparmio del settore pubblico (allo 0,9%), aumentando di conseguenza il risparmio del settore privato (19,3%), in una inedita riedizione dei vecchi tempi, ma senza la loro passione travolgente. Un piccolo amarcord.

Le famiglie guadagno un punto di risparmio, portandosi al 6,4% e le imprese arrivano a sfiorare il 13%. Ma è una coda avvelenata anche questa.

Gli investimenti infatti crollano al 17,5%, visto che lo Stato prosciuga praticamente la sua quota, però in tal modo il saldo con l’estero diventa positivo per lo 0,9%. Il 2013 è l’anno in cui il nostro debito pubblico torna di moda dopo la fuga del 2011.

Morale della favoletta: le famiglie italiane son quelle che hanno goduto di più, nel settore privato, quando lo Stato elargiva a mani basse, e sono quelle che hanno pagato di più quando lo Stato ha dovuto smetterla e che presumibilmente dovranno continuare a pagare.S

Le imprese, al contrario, alla fine della storia ci hanno guadagnato, ma solo al costo di un calo degli investimenti di quasi sei punti, in gran parte dovuta al crollo della spesa statale per investimenti, che ha messo in crisi il sistema produttivo e l’occupazione.

Questo dicono i numeri. Quello che non dicono è il danno che questo trentennio ci lascia in eredità, che non è certo (o almeno non solo) il nostro debito pubblico, a fronte del quale, vale rilevarlo, abbiamo ancora una delle ricchezza private più alte al mondo che peraltro non sappiamo neanche come utilizzare.

No: il guasto principale è che il coniuge tradito (il settore privato) chiede ancora gli alimenti a colui che ha imposto il divorzio (il settore pubblico).

C’è una preoccupante dipendenza psicologica che lega il settore privato a quello pubblico, malgrado lo storia mostri con evidenza che gli italiani, quando si tratta di roba loro, sono bravissimi a far da soli.

Siamo un popolo di autentici falsi liberali, verrebbe da ironizzare.

Vogliamo l’aiuto dello Stato, ma lo odiamo.

Viziati da anni e anni di prebende pubbliche, abbiamo dimenticato la nostra natura sostanzialmente anarchica, e continuiamo a ignorarla, chiedendo allo Stato di dare ciò che non può più dare. Quindi soldi, prima ancora che un buon esempio. Lo Stato rimane un’ampia possibilità di saccheggio, e ci stupiamo pure che ci siano gli scandali.

Anche questo succede nei matrimoni, quando la consuetudine prevale sull’interesse reale dei coniugi.

E finirà che a furia di rimpianger la vita comoda, ne otterremo un’altra.

Assai scomoda.

Le quattro Europe: Il campo minato a sud-est di Berlino

La fragile Europa e l’ancor più fragile Eurozona contemplano attonite l’evolvere incerto della crisi, rassicurandosi, di volta in volta, nel notare il risanarsi a carissimo prezzo di alcuni fondamentali, ma ignari, o quantomeno ancora indifferenti, dello squilibrarsi di un’intero mondo che è poco definire confinante, essendo esso stesso costituente del disegno europeo, pure se poco osservato dalle cronache.

Chi volete che si interessi, nella disperata ricerca di buone notizie che impegna la stampa politica ed economica, ammesso che questa distinzione abbia senso, di un paese come la Bulgaria o della Moldova? Cosa volete che importi del current account dell’Albania, o della bilancia commerciale della Serbia. Paesi remoti, anche nella nostra immaginazione. Legati a pensieri di torbidi, quando non direttamente di guerra. Democrazie incomprensibili, quando non tirannie mascherate, come l’Ungheria, oppure fronti di conflitto, come l’Ucraina che sta reclamando col prezzo del sangue l’attenzione del mondo e che stiamo imparando a conoscere come potenziale fonte di pestilenza finanziaria.

Eppure, vedete, questi paesi compongono un’area geografica estremamente interrelata, che il Fondo Monetario, da sempre attento cacciatori di untori, ha definito regione CESEE, ossia Europa centro-sud-orientale. L’elenco è lungo, ma giova alla comprensione del discorso.

La regione CEESE comprende: Albania, Bielorussia, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Kosovo, Lettonia, Lituania, Macedonia, Moldova, Polonia, Romania, Russia, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Turchia e Ucraina. Alcuni, come vedete, sono nostri compagni di moneta, altri d’Unione europea. Tutti di destino.

Non vi sembri esagerato. Solo un’economia astratta e insensata come è quella del nostro tempo può tendere a sottovalutare il peso specifico della prossimità e della storia. Chi misura il rischio di un potenziale contagio calcolando la semplice esposizione vis-à-vis fra un paese e un altro sottovaluta il peso degli incroci reciproci e, soprattutto, il farsi massa critica di un’intera regione che ha sperimentato enormi afflussi di capitale e adesso subisce il contrario.

“Per la prima volta dal 2009 – nota il Fmi – i flussi di portafoglio verso la regione, esclusa Turchia e Russia, sono diventati negativi nel terzo trimestre del 2013. La suscettibilità a shock esterni di finanziamento dipende dagli alti stock di debito estero, dai notevoli bisogni di rifinanziamento e dalla rimarchevole esposizione in valuta estera”.

Anche se alcuni dei paesi della regione hanno migliorato i loro conti correnti, rimangono ancora grossi problemi di debito privato, cresciuto senza freni negli anni buoni, che si sono trasformati in problemi di debito pubblico dopo il crash, visto che gli stati hanno dovuto socializzare le perdite di tanti. Questi debiti, che devono essere costantemente rifinanziati, hanno creato grandi fabbisogni di risorse finanziarie, anche perché molti di questi debiti sono denominati in euro.

Inoltre, negli anni buoni, molti investitori hanno comprato bond locali. Sicché nell’ansia da tapering che sta crescendo nel mondo, molti si interrogano sulla tenuta di queste obbligazioni una volta che le condizioni monetarie diverranno meno espansive.

Di questo mucchio di rischi potenziali i CEESE, come altri paese emergementi, ne hanno avuto un assaggio nel maggio 2013, quando la Fed fece capire di voler tirare i remi in barca, terremotando mezzo mondo. Ma questa regione esibisce una sua interessante peculiarità: l’alta concentrazione dell’esposizione di pochi investitori nei singoli paesi.

Economie piccole come quelle di alcune paesi CEESE hanno consentito che pochissimi asset manager possano decidere le sorti di intere popolazioni. “Allo stesso modo – nota il Fmi – la gran parte dei finanziamenti bancari esterni sono arrivati ada poche grandi banche europee”.

Ed ecco che il campo minato, che la finanza ha costruito a sud-est di Berlino, mostra tutta la sua pericolosità.

Il rischio, neanche tanto remoto, è che l’Asset quality reviw nella quale sono impelagate le banche europee suggerisca loro di ridurre l’esposizione verso questi paesi, amplificando i timori di un sudden stop delle loro bilance dei pagamenti.

Mi spiego meglio. Il Financial Times ha raccontato che la banca centrale belga ha praticamente imposto al più grande gruppo bancario del paese, il KBC group, di quotare per la prima volta il rischio collegato ai bond statali detenuti dalla banca. Una decisione che cambia notevolmente le regole del gioco europeo, visto che è facile prevedere che adesso farà scuola, come peraltro molti auspicavano.

Ebbene i primi bond a finire nel mirino del regolatore erano i titoli di stato ungheresi che la KBC ha tuttora fra i suoi asset.

A fronte di tutto ciò, questi paesi hanno pochi spazi di manovra. Quelli che ancora dispongono della libertà di agire sui cambi possono usare la politica monetaria come strumento difensivo. Per gli atri rimane la solita ricetta: politiche fiscali e riforme strutturali. Sempre che facciano in tempo, ovviamente.

Per capire quanto i tormenti dei CEESE ci riguardino da vicino, giova guardare a qualche elemento d’insieme.

“Un’escalation delle tensioni geopolitiche – nota il Fmi – può colpire i paesi europei trasmettendosi attraverso i canali del commercio e della finanza”. In particolare il Fmi analizza i link creati grazie al commercio di gas con la Russia e quelli tessuti dalle banche.

I paesi più vicini alla Russia, spiega il Fondo, possono essere severamente colpiti da un rallentamento della crescita russa, ma anche i paesi core dell’eurozona, segnatamente la Germania e l’Olanda hanno intrecciato relazioni commerciali molto avanzate con i russi, che adesso potrebbe risentire della crisi ucraina. E anche i centri finanziari dell’eurozona, ossia Cipro e il Lussemburgo, condivodono la stessa sorte.

Dal lato dell’energia, l’alta dipendenza dell’Europa dal gas russo (circa il 40% dei consumi globali) espone tutti noi al rischio di uno shock dei prezzi energetici, tenuto anche conto del fatto che circa un terzo del petrolio che consumano gli europei arriva da lì. Alcuni paesi dell’eurozona, come Germania, Austria e Finlandia sono addirittura assimilabili ai paesi più vicini alla Russia, con tassi di dipendenza che oscillano dal 40 al 100%.

I link finanziari, se possibile, sono ancora più stretti.

Cipro, Austria e Ungheria sono i paesi più esposti verso Russia e Ucraina, con prestiti che oscillano fra il 4 e il 13% dei rispettivi Pil. Sorte appena migliore per le banche italiane e francesi, che contano un’esposizione che oscilla fra l’1 e il 5% del Pil.

All’interno di queste connessioni, possiamo individuare i principali debitori, che devono ricorrere all’estero per finanziare il proprio debito pubblico, e i creditori. Una lettura molto istruttiva circa le dimensioni del’intreccio e le le possibilità di contagio.

Così scopriamo che la Russia deve finanziare all’estero il 25% del suo debito pubblico, mentre Lettonie e Lituania arrivano al 90%, con una media, per l’intera regione, del 55%. Nel settore privato le cose non vanno tanto meglio, anzi peggio: il 65% dei debiti privati dei paesi CEESE deve trovare creditori esteri per essere finanziato.

Al primo club, quelli con più debito pubblico da finanziare all’estero, troviamo anche la Serbia, l’Ungheria e la Lituania. Mentre al secondo club si iscrivono sempre l’Ungheria, la Lettonia, l’Estonia, la Bulgaria e la Croazia. Gran parte di questi finanziamenti, nota il Fmi, arrivano dalle banche.

E questo ci riporta al problema di fondo: chi sono i principali creditori?

L’Austria è quella che ha investito di più sulla regione, destinandole un flusso di risorse che supera il 60% del proprio Pil. Sarà un retaggio dell’impero austro-ungarico. Ciò comporta che uno shock in questa regione o uno shock in Austria condurrebbero entrambi allo stesso risultato: il caos finanziario.

Come se non bastassero i rischi provenienti dall’eurozona, la regione CEESE risulta esposta anche nei confronti degli Usa, nel senso che un cambiamento della politica monetaria americana, stante i livelli di esposizione, rende questi paesi molto vulnerabili.

Nell’insieme osserviamo che se l’Austria guida la classifica dei prestiti bancari transfrontalieri, con il 62,2% del suo Pil investito fra Russia, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca e altri, anche la Germania con il suo 4,9% del Pil non è da sottovalutare.

Le connessioni più rilevanti la Germania ce li ha con la Russia la Polonia e la Turchia, ma le risorse tedesche arrivano anche a Romania, Ungheria, Repubblica Ceca. Quindi la Francia, che ha prestato ai CEESE il 5,2% del suo Pil, in particolare alla Russia, alla Turchia e alla Polonia. Ma troviamo anche gli Stati Uniti, con lo 0,7% del Pil prestato a Russia e Turchia. E anche la Gran Bretagna, che ha prestato con le sue banche il 4,1% del suo Pil a Russia e Turchia.

Sempre gli Stati Uniti sono fra i protagonisti degli investimenti di portafoglio, che quota l’1,3% del Pil Usa, concentrato in Russia e, a scemare, in Turchia, Polonia e Ungheria. La Gran Bretagna ha investito il 4,5% del suo Pil, in larga parte sempre fra Russia e Turchia, la Francia l’1,35 e la Germania l’1,8%. Anomala, ma comprensibile, stante il suo status di paradiso fiscale, il flusso di investimenti che parte dal Lussemburgo, che quota il 207,7% del suo Pil, concentrato in Russia e Turchia.

Ora non serve chissà quale competenza per capire che di fronte a intrecci così stretti i rischi siano bilaterali. Possono derivare da un problema del debitore, come sembra probabile adesso, o da una difficoltà o una scelta del creditore, come è stato a maggio 2013.

In ogni caso tutti questi rischi sono disseminati in maniera randomica su un territorio vastissimo del quale non sappiamo praticamente nulla e del quale non ci occupiamo mai.

Salvo quando è troppo tardi.

(2/segue)

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Esercizi di retorica sul debito pubblico: la Germania insostenibile (al contrario di noi)

Nel meraviglioso mondo delle retorica, che oggi usa l’algoritmo e l’equazione astrusa per darsi importanza, non è la verità che importa, e neanche il buon senso del padre di famiglia, ma la persuasione.

E d’altronde cosa meglio dell’artifizio retorico potrebbe giovare a convincere i creditori a finanziare il debito monstre che ormai si aggira per il globo?

Non è un caso, perciò, ma una precisa strategia di marketing, che le tecniche finanziarie, a cominciare quelle che misurano la sostenibilità dei debiti, siano evolute con il loro aumentare.

Al crescere dei debiti, e quindi dei crediti concessi, l’artifizio deve necessariamente raffinarsi per divenire ogni volta più convincente. E quindi bisogna addestrare, nutrire e soprattutto pagare, una pletora ormai innumerevole di specialisti che devono studiare pratiche, elaborare software, insegnare pure queste materie, in una parola economicizzare sempre di più il mondo per continuare a rendere possibile che la giostra continui a girare.

Che poi  questo immane sforzo di calcolo sovente si riduca al paradosso, se non addirittura all’assurdo, fa parte di quello che Popper chiamava costante processo di falsificazione della teoria scientifica che, in quanto tale, si presume infinitamente perfettibile proprio in virtù della sua approssimazione. Celebrare l’assurdo come prologo della verità, di conseguenza, è solo il capolavoro del moderno argomentare retorico del nostro tempo che chiamiamo discorso scientifico, del quale l’economia è solo un’applicazione.

Ora, nulla più di un esempio serve a comprendere.

Stavolta prendiamo a prestito dall’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato da Bankitalia dove, fra le tante cose che contiene, troviamo alcuni dati su un tema assai delicato che abbiamo iniziato a conoscere: quello della sostenibilità dei debiti pubblici dei principali stati europei.

In particolare, Bankitalia cita due indicatori di sostenibilità: l’indicatore S2, che conosciamo già, e l’indicatore elaborato dal Fmi, che l’organizzazione usa quando redige i suoi fiscal monitor.

Bene, contraddicendo quello che potrebbe pensare il nostro senso comune, secondo l’indicatore S2, il nostro debito pubblico gode di ottima salute. In particolare, l’indice quota -2,3, il che significa che il nostro debito pubblico è sostenibile nel lunghissimo periodo, e, anzi, la nostra contabilità pubblica gode di un grado di libertà pari al 2,3% del Pil che potrebbe essere utilizzato qualora se ne ravvedesse la necessità.

Ricordo che l’indicatore S2 calcola la quota di avanzo primario (nel nostro caso essendo negativo significa che possiamo permetterci una diminuizione dell’avanzo primario) necessario, date le proiezioni demografiche a macroeconomiche, a soddisfare il vincolo del bilancio intertemporale. Tale stima tiene anche conto delle prospettive di crescita dell’economia, dell’andamento dei tassi di interesse e del flusso degli avanzi primari futuri.

Tutto è bene quel che finisce bene, allora?

Non proprio. La Commissione Ue, dalla quale Bankitalia ha estrapolato l’indice S2, sottolinea nel suo Fiscal sustainability report del 2012 che la sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica italiana si basa sull’ipotesi che l’Italia tenga il suo avanzo primario al 5% del Pil dal 2014 in poi. Significa in pratica che dovremmo coprire interamente con l’avanzo primario il deficit, trovandoci in una condizione di pareggio strutturale di bilancio.

Sappamo già che nel suo ultimo Def, tali condizioni non si verificheranno quest’anno, ma, forse dal 2016 in poi.

Ma aldilà del suo numerico argomentare, la realtà politica del discorrere emerge con prepotenza allorquando la Commissione elogia la riforma delle pensioni italiana che, nota, “ha consentito di far cadere il rapporto della spesa pensionistica sul Pil”.

E questo, insieme alla spesa sanitaria, è il punto qualificante.

Detto ciò, vale la pena osservare l’altro indicatore, quello del Fmi. Quest’ultimo, estratto dal Fiscal monitor di aprile 2014, calcola l’aumento dell’avanzo primario sul Pil che dovrebbe essere conseguito entro il 2020, e mantenuto per un altro decennio, per avere un rapporto Debito/Pil al 60%. In pratica replica il comportamento dell’indicatore S1, includendovi la dinamica della spesa pensionistica e sanitaria fra il 2014 e il 2030.

Ebbene, quest’indice, per l’Italia, vale 2,8, ossia il 2,8% del Pil. Quindi significa che, entro quest’anno, dovremmo aumentare del 2,8% del Pil l’avanzo primario del 2013 (che era il 2,2%) e quindi arrivare al 5% fino al 2030 per avere un debito/Pil al 60% entro il 2030.

Come vedete, i due indicatori sono evidentemente interrelati e il succo politico è molto semplice: già da quest’anno, a bocce (della crescita) ferme, dovremmo fare un avanzo primario monstre per avere garanzia della sostenibilità del nostro debito. Questo quando sappiamo che la sorte del nostro avanzo primario ipotizzata dal governo è assai diversa.

Potremmo finirla qua, per sprofondare nella solita eurodepressione che avvolge ognuno di noi quando parliamo o sentiamo parlare di finanza pubblica.

Peer consolarci, invece, andiamo a prendere lezioni dalla Germania, che, in teoria, dovrebbe essere un esempio di finanza pubblica per tutti noi.

Pensate, ad esempio, che la Germania ha un disavanzo pubblico pari a zero, e solo in leggera crescita (allo 0,1% del Pil) nel 2015. Ciò significa in pratica che il debito pubblico tedesco scende ogni anno. E infatti i dati di Bankitalia lo vedono al 78,4% del Pil nel 2013, al 74,6 quest’anno e al 70,8% l’anno prossimo. Il costo al quale la Germania s’indebita, poi, dovrebbe convincere qualunque creditore della bontà del debito pubblico tedesco.

Eppure, i nostri indicatori la vedono diversamente.

L’indicatore S2 quota nell’ordine dell’1,4% del Pil l’aggiustamento dell’avanzo primario che la Germania dovrebbe conseguire per rispettare il vincolo del bilancio intertemporale. L’indicatore FMi, invece, stima sia necessario un aggiustamento in aumento dello 0,9% del Pil, entro il 2014, per arrivare al 60% del debito Pil entro il 2030. Considerate che il Germania l’avanzo primario del 2013 è stato del 2,2% del Pil come in Italia, ma si prevede in calo fino all’1,4% del Pil nel 2015.

Conclusione: il debito tedesco, visto nella sua prospettiva di lungo termine, è, secondo i nostri leggendari indicatori, non sostenile.

Quello italiano, al contrario, no.

Sentitevi liberi di ridere.

(3/fine)

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Esercizi di retorica sul debito pubblico: la leggenda della sostenibilità

Sempre perché è bene sapere ciò di cui si parla, quando parliamo di economia nel nostro tempo, è utile continuare a svolgere i nostri esercizi di retorica dedicando qualche ora all’analisi di uno degli strumenti più rilevanti tramite i quali si decidono i nostri destini: l’indice di sostenibilità del debito pubblico.

Come gran parte di questi indicatori, anche l’indice di sostenibilità, che pure contribuisce a stringere il laccio attorno alla nostra economia, è materia riservata agli addetti ai lavori, segnalandosi per la sua particolare astrusità e la fumosità delle sue premesse metodologiche, che spinge pure gli specialisti a considerarlo quantomeno approssimativo.

Ciò malgrado, l’indice, nelle sue varie versioni, fa bella mostra di sé in tutti i rapporti che parlano dello stato di salute della nostra finanza pubblica, a cominciare da quello della Banca d’Italia dedicato alla stabilità finanziaria e a finire dai vari documenti di previsione del governo.

Non a caso. Per chi ha un debito pubblico alto come il nostro, un indice che questioni circa la sua sostenibilità  mette di sicuro in affanno i nostri collocamenti di bond statali. Perciò, imperfetto o meno che sia, l’indice diventa un importante punto di riferimento per gli asset manager che decidono cosa comprare, nel meraviglioso mercato finanziario.

In tal modo si sostanzia il fine dell’indicatore. L’artifizio retorico, contrabbandato per atto di analisi economica, diventa un movente politico.

Comprendere cosa sia la sostenibilità di un debito non richiede grande sforzo. In un mondo sempre più sbilanciato dal lato dei creditori, è interesse di questi ultimi, proprio perché devono costantemente rifinanziare debiti, sapere quali di questi debiti siano affidabili perché ripagabili. Ossia sostenibili.

Nella teoria finanziaria un debito viene definito sostenibile quando il valore attuale dei ricavi futuri previsti in un certo orizzonte di tempo sia capace almeno di pareggiare il valore attuale dei costi, sempre nello stesso periodo.

Detto in parole di tutti i giorni: un creditore che dovesse prestarvi dei soldi per un anno, vuole esser certo che i soldi che vi entreranno in tasca nel corso dell’anno grazie al suo prestito, perché magari li utilizzerete per produrre e vendere qualcosa, saranno sufficienti a garantirgli la restituzione del capitale che vi ha prestato più gli interessi.

Fin qui nulla di strano. Ma è chiaro a tutti che proprio per il suo rivolgersi al futuro, qualunque indice di sostenibilità è fortemente condizionato dall’incertezza. Non è banale ricordarlo. Specie quando il calcolo diventa sempre più astruso, rivolgendosi a entità complesse come sono i bilanci degli stati.

Ciò in quanto, anche questo è bene ricordarlo, sono gli stati ad essere messi in discussione oggidì.

Non si capisce la tecnica, e quindi la motivazione politica, se non si ricorda la storia.

Coma ognuno sa, il Trattato di Maastricht e il patto di stabilità e di crescita (PSC) hanno fissato rigorosi vincoli di bilancio per gli stati aderenti all’euro, che prevedevano anche meccanismi sanzionatori per costringere gli stati a stare nei mitici parametri.

Nel 2005, quindi nell’epoca felice dell’eurozona, si stabilì però di riformare il patto di stabilità e si decise proprio di inserire il concetto di sostenibilità del debito pubblico fra quelli che concorrevano a creare il migliore dei mondi possibili dove tutti noi eravamo chiamati ad abitare.

Fissato il principio, rimase solo da trasformarlo in realtà. Il movente politico, per essere cogente, abbisogna del contributo (pseudo)scientifico della tecnica per diventare strumento operativo e quindi, retoricamente, persuasivo.

Fortuna che, com’è noto, a Bruxelles gli uffici abbondano di uffici tecnici volenterosi e bene istruiti all’arte della retorica, che oggi si chiama economia, per lo più sconosciuti a tutti noi eppure tremendamente importanti.

Come ad esempio l’AWG.

Alzi la mano chi conosce l’Ageing population and susteinability working group (AWG).

Io, ad esempio non lo conoscevo.

L’ho scoperto da quando ho iniziato a occuparmi della questione della sostenibilità e così ho saputo che questa allegra brigata di pensatori si occupa, già dalla seconda metà degli anni ’90, di elaborare proiezioni e stime sull’invecchiamento della popolazione europea e sull’impatto che tale invecchiamento ha sulla famosa sostenibilità fiscale. Questo gruppo lavora nell’ambito del comitato di politica economica dell’Ecofin.

Quando perciò si decise di inserire la sostenibilità fra i costituenti del patto di stabilità, fu giocoforza rivolgersi ai simpaticoni dell’AWG, che intanto avevano lavorato per elaborare uno scenario macroeconomico comune in termini di ipotesi (sempre ipotesi) demografiche grazie alle quali calcolare (sempre ipoteticamente) le componenti della spesa pubblica influenzate dall’età. Le pensioni, tanto per cominciare. Ma anche la sanità e quant’altro.

Sicché quando il patto di stabilità fu aggiornato, i politici avevano già pronto lo strumento e una metodologia, quindi una tecnica.

Va a capire se viene prima l’uovo o la gallina. Se, vale a dire, i lavori dell’AWG prepararono la riforma del PSC. Poco importa: quello che importa è il risultato.

Tenetevi forte, perché adesso si balla.

La metodologia concordata in sede europea ricava la dinamica dello stock di debito pubblico in rapporto al PIL sulla base delle proiezioni demografiche, macroeconomiche e di finanza pubblica con un orizzonte temporale che attualmente arriva al 2060. Il famoso lungo periodo nel quale saremo tutti morti.

Ma uno scenario serve a poco senza indici che qualifichino buoni e i cattivi. E all’uopo furono definiti gli indici S0, S1 e S2, che poi approfondiremo, calcolati anche sulla base di scenari mutevoli a seconda dell’andamento delle variabili demografiche considerate. Ovviamente non sono certo gli unici. Anche il Fondo monetario ha inventato i suoi indici di sostenibilità, mettendo in grave imbarazzo i creditori, che magari vedono uno stato fiscalmente sostenibile secondo i criteri adottati dall’Ue e insostenibile con quelli del Fmi.

Ma poiché noi abitiamo in Eurozona, provincia di Europa, in questo esercizio di retorica ci limiteremo ai nostri indicatori.

Tutta questa roba, che chiunque abbia buon senso non può che definire campata in aria, dopo la riforma del 2005 del patto di stabilità deve essere inserita nei programmi di stabilità e di convergenza che i paesi della zona euro devono presentare ogni anno alla commissione Ue e al Consiglio dell’Ecofin, chiamate poi a valutarle.

Ed ecco che finalmente si sostanzia l’atto politico.

La leggenda della sostenibilità, meraviglioso artifizio retorico, si trasforma  nella realtà del controllo.

(1/segue)

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Si prepara la terza guerra mondiale: quella del debito

Poiché stiamo scrivendo una nuova storia è bene darle subito un titolo che posizioni chiaramente il problema. Ci viene in aiuto l’Ocse, che ha rilasciato di recente un outlook sul Sovereign borrowing per il 2014.

Leggendolo scopriamo due cose: la prima è che il mondo avanzato, ossia i paesi Ocse, hanno raggiunto  e ormai superato, lo stesso livello di debito sovrano che avevano cumulato alla fine della seconda guerra mondiale.

La seconda è che ogni anno questi debiti devono essere rinnovati. E la lotta per accaparrarsi risorse, oltre 10 trilioni lordi previsti per l’anno in corso, sta somigliando sempre più a una guerra, combattuta dagli stati per convincere prestatori sempre più riottosi a dar loro credito.

Al momento ci pensano le banche centrali ad alleviare la pressione, comprando a mani basse i titoli dei loro stati. Ma prima o poi questa pratica non convenzionale finirà. E solo in quel momento la guerra per trovare credito deflagrerà. Non conosciamo le conseguenza, ma ne abbiamo già avuto qualche sentore.

La premessa, come spiega bene l’Ocse, è che gli emittenti sovrani stanno sudando le proverbiali sette camicie per continuare a fare il loro lavoro dovendo gestire rischi crescenti di liquidità, tassi di lungo termine previsti in rialzo e crescita economica globale ancora periclitante. Come se non bastasse rimane ancora senza risposta la domanda principe del nostro tempo. Ossia: quando, quanto velocemente e come le banche centrali smetteranno di inondare con la loro liquidità i mercati mondiali del debito.

I numeri ci dicono che il fabbisogno lordo di prestiti da parte dei paesi Ocse ha raggiunto il suo picco nel 2012, raggiungendo gli 11 trilioni di dollari, che dovrebbero essere diminuti a 10,8 trilioni nel 2013 e dovrebbero diminuire ancora a 10,6 quest’anno. L’alta quota di rimborsi quota il fabbisogno netto in circa 1,5 trilioni, per quest’anno. Ma ciò non toglie che i poveri gestori dei debiti statali abbiano il loro daffare. Anche perché “gli indici del debito statale nei paesi Ocse sono previsti in crescita”.

Peggio ancora: “Per un gruppo dei paesi più grandi dell’Ocse – spiega – il debito generale del governo nel 2014 si prevede raggiungerà il livello più alto dalla seconda guerra mondiale”.

Come uscirne? All’epoca ci pensò l’inflazione a fare piazza pulita dei debiti di guerra, aiutandosi i paesi anche con tassi notevoli di crescita oggi difficilmente replicabili. Oggi l’uscita da questa situazione è complicata anche dalla circostanza che il fabbisogno di rifinanziamento per l’area Ocse raggiungerà il 29% del totale del debito esistente a lungo termine (che pesa circa l’88% del totale del portafoglio) entro tre anni, durante i quali, a quanto dicono i banchieri centrali, anche il loro grazioso aiuto inizierà a venir meno.

Detto in parole semplici: si rischia di rimanere a secco. Il che a un livello di debito Ocse, aggiustato per i prezzi, che ormai ha superato il 116% del Pil, non è esattamente rassicurante.

Per la cronaca (storica) dopo la guerra, quando eravamo al livello di oggi, il debito/Pil Ocse era crollato sotto il 40% e dopo i vari boom, grazie alla crescita, era sceso ancora intorno al 20% nei primi anni ’60, dove, fra alti e bassi, lo troviamo ancora nella seconda metà degli anni ’70, quando la corsa del debito pubblico inizia senza freni.

E questo, meglio di ogni altra cosa, racconta cosa sia successo nei paesi avanzati negli ultimi quarant’anni.

L’overview dell’Ocse sullo stato attuale dei debiti sovrani ci fornisce anche altre informazioni di cui è bene tener conto.

Ad esempio è utile sapere che Giappone (34,1%) e Stati Uniti (33,3%) hanno totalizzato il 67,4% del totale del fabbisogno lordo di finanziamenti nel 2013 (10,8 trilioni). Noi italiani, terzi nella graduatoria Ocse dei debiti pubblici, abbiamo assorbito appena il 5,6%.

Ovviamente, anche quest’anno il copione si ripeterà sostanzialmente simile. La quota del Giappone è prevista in rialzo, al 34,9%, così come quella degli Usa, al 33,5, mentre noi italiani scenderemo al 5,1%.

Questi dati ci dicono una cosa elementare ma mai opportunamente sottolineata: America e Giappone assorbono oltre i due terzi del fabbisogno lordo di prestiti nel mondo. Questa evidenza spiega bene perché il comportamento delle loro banche centrali, impegnate in politiche monetarie ultraespansive, sia diventato così strategico. E soprattutto evidenzia come siano loro i grandi protagonsti della terza guerra mondiale: quella del debito. Le loro decisioni impatteranno, che piaccia o meno, sul resto del mondo.

Per comprendere perché basta farsi una domanda semplicissima: cosa succederebbe al mercato mondiale del debito se le banche centrali americana e giapponese smettessero di comprare a mani basse bond pubblici? Elementare Watson aumenterebbero i tassi.

Per comprendere quanto sia rilevante l’effetto degli acquisti di bond pubblici sul mercato da parte di Fed e BoJ, è opportuno riportare alcune cifre raccolte sempre da Ocse.

Dal 2008, per affrontare le conseguenze dello shock Lehman, tutte le banche centrali hanno aumentato i loro bilanci. La Fed, che prima del 2008 aveva asset per poco più del 5% del Pil americano, oggi è arrivata al 21,2%. La BoJ, che partiva dal 25% ora quota il 36,6%. La Bank of England è passata da cira il 5% al 25,3, mentre la Bce dal 13% circa al 25,9%.

Al di là dell’ampliamento dei bilanci è cosa c’è dentro che fa la differenza. E Fed e BoJ hanno acquistato a mani basse titoli di stato, al fine evidente di tenere bassi i tassi d’interesse garantendo il finanziamento del debito pubblico “fuori” dal mercato.

Conseguenza: nel 2011 la Fed aveva comprato il 60,2% dei titoli emessi dal Tesoro americano. A fine 2013 la banca centrale teneva a bilancio 2,15 trilioni di dollari di titoli americani, pari al 18,4% del totale dei titoli disponibili per le negoziazioni nel mondo. In pratica la Fed è l’azionista di riferimento del Tesoro americano.

Da notare come la gran parte di questi titoli, pari a 1,308 trilioni, abbiano scadenze superiori a cinque anni, pari al 40% dei 3,276 trilioni di titoli con questa scadenze emessi dal Tesoro.

Perché vi affliggo con questi numeri? Perché se i tassi saliranno, come pure la Fed minaccia ogni tanto, saranno proprio le scadenze più lunghe, di cui la Fed è imbottita, a soffrire le perdite più pesanti in conto capitale.

Stesso discorso vale per i giapponesi. Abbiamo già visto cosa sia successo in giappone nell’ultimo anno di QQE, ossia di diluvio monetario. Lato bilancio pubblico, è interessante notare che la BoJ sta comprando 7 trilioni di yen al mese di titoli del tesoro giapponese su tutta la curva dei rendimenti, che equivalngono a circa il 70% delle nuove emissioni gonvernative.

Tale politica, seguita pervicacemente nell’ultimo anno, ha portato il totale dei titoli pubblici giapponese in mano alla BoJ dagli 89 trilioni di yen di fine 2012 ai 143 di fine 2013, che dovrebbero diventare i 190 trilioni di fine 2014, ossia il doppio del 2012. Il mercato avrebbe mai comprato tutti questi JGBs? Evidentemente no.

Ed è proprio in questa strategia da economia di guerra che si individua il vulnus sistemico che preoccupa tutti coloro che dicono che, prima o poi, le banche centrali dovranno finirla. Abbiamo visto che Giappone e America assorbono oltre i due terzi del debito annuale di cui abbisognano il governi dei paesi Ocse. E abbiamo visto che quote rilevantissime di questi fabbisogni vengono comprati fuori mercato, dalle banche centrali.

Cosa significa tutto questo? Che poche decine di persone, ossia i partecipanti ai board delle due banche centrali, tengono in pugno l’economia mondiale.

Anche questa è guerra.

 

 

Viaggio in Italia: fuori dal tunnel dell’eurodebito

Capita, viaggiando in Italia, di infilarsi in lunghissimi tunnel che attraversano ora l’Appennino, ora l’arco dei confini alpini, ora alcune collinose giunzioni fra le nostre belle regioni. Talché, sempre viaggiando, l’osservatore viene talvolta turbato dall’oscurità di questi anfratti che sembrano infiniti, misurandosi nella percezione non più col metro oggettivo della distanza, ma con quello assai più sfumato della sensazione.

In alcuni di questi tunnel poi, dove la manutenzione scarseggia malgrado i miracoli promessi dalle privatizzazioni, la luce è risorsa scarsa e i pochi neon bastano appena a celare muri scrostati e fili penduli, gettando sempre il nostro povero osservatore in uno sconforto cupo. Sarà capitato anche voi, che siete viaggiatori come tutti gli italiani, di chiedervi: ma quando finisce questo tunnel?

Ecco, questa domanda io me la faccio da un trentennio. Ossia da quando, giovane speranzoso, ancora studente ma già curioso osservatore, sentivo risuonare nelle mie orecchie i preoccupati allarmi di barbuti soloni agghindati in doppio petto e cresciuti all’ombra della spesa pubblica sulla sostenibilità del nostro debito pubblico. E la spesa corrente, e la spesa per interessi, e i tagli e i ritagli, e la spesa improduttiva e i clientelismi, blablabla.

Sono cresciuto a pane e rigorismo chiacchierone. Col risultato che ormai che si riesca a uscire dal tunnel del debito pubblico non ci credo più. Vivo una condizione psicologica, credo comune a tanti, di strutturalità della crisi del bilancio pubblico. E come tanti sospetto che servirà un ventennio almeno di spremitura sociale per rimediare ai guasti degli ultimi quaranta anni. Che sono una nostra precisa responsabilità, è bene ricordarlo.

Detto ciò, peggio del tunnel del debito pubblico italiano, c’è solo quello dell’eurodebito pubblico nel quale ci siamo cacciati.

Ricordo bene che negli anni ’90 i tanti entusiasti dell’unione monetaria dicevano che l’ingresso nell’euro avrebbe segnato un nuovo rigorismo, e finalmente risanatore.

Ricordo bene.

E me lo ricordo ancor meglio, indeciso se ridere o arrabbiarmi, quando leggo la parte dell’ultimo report europeo sull’Italia dedicato al nostro squilibrio finanziario principe: ossia il debito pubblico, che insieme alla scarsa produttività, dicono i tecnici di Bruxelles, è la radice della nostra stanca italianità.

Bene, la Commissione sottolinea che il debito affossa il nostro paese per almeno cinque motivi:

1) Serve un alto livello di tassazione per racimolare la somma necessaria a pagare gli interessi sul debito. Per la cronaca sono oltre 80 miliardi nel 2013. “In particolare, l’alta tassazione sul lavoro e sul capitale pesa significativamente sulla crescita”.

2) L’alta spesa per interessi, il 5,3% del Pil nel 2013, “limita lo spazio di manovra per la spesa pubblica produttiva”.

3) “L’alto debito pubblico rende l’Italia più vulnerabile agli shock economici”.

4) “L’alto debito del governo rende l’Italia più esposta agli aumenti dei rendimenti e alla volatilità finanziaria”.

5) “Le elevate esigenze di roll-over del debito, circa il 25% del Pil l’anno, espone l’Italia a un sostanziale rischio di rifinanziamento, in particolare nei periodi di avversione al rischio”.

Difficile trovare qualcuno che, pur nei distinguo, non sarebbe d’accordo con queste osservazioni. Però, vedete, bisogna sempre intendersi sul significato delle parole. Per una questione di ordine, quindi, credo sia utile approfondire almeno i primi due punti, visto che gli altri tre sono una sostanziale ripetizione.

1) Non c’è dubbio che serva un’alta tassazione per recuperare i denari necessari a pagare (anche) gli interessi sul debito. Ma ricordo che abbiamo già visto come l’alta tassazione sul lavoro, ossia il cosiddetto cuneo fiscale, serva innanzitutto a finanziare la ripartizione pensionistica, e neanche basta, visto che la previdenza è in deficit strutturale. Quindi se volessimo dirla tutta, dovremmo dire che serve un alto livello di tassazione per pagare intanto gli interessi sul debito e il costo della previdenza. Ossia per remunerare la rendita finanziaria e quella previdenziale.

2) Ho fatto un salto sulla sedia, quando ho letto che esiste una spesa pubblica produttiva dopo una vita passata a leggere di spesa pubblica improduttiva. Ma a parte questa facezie, vala la pena approfondire, per capire bene perché una quota così elevata di interessi sul Pil ci stia strozzando. I cultori della materia ricorderanno quando nei miracolosi anni ’90 gli interessi sul debito pesavano quasi il doppio di oggi sul Pil. Nella seconda metà degli anni ’90, ci ricorda opportunamente un grafico della Commissione, erano intorno al 10%. Eppure nel ’97 entrammo nell’euro. Perché?

Serve una piccola digressione tecnica, per la quale mi scuserete. Per valutare la sostenibilità di un debito, pubblico o privato che sia, bisogna conoscere il tasso di interesse nominale implicito. Questa variabile si può definire come il rapporto tra la spesa per interessi di un certo anno e lo stock di debito  accumulato al 31 dicembre dell’anno precedente. Quindi si prende lo stock di debito si divide per la spesa per interessi e si ottiene il tasso.

La Commissione europea ci dice che nel 2013, per il debito pubblico italiano, tale tasso è stato del 4%.

Trattandosi di tasso nominale, è utile però conoscere il tasso implicito reale, ossia al netto dell’inflazione. Ciò consente di capire il peso effettivo di questa spesa per interessi. E’ chiaro che più è alta l’inflazione, più il tasso implicito nominale si abbassa. E più si abbassa meno impatta la spesa per interessi sulla sostenibilità del debito. Se l’inflazione, per dire, del 2013 fosse stata del 4%, il tasso implicito reale sarebbe stato zero. E se avessimo avuto anche un po’ di crescita del Pil e l’avanzo primario (quello in effetti ce l’abbiamo avuto, anche se in calo), allora gli interessi sarebbero stati negativi e quindi il debito reale sarebbe diminuito.

Nei meravigliosi anni ’90, quelli dell’euforia europea, avevamo tassi impliciti nominali che sfioravano il 10%. Ma avevamo un paio di punti di crescita del Pil, un ottimo avanzo primario (arrivato al 6,5% del Pil proprio nel ’97) e poi una sana inflazione. Alla fine i tassi reali risultavano negativi. E infatti nell’utilissimo grafico elaborato dalla Commissione si vede che il cambiamento annuale del debito/pil, fra il 1995 e il 1998, è stato negativo. Detto in altre parole, il debito calava.

Fra il 1999 e il 2007, quindi agli albori dell’età dell’euro, la spesa per interessi si dimezza. Il miracolo dell’euro, ossia i tassi bassi per tutti, la portano a circa il 5% del Pil, un po’ meno di quella attuale. Ma allo stesso tempo diminuiscono l’avanzo primario, la crescita e l’inflazione.

Questa è l’altra faccia del miracolo dell’euro. E se non aver mantenuto un robusto avanzo primario è di sicuro una nostra responsabilità (il famoso dividendo dell’euro perduto), su crescita e inflazione è ragionevole parlare di responsabilità comune, visto che ormai siamo una comunità di stati.

Mi chiedo peraltro come mai avrebbe potuto dar prova di responsabilità, cumulando avanzi primari, un paese come il nostro cresciuto all’ombra della spesa pubblica. E mi chiedo altresì se, al contrario, poter contare su tassi bassi non sia stato un terribile incentivo a fare quello che abbiamo fatto: ossia indebitarci a rotta di collo, non solo a livello pubblico, ma anche privato. Il nostro personale dividendo dell’euro è stato un aumento dei debiti, non una diminuizione.

Malgrado tutto, però, in quel periodo l’impatto della spesa per interessi sulla crescita del debito rimane negativa. Un po’ meno negativa di prima, ma sempre sostenibilissima.

I guai cominciano nel triennio 2008-10. L’avanzo primario quasi scompare, l’inflazione diminuisce ancora e per giunta la crescita diventa decrescita. Il risultato è devastante: la spesa per interessi rimane sempre intorno al 5% del Pil, ma il peso degli interessi nominali non viene quasi per nulla neutralizzato. Il risultato è che il debito aumenta. Lo scenario è simile a quello del trienni 2011-2013. L’unica differenza è che abbiamo un po’ di avanzo primario, e quindi il peso degli interessi sulla sostenibilità del debito si alleggerisce un po’.

Stante questa situazione, la Commissione non ha dubbi: non basta avere un avanzo primario del 3% fino al 2020 per uscire dal tunnel dell’eurodebito. Ne servirebbe uno di almeno il 5% per non far sorgere dubbi sulla sua sostenibilità. Come ha fatto il Belgio, che fra il 1999 e il 2007 ha tenuto un avanzo primario fisso al 5% del Pil. Risultato: il Belgio ha abbattuto il suo debito dal 117% del ’97 all’84% del 2007.

Noi no. Anzi. Ormai veleggiamo verso il 134%, anche grazie ai corposi contributi che abbiamo versato all’Europa per sostenere i paesi in crisi. Col risultato che dobbiamo fare almeno 80 miliardi l’anno di avanzo primario se vogliamo star sicuri. Anche perché sull’inflazione non c’è da contarci. Anzi. C’è il rischio che i prezzi calino, nella parti basse dell’Europa.

Mentre passeggio dentro il tunnel dell’eurodebito, che mi sembra assai più oscuro e minaccioso del vecchio debito in lire, mi smarrisco in suggestioni ucroniche, laddove accade che nel lontano ’97 i nostri governanti, anziché farci pagare l’eurotassa, dicono: sapete che c’è: per adesso non ci entriamo, in questo benedetto euro. E sapete perché? Perché stiamo andando bene: abbiamo uno straordinario avanzo primario, il nostro debito pubblico è in gran parte in mano ai residenti, e abbiamo anche una sana inflazione che ce lo fa dimagrire ogni anno. Per adesso stiamo bene così. Ne riparliamo fra dieci anni. Magari se ci tenevamo la lira eravamo “costretti” a fare le riforme che con l’euro non abbiamo fatto. E questa è la beffa più dolente: ci hanno detto che con l’euro ci avrebbero raddrizzato la schiena. E invece bastava lasciarci la lira.

La fiamma della mia fantasia dura solo lo spazio di un respiro. Riapro gli occhi e mi rivedo nel tunnel, sempre più buio e minaccioso, rappresentato da una curva che rappresenta uno scenario secondo il quale nel 2020, se siamo bravissimi e superiamo il 5% di avanzo primario (cioé risparmiamo fino alla morte) il nostro debito arriverebbe al 120% del Pil. E sempre se riusciamo a fare una crescita discreta.

E di fronte a tutto questo sento un profluvio di chiacchiere su come distribuire una manciata di miliardi al popolo presi chissà dove. Sento parlare di cuneo fiscale senza parlare di quello previdenziale, e di una spending review che promette bruscolini per oggi e miracoli per domani.

Capisco allora che dal tunnel non usciremo più. Ormai siamo entrati di fatto e di diritto fra i paesi eternamenti debitori. Alla stregua di un paese emergente pagheremo sempre più rendite all’estero, visto che dobbiamo pur piazzarlo da qualche parte questo debito, e dovremo vivere delle nostre risorse naturali, ossia turismo e cultura, ammesso che riusciamo a valorizzarle.

Per un attimo ho quasi paura.

Poi però continuo a leggere il rapporto della commissione e capisco una cosa evidente: sono loro, i commissari di Bruxelles, ad avere paura. Hanno paura dei guasti che noi italiani potremmo provocare se facessimo qualche colpo di testa per uscire dal tunnel dell’eurodebito.

E infatti si premurano di elencare in lungo e largo le nostre connessioni commerciali, economiche e finanziarie con l’eurozona, spiegando che il nostro peso specifico è capace di fare inabissare qualunque progetto comune europeo.

Hanno paura, è evidente.

E fanno bene.

(4/segue)

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Mangiarsi l’avanzo primario e decrescere (in)felici

I conti nazionali dell’Istat sono sempre un’occasione di riflessione, sempre che uno abbia voglia di scrutarli in lungo e largo.

Vale per la statistica ciò che si dice di tante materie tecniche, ossia che sia disciplina arida e ostica. Epperò, scorrendo in filigrana i dati, e con l’umiltà che ben si conviene a tanta complicazione, nel deserto dei numeri spuntano qua e là piccole oasi di informazione che ci permettono di capire di noi stessi assai più di quanto riportino le cronache, quelle sì aride, di tanta informazione mainstream.

Prendiamo il dato sul prodotto. Ormai saprete perché ve l’hanno urlato chissà quante volte, che il volume della produzione si è contratto dell’1,9% nel 2013, confrontandosi questo calo con l’aumento dello stesso livello (però positivo) del prodotto negli Usa e in Gran Bretagna, in un anno in cui persino il deflazionario Giappone è cresciuto dell’1,6.

Peggio ancora, analizzando la composizione di tale prodotto, scorgiamo che i consumi finali, privati e pubblici, sono calati del 2,2%, gli investimenti fissi lordi crollati del 4,7, e l’export è aumentato di un risicatissimo 0,1%, ai confini dell’errore statistico, salvandosi il saldo commerciale solo grazie alla contrazione del 2,8% dell’import, che rima bene con il calo dei consumi finali.

Fin qui ci sarebbe poco da aggiungere. Salvo il fatto che primeggiamo nella assai trendy moda della decrescita, visto che stiamo sotto, per volume del Pil, al livello del 2000. Se imparassimo ad essere felici, in questa costante decrescita, potremmo pure finirla qua.

E invece non è così. Siamo tristi e arrabbiati. Così ci dicono tutti i giorni.

A bene vedere un motivo di tristezza, o almeno di rimpianto, potremmo trovarlo andando a scrutare il conto delle amministrazioni pubbliche. Scopriremo che delle tante previsioni sbagliate dal governo uscito, quella che fa più male, è quella sull’avanzo primario, che si prevedeva, ancora a fine settembre scorso, arrivasse al 2,4%, e che invece l’Istat inchioda al 2,2%.

Due decimali di Pil sono circa tre miliardi. Una bazzecola viene da dire.

Ma, vedete, il rimpianto non nasce dal fatto che chissà dove andremo a recuperarli questi tre miliardi. Il rimpianto nasce dal fatto che, ancora una volta, non siamo stati capaci di sfruttare la congiuntura positiva sui tassi, il famoso spread calante, per aumentare l’avanzo primario.

Detto in parole semplici: abbiamo speso meno per gli interessi sul debito, ma il risparmio non è bastato a mantenere l’avanzo primario del 2012.

In sostanza, ne abbiamo rosicchiato un pezzo (era il 2,5%, nel 2012)  e siamo pure riusciti a decrescere (in)felici.

Sappiamo già che l’avanzo primario può essere definito, e meglio ancora compreso, considerando il rapporto che c’è fra l’indebitamento netto della PA (differenza fra totale uscite e totale entrate) e gli interessi che paghiamo sul debito pubblico. L’indebitamento netto, ossia il deficit fiscale, è quello che dobbiamo riuscire a tenere sempre al massimo al 3% del Pil per non avere scocciature europee.

Sommando algebricamente il deficit e l’avanzo primario, otteniamo esattamente la cifra che paghiamo per gli interessi sul debito. O, per dirla in altro modo, se avessimo un deficit pari a zero (tipo la Germania) il nostro avanzo primario pagherebbe gli interessi sul debito senza bisogno di fare nuovi debiti (ossia deficit) per pagare i vecchi debiti. Ciò in sostanza farebbe diminuire il debito pubblico totale (sempre come sta accadendo in Germania).

Nel 2013 in Italia è successa invece una cosa molto singolare. Gli interessi sul debito sono diminuiti, grazie al calo degli spread, passando dagli 86,474 miliardi del 2012 agli 82,043 del 2013. Quindi un risparmio di 4,431 miliardi. Solo che questo risparmio è stato assorbito interamente dal deficit, che infatti è rimasto pressoché costante (47,321 mld a fronte dei 47,356 del 2012), col risultato che è diminuito l’avanzo primario (da 39,118 mld a 34,722).

Se fossimo riusciti a rispettare le previsioni del vecchio governo, al contrario, quello 0,2% previsto in più di avanzo primario avrebbe potuto essere utilizzato per abbassare il deficit. Quindi sempre di circa 3 miliardi.

Vale la pena rilevare che il deficit è rimasto inchiodato al livello del 2012 innanzitutto per l’aumento delle uscite correnti (che comprendono anche gli interessi sul debito), passate da 752,082 mld a 756,404. In particolare sono aumentate le prestazioni sociali, passate dai 311,11 mld del 2012 ai 319,525 del 2013, e la voce Altre uscite correnti (da 40,359 a 43,211 del 2013) che non si sa bene cosa ci sia dentro. Gli aumenti di queste voci hanno più che compensato il calo delle altre. E persino il crollo degli investimenti (da 48,7 mld a 42,5) non è bastato a mitigare il deficit.

Anche perché se è vero che sono diminuite le uscite complessiva (spese correnti più spese in conto capitale), passate da 800,8 mld a 798,4, è vero altresì che sono diminuite anche le entrate complessive (da 753,5 mld a 751,6) per lo più a causa del crollo delle imposte indirette (da 234 mld a 225), quindi Iva, Imu e accise.

In sostanza, la registrata diminuizione della pressione fiscale, dal 44% al 43,8% del Pil corrisponde in decimali esattamente al calo dell’avanzo primario. O, per dirla diversamente, su aumentiamo le tasse aumenta l’avanzo primario, se le diminuiamo cala. Il deficit sembra inossidabile e davvero non si capisce come dovremmo arrivare ad un avanzo primario di oltre il 5% nei prossimi anni come prevedeva Saccomanni.

L’arida statistica, insomma, ci consegna l’immagine di un paese stremato dalla crisi che sta lentamento prosciugando il suo tesoretto (l’avanzo primario). Con la conseguenza che aumenta il debito pubblico, ormai arrivato al 132,6 del Pil dal 127% del 2012, senza che l’avanzo primario, ottenuto principalmente con l’aumento delle tasse, riesca minimamente ad incidervi.

Di più, i conti nazionale del 2013 gettano una luce sinistra sulle previsioni autunnali del passato governo. Dopo aver sbagliato la crescita prevista, che nel 2014 sarà ben più contenuta di quanto auspicato, e l’avanzo primario, rimane solo il livello dello spread che sembra ancora in linea con quanto scritto dal Tesoro in autunno.

Ma lo spread è l’unica cosa sulla quale il governo può fare ben poco.

Svuotare il mare (del debito) col secchiello (dell’avanzo primario)

I conti nazionali italiani relativi al 2012 diffusi dall’Istat ieri mostrano con chiarezza una verità molto semplice: pensare di abbattere il nostro debito pubblico con l’accumulo di un avanzo primario è come pensare di svuotare il mare col secchiello.

Se i nostri governanti fossero onesti dovrebbero ammetterlo invece di propinarci la solita storiella.

I dati Istat, poi, ci dicono un’altra cosa. Anzi: la fotografano.

Le curve che misurano l’andamento del Pil, la quota di profitto delle società non finanziarie e l’andamento del risparmio nazionale sono in calo dal 2000. Quest’ultimo è ai suoi minimi da 22 anni, ed è crollato dal 14% del 2000 a poco più dell’8%.

Il calo generale si è aggravato dal 2010, quando invece la curva dell’avanzo primario ha iniziato a salire. E malgrado tale risalita, il debito è aumentato.

Quindi il nostro secchiello è pure bucato.

E’ utile fare un approfondimento, visto che dell’avanzo primario tutti sentono parlare ma pochi sanno cos’è. O magari sanno cos’è ma non hanno analizzato il suo significato.

Nella contabilità nazionale, il saldo primario (avanzo se positivo, deficit se negativo) equivale alla differenza fra le entrate dello stato e le spese, al netto degli interessi pagati sul debito pubblico.

Questo non vuol dire tali interessi non debbano essere pagati.

Al contrario. Tanto è vero che la spesa per gli interessi viene classificata fra le uscite correnti del bilancio dello Stato.

Il saldo primario, in pratica, costituisce un tesoretto che lo Stato raggranella e che viene utilizzato innanzitutto per pagare gli interessi sul debito, che, nel caso dell’Italia ormai veleggiano verso i 90 miliardi di euro l’anno.

Facciamo due conti della serva. Nel 2012 abbiamo avuto un avanzo primario del 2,5% del Pil, equivalente a 39,7 miliardi di euro. Siccome la montagna degli interessi è molto più elevata, ecco che abbiamo chiuso il 2012 con un deficit di bilancio complessivo del 3% del Pil (nei limiti europei, evviva), pari a circa 46,9 miliardi. Se sommiamo il deficit finale all’avanzo primario, abbiamo la somma totale degli interessi pagati sul debito, ovvero oltre 86,7 miliardi di euro.

Avere un buon avanzo primario, nel caso italiano, serve a pagare gli interessi sul debito, non ad abbattere il debito lordo, che infatti cresce senza sosta. Serve a rassicurare i nostri creditori, non a risolvere una situazione debitoria alla lunga insostenibile.

Infatti, nella definizione della contabilità nazionale, il saldo primario viene indicato come uguale all’indebitamento netto meno la spesa per interessi. Quindi tornando ai nostri conti della serva, l’indebitamento netto nel 2012 è stato, appunto, di 46,9 miliardi. Se a questo sottraiamo la spesa per interessi, gli altri 86,6, otteniamo il nostro bell’avanzo primario di 39,7.

Solo che questi soldi spariscono nel gorgo del servizio del debito. Quindi se li godono i possessori di titoli di stato in Italia e nel mondo.

E così il debito, nutrito dal deficit, non accenna a diminuire. 

Se guardiamo i numeri assoluti, vediamo infatti che il debito nel 2010 è stato di 1.851 miliardi, 1.907 nel 2011 e 1.989 nel 2012.

Per far diminuire questa montagna, di conseguenza, è necessario che l’avanzo primario copra almeno interamente la spesa per interessi, in modo da non fare altro deficit che vada ad aumentare il debito complessivo. Meglio ancora se la supera: vuol dire che il debito si abbatte della cifra corrispondente.

Infatti nel Def del giugno scorso, il governo prevedeva di arrivare ad avere un avanzo primario di circa il 5,7% del Pil. Che detto in soldoni significa tirare fuori un avanzo primario pari a circa 90 miliardi di euro, ossia alla spesa presunta per gli interessi sul debito prevista entro l’arco di tempo del Def. 

In questo modo si arriverebbe al pareggio di bilancio, ossia all’azzeramente dell’indebitamento netto, che peraltro è un obbligo votato dal Parlamento in omaggio ai vari fiscal compact, six pack, eccetera. 

Se fermiamo l’analisi ai dati Istat del 2012, e senza considerare la variabile (molto incerta) della crescita, significa che la spesa pubblica italiana dovrebbe diminuire di quei famosi 46,9 miliardi. E se considerate la cagnara che si è scatenata in Italia (con finta crisi di governo inclusa) per evitare l’aumento dell’Iva, che vale un misero miliardo, avrete la chiara rappresentazione di quanto sia probabile che questo pareggio di bilancio lo raggiungeremo sul serio.

Questo che significa?

A parte che dobbiamo abituarci a convivere con un debito eterno, vuol dire che dobbiamo prepararci comunque a una robusta cura dimagrante. Anche perché il debito pubblico, aumentando, finisce anche con l’aumentare il nostro debito estero, che rende il nostro paese sempre più ostaggio dei mercati internazionali.  

Chiaro che il governo redivivo abbia ricominciato a parlare di spending review.

Ma da dove dovrebbero arrivare i tanto auspicati risparmi sulla spesa pubblica?

Anche qui ci vengono in aiuto i valori aggregati forniti dall’Istat.

Agli odiatori professionisti della spesa pubblica farà piacere sapere che l’unica spesa pubblica cresciuta dal 2010 al 2012 è proprio  quella per gli interessi sul debito, passata dai 70,8 miliardi del 2010 agli 86,6 del 2012. La spesa corrente al netto degli interessi, infatti, è aumentata di soli 6 miliardi, passando dai 660 del 2010 ai 667 del 2012. In pratica, a fronte di un aumento della spesa per interessi del 22% c’è stato un aumento della spesa corrente (senza interessi) dell’1%.

In compenso le entrate correnti (quindi tasse e altro) sono passate da 699 a 748 miliardi, quindi sono cresciute del 7%. Ecco da dove è venuto fuori il nostro avanzo primario.

E’ chiaro che, se la crescita non ripartirà a passo sostenuto, il governo non avrà altra scelta che aumentare ancora le entrate correnti, quindi le tasse, o tagliare severamente la spesa corrente al netto degli interessi, se vuole davvero raggiungere l’avanzo primario che si propone di raggiungere.

E allora che tagli, dicono i nostri odiatori professionisti.

Va bene: ma dove?

Le voci che pesano sono tre: la spesa per consumi finali, che nel 2012 ha pesato 314 miliardi (dentro ci sono 165 miliardi di costo del lavoro pubblico, 88 di consumi intermedi e 43 di prestazioni sociali acquistate sul mercato), le prestazioni sociali in denaro (quindi il welfare) che ci è costato 311 miliardi, e altre uscite correnti non meglio specificate che ci sono costate 40 miliardi.

Questa è la torta

Serviranno un bel po’ di avanzi per accumulare l’Avanzo.

Debito pubblico? Quello privato è peggio

Nella pubblicistica economica l’argomento del debito pubblico è quello che ha più fortuna. Ogni giorno leggiamo fiumi di parole che ammaniscono sui rischi di dissesto per le contabilità pubbliche dei paesi occidentali, con il nostro debito pubblico che campeggia in bella evidenza come esempio da non seguire. Economisti e giornalisti ci avvisano dei rischi connessi al deficit, ci riempiono di chiacchiere sugli sbilanci fra debito e Pil, ci raccontano l’altalena dello spread.

All’ombra di questo dibattito, intanto, cresce senza sosta un’altra componente del debito, quella privata, che i più accorti sanno bene essere la vera mina vagante del sistema finanziario internazionale (insieme al debito estero, ma questa è un’altra storia), visto che l’aumento dell’indebitamento privato, sia esso relativo alle istituzioni finanziarie sia quello delle famiglie, componente quest’ultima assai più destabilizzante, può facilmente condurre a una crisi sistemica. Una banca si può sempre nazionalizzare (aumentando il debito pubblico). Una famiglia no. E quando la gran parte delle famiglie di un paese è sovraindebitata, i rischi per l’equilibrio generale si fanno assai più pronunciati.

Per questa ragione ci siamo letti un illiminante paper della Banca d’Italia (Household over-indebtedness: definition and measurement with Italian data) che analizza lo stato di salute del debito delle famiglie italiane, che purtroppo ha il limite di essere scritto con dati aggiornati al 2010, quindi non tiene conto del peggioramento generale registrato negli ultimi due anni.

E tuttavia ce n’è abbastanza per drizzare le antenne. Il punto più rilevante è che fra il 2006 e il 2010, in Italia, tutti gli indicatori che misurano il sovra-indebitamento sono cresciuti. Rispetto al passato il dato è molto rilevante. L’Italia, infatti, è un paese con un livello di indebitamento mediamente assai più contenuto rispetto ad altri paesi europei. Ma è vero altresì che nell’arco di un ventennio la quota di debito sul reddito lordo è passata da una media di poco più del 20% a oltre il 70.

Un altro dato rilevante è che, sempre fra il 2006 e il 2010, si è ridotta la quota di debito derivante da investimenti, tipicamente quello di un mutuo, mentre è aumentata la quota di debito per consumo (o credito al consumo che dir si voglia).

L’accelerazione della crisi, poi, ha fatto peggiorare tutti gli indicatori classici, come il debt-to-income ratio, ossia il rapporto fra debito e reddito, o il repayment-to-income, ossia la capacità di ripagare il debito. L’analisi della Banca d’Italia, tuttavia, è andata in profondità creando una serie di indici empirici basati anche su interviste al campione interessato.

Ma il risultato cambia poco: l’indebitamento delle famiglie italiane è cresciuto negli anni, e di conseguenza, è aumentata la percentuale delle famiglie che si possono considerare, alla luce di una serie di indicatori, sovraindebitate.

Uno studio del 2007  fatto su scala europea (quindi prima della crisi) valutava tale numero, per le famiglie italiane, intorno al 10%.

Le nuove risultanze della Banca d’Italia stimano che tale numero sia più basso: fra il 3 e l’8% a seconda dell’indicatore considerato. Ma tali percentuali contengono alcune informazioni rilevanti.

Per il 70% delle famiglie sovra-indebitate con una fascia di reddito bassa, ad esempio, l’ammontare complessivo del debito non supera i 20.000 euro. Può derivarne un problema sociale, notano i tecnici, ma non tale da turbare l’equilibrio sistemico.

Che vuol dire? Ad esempio che c’è un 6,2% di famiglie che, dopo aver pagato i debiti ogni mese, sprofonda sotto la soglia di povertà e un altro 1,15% di famiglie che sono in arretrato di almeno tre mesi sui pagamenti dei propri debiti. Questo non provoca turbamenti al sistema finanziario internazionale (perché comune i debiti vengono pagati), ma al sistema sociale sì.

Se però cambiamo indicatore e prendiamo quello che misura il debt-burden, ossia la relazione fra l’ammontare totale del debito e gli oneri ad esso connessi, viene fuori che il 70% delle famiglie sovraindebitate ha un debito sulle spalle di circa 100.000 euro, questo sì pericoloso per il sistema anche se magari riguarda solo un piccolo campione di famiglie. Ma all’epoca della crisi dei subprime americani, lo ricorderete, bastarono una manciata di default familiari per polverizzare la fiducia.

Al di là degli indicatori statistici, rimane il fatto che il 29,83% del totale delle famiglie riportano di avere “difficoltà o grandi difficoltà” per arrivare alla fine del mese.

Questo nel 2010.

Oggi sono di sicuro di più.