Etichettato: maurizio sgroi
La globalizzazione emergente. La guerra dei mondi (virtuali)
Sul futuro di Internet, ossia sul modo in cui scambieremo i dati in futuro, è più che comprensibile si siano scatenati una pletora di interessi che sono naturalmente economici e politici e perciò riguardano la geografia del potere prossimo venturo. La faglia di internet separa sempre più profondamente un certo modo di considerare la rete, quello originario – quindi statunitense – da un altro che lentamente vuole emergere e che trova la Cina all’avanguardia non solo per la sua notevole spesa tecnologica, che in pochi anni ma partorito dei campioni globali come Huawei, ma anche per la visione politica che tale tecnologia incorpora, e che sembra fatta apposta per alimentare le peggiori distopie che abbiamo visto al cinema.
Tale confronto, aldilà di come ogni parte lo racconti, ha finito col trovare nell’Onu uno dei punti di contatto – e quindi di frizione – finendo col coinvolgere aspetti estremamente tecnici che per questa ragione rimangono lontani dagli occhi dei cittadini, del tutto ignari della guerra dei mondi, per fortuna ancora solo virtuali, che sta covando dietro lo schermo dei loro smartphone.
Per cominciare a farcene un’idea dobbiamo riprendere la storia da dove l’abbiamo lasciata, ossia dal ruolo che Icann, ancora sotto l’egida statunitense, ha svolto nel corso di tutti gli anni Novanta del XX secolo e nei primi dieci del XXI, per la gestione tecnica – e quindi inevitabilmente politica – di Internet.
Per tutto questo periodo, il modello multi-stakeholder, icasticamente rappresentato da questa entità alla quale partecipavano vari soggetti, ma con il dipartimento del Commercio Usa a fare il bello e il cattivo tempo, ha rappresentato lo standard di riferimento. Pure quando l’economia favoriva l’emersione di paesi ai quali – evidentemente – stava sempre più stretta l’egemonia americana sulla rete. A guidare questa sorte di fronda con l’internet “americana” troviamo Russia e Cina, che proprio sul digitale testarono la loro entente cordiale che fino ad oggi caratterizza molte delle loro relazioni.
Questi paesi, cui molto rapidamente si aggregarono altri, lamentavano da un lato la scarsa sicurezza della rete Internet e dall’altro il modello di governance. E per manifestare il loro dissenso colsero l’occasione del WSIS, vertice organizzato dall’International Telecommunication Union (Itu), l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile per la definizione di standard internazionali per le telecomunicazioni, che si svolse in due separati incontri a Ginevra, nel 2003, e a Tunisi, nel 2005. Fu proprio a quest’ultimo che a un certo punto il Brasile – erano gli anni in cui furoreggiavano i BRICS – decise di denunciò il ruolo eccessivo che giocavano gli Usa all’interno dell’Icann. Il delegato brasiliano, ricordano gli osservatori, lamentò le “disuguaglianze politiche che si manifestano nell’impossibilità dei Paesi in via di sviluppo di
influenzare il processo di decision-making”.
Fu un precedente che nell’arco di pochi anni svolse i suoi effetti che divennero visibili in occasione della World Conference on International Telecommunications (Wcit) chiusa a Dubai il 14 dicembre del 2012. La conferenza, organizzata dall’Itu, aveva come obiettivo di ridefinire il regolamento delle relazioni internazionali (ITR), che risaliva al 1988, quando ancora Internet in pratica non c’era.
Qui si fece avanti una coalizione di stati, guidata da Russia e Cina, favorevoli, come è stato scritto, “alla definizione di un più chiaro e prominente ruolo dello stato nazione nell’Internet governance”, che si opponeva a un secondo gruppo che voleva mantenere lo status quo con dentro gli Stati Uniti e i suoi alleati. La globalizzazione emergente faceva capolino nel mondo delle telecomunicazioni, provando a “spiazzare” gli incumbent. Un fatto che ricorda la coalizione ordita dai tedeschi, ai tempi della Germania guglielmina, per spiazzare lo standard radio imposto dalla Gran Bretagna. Uno dei modi con i quali le potenze emergenti cercano di recuperare il vantaggio degli incumbent è tramite la formazione di nuovi standard, e questo spiega perché la Cina abbia annunciato da tempo il suo Standard China 2035, che si propone proprio di innovare molto della trama degli standard internazionali, a cominciare proprio da quello della telecomunicazioni.
A Dubai non finì bene. Gli stati non riuscirono a trovare un’intesa e i due blocchi rimasero distinti e distanti: 89 paesi stavano con Russia e Cina, altri 55 con gli Usa.

Il documento finale non fu firmato. La coalizione guidata da Russia e Cina aveva proposto – non certo a caso – che fosse l’Itu a prendere il posto dell’Icann nella gestione di Internet. Un modo neanche troppo velato per spostarsi da un modello multi-stakeholder a un modello multi-statale, per giunta in un contesto – l’Onu appunto – dove Russia e Cina dispongono di un notevole potere di interdizione. La guerra dei mondi ormai era dichiarata. Adesso bastava una semplice scintilla per farla deflagrare.
(2/segue)
Puntata precedente. La faglia di Internet
Cartolina. Eccezionale veramente

I teorici della nostra eccezionalità troveranno di che esercitarsi scrutando le previsioni del Fmi che collocano il nostro paese – unico fra le grandi economie del mondo – nello spazio assai scomodo di quelli che hanno un tasso di crescita economica inferiore ai tassi reali di interesse. L’esito di tale eccezionalità è l’aumento del debito pubblico, che perciò è destinato a crescere. Si genera, insomma, uno snowball, l’effetto valanga tanto celebre fra gli amanti di cose economiche. Gli amanti di cose politiche potranno consolarsi continuando a raccontare la storiella che il debito non è un problema. Niente snowball, insomma. Solo ball.
Dopo il Covid. La radicalizzazione degli ultimi
E’ presto certamente per provare a indovinare come saremo una volta che la pandemia avrà smesso di scavare ferite sul nostro corpo sociale. Sappiamo già, tuttavia, che le tante cicatrici che s’iniziano a intravedere – e basta ricordare le ultime proteste di piazza – non lasciano presagire nulla di buono.
Ancora sfocata s’intravede il disegno di una società dove una parte della popolazione – i più garantiti – avrà accesso a servizi che miglioreranno la loro condizione di vita (si pensi allo smart working), mentre un’altra parte, ben superiore per quantità, avrà difficoltà ad averlo un lavoro.
Tutto ciò troverà i governi in una condizione finanziaria difficile, dovendo fare i conti con una montagna imponente di debiti da gestire. E se pure è doverono sperare che la ripresa economica che verrà sarà forte abbastanza da “rimangiarsi” questo debito con tutte le complicazioni che porta, sarebbe da stolti non valutare le conseguenze che due-tre anni di pandemia rischiano di avere su chi già faceva fatica a tirare avanti e che in questo periodo tormentato ha pure visto bloccarsi l’unico ascensore sociale che in qualche modo temperava le difficoltà offrendo la speranza di un futuro migliore: la scuola.
Questo spiega perché il Fmi abbia dedicato un capitolo del suo ultimo Fiscal monitor all’impatto che il Covid avrà sulle diseguaglianze sociali che – detta molto semplicemente – rischia di radicalizzare gli ultimi esponendo le nostre società a una “crescente polarizzazione” capace di condurre “all’erosione della fiducia nei governi” o a “disordini sociali”. “Questi fattori – conclude – complicano l’elaborazione di politiche efficaci e comportano rischi per la stabilità macroeconomica”, oltre che per “il funzionamento della società”.
E’ bene ricordare che le tensioni sociali non arrivano col Covid. Anche prima della pandemia la riscossa populista che ha attraversato l’Occidente dimostra che la febbre era già alta all’interno delle nostre città e fra i diversi paesi.

La pandemia, quindi, ha semplicemente accelerato, aggiungendo anche elementi ulteriori di divaricazione, una tendenza alla divergenza fra garantiti e non garantiti all’interno dei singoli paesi, visto che a livello internazionale la “disuguaglianza di reddito globale, misurata tra tutti gli individui, è diminuita costantemente”. Ma evidentemente per un precario europeo è una magra consolazione sapere che un contadino indiano sta meglio rispetto a vent’anni fa. La storia è ricca di esempi, a tal proposito.
A ciò si aggiunga che la diseguaglianza di ricchezza è ancora più profonda, rispetto a quella del reddito. E tanto basta, pure se la diseguaglianza fra i consumi è assai più contenuta, a motivare l’annoso dibattito che trova in queste sperequazioni il pretesto per l’atmosfera vagamente incendiaria che si respira nelle nostre società. La diseguaglianza, dice il Fondo, “crea differenze di opportunità e persistenti disparità nell’accesso ai servizi di base, come istruzione, assistenza sanitaria, elettricità, acqua e Internet”.

La pandemia ha approfondito queste differenze, penalizzando notevolmente i ceti più fragili. Secondo le stime del Fondo nel 2020 95 milioni di persone si sono aggiunte all’esercito di quelle in estrema povertà. Gli effetti sul mercato del lavoro sono stati notevoli, sia nei paesi emergenti che quelli avanzati, e sono stati più gravi per i lavoratori meno qualificati.
Negli Usa, racconta il Fondo, i lavoratori ad alto reddito hanno perso occupazione solo per alcune settimane, al contrario di quelli a basso reddito. I giovani sono stati quelli più penalizzati. E se si aggiunge al quadro il fatto che molti hanno subito gravi carenze nell’istruzione, si capisce perché il Fondo sottolinei il rischio che questi effetti siano destinati a perdurare anche a pandemia finita.

“Le disuguaglianze future potrebbero essere maggiori a causa della chiusura delle scuole, che ha portato a un’interruzione globale senza precedenti della formazione scolastica”, sottolinea il Fmi. E questo basta a definire il quadro del mondo che andremo ad abitare. E non sembra il migliore possibile.
La globalizzazione emergente. La faglia di Internet
Per una di quelle coincidenze che fanno la gioia dei cacciatori di singolarità storiche il “giorno zero” di Internet – quando vale a dire il primo messaggio informatico venne inviato da un computer a un altro della rete statunitense – viene comunemente indicato nel 29 ottobre 1969, esattamente quarant’anni dopo il crack della borsa di New York, col quale Internet non ha nulla a che vedere salvo che per il fatto che ha cambiato la storia del mondo.
Questo cambiamento non è soltanto visibile dallo stile di vita che ormai conduciamo tutti, dove la rete globale ha un posto d’onore, visto che vi passa una quantità crescente delle nostre attività e del nostro tempo, ma è visibile innanzitutto osservando come ormai il vero shift of power che si sta consumando nel XXI secolo non passi più – o almeno non solo – dalla realtà territoriale, ma operi attraverso quella che ormai si chiama cloud.
Approfondiremo nei seguiti di questo nuovo mini-saggio, dedicato alle questioni che ruotano attorno al futuro di internet. Intanto vale la pena osservare la competizione globale che si sta svolgendo da diversi anni sulla governance della rete, partendo da una mappa prodotta da un paper sudcoreano del 2014 che rappresenta icasticamente la situazione.

Chiunque segua le relazioni internazionali, noterà come questa mappa – aldilà della ragioni che l’hanno originata che approfondiremo – esprime perfettamente la spaccatura politica emersa nel confronto fra quella che abbiamo chiamato globalizzazione emergente e quella atlantica, di marca statunitense, che regola al momento gran parte della nostra vita.
Un gruppo di stati emergenti, in sostanza, cerca di creare un nuovo equilibrio multipolare che sfida l’egemonia statunitense. E tale sfida – si pensi al progetto cinese della digital silk road – non può certo trascurare il settore trainante della modernità, con tutte le afferenze che ormai porta con sé nell’organizzazione delle società. Internet è la faglia non solo capace di creare un terremoto fra gli stati, ma anche di generare uno sconvolgimento nel modo in cui il potere finora ha organizzato se stesso.
Per comprendere bene la portata della sfida in corso, è opportuno fare un po’ di storia. Dopo quel lontano 1969 i computer accademici finirono collegati all’Advance Research Projects Agency (Arpa), che nel 1972 divenne il Darpa, incaricato di far ricerca per il dipartimento della difesa americana. Da lì in poi trascorse quasi un ventennio durante il quale quella che diventerà la rete Internet rimase sotto il controllo del governo federale, fino a quando, agli inizi degli anni ’90, non fu aperta al settore privato, segnando l’inizio dell’epopea che ci ha condotto all’oggi. Chi era già adulto nei primi anni ’90 ricorderà l’emozione di trovarsi davanti i primi archivi, ancora solo testuali, che inauguravano l’epoca della condivisione globale di molte informazioni fino ad allora custodite in database inaccessibili per i comuni mortali. Fu un periodo di grandi speranze e molte esagerazioni.
La nascita di Internet ha ovviamente portato con sé il problema della sua governance, tema molto delicato perché impatta sia sulla realtà territoriale – si pensi alla cybersicurezza – che su quella virtuale: il modo in cui organizzo la rete può cambiare sostanzialmente i modelli di business delle entità che vi operano all’interno. Non è certo un caso che ormai Internet sia entrato a far parte di molti ragionamenti geopolitici e che esistano anche pubblicazioni dedicate.
In una di queste leggiamo come si sia evoluta nel tempo la governance di Internet e soprattutto come siamo arrivati al punto di inizio di questo piccolo saggio: una sostanziale polarizzazione di posizioni che ricalcano senza mezzi termini la sfida geopolitica in corso per la costruzione di nuovi percorsi di globalizzazione e quindi il futuro della rete, che della globalizzazione è una delle coordinate, dove la “versione” statunitense, che conosciamo tutti, si confronta sempre più con quella cinese in costruzione, alimentando notevoli preoccupazioni da parte di osservatori più o meno interessati, e numerose domande a livello internazionale che alimentano molta incertezza sul futuro della rete.
Ma torniamo un attimo indietro. La cooptazione del settore privato nella gestione della rete globale degli anni ’90 condusse al primo modello di governance che puntava a ridurre – ma non certo far scomparire – il ruolo statale. L’ingresso dei privati non portò soltanto come conseguenza che questo settore pensò giustamente a fare il proprio interesse, ma diede spazio a una serie di istanze vagamente utopistiche e libertarie che chi ha qualche capello grigio ricorderà sicuramente e che ancora oggi vivacchiano ai margini della rete, dopo aver celebrato la propria epifania con la creazione di bitcoin nel 2008.
Per intuire il clima dell’epoca basta ricordare la “Dichiarazione di indipendenza del cyberspazio”, pubblicata nel 1996 contro “gli stanchi giganti di carne e acciaio” da John Perry Barlow. Erano gli anni in cui si pensava che Internet avrebbe non solo cambiato, ma addirittura migliorato il mondo. Gli anni che prepararono la grande bolla hi tech che stravolse i mercati agli inizi del XXI secolo, costringendo la Fed a metterci una costosissima toppa. Un al ’29 sfiorato, si potrebbe dire, che ci ha portato dopo una brevissima Belle époque nei primi anni del XXI secolo al redde rationem del 2008.
Quei tempi generano un modello di governance della rete, che ancora in larga parte vale anche oggi, definito come multi-stakeholder, ossia basato su molti portatori di interessi, il primo dei quali era – e ovviamente non a caso – il governo americano. Alla politica di potenza territoriale, cui corrispondeva una meccanismo di globalizzazione targato a stelle&strisce, con gli alleati a far la coda del pavone (Canada, Australia, Giappone e Unione europea), corrispondeva di fatto una politica di potenza digitale, graziosamente condivisa con numerosi soggetti dell’industria privata, della società civile e organizzazioni internazionali e intergovernative.
Questi gruppi di interesse hanno gestito lo sviluppo del software, dei protocolli e dell’hardware infrastrutturale – la “dorsale” di Internet” – trovando nell’Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) uno dei luoghi più strategici dove i vari interesse arrivavano a composizione. Tecnicamente l’Icann era una società no-profit, fondata nel 1998 in California, sponsorizzata dal governo americano. Non più però dal dipartimento delle difesa, ma da quello del commercio. Sottile sfumatura che ricorda il vecchi adagio, per cui la spada traccia il solco e l’aratro lo approfondisce.
La funzione dell’Icann è squisitamente tecnica, ma sostanzialmente politica. In sostanza traduce le parole in numeri binari per indirizzare le richieste degli utenti verso gli indirizzi di destinazione. Quindi deve garantire che questa traduzione sia univoca per consentirci di arrivare alla una qualunque pagina web quando digitiamo l’indirizzo sul browser. Ciò significa che garantisce l’unicità del nome di un dominio. Non ci possono essere due thewalkingdebt.org, insomma (anche perché è inimitabile).
Oltre a questo l’Icann assegna i nomi dei domini di primo livello (Top Level Domain, TLD) che generano i vari suffissi (.org, .com, eccetera), e poi gestisce l’assegnazione dei root name server, ossia dei server che consentono di raggiungere il dominio desiderato. Dulcis in fundo, Icann regola l’assegnazione dei blocchi di indirizzi IP (Internet protocol) che servono a identificare sulla rete i dispositivi collegati. Pure senza bisogno di essere esperti di informatica, si capisce che Icann gestisce il giocattolo e lo fa funzionare.
Questione tecnica, quindi, Ma anche politica, Come è stato molto opportunamente ricordato c’è molto di politico quando siamo chiamati a decidere se il dominio United.com sia da assegnare alla United Airlines, alla United Emirates Airlines, o al Manchester United. Se queste tre società entrano in conflitto sulla titolarità del dominio chi dovrà decidere a chi assegnarlo? Icann. E a chi si rivolse un tribunale americano quando chiese di sottrarre per ritorsione all’Iran il suffisso .ir? Sempre all’Icann.
L’evidenza politica dei Tld è ancora più ovvia quando si pensa che uno stato territoriale, magari frutto di una secessione dopo una guerra civile, può ottenere il suo Tdl, che qualifica la sua esistenza come entità statuale nello spazio web, ancor prima che magari lo riconoscano altri stati.
Per quanto Icann fosse stato creato per allontanare con uno schermo tecnico gli Usa da Internet, divenne subito chiaro che lo schermo era troppo trasparente per celare il gigante americano che comunque continuava a tenere le fila del gioco. La neutralità della rete non lo era nei confronti del suo creatore, e sarebbe strano il contrario. E tuttavia rimase tutto così fino al 2016, quando la National Telecommunication and Information Administration (Ntia), che fa riferimento al dipartimento del commercio statunitense, cessò la sua influenza sull’Icann. Ma non fu certo un atto di liberalità. Nel mondo intanto si era verificata una piccola catastrofe informativa. Che ovviamente passava da Internet.
(1/segue)
Puntata successiva: La guerra dei mondi (virtuali)
Telco e politica. Quando la Cina era la Germania
“Il controllo sulle reti di telecomunicazioni globali è una forma di potere politico”, scrive il Brookings nel suo paper dedicato al caso Huawei, rischiando persino di sfiorare l’ovvio. Che però tale non è, visto che il caso delle Telco è forse uno dei più eclatanti che serve ad illustrare il sostanziale matrimonio fra politica ed economia che si è celebrato nel secolo XIX, proprio mentre queste due categorie venivano separate a livello teorico.
Ne abbiamo già parlato altrove e non serve tornarci qui. Molto più utile raccontare un’altra di quelle somiglianze che fanno la gioia degli storici e che incontriamo proprio nel settore delle telecomunicazioni: la lite fra Cina e Usa, che si è consumata simbolicamente con il caso Huawei, ricorda moltissimo le tensioni che scoppiarono nel XIX secolo fra l’egemone dell’epoca – la Gran Bretagna – e la potenza emergente – la Germania – alla costante ricerca non solo di spazio vitale geografico, ma anche politico.
Tale ricerca non passava soltanto dallo sviluppo della marina, mercantile e militare, ma anche dallo sviluppo di reti di telecomunicazioni capaci di concorrere allo strapotere britannico di quegli anni nel settore, sin da allora più che strategico. Fu proprio questa supremazia a determinare la persistenza del dominio britannico, e più tardi la transizione verso quello statunitense, e probabilmente anche a indirizzare verso l’esito noto i due conflitti globali, nel quale le informazioni ebbero un ruolo fondamentale.
C’è però una sostanziale differenza fra ieri e oggi. All’epoca la Germania cercava di recuperare un ritardo tecnologico, “inseguendo” l’innovazione dei cavi sottomarini e del telegrafo promossa dagli inglesi. Oggi è la Cina all’avanguardia nella diffusione della tecnologia 5G, che promette di essere lo standard telco del futuro prossimo, e lo ha fatto sussidiando pesantemente i propri campioni nazionali, quindi con poco riguardo verso la ragione economica. Allo stesso modo i britannici, nel secolo XIX, investirono anche in perdita per convincere gli altri stati ad “affidarsi” alle sue infrastrutture di rete.

Anche qui, chi conosce la storia non si stupirà. “I grandi imperi hanno fatto di tutto per accelerare il flusso di informazioni”, scrive uno studioso delle telco, ricordando che i romani costruirono strade, i persiani e i mongoli stazioni di posta per cavalieri/messaggeri, i britannici anche un servizio di vaporetti per accelerare il flusso della corrispondenza. Ma fu l’invenzione del telegrafo – il 5G del XIX secolo, potremmo dire a costo di una qualche semplificazione – a far la differenza. “L’elettrificazione del flusso delle informazioni creò le telecomunicazioni moderne e con esse le rivalità per controllarle”.
I decenni che separano il 1840 dalla prima guerra mondiale raccontano la storia di questa rivalità, che molto ricorda quella di oggi. Le Telco – proprio come adesso – si svilupparono per tutto il lungo periodo di pace che seguì in particolare il conflitto franco-prussiano. E questo finì col favorire la Gran Bretagna, che per prima aveva iniziato ad investirci. Quando non c’è guerra c’è meno attenzione politica alla sensibilità delle informazioni, e gli stati non ci vedono nulla di male a servirsi di tecnologie estere per i propri affari. Proprio come oggi col 5G, appunto.
Il clima idilliaco (per la Gran Bretagna) non durò a lungo, tuttavia. Francia e Germania iniziarono ad avere paura della loro dipendenza dalle reti britanniche e iniziarono a sussidiare le proprie aziende per sviluppare network proprietari. E lo fecero anche investendo su quello che sembrava la tecnologia più promettente per il futuro, il “telegrafo wireless”. Ossia la radio. Sperando in tal modo di affrancarsi dalla dipendenza dai cavi sottomarini che ancora oggi, lo abbiamo osservato più volte, veicolano la quota più rilevante di traffico di informazioni, stavolta digitali.
La Germania provò a sviluppare il suo network costruendo collegamenti con le parti meno connesse del globo – un po’ come fa oggi Pechino con la Digital Silk Road – ma non poté fare a meno di subire la supremazia britannica che la costrinse a puntare sulle tecnologie di criptazione dei dati nella convinzione che bastasse questo a “neutralizzare” il network inglese. La storia si incaricherà di smentire questa teoria una volta che, finita la pace, comincerà la guerra e le informazioni diverranno di importanza vitale.
La Germania vinse la battaglia di Tannenberg contro l’impero russo, che affrettò la fuoruscita del paese degli zar dalla prima guerra mondiale. Ma ne pagò il prezzo quando fu intercettato e decrittato il telegramma Zimmerman che spinse gli Usa nel conflitto, con ciò preparandosi la rovina dell’impero tedesco. Pegno analogo fu pagato nel secondo conflitto, quando i britannici infransero il codice tedesco di comunicazione e in questo modo, secondo molti storici, affrettarono la fine del conflitto. Ovviamente a proprio vantaggio.
Il secondo dopoguerra vide subentrare gli Usa nella supremazia infrastrutturale delle telecomunicazioni, grazie all’innovazione che consentì loro di posare cavi più efficienti e più in profondità. “Le telecomunicazioni sono sempre state politiche”, conclude il paper, “e hanno un lato oscuro”.
Ma è il lato oscuro della forza.
(2/segue)
Puntata precedente. Il matrimonio secolare fra politica e telecomunicazioni
Puntata successiva. Il dominio britannico del XIX secolo
L’evasione fiscale “emigra” da Sud a Nord
Un bel lavoro di Bankitalia ci consente di apprezzare come siano cambiate le opinioni dei nostri concittadini sul fenomeno dell’evasione fiscale, che accompagna da almeno un ventennio a questa parte le nostre cronache di finanza pubblica e s’iscrive d’ufficio all’ampio catalogo delle nostre lamentazioni.
Lavoro utilissimo, tra le altre cose, perché ci consente ancora una volta di osservare come da lungo tempo la questione meridionale che affligge dall’Unità d’Italia il nostro paese sia stata risolta. Non tanto esportando il Nord al Sud, come pure si voleva, ma il contrario. “Una certa propensione all’evasione appare diffusa tra la popolazione italiana – scrive Bankitalia -. Essa è maggiore tra le persone con bassi livelli di istruzione e di reddito, anziane e residenti nel Mezzogiorno; è cresciuta nel tempo, soprattutto nel Nord e tra i giovani con meno di 30 anni”.
Due parole sul lavoro prima di presentare i risultati. La fonte sono le indagini campionarie – quindi sondaggi – svolte fra il 1992 e il 2013. Le risposte sono state elaborate per arrivare alla formazione di un indice che misuri sinteticamente la propensione all’evasione, con riferimento ai vari gruppi sociali, nella sua evoluzione temporale.
Come si può osservare dal riepilogo sopra, nel ventennio considerato la propensione ad evadere è aumentata e, come dicevamo prima, si osserva un cambiamento “antropologico”. Prima erano in gran parte anziani meridionali, poi sono diventati under 30 settentrionali. Un’evoluzione sicuramente curiosa.
Sopra si possono leggere le opinioni, espresse in percentuale, di risposte positive alle domande formulate dai sondaggi. Interessante osservare che la percentuale di coloro che ritiene giusto non pagare le tasse se si ritengono ingiuste sia diminuita dal 1992, quando era il 32,5%, ma rimane comunque al 24,4%. In sostanza un contribuente su quattro si sente potenzialmente legittimato ad evadere il fisco a suo insindacabile giudizio. Notate che tale diminuzione non impedisce che diminuisca il numero di chi crede che pagare le tasse sia un dovere del cittadino, dal 92,1% del 1992 al 91,7% del 2013.
Si potrebbe speculare a lungo sulle risposte dei sondaggi, ma a ben vedere serve a poco. Meglio ricordare che secondo i dati forniti nel 2019 dal ministero delle finanze, l’evasione nel nostro paese valga circa 110 miliardi, suddivisi fra evasioni di tasse (il 90%) e di contributi (il 10%).
L’entità di queste risorse spiega perché nel tempo il problema dell’evasione fiscale sia sempre più sentito dai nostri connazionali, pure se, nel confronto con l’Europa, “l’Italia è in una posizione intermedia per quanto riguarda la disponibilità a giustificare comportamenti di evasione”.
Questa sorta di autoindulgenza non impedisce che “la percezione della diffusione del fenomeno nella società è invece superiore alla media”.
La buona notizia è che sembra essere rientrata già dal 2013 “la più alta propensione registrata per gli autonomi negli anni novanta”. Quella meno buona è che “una certa propensione all’evasione appare diffusa tra la popolazione italiana”, col trend che abbiamo visto spostarsi dal Sud verso il Nord, con l’aggravante che questa tendenza appare diffondersi sempre più fra gli under 30. Sono giovani, ma si faranno.
Cartolina. La globalizzazione dei pacchi
Prima ancora che la pandemia ci rendesse consumatori compulsivi di shopping on line il numero di spedizioni internazionali di pacchi risultava più che quadruplicata in meno di vent’anni. E che dire della spesa dei turisti? Anche questa è quadruplicata in meno di vent’anni, sempre prima che la pandemia l’affossasse,e risulta difficile immaginare un’attività meno virtuale di questa. Ciò per dire che la nostra globalizzazione, che si racconta sempre più digitale, rimane robustamente analogica, come peraltro dimostra il panico internazionale dopo il blocco del canale di Suez provocato da un incidente a un cargo. Le banche centrali dicono di star lavorando a una valuta digitale per migliorare i pagamenti transfrontalieri. Ma forse alla globalizzazione servono di più i corrieri.
Esplode la crisi degli immobili commerciali
La circostanza che il Fmi abbia deciso di dedicare un capitolo della sua ultima Global financial stability review ai tormenti vissuti dal settore degli immobili commerciali, devastato dai vari lockdown, dà pienamente ragione a chi temeva che gli effetti della pandemia sul settore sarebbero stati non solo notevoli, ma anche imprevedibili quanto agli esiti. Smart working, stop dei flussi turistici e chiusure selettive di attività commerciali non poteva che generare una generale svalutazione degli immobili commerciali che vivono grazie agli affari e quindi muoiono quando gli affari spariscono.

Il grafico sopra fotografa l’andamento delle transazioni in diverse regioni nei vari settori, con quello turistico a soffrire più di tutti, seguito però a ruota dal settore uffici. Notate che fra il secondo trimestre del 2020 e il quarto c’è stato un certo miglioramento, ma solo per alcuni settori e in alcune regioni. Gli hotel continuano a soffrire e il settore uffici in Europa, è pure peggiorato, al contrario di quanto si osserva in Asia e nel Pacifico e nelle Americhe.
Aldilà di questi andamenti stagionali, è il quadro d’insieme che preoccupa il Fondo, per la semplice ragione che gli immobili commerciali sono una parte importante dei business bancari, e non solo. Sempre più spesso in diverse giurisdizioni anche gli intermediari finanziari non bancari, ad esempio compagnie di assicurazione o fondi pensione, hanno fornito finanziamenti al settore. Il timore insomma è che uno shock del mattone commerciale possa avere un impatto sui prezzi capace di indebolire il rating dei prenditori e insieme di indebolire i bilanci dei prestatori.
Questa sorte di tempesta perfetta, quindi, dipende in larga parte dall’andamento dei prezzi. Per stimarlo il Fondo confronta i prezzi di mercato con quelli impliciti del fondamentali economici. L’emergere di disallineamenti fra queste due grandezze amplifica i rischi di ribasso del pil.
Nell’esempio fornito dal Fondo, un calo di 50 punti base del tasso di capitalizzazione degli immobili rispetto al suo trend di lungo periodo può generare un rischio per la crescita di 1,4 punti di pil nel breve termine, che diventano il 2,5% nel medio.

L’esame dei dati, purtroppo, conferma che “i disallineamenti dei prezzi sono aumentati”. Con la differenza, rispetto a crisi precedenti – si pensi allo stress vissuto dopo la grande crisi finanziaria del 2008 – che stavolta non è l’eccesso di debito a generare le tensioni, ma il calo dei ricavi operativi e della domanda di questi immobili. E’ una crisi dell’economia reale, si potrebbe dire.
Ovviamente la speranza è che la ripresa delle attività economiche conduca al riassorbimento di questi disallineamenti. Ma rimane un’incognita: i cambiamenti intervenuti nel frattempo a causa della pandemia – si pensi allo smart working – sono destinati, come sembra, ad avere un effetto persistente?
Sarà questo a fare la differenza. “Un aumento permanente dei tassi di sfitto di immobili commerciali di 5 punti percentuali (a causa di un cambiamento nelle preferenze dei consumatori e delle aziende) potrebbe portare a un calo dei valori del 15% dopo cinque anni”, spiega il Fondo. E in questo caso il new normal potrebbe risultare insostenibile per un settore così strategico per l’economia internazionale.

Ovviamente nessuno sa come andrà a finire questa storia. Il rischio in qualche modo verrà compensato dalle politiche monetarie accomodanti mentre le banche dovrebbero attivare politiche macroprudenziali per gestire i finanziamenti. Ma risulta chiaro che bisogna rimanere pronti ad affrontare l’emergenza. D’altronde sembra che non facciamo altro. Almeno da un ventennio.
Il matrimonio secolare fra politica e telco
Nulla come la storia serve a dimostrare come certe astrazioni di cui ci siamo occupati altrove analizzando la dicotomia fra economia e politica, esistano solo nelle teste degli studiosi. Cose bellissime, per carità. Ma che aiutano poco a capire come funzionano davvero le cose in quel guazzabuglio che sono i fatti. Nella realtà è tanto difficile distinguere l’economia dalla politica quanto il battito di una mano sola mentre si applaude, come diceva un vecchio indovinello zen.
Vale la pena perciò leggere tutto d’un fiato un paper di una trentina di pagine diffuso dal Brookings che ha il pregio di osservare come gli ultimi 150 anni raccontino del lungo matrimonio ancora in corso fra la politica e le telecomunicazioni, ossia un fatto che dovrebbe essere squisitamente economico, come sembrò voler intender il premier canadese Trudeau alla fine del 2018 quando disse che l’eventuale ingresso di Huawei nel mercato canadese “non dovrebbe essere una decisione politica”. Tutto il contrario di quel che racconta la storia.
Quest’ultima infatti è testimone del fatto che tali scelte strategiche, che hanno un profondo retroterra economico – la diffusione delle tecnologie di comunicazioni ebbe un ruolo determinante nella globalizzazione del lunghissimo XIX secolo – sono naturalmente politiche. Nel senso che i decisori, siano essi grandi imprenditori o uomini di stato, hanno sempre fatto scelte coerenti con la logica del potere che gestivano in quel determinato momento.
L’analisi del Brookings risale addirittura al 1840 e mostra come “molte delle questioni con le quali si confrontano oggi i policymaker hanno molte analogie con quelle del passato”. Addirittura, le recenti politiche sulla diffusione e la titolarità delle tecnologie 5G riecheggiano “dispute dimenticate di 150 anni fa”. “Molti degli elementi oggi familiari della competizione sulle telecomunicazioni sono stati sviluppati più di un secolo fa con lezioni importanti per il dibattito del presente”.
Non sarà sorprendente per chi crede nel fatto che la seconda metà dell’Ottocento abbia determinato la fisionomia dell’attuale processo di globalizzazione. Ma comunque vale la pena farlo, questo viaggio. Esplorando la storia, si impara sempre qualcosa.
(1/segue)
Seconda puntata. Telco e politica: quando la Cina era la Germania
Matrimonio (digitale) in UK fra Tesoro e banca centrale
Poiché la forma è sostanza, specie quando si fanno comunicazioni ufficiali di una certa importanza, vale la pena sottolineare un dettaglio assolutamente rilevante contenuto nella nota con la quale la Bank of England ha annunciato di aver costituito una task force per valutare la possibilità e l’opportunità di emettere una valuta digitale di banca centrale. Ossia il fatto che a questa task force partecipi anche il governo con il ministero del Tesoro.
Il dettaglio non è di poco conto. Nelle svariate comunicazioni con le quale le banche centrali di mezzo mondo hanno annunciato di voler approfondire l’opportunità di emettere una central bank digital currency, il riferimento alla partecipazione del governo non è mai stato così esplicito. E questo non passa certo inosservato. Tanto più quando si legge che “Il governo e la Banca d’Inghilterra non hanno ancora deciso se introdurre un CBDC nel Regno Unito e si impegneranno ampiamente con le parti interessate sui vantaggi, i rischi e gli aspetti pratici di farlo”. Una scelta che dovrebbe essere squisitamente di natura monetaria, insomma, e quindi di competenza della BoE è quantomeno compartecipata.
Forse è esagerato tirare in ballo questioni della massima importanza come l’indipendenza della banca centrale, che peraltro la BoE ha ottenuto molto tardi, nel 1998. Ma certo, forse anche in conseguenza del Brexit, governo e istituto di emissione hanno evidentemente sentito l’esigenza di far arrivare al mercato il messaggio che i tempi in qualche modo sono cambiati. Il pretesto della CBDC, da questo punto di vista, è ideale. Il matrimonio fra Tesoro e Banca centrale si limita al digitale. Almeno per adesso.





