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Cronicario. E reddito (di cittadinanza) e lavoro vissero felici e contenti
Proverbio del 14 febbraio Come è l’insegnante, così è l’allievo
Numero del giorno: 461.700.000.000 Tasse pagate in Italia nel 2019
Poiché oggi oltre ad essere venerdì – giorno preferito del Cronicario – è pure la festa degli innamorati, ho deciso di raccontarvi di una coppia di fatto (che dovrebbe essere anche di diritto), ma che nella realtà spesso è una coppia che scoppia: ossia il reddito e il lavoro.
Cominciamo dalla fine, visto che è lieta. L’Anpal, che sarebbe l’agenzia nazionale politiche attive, ha annunciato di aver accasato – nel senso di trovato un impiego – a quasi 40.000 mila redditieri di cittadinanza.
Questo risultato è figlio della convocazione di 529.290 redditieri, sui 908.198 che dovrebbero essere. Di questi 500 mila e rotti se ne sono presentati all’appuntamento 396.297 (gli altri erano impegnati) e 262.738 hanno firmato un “patto di servizio”. Gli altri centomila no, a quanto pare.
Ma non stiamo a spaccare il capello. La bella storia è per quarantamila cittadini il reddito e il lavoro si sono accoppiati, e adesso vivranno per sempre felici e contenti.
Perché fosse necessario avere un reddito per trovare un lavoro e non il contrario rimane misterioso. Ma al cuore non si comanda.
Buona festa e buon week end.
Cartolina: L’assicurazione americana
Per spiegare perché gli Stati Uniti, dal dopoguerra ai giorni nostri, abbiamo sempre spuntato un guadagno dagli scambi globali di denaro intervenuti nel frattempo, alcuni economisti hanno coniato una bellissima metafora: gli americani lavorano “come assicuratori globali”. Quando i tempi sono buoni guadagnano dall’estero, quando i tempi sono cattivi trasferiscono risorse all’estero. I guadagni di prima compensano le perdite di poi, e comunque gli Usa rimangono eccedentari. Tanto è vero che gli ampi deficit correnti americani generano surplus sulla partita dei redditi. L’assicurazione americana protegge dal rischio, nel tempo. E non solo da quello finanziario.
Cronicario: E (non) rimbalzare m’è dolce in questo mare
Proverbio del 13 febbraio Ci vuole tutta una vita per capire non non serve capire tutto
Numero del giorno: 70.100.000.000 Giro d’affari settore moda in Italia
Rileggo commosso le dichiarazioni del neoministro Mammamia, che non a caso non rima con Economia, mentre dice con grande sprezzo del ridicolo che “a gennaio la produzione industriale e il Pil dovrebbero salire. Parliamo di un rimbalzo a gennaio e siamo fiduciosi che l’economia possa ripartire”.
Ora sappiamo tutti quanto abbiamo bisogno di un rimbalzo. Quella sensazione di andare sempre più in alto, incuranti dell’atterraggio. Perciò fa benissimo il neoministro della speranza (ho detto speranza?) ad auspicarlo. Senonché a un certo punto mi casca l’occhio sulla disperazione, che arriva casualmente da Bruxelles, nelle sue previsioni d’inverno.
E che dicono quei freddolosi? “La fiducia nell’industria è migliorata a gennaio, ma non suggerisce ancora un rimbalzo imminente nella produzione industriale”.
Non so voi, ma io ho trovato inebriante la scelta delle stesse parole per dire due cose opposte. Ma tanto non importa. Persino nell’epoca del “questo lo dice lei” alla fine ci si trova d’accordo sui fondamentali.
Che naufraghiamo dolcemente, per dire, mentre (non) rimbalziamo.
A domani.
La diseguaglianza che verrà: quella fra gli anziani
Essendo diseguaglianza e previdenza due feticci onnipresenti nel nostro dibattere contemporaneo, si capisce perché la Fed di St. Louis abbia dedicato una interessante ricognizione a una questione che in qualche modo è già contemporanea, pure se riguarda il futuro. Ossia il modo in cui gli anziani di domani si procacceranno di che vivere, visto che l’imprevidenza, piuttosto che il suo contrario, sembra guidi le scelte economiche di molti.
Detta semplicemente, poiché la diseguaglianza si riduce globalmente ma aumenta all’interno dei singoli paesi, e poiché la demografia spinge per un aumento significativo delle pantere grige, nulla di più semplice che la forbice delle differenza si allargherà con maggiore visibilità fra quelli che sono già maggioranza relativa e corrono per diventare quella assoluta: gli anziani.
Parliamo di possibilità, ovviamente, ma che paiono probabili almeno a guardare i numeri che arrivano dagli Usa. Il primo dei quali è il tasso di partecipazione a piani pensionistici da parte dei cosiddetti pre-retirement, ossia le famiglie con un capofamiglia fra i 50 e i 65 anni. Fra i piani pensionistici contemplati, la Fed ha censito i piani a beneficio definito, quelli a contributo definito, gli IRAs (individual retirement accounts) e i Keogh accounts. I risultati dell’indagine, svolta su un trentennio di Survey of Consumer Finances (SCF) sono visibili dal grafico sotto.
Salta all’occhio non solo il livello tutto sommato basso di partecipazione a piani pensionistici – non vuol dire che gli altri non mettano da parte per la vecchiaia, ma che di sicuro si perdono i benefici fiscali di cui gode chi invece partecipa – ma soprattutto la notevole diminuzione del tasso di partecipazione che si osserva fra il 2007 e il 2010. Come se la previdenza fosse divenuta un lusso per molti.
A fronte di questo dato, poco incoraggiante per il futuro della previdenza americana, se ne presenta un altro che sembra vada nella direzione opposta. Ossia il notevole aumento del valore medio degli asset di questi piani pensionistici.
I valori sono tutti espressi in dollari del 2016, e quindi sono confrontabili. Ed emerge che rispetto al 1989 questo valore medio è cresciuto del 268%. Una parte di questa crescita è dovuta al progresso dell’economia Usa, che però pesa “appena” il 95%. Il resto quindi è dovute a una gestione alquanto aggressiva dei retirement plan da parte dei sottoscrittori.
Ricapitoliamo. Da questa illustrazione appare che ci sono meno persone che partecipano ai piani pensionistici, a fronte di un valore crescente degli asset di questi piani. La perfetta ricetta della diseguaglianza che verrà.
Cronicario. Uno starnuto da 250 miliardi (non) ci seppellirà
Proverbio del 12 febbraio Per smuovere una montagna si comincia dalle piccole pietre
Numero del giorno: 24.830 Ftse Mib di Milano in mattinata, tornato ai livelli del 2008
Visto che là fuori si ostinano a spauracchiarci col coronavirus – riuscendoci peraltro benissimo – ho preso spunto dal peggiore spauracchio possibile – perché tocca le corde sensibili del portafogli – e ho pensato di buttarvelo fra i piedi cosi vi togliete il pensiero e passate al dolce.
La fonte è una nota agenzia di rating, che deve aver pensato di far qualcosa dopo che la nota controllora della sanità internazionale (la stessa che all’inizio aveva detto che il virus cinese non era poi così pericoloso, salvo rettificare in corsa al crescere dell’isteria collettiva) se n’è uscita affermando che il virus incoronato era peggio del terrorismo, ossia del male assoluto contemporaneo, visto che ogni epoca ha il suo.
Ma siccome non può esserci nemico pubblico senza danno economico ecco che la nota agenzia ha subito stimato che il maledetto Covid-19, nome in codice del male assoluto, costerà 0,3 punti di pil mondiale quest’anno.
Per darvi un’idea, Usando come punto di riferimento il Pil mondiale del 2017, pari a poco più di 80 trilioni (80.000 miliardi) lo 0,3 vale circa 250 miliardi.
Scommetto che adesso siete terrorizzati.
A domani.
Con il Myanmar la Cina rinverdisce l’antica Maritime silk road
Per apprezzare appieno il significato del progetto della Belt and Road initiative cinese, bisogna ricordarne l’aspetto meno osservato nella infinita pletora di studi e analisi che gli osservatori vi hanno dedicato: la nostalgia. Tutta l’illustrazione dell’ambizioso piano cinese, già dal riferimento alle antiche vie della seta, è intrisa quasi malinconicamente di nostalgia verso un passato lontano – quindi dimenticato e perciò irresistibile – dove l’Oriente giocava un ruolo importante, per non dire da protagonista, nell’economia mondiale, che ieri – come oggi – era molto internazionalizzata.
Senza andare troppo lontano, basta qui ricordare che la Maritime Silk Road che il presidente Xi ha presentato nell’ottobre 2013 durante un discorso al parlamento indonesiano è la sostanziale riedizione della vecchia Maritime Silk Road che già dal secondo secolo prima di Cristo e per moti secoli successivi animava gli scambi marittimi fra Occidente e Oriente. Si tratta di rotte commerciali che nell’epoca della dinastia Tang conobbero un notevole sviluppo grazie anche ai progressi della tecnologia nautica cinese, all’epoca all’avanguardia. Secondo lo studioso giapponese Kuwabara Jitsuzo (“Studies on Pu Shou Geng”) persino arabi e persiani preferivano usare navi cinesi per navigare intorno all’Asia.
Il Myanmar già all’epoca era un punto importante di queste rotte, come peraltro hanno mostrato diversi scavi archeologici condotti nell’ambito del progetto “Thanintharyi and the Maritime Silk Roads”, i cui risultati sono stati presentati in un articolo accademico del 2018. All’epoca il terminale di questi scambi era la zona di Maliwan, nella parte più a sud del Myanmar, che si trovò al centro di una corrente di scambi molto intensa favorita dall’affermazione, a Oriente, dell’Impero Maurya in India e di quello Han in Cina, e a Occidente di quello romano, che dopo la conquista dell’Egitto aveva iniziato a percorrere con grande intensità le rotte marittime verso l’India.
Rispetto ad allora, quando il collegamento dal Myanmar avveniva dalla penisola di Thai-Malay, la versione XXI secolo della Maritime Silk road punta sul porto di Kyaukpyu, che si trova appoggiato sul Golfo del Bengala ed è logisticamente predisposto ad ospitare notevoli volumi di traffico merci.
Questo spiega perché la visita del presidente cinese Xi in Myanmar del 17 gennaio scorso sia stata così importante. Far sbarcare merci a Kyaukpyu e da lì dirigerle verso la Cina via terra significa creare un corridoio economico che evita alle merci cinesi di passare dallo stretto di Malacca, uno dei peggiori colli di bottiglia dell’economia internazionale.
Ma aldilà degli aspetti pratici, che pure sono rilevanti, sarebbe poco saggio sottovalutare ciò che rende la Bri cinese così seducente per i suoi interlocutori. La seduzione degli affetti, e quindi la costante rievocazione di fasti antichi, può rappresentare quel quid che trasforma il semplice calcolo economico in una passione politica potenzialmente capace di segnare un salto di qualità alla globalizzazione emergente. Il passo è breve. E in parte è già stato fatto.
Cronicario. Italiani: più rari che unici
Proverbio dell’11 febbraio Meglio un tozzo di pane sotto un albero che un banchetto in galera
Numero del giorno 120.000 Italiani residenti all’estero nel 2019
A un certo punto il paese di ferma: sul cinguettario appare l’Istat con questo messaggio subliminale:
Come al solito, il messaggio viene frainteso. Il Cronicario viene inzeppato di dichiarazioni tutte uguali di politichesse che lamentano il lento estinguersi della stirpe italica e sollecitano l’elemosiniere pubblico a farsene carico a suon di anni di pensione (ossia di lavoro in meno) per ogni figlio e i consueti oboli, incentivi e compagnia cantante, che se avessi un euro per ogni volta che ne ho sentito parlare non starei qui a scrivere Cronicari.
Ma state tranquilli: tanto non succede che il governo faccia qualcosa per la natalità. E per fortuna. Anche perché sarebbero perniciosi. Siamo tutti vittime di un fraintendimento, come vi dicevo, che l’Istat, per ragioni di istituto, non può certo chiarire, ma che vi spiego io.
La denatalità è una strategia perseguita con successo – una delle poche insieme all’aumento del debito pubblico che tanto è ricchezza privata e comunque non esiste – dalla società italiana, al fine evidente di impreziosire l’italiano medio diminuendone l’offerta. Avrete notato, ad esempio, quanto siamo richiesti all’estero.
Chiaramente questo è il modo migliore che abbiamo trovato per affrontare la crisi – La Crisi – che deriva dal fatto che siamo in lieve deficit di autostima – il famoso deficit pubblico, ne avrete sentito parlare – e i risultati si vedono. Una volta volevamo essere unici. Oggi ci accontentiamo di essere rari.
A domani.
Cronicario: Gli italiani non vanno più in vacanza, ci vivono
Proverbio del 10 febbraio Quando si rompe il letto c’è sempre il pavimento per dormire
Numero del giorno: 6.000 Esuberi Unicredit in Italia fino al 2023
Leggo incredulo che gli italiani sono andati meno in vacanza del solito l’anno scorso. Addirittura sono calati del 9% i viaggi, dice l’Istat, che come sempre, sa tutti gli affaracci nostri.
Ma possibile, mi dico, che noi italiani, giramondo professionisti (e professionali) siamo usciti dal tunnel del divertimento vacanziero?
E infatti capisco in fretta l’arcano. Il primo indizio me lo suggerisce la scoperta che governo e sindacati hanno intenzione di rivedere quota 100 per costruire “un meccanismo più equo e meno costoso”, come spiega un cervello del governo.
All’uopo viene convocata un’apposita commissione che, fra le altre cose, “individuerà i lavori usuranti”.
Inutile che vi dica quanto sia usurante fare il Cronicario ogni santo giorno. Anzi ve lo dico, così magari la commissione si commuove.
Soprattutto leggo che la produzione industriale scende parecchio, mentre Unicredit annuncia 6.000 esuberi in quattro anni.
E allora capisco il piano geniale dei nostri governanti e insieme mi spiego il calo della voglia di vacanza. Non si tratta di andarci. Si tratta di viverci,
A domani.
La sfida dell’euro al dollaro passa dall’energia e dal mercato dei capitali
Il discorso della nuova presidente della Bce Christine Lagarde tenuto qualche giorno fa a Parigi segna una evoluzione interessante nella visione “geopolitica” di cui la banca centrale sembra farsi interprete e in qualche modo richiama la più volte annunciata revisione della policy che ha finora guidato l’azione di Francoforte. A ben vedere, è evidente che bisogna adeguare la cassetta degli attrezzi al mutato contesto globale.
Sul mutamento delle policy vedremo, ma intanto giova segnalare l’attenzione sollevata dalla presidente relativamente a un altro tema di respiro assai ampio per le conseguenze che incorpora: il ruolo internazionale dell’euro. Tematica assai sentita a Francoforte che, non a caso, dedica alla questione approfondimenti annuali letti solo da quei pochi che seguono queste cose, ma piene di informazioni utili.
L’importanza del ruolo internazionale dell’euro si apprezza se si ricordano, come ha fatto Lagarde, le “due grandi ambizioni” che pervadono le azioni politiche europee, in un mondo che cambia e quindi genera nuove opportunità.
A parte l’ormai scontato riferimento alle politiche contro il cambiamento climatico, nuovo passpartout del discorso politico, è il riferimento all’obiettivo di “costruire una reale autonomia europa” che merita di essere sottolineato. “L’ordine globale del dopoguerra si sta frammentando – dice – crescono le tensioni tra le grandi potenze e il cambiamento tecnologico sta trasformando il modo in cui produciamo, distribuiamo e consumiamo”.
Quindi nulla di strano che le ambizioni di far crescere l’autonomia procedano di pari passo con questo frammentarsi. E “dove ciò si sovrappone maggiormente alla Bce è il ruolo internazionale dell’euro”, spiega. Proprio perché emettere una moneta internazionale “genera obbligazioni, ma crea anche opportunità”. Ad esempio, abbassa i costi di finanziamento – “il cosiddetto privilegio esorbitante” – ma al tempo stesso aumenta l’autonomia delle politiche monetarie e riduce le vulnerabilità.
Il problema è che “nel caso dell’Europa, l’uso internazionale dell’euro è ancora
leggermente indietro rispetto al dollaro, anche per il commercio europeo”. Meglio ancora: “Circa la metà del commercio internazionale dell’area dell’euro è fatturata in euro. La maggior parte del petrolio che compriamo è denominato in valuta estera”. E questo spiega perché “i politici europei stanno dimostrando un rinnovato interesse nel rafforzare il ruolo globale dell’euro e questo coincide con i compiti della Bce”.
La presidente Bce si riferisce probabilmente anche alle dichiarazioni dell’allora presidente della Commissione Ue, Juncker, che settembre del 2018 disse senza mezzi termini quanto fosse poco razionale pagare in dollari i beni energetici a fronte del limitato peso specifico dell’export americano in Europa.
Qualche mese dopo la Commissione Ue pubblicò un lungo documento titolato “Towards a stronger international role of the euro”, dove venivano indicate alcune soluzioni tecniche per condurre gradualmente a una transizione verso l’uso della valuta europea negli scambi di beni energetici.
E’ evidente che si tratta di una partita politica, non semplicemente tecnica. I russi, alle prese con un notevole processo di de-dollarizzazione che ha già portato l’euro ad essere molto presente (insieme allo yuan cinese) nelle proprie riserve estere, sarebbero ben lieti di accettare euro in cambio di dollari per le loro forniture energetiche. Ma anche le questioni tecniche hanno il loro peso. Lagarde spiega con chiarezza che uno dei requisiti principali per favorire l’internazionalizzazione della moneta è avere un mercato finanziario profondo e liquido. Così fu ai tempi della transizione dalla sterlina al dollaro. Così potrebbe (dovrebbe) essere se si volesse favorire una transizione dal dollaro all’euro.
Senonché la transizione verso un mercato dei capitali autenticamente integrato si è fermata in Europa, addirittura sembra in retromarcia. “Quindi, se vogliamo veramente rafforzare il ruolo internazionale dell’euro, è essenziale che i governi e i regolatori si impegnino a costruire un’autentica unione dei mercati dei capitali”, sottolinea.
La Bce può dare una mano aiutando a costruire un’infrastruttura sicura e innovativa – quindi facendo leva sul suo ruolo di gestore del sistema dei pagamenti – un po’ sul modello del Target Instant Payment Settlement. Sempre perché la tecnica serve la politica, se la politica ha un piano. E questo semmai è il problema.
Cronicario: E poi per fortuna la produttività diminuisce
Proverbio del 7 febbraio Di tutti gli stratagemmi, sapere quando finire è il migliore
Numero del giorno: 15 Calo % raffinazione petrolifera in Cina dopo Coronavirus
Giunto sfinito al termine di una settimana pregna, fra spauracchi virali e miraggi fiscali, ci pensa l’Istat a rialzarmi l’umore anticipandomi che lo stress di questi giorni, che tutti sembrano indaffarati ma poi non si sa bene a far cosa, finirà presto. Anzi prestissimo.
Il pil è quello che è, ma non ci dobbiamo preoccupare. Perché a fronte del pil che scarseggia, abbiamo un meraviglioso mercato del lavoro.
Ma il meglio viene subito dopo.
Significa che siccome il pil va male e l’occupazione meno, produciamo meno di prima. In pratica lavoriamo per niente, che è il passo che precede il non lavorare affatto.
E considerando che è venerdì, non chiedo di meglio.
Buon week end.


































