Etichettato: maurizio sgroi
Cartolina: I poveri disillusi dall’Ue
Nel peggiore dei suoi anni l’Ue provò a darsi obiettivi ambiziosi per un futuro lontano che suonava seducente a cominciare dal numero: 2020. Si era in quel terribile 2008 e dodici anni sembravano un tempo sufficiente per proporre alle opinioni pubbliche frastornate dal rumore dei fallimenti e spaventate dall’improvvisa minaccia della povertà un orizzonte dove il tasso di occupazione fosse superiore al 75 per cento della popolazione, la spesa per ricerca e sviluppo fosse uguale o superiore al 3 per cento del pil dell’Unione, le emissioni inquinanti fossero inferiori di un 10 per cento abbondante, gli abbandoni scolastici per i giovani fossero meno del 10 per cento della popolazione e l’educazione terziaria riguardasse almeno il 40 per cento dei 30-34enni. L’insieme di questi indicatori disegnava il volto di una società capace di dare, in maniera sostenibile, lavoro a persone sempre più istruite e perciò impiegate in produzioni a maggior valore aggiunto, col risultato – che poi era il gioiello della corona – di far diminuire i poveri, che erano 116 milioni, di almeno venti milioni. Dieci anni dopo inquiniamo meno, siamo più occupati e anche meglio istruiti, ma i poveri sono 118 milioni. Molti li chiamano populisti.
Cronicario: Sostenete anche la stampa sovrana (e la cannabis)
Proverbio del 19 luglio La bugia più astuta dura solo una settimana
Numero del giorno: 62,8 Aumento % export vino italiano in Cina nel IQ/2018
Alitalia, e vabbé. Le pensioni di cittadinanza, eccerto. Il reddito per i cittadini (anche per i cittadini extracomunitari?), eccome. Ma una parolina buona per la stampa, rigorosamente sovrana, la vogliamo spendere?
Notate che parliamo di vendite che sommano digitale e cartaceo e poi fatevi il segno della croce e magari recitate una prece. Dico a voi, cari Governanti, lo so che odiate giornali e giornalisti per mille giustissime ragioni, ma sempre posti di lavoro sono. E poi se non le pubblicano i giornali sovrani le vostre facce belle, ma chi lo fa?
Prima che pensiate che questo pensiero sia sorto nella mia testolina matta – notoriamente incapace di riflessione profonda e quindi al passo coi tempi – sappiate che l’esortazione m’è sbucata fuori come una lumaca dopo la pioggia di esternazioni del nuovo presidente della Fieg, che poi sarebbe la federazione degli editori e dei giornali. Costui, ormai perfettamente allineato con lo spirito del tempo, ha rivolto un appello accorato dalle pagine di un noto quotidiano economico con la carta salmonata per dire che “la crisi ci ha imposto di tagliare tanto negli ultimi 10 anni. Come hanno fatto la Francia o altri Paesi, io penso che il governo debba però guardare con interesse a finanziamenti e iniziative di sostegno. Non si tratta di mere distribuzioni di risorse, ma di interventi per finanziare la qualità dei giornalisti. La Francia ha dato 120 milioni alla France Presse. Sostenere l’editoria significa sostenere l’informazione di qualità che è un presidio democratico, riconosciuto dalla Costituzione all’articolo 21”.
Ora stendiamo un velo pietoso sull’informazione di qualità italiana. Rimane il tema, cari governanti: volete dare soldi a tutti, che fa non avanzano due spicci per chi vi va fare sempre bella figura?
Sono sicuro, cari governanti, che troverete un po’ di minibot anche per i giornalisti. Ma nel caso doveste aver difficoltà a reperire i soldi per colpa del ministro tirchio dell’economia che rima (a caso?) con Mammamia, vi do una notizia che ho scoperto leggendo una meravigliosa dichiarazione di una vostra illuminata collega ministra grazie alla quale ho saputo che aumenteremo le importazioni di cannabis terapeutica dall’Olanda per far fronte alle crescenti necessità nazionali.
E mica sono briciole. Parliamo di circa 700 chili di mariagiovanna importate quest’anno e il prossimo. Ora dico, ma possibile che non riusciamo a produrre una cannabis sovrana? Eppure esiste una certa qualità calabra, mi dicono i beninformati.
E infatti neanche i tempo di far cessare l’eco della ministra dichiarante, è arrivata la proposta di Coldiretti, strenua paladina del patrio suolo e delle coltivazioni nazionali, che ha buttato là due cifre bellissime: la coltivazione, trasformazione e commercio della cannabis a scopo terapeutico per soddisfare i bisogni dei pazienti “potrebbe avvenire anche in Italia e garantire un reddito di 1,4 miliardi e almeno 10 mila posti di lavoro dai campi ai flaconi”.
La cannabis sovrana potrebbe sostenere la stampa nazionale generando una corrispondenza di amorosi sensi fra la percezione alterata (a scopo medico sia chiaro) e l’alterazione sistematica della realtà. Purché sia sovrana.
A domani.
Cronicario: I tavolini del Mise a rischio investimento
Proverbio del 18 luglio Il frutto maturo cade da solo, ma non nella nostra bocca
Numero del giorno: 4,2 Aumento % annuo compravendite immobiliari in Italia
Nel caso doveste mai passare dalle parti del ministero dello Sviluppo economico, che insiste su una traversa della celeberrima via Veneto a Roma, non stupitevi della folla di tavolini che vi trovate davanti.
E soprattutto non vi ingannate: non sono i baristi ad essere impazziti: è il governo. La confessione è arrivata dritta dritta dal titolare del dicastero, notoriamente instancabile e in perenne veglia per la salute economica, i diritti e soprattutto la dignità di Noi Tutti. Costui, mai pago di fornirci preziose informazioni, oggi ha reso noto che al Mise sono in piedi nientepopòdimeno che 144 tavoli per altrettante situazioni di crisi aziendali, attorno ai quali bisognerà decidere le sorti di 189 mila lavoratori. Tanto è l’impegno, che il Nostro, per quanto uno e bino e probabilmente trino, ha dovuto coinvolgere al baretto Mise anche quattro parlamentari a scopi non solo conoscitivi, ma anche di servizio.
Comprenderete l’ansia che m’ha divorato al pensiero che 189 mila lavoratori e altrettante famiglie siano in attesa di servizio pubblico al tavolo. Non sai mai quello che ti portano, ma costerà sicuramente caro e sulla qualità lévati. Poi però un paio di altre voci autorevolissime del governo del cambiamento sono giunte fino a noi, producendo in me un improvviso senso di tranquillità.
Il primo a parlare è stato il titolare dell’Economia, quello che rima con mammamia, il quale ha notato che a) dal 2008 al 2018 gli investimenti della pubblica amministrazione si sono ridotti del 50% e questa “è una situazione drammatica”. Perciò il ministro Mammamia ha “evidenziato la necessità di mettere in campo investimenti sia pubblici che privati” poiché “trovare uno stimolo endogeno alla crescita significa affrontare il tema dell’occupazione”;
b) nel bilancio dello Stato sono stanziati 150 miliardi in 15 anni per gli investimenti pubblici, già scontati nel deficit. Di questi, 118 miliardi sono “considerabili immediatamente attivabili”, ma procedure complesse e capacità progettuale insufficiente ne complicano l’utilizzo, tanto da rendere biblici i tempi di realizzazione delle opere.
Il secondo a parlare è stato il titolare dei Trasporti, che ha confessato ciò che il vostro Cronicario qui, cazzeggiando come sempre, vi aveva anticipato: il decollo dell’Alétalia: “L’Alitalia tornerà compagnia di bandiera con il 51% in capo all’Italia”, visto che “l’italianità è un punto fondamentale nel futuro”. Si cerca un partner che metta il 49% e “la faccia volare”. M’immagino la fila. Specie perché il ministro bino di poco fa ha assicurato costoro e noi tutti che si “spenderà personalmente per Alitalia”.
Sicché ho finalmente capito il destino che si prepara per i tavolini al Mise: saranno investiti dal potente motore della crescita alimentato a denaro pubblico che non abbiamo.
Tutto ciò mentre il Fmi, nel documento preparato per il prossimo vertice del G20, invita i paesi per i quali la posizione “è vulnerabile alla perdita di fiducia del mercato” parlando casualmente del nostro, a evitare “stimoli di bilancio pro-ciclici” e a “ricostruire riserve di bilancio” per i tempi brutti che sono sempre in agguato. Non avete capito? Era un “Mammamia”, in versione Fmi. E non si riferiva al ministro.
A domani.
La guerra commerciale accelera la deriva asiatica dell’Europa
La firma dell’accordo di libero scambio dell’Ue col Giappone segna un’altra tappa importante nel processo di spostamento degli equilibri globali verso l’Asia, ormai a torto o ragione identificata come l’ultima regione del mondo disposta a difendere la globalizzazione dopo la sostanziale abdicazione dell’Occidente che pure l’ha inventata e diffusa. Le ragioni sono evidente: Cina e Giappone, come d’altronde anche l’Europa e in particolare l’eurozona, sono creditori netti e devono molte delle loro fortune al commercio internazionale. Quindi non deve stupire che proprio mentre Trump annunciava dazi per ulteriori 200 miliardi a carico della Cina, il primo ministro Li Keqiang diceva da Sofia che il suo paese aveva le migliori intenzioni per rilanciare il commercio con i paesi centro orientali dell’Europa ripetendo sostanzialmente gli argomenti che poi sono stati illustrati anche al vertice del 16 luglio con l’Ue a Pechino. La Cina vuole stringere la sua relazione con i paesi europei e importa relativamente la circostanza che tale volontà sia stata rafforzata dall’atteggiamento ostile dell’amministrazione Usa nei confronti dei cinesi – ma anche dell’Ue, giudicata nemica commerciale degli Usa – o se questa riaffermata disponibilità sia l’evoluzione naturale di un’economia – quella cinese – che all’apice della rinascita nazionalista che sta travolgendo l’Occidente, si scopre invece convinta sostenitrice del multilateralismo e della globalizzazione, dai quali evidentemente la Cina finora ha molto guadagnato.
Questa interessante evoluzione del quadro politico – lo stesso giorno che il primo ministro cinese incontrava i rappresentanti europei, Trump stava incontrando Putin in Finlandia – arriva in un momento di grande tensione per l’economia internazionale che i sismografi sensibilissimi degli osservatori registrano continuamente. Le analisi – ultima in ordine di apparizione quella del Fmi che ha aggiornato il suo outlook sull’economia globale – sono concordi nel temere gli effetti nefasti sul commercio che potrebbe provocare una ulteriore escalation fra Usa e Cina che certo non risparmierebbe l’Europa che non è frapposta solo geograficamente fra i due paesi, ma è punto di snodo fondamentale delle relazioni economiche di cui il commercio è solo la rappresentazione più immediata. Quando due paesi commerciano, c’è sempre una contropartita finanziaria che chiude il ciclo dello scambio iniziato con la produzione. Ciò significa sistemi finanziari più o meno interconnessi – si pensi alla rilevante esposizione delle banche britanniche nei confronti della Cina – e catene di valore delle merci che si articolano in paesi differenti ognuno dei quali aggiunge gradi di produzione al prodotto finale. In tal senso, la rappresentazione che fanno le bilance dei pagamenti dei flussi commerciali risultano spesso troppo schematiche per dare l’idea corretta delle relazioni profonde che la globalizzazione ha tessuto fra i paesi del mondo, che hanno avuto come strumenti principali gli investimenti diretti che i paesi avanzati prima e quelli emergenti poi si sono scambiati.
Quando si fa un investimento diretto, secondo la classificazione che ne fa la Bce, un paese detiene una quota di almeno il 10% del capitale di un’azienda in un paese estero. Le ragioni sono le più svariate e l’internalizzazione del commercio è una di queste. Un’azienda trova più conveniente produrre all’estero per guadagnare competitività. Da questo punto di vista, pure se al costo di qualche semplificazione, si può dire che gli investimenti diretti sono una buona cartina tornasole della globalizzazione e, indirettamente, del commercio internazionale. In tal senso, imporre dazi, che di fatto limitano i vantaggi competitivi, può provocare impedimenti agli investimenti fra i paesi.
Le relazioni fra Ue e Usa sono molto profonde e hanno una storia ultradecennale alle spalle. Ciò non vuol dire che siano eterne. Come ha detto il segretario della Nato nei giorni del difficile vertice dei primi di luglio, con Trump che addirittura che minacciava di uscire dall’alleanza, le relazioni fra Usa e Ue non sono scritte sulla pietra. E se questo vale per le questioni della difesa, vale ancor più per quelle economiche, che hanno motivazioni meno cogenti, almeno all’apparenza. Peraltro la cronaca ci mostra che relazioni economiche fra Usa e Ue abbiano già subito profondi cambiamenti. I dati Eurostat relativi agli investimenti nell’Ue mostrano il sostanziale disimpegno del capitale americano dall’Europa avvenuto nel corso del 2017, quando oltre 270 miliardi di dollari sono usciti dall’Ue a fronte di afflussi per circa 56 l’anno precedente. Tale tendenza è stata condivisa anche dall’Ue, che ha fatto defluire dagli Usa circa 66 miliardi di propri investimenti diretti.
Un anno è un periodo di tempo limitato per trarne una tendenza, ma non si capisce per quale ragione un’azienda europea dovrebbe essere invogliata a investire in un paese il cui presidente – ossia il massimo rappresentante – dice pubblicamente che l’Ue è un nemico commerciale. I dazi, in tal senso, possono rappresentare un potente disincentivo all’ampliarsi degli investimenti europei negli Usa e non tanto (o non solo) per la diseconomia che provoca direttamente sui costi, ma per il nocumento che genera sulla fiducia, ossia il principale alimento degli animal spirit imprenditoriali. Gli ultimi dati sull’indice Zew tedesco, che misura proprio lo stato della fiducia nell’economia, mostrano cali che segnalano i timori crescenti che la guerra commerciale fra Usa e Cina possa colpire il cuore dell’economia della Germania, per la quale le esportazioni pesano una quota rilevante del prodotto. Ma questo non vale solo per la Germania. Anche l’Italia ha tutto da perdere dal deterioramento degli scambi internazionali, e i dati di maggio della bilancia commerciale, che registrano un calo di circa un miliardo del surplus italiano rispetto a maggio del 2017, mostrano che tale tendenza è in agguato e che sarebbe una iattura non tenerne conto. E’ l’intera l’Ue, d’altronde, ad essere fortemente dipendente dal commercio con gli Usa, che sono il suo primo importatore.
A sua volta per l’Ue la Cina è il principale esportatore, visto che il 20% delle importazioni europee arrivano da lì a fronte del 14% che arriva dagli Usa, che al contrario pesano il 20% delle esportazioni europee a fronte dell’11% cinese. Guardare a questi numeri schematicamente può essere fuorviante, come abbiamo detto, atteso che raggruppano relazioni molto complesse che sono insieme finanziarie e produttive, ma vale la pena rilevarli perché servono a comprendere il grado di questa interconnessione. Se guardiamo al dato del commercio con la Svizzera, ad esempio, divenuta dopo la fuga dei capitali Usa la prima investitrice diretta nell’Ue, si capisce perché la Confederazione abbia tutto l’interesse a infittire la collaborazione con l’Europa e insieme perché il primo ministro cinese Li abbia proposto aprire le porte della Cina al capitale europeo sul sul territorio in maniera paritaria. Pechino si offre ai capitali europei proprio nel momento di massima crisi con gli Usa e non solo: propone anche un percorso comune per riscrivere le regole del Wto, ossia l’organizzazione che presiede lo svolgimento del commercio internazionale. Lo stesso argomento, non a caso, è stato proposto anche sul tavolo dove Ue e Giappone firmavano l’accordo di libero scambio.
Emerge quindi uno scenario in cui Europa e Cina e ormai anche il Giappone sembrano interpretare la parte delle regioni disposte a spendersi (e a spendere) per difendere le ragioni del libero scambio, anche se regolato, e del multilateralismo, opponendosi al nascente spirito nazionalistico che vede nella vocazione bilateralista di Trump il suo massimo campione e nella Russia, ancora ai margini, un potenziale ago della bilancia. Se torniamo a guardare ai numeri del commercio con l’Ue, la Russia (ma anche il Giappone) è un partner quantitativamente degno di nota, ma non tale da cambiare le regole del gioco, come d’altronde il Giappone. La Cina forse sì. Insieme sicuramente.
Cronicario: La spesa diventa più cara, ci salverà il sushi
Proverbio del 17 luglio La gioia è destinata a chi ha il cuore contento
Numero del giorno: 1,7 Aumento % del fatturato dell’industria a maggio vs aprile
Non so se mi inquieta di più sapere che l’indice dei prezzi al consumo è stato rivisto al ribasso o sapere che, al tempo stesso, è aumentato l’indice del cosiddetto carrello della spesa, ossia il costo della vita di quello che compriamo tutti i giorni: beni alimentari, cura della casa o della persona. Il primo, a giugno, scende dall’1,4% all’1,3% su base annua, il secondo accelera, sempre su base annua, del 2,2%, dall’1,7% di maggio. E siccome al supermercato uno ci deve andare tutti i giorni, mentre gli effetti benefici dell’inflazione sul pil nominale non li capisce nessuno, finisce che mi preoccupo più del carrello, anche perché, pure se rivisto al ribasso, l’indice dei prezzi al consumo risente drammaticamente del costo della bolletta energetica, che non solo prosciuga i nostri attivi commerciali, ma anche il mio assai più modesto attivo salariale in qualità di consumatore onnivoro di idrocarburi, oltre che di carboidrati.
Aì più curiosi di voi che si domandano come mai tutto aumenti tranne lo stipendio, rispondo con questo bellissimo grafico prodotto da Istat che contiene anche alcune informazioni utili.
Per dire: mica è vero che aumenta tutto. Il peso dell’istruzione è in potente calo. Sarà mica questo il segreto del successo del nostro sistema educativo?
Dubbioso circa l’effetto dei prezzi bassi per stimolare la domanda, preferisco lasciarmi distrarre dalla notizia del giorno che a me, che sono cresciuto guardando con Jeeg Robot e guidando Yamaha, fa particolarmente piacere: l’Ue ha firmato l’accordo di libero scambio col Giappone.
Sicché il nostro Donald T., dopo aver amoreggiato con i cinesi a Pechino in nome dell’interesse europeo, oggi ha fatto la stessa cosa col primo ministro giapponese e ha firmato un trattato di libero scambio che nelle parole del compagno di merende di Donald T., il claudicante (per sciatica) Juncker “proteggerà dal protezionismo”, che deve essere la traduzione brussellina del famoso detto anonimo “i dazi liberano dal liberalismo”. Non faccio in tempo a farmi folgorare dalla rivelazione che Eurostat se ne esce con una delle sue note che mi riporta d’improvviso al discorso iniziale: l’andamento della ricchezza reale nell’eurozona, e in particolare a casa nostra. Fatevi due risate (per dire).
La prima curva mostra l’incremento della ricchezza reale nell’Ue a confronto con quella italiana, rigorosamente al di sotto. La seconda curva mostra l’aumento della povertà nell’Ue a confronto con quella italiana, regolarmente al di sopra. Dite che c’è da preoccuparsi? Ma no, basta mangiare sushi.
A domani.
Cronicario: Donald T gomplotta per l’Eurocina
Proverbio del 16 luglio La sfortuna non viene se l’uomo non la chiama
Numero del giorno: 966.000.000 Calo surplus commercio Italia 5/2018 su 5/2017
Oggi Donald T. ha incontrato il primo ministro cinese a Pechino, mentre l’altro Donald T. incontrava il presidente russo in Finlandia. I due Donald T. non potrebbero essere più diversi: non condividono alcuna idea e hanno persino una pessima opinione l’uno dell’altro. Figuratevi che uno dei Donald T, che ha confidenza coi social, ha detto che l’Ue è una nemica e quindi l’altro Donald T. è nemico in quanto europeo.
In questo caos vagamente patologico non mi stupisco che mentre un Donal T. dice ai cinesi di volere evitare a tutti i costi le guerre commerciali, l’altro Donald T. abbia salutato il suo vertice dicendo sempre su Twitter che i rapporti con i russi non sono mai stati peggiori pure se conferma di volerne uno buono. Dal canto suo il primo ministro cinese ha ribadito al Donald T. europeo che il suo paese aprirà le frontiere agli investimenti europei, aspettandosi evidentemente la stessa cosa, e che spera di costruire insieme all’Europa un percorso comune per avere un commercio più aperto riscrivendo in chiave migliorative le regole del Wto, dal quale l’altro Donald T ha minacciato di uscire (come peraltro ha minacciato di voler fare anche con la Nato).
Laddove i due Donald T. finalmente diventano uno è nell’esito. A furia di dire che l’Ue è il nemico (D.T. 1), o che la Cina “è una forza di stabilità” (D.T. 2), ne verrà fuori il vero motore del cambiamento di questo tormentato inizio di XXI secolo: l’Eurocina. L’illuminazione m’accende appena vedo questo disegnino.
E che ci vuole? La Cina è già la prima esportatrice per l’Ue. Basta che diventa anche la prima importatrice al posto degli Usa e il gioco è fatto. Il gomblotto dei Donald T. sta funzionando. State sereni.
A domani.
Gli Usa hanno portato via 270 miliardi dall’Ue
Se siamo arrivati al punto in cui un presidente Usa dice che l’Ue è un nemico non bisogna stupirsi che le relazioni economiche si accordino di conseguenza, seguendo una vulgata politica che sembra costruita apposta per generare sfiducia. Le dichiarazioni di Trump sono solo l’ennesimo atto ostile del presidente americano che, fra le altre cose, ha pure deciso di daziare i suoi principali alleati, dopo aver ridotto l’ultima riunione Nato a una sorta di show personale. Questi fatti di cronaca non cadono dal cielo e sono solo la conferma che l’asse fra Usa e Ue, che ha segnato la storia della seconda metà del XX secolo è entrata in una fase nuova dagli esiti imprevedibili, ma che già mostra i suoi effetti sulle relazioni più fragili, perché squisitamente fiduciarie, che tengono avvinte le due regioni. Si pensi ad esempio agli investimenti diretti.
L’ultima release di Eurostat dedicata all’osservazione di questi flussi nel 2017 mostra con chiarezza che gli Usa sono diventati, cordialmente ricambiati, disinvestitori netti dall’Ue. Detto in parole povere, nel 2017 hanno portato via centinaia di miliardi di investimenti diretti invertendo la tendenza del 2016, quando nell’Ue dagli Usa erano arrivati 56 miliardi di dollari, a fronte dei 274 miliardi che sono usciti nel 2017. Dal canto suo, l’Ue ha disinvestito oltre 66 miliardi dagli Usa nel 2017, quando invece nel 2016 vi aveva fatto affluire oltre 76 miliardi.
In generale, per l’Ue l’anno scorso non è stato un anno positivo per gli investimenti diretti esteri. I suoi investimenti sono diminuiti di oltre il 52% rispetto al 2016, passando da 250 miliardi a circa 120. Al tempo stesso gli investimenti nell’Ue da parte dei paesi esteri sono crollati, passando dai 340 miliardi nel 2016 a 37. Una brusca diminuzione nella quale la parte del leone l’hanno fatta proprio le compagnie americane che evidentemente non trovano più attrattiva l’Ue per i loro investimenti.
A conclusione di questo anno orribile, l’Ue si trova come primo investitore diretto la Svizzera seguita dal Giappone. Le principali destinazioni di investimento diretto dell’UE sono la Svizzera e Hong Kong.
Il fatto che l’addio Usa all’Europa sia storia del 2017 conferma che l’allontanamento fra le due regioni sia un trend ormai consolidato che le ultime decisioni dell’amministrazione Trump sono destinate a rafforzare. E poiché l’economia condivide con la natura l’orrore per il vuoto, è molto facile prevedere chi sostituirà il capitale statunitense proseguendo questa tendenza. Se ne sono avute avvisaglie chiare quando il primo ministro cinese, in risposta all’ennesima minaccia di dazi arrivata dagli Usa, ha proposto all’Ue di stringere le maglie della collaborazione commerciale. E il commercio è uno degli strumenti degli investimenti diretti.
Cronicario: Italia&GB, May(be) or not to be
Proverbio del 12 luglio Meglio camminare con chi ami che riposare con chi odi
Numero del giorno: 1,1 Tasso di interesse sul Btp triennale in asta oggi
Sono sinceramente indeciso a chi assegnare la palma di minchiata del giorno, ormai disputatissimo premio che il vostro Cronicario attribuisce con cadenza irregolare ai vari fenomeni che affollano la nostra scena pubblica. La giornata era cominciata con le solite facezie dei nostri governanti su pensioni e tagli ai vitalizi, carne sanguinolenta per le belve da tastiera, ma la mestizia nostrana, così d’antan, è stata subito superata dal solito Mister T. in versione Nato in the Usa, che ha fatto venire le palpitazioni a mezzo mondo – per la troppa gioia o il panico – dicendo nel bel mezzo del vertice Nato che gli Usa potrebbero lasciare l’alleanza.
Ma era una battuta ovviamente. Neanche il tempo di digerire il rutto che la controfigura di Mister T, o il gemello diverso se preferite, se ne esce dicendo che la Nato è una cosa bellissima e che lui adora la Merkel perché suo padre – quello di Mister T – era tedesco. La riunione della Nato, convocata d’urgenza dopo l’annuncio del Natexit Usa, si scioglie in un abbraccio affettuoso dove tutti promettono di spendere più di prima e Trump, dopo aver twittato “Grazie Nato”, manco fosse un Venditti qualunque, tira a sorte sul prossimo pupazzo su cui esercitare il suo tirassegno. E chi viene fuori dal cilindro?
Per nulla anglosferico, Mister T. se ne esce osservando che il libro bianco della Lady di gomma, scritto a chissà quante mani per diventare la piattaforma negoziale con l’Ue dopo la Brexit, non è affatto sicuro sia in sintonia col voto dei britannici. Poi ha chiuso in bellezza avvisando l’Ue, con la quale dovrà incontrarsi il prossimo 25 luglio nella persona di Juncker, che se non negozia equamente dazia le auto, ossia il cuore del nostro export.
Juncker non ha risposto, mentre la zia May, non quella di Spider man ma insomma, ha spiegato al nipotino americano che la sua piattaforma è la migliore possibile e poi, tanto per far capire che è di famiglia con Mister T, se n’è uscita con una minchiata meravigliosa: “”Non sarà più permesso alle persone di arrivare dall’Europa nella remota possibilità che possano trovare un lavoro. Accoglieremo sempre i professionisti qualificati che aiutano la nostra economia a prosperare, dai dottori alle infermiere, agli ingegneri e agli imprenditori ma, per la prima volta da decenni, avremo il pieno controllo dei nostri confini”. Dicono a Trump sia sbiancato il ciuffo mentre ordinava di erigere un muro col Texas.
La nostra indomita premier si sente talmente forte e sicura nella sua roccaforte che avrà persino accolto con sovrana scrollata di spalle anche le ultime previsioni dell’Ue che vedono l’economia britannica scivolare accanto all’ultima della classe, che per inciso sarebbe la nostra.
Essere in compagnia dei britannici è sicuramente il sogno dei sovranisti nazionali, e quindi ben venga la perfida Albione. Quaggiù, sul limitare dell’1% quando va bene, si vivacchia fra l’essere e il non essere, e voi cari brexiter sapete che vuol dire. Si produce poco, ma il tempo è buono e si mangia bene. Ecco forse questo da voi proprio no. Ma almeno avete la sterlina e il controllo dei mari. May(be).
A domani.
Cronicario: Nato in the USA, residente in terra di nessuno
Proverbio dell’11 luglio Meno si mangia più il cuore si riempie di luce
Numero del giorno: 150.000 Animali rapiti in Italia nel 2017
Contro il logorio della vita moderna, per ricordare un amabile spot di un’epoca fa, non usa più farsi un cordiale ma bisogna assolutamente essere capaci di discordia. Non chiedetemi perché: non faccio il sociologo né sono capace di pensieri profondi. Anche perché poi finisce che qualcuno ci crede e finisce il divertimento. Quindi nell’attesa che uno dei tanti marchettari postmoderni che affollano il web ci spieghi la weltanshauung di giornata, tocca contentarsi di quello che offrono le cronache che comunque sono uno spasso, come sempre accade quando il protagonista è il nostro amatissimo Mister T.
Questo fenomenale esempio dello spirito del nostro tempo (cit. per i famosi marchettari) oggi è riuscito a litigare con i cinesi, avendo imposto loro un altro pacco di miliardi di dazi, poi con la Germania, accusandola di essere praticamente una dependance della Russia, e poi ha svillaneggiato la Nato col solito argomento che gli americani pagano il conto più grosso, e sarebbe strano il contrario, visto che è una roba Born in the Usa, come la celebre canzone del Boss. Senonché a quest’altro boss, cui evidentemente non dispiacciono i toni della discordia, la Nato, nata (e pagata) in virtù dell’alleanza atlantica, sembra un giocattolo fuori tempo massimo e peraltro costoso, come in fondo inutile deve parergli l’Ue, visto che lui parla solo coi pezzi grossi come lui – gente del calibro di Putin e Xi – e nella Ue non ce n’è nemmeno uno. Sicché al povero segretario della Nato non è rimasto che ricordare come l’alleanza atlantica non sia scritta sulla pietra, anche se è interesse di Europa e America conservarla. Col che finalmente delineandosi la sindrome di cupio dissolvi che ha avvolto l’Occidente, ormai non più vocato al Tramonto, come profetizzava un cent’anni fa Spengler, ma direttamente all’estinzione.
Poiché la concordia non è trendy, non bisogna stupirsi più di tanto che la Cina accusi gli Usa di bullismo commerciale, con ciò preparandosi evidentemente un bellissima escalation per la gioia dei rissosi da tastiera che sono talmente intelligenti da non capire che i dazi di Mister T stroncheranno anche le nostre ambizioni da esportatori (giusto oggi è uscita la notizia che abbiamo superato la Germania per esportazioni farmaceutiche). Anche qui da noi, non manca la materia prima per le risse e tanto meno mancherà in futuro. Per dire: oggi un pezzo grosso di Blackrock, che per chi non lo sapesse gestisce alcuni trilioni di dollari di asset, ha detto che “lo spread italiano è ancora in terra di nessuno” (ma comunque è salito un cento punti base da maggio) perché non si capisce che voglia fare il governo, visto che i vari ministri dicono tutto e il suo contrario e nessuno ci sta capendo più niente, con la conseguenza che paghiamo (lo spread significa che paghiamo più interessi se non fosse chiaro) più di quanto dovremmo e meno di quanto potremmo se a furia di dire minchiate gli investitori inizieranno a prenderci sul serio. Nel senso che iniziano a credere sul serio che faremo una minchiata.
I giochi si scopriranno a ottobre, ha concluso l’uomo Black(rock), quando il governo dovrà presentare la sua legge di bilancio. E figuratevi i botti. Quanto a me, che mi sbellico dalle risate leggendo queste risse da cortile, poiché sono Nato in the Usa e residente in terra di nessuno, faccio la cosa migliore che resti da fare.
Finché dura, almeno.
A domani
Anche la Germania deve fare le riforme e pure in fretta
Si potrebbe speculare parecchio – in senso filosofico una volta tanto – sul fatto, sottolineato dal Fmi, che anche la miracolosa Germania, la cui economia continua a stupire il mondo, necessiti di profondi miglioramenti, che oggi si chiamano riforme strutturali. E forse ne ricaveremmo il pensiero che ogni successo cova in seno i semi del futuro fallimento, e viceversa, con ciò consolandoci, noi la cui economia è assai meno miracolosa, che poi è il fine di ogni filosofia, come scriveva alcuni secoli fa Boezio. Oppure potremmo raccontarla assai più prosaicamente, questa storia di ordinaria economia, osservando come la Germania stia semplicemente sperimentando la sua sfida più grande: transitare dall’essere semplicemente un’economia di successo a diventare un esempio di una pratica economica di successo che prepara inevitabilmente una nuova teoria (o ne riesuma una vecchia). E in un mondo che ha perso la bussola, e scambia la prodigalità col rimedio, il caso tedesco potrebbe essere molto più che un caso di studio per i contabili.
Si vedrà. Intanto contentiamoci di osservare il miracolo tedesco e capire perché ha gambe robuste ma caviglie fragili, a causa della sua terribile situazione demografica che dovrebbe suscitare in noi molte domande, se non fossimo così abituati a preferire le risposte. Il fallimento demografico della Germania è la cartina tornasole della fragilità economica tedesca così ben dissimulata dai suoi numeri rutilanti: dal Pil, agli attivi di conto corrente, alla disoccupazione risibile. Ma anche sulla demografia le scelte contano. Nel gran dibattere, spesso ideologico e poco informato, che si fa sulla questione dell’immigrazione dovremmo osservare con interesse il dato più recente dell’indice di natalità tedesco (riferito al 2016), che adesso supera 1,5 – che è sempre poco – ma veniva da poco più di 1,3 nel primo decennio del XXI secolo prima che la Germania, sfidando ogni buon senso popolare, decise di farsi carico di un milione di profughi.
Un esempio chiarissimo del livello di complessità delle scelte che la Germania dovrà affrontare se vorrà correggere le storture annidate nel legno dritto della sua economia.
Quest’ultima si può raccontare in pochi numeri. Pil reale cresciuto del 2,5% nel 2017 grazie a una robusta domanda interna e a una ripresa dell’export nella seconda metà dell’anno. L’economia marcia a pieno regime e il sistema produttivo sta gradualmente prosciugando la capacità residua, mostrandosi questa tensione costante nel mercato del lavoro, che genera pressioni al rialzo sulle retribuzioni mentre fa capolino anche sull’inflazione, con quella core arrivata all’1,5%. La politica fiscale genera surplus di bilancio, che dovranno sembrare un’eresia ai teorici del deficit espansivo. Nel 2017 questo avanzo ha raggiunto l’1,2% del pil “il livello più elevato dala riunificazione”, mentre il famoso (o famigerato, dipende da chi ne parla) surplus delle partite correnti, ossia degli scambi con l’estero, è diminuito dall’8,5% del 2016 all’8% a causa del deterioramento sia del conto delle merci che di quello dei redditi.
A fianco di queste luci, rimangono le ombre delle quali la questione demografica è solo quella più evidente, ma non l’unica. Il sistema finanziario tedesco, quindi principalmente banche e assicurazioni, rimane debole e poco profittevole. Il credito è cresciuto nel 2017, spinto dai tassi bassi, ma in linea con il pil nominale, quindi senza strappi. A fronte di ciò abbiamo un mercato immobiliare sempre più caldo, mentre gli stessi tassi bassi che hanno spinto il credito al rialzo mettono in affanno le assicurazioni, specie nel settore vita dove prevalgono i prodotti a rendimento garantito. Nel breve termine i rischi arrivano per lo più dalle minacce protezionistiche che minano il commercio internazionale, ossia la cornucopia dell’economia tedesca, ma anche da possibili tensioni nell’area euro che potrebbero indebolire i titoli sovrani. Ma sul lungo termine ciò che farà la differenza sarà proprio la struttura della popolazione. Una demografia sfavorevole implica la necessità di aumentare la produttività puntando da subito sul miglioramento regolamentare e tecnologico. Quando si stima in calo la popolazione attiva, rimane solo da farla lavorare di più e meglio se non si vuole generale un calo della produzione. A tal fine la Germania dovrebbe decidersi a usare le sue tante risorse per stimolare gli investimenti in capitale fisico e umano, migliorando quindi le sue infrastrutture, ma anche l’istruzione, puntando su misure che incentivino l’offerta di lavoro e gli investimenti privati, visto che si osserva già da adesso un rallentamento della produttività e un declino dell’imprenditorialità. La Germania insomma deve spendere, ma con giudizio specie considerando i rischio all’orizzonte, magari dedicando risorse al taglio del costo del lavoro, ancora elevato.
E deve fare scelte coraggiose: riforme sul mercato del lavoro e delle pensioni. E di nuovo torna protagonista la questione demografica. Il nostro sistema socio-economico è costruito sull’ipotesi di una piramide della popolazione con una base ampia e un vertice stretto, com’era cent’anni fa. Ma il progresso ha ristretto la base e allargato il vertice, provocando la necessità che gli adulti siano i “nuovi giovani”, ossia coloro che col loro lavoro pagano le pensioni ai più anziani. Più la base si restringe e più si allarga il vertice, più questi adulti devono continuare a essere considerati giovani – e quindi lavorare – per tenere in piedi il sistema. La Germania ha già notevolmente aumentato il tasso di partecipazione al lavoro degli adulti, molto più di altri e a sentire il Fmi dovrà continuare a farlo. E se vale per la Germania, che sta tanto meglio di altri, dovremmo iniziare a pensare che vale per tutti quelli che hanno una demografia sfavorevole. E la nostra è sfavorevolissima. Meglio ricordarselo.








































