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Il dilemma russo della Polar Silk Road cinese

La settimana scorsa la Novatek, produttore russo di gas, ha completato la sua prima spedizione di gas liquefatto nel porto cinese di Jangsu utilizzando la Northern Sea Route (NSR) dando il via di fatto al primo sfruttamento in grande stile della rotta artica sulla quale la Russia conta moltissimo per rilanciare il suo ruolo di protagonista delle nuove rotte commerciali del Grande Nord. Il trasporto via Artico ha tagliato drammaticamente i costi e i tempi rispetto alla rotta tradizionale attraverso il canale di Suez con grande soddisfazioni dei cinesi, che infatti contano di importare tre milioni di tonnellate di gas liquefatto dal sito di Yamal a partire dal 2019. Soddisfazione anche perché sulle potenzialità dell’impianto di Yamal e delle rotte artiche i cinesi hanno mostrato di avere la vista lunga, come d’altronde anche i russi.

Già dal 2013 il capo della Novatek, si era fatto vedere in Cina per discutere progetti di collaborazione nell’area artica che condussero, a settembre, alla sigla di un contratto fra i russi e la China national petroleum corporation (CNPC) che prevedeva proprio la fornitura di tre tonnellate di gas liquido l’anno alla Cina, pari al 18% della capacità dell’impianto. L’accordo fu approvato dal governo russo a gennaio del 2014. Dopo la crisi ucraina, che ha messo in crisi la Novatek – l’Ucraina era uno dei maggiori consumatori di gas russo –, a settembre 2015 la Novatek ha venduto a un fondo sovrano cinese, il fondo sovrano per la via della seta il 9,9% della quota della Yamal liquefied natural gas (LNG), società che gestisce il progetto sulla penisola, per oltre un miliardo di euro ricevendo inoltre un prestito da 730 milioni per 15 anni per finanziare il progetto di esplorazione. Gli altri azionisti principali sono, oltre alla Novatek (50,1%), la cinese CNPC (20%) e la Total francese (20%). L’accordo ha conosciuto una ulteriore evoluzione l’aprile 2016 quando la Yamal LNG ha siglato un accordo con la Export-Import Bank of China e la China Development Bank per facilitazioni creditizie per 15 anni per un ammontare totale di 9,3 miliardi di euro per finanziare il progetto. Non bisogna farsi ingannare da tanto attivismo però: le negoziazioni sono state complesse e più volte ritardate, segno che la partnership è ancora tutta da costruire. Epperò è stata avviata e i cinesi ne hanno ricevuto già grandi benefici, visto che l’80% dei macchinari necessari per il progetto Yamal verrà realizzato in cantieri cinesi.

La collaborazione russo-cinese sull’Artico non si limita al caso Yamal. La Novatek ha proposto alla CNPC cinese di partecipare anche allo sviluppo del sito Arctic LNG2 del quale la francese Total ha già accettato di acquistare il 10% del progetto per la produzione di gas liquefatto in corso di sviluppo nella penisola siberiana di Gydan che insiste sempre sulla NSR.

Ancora più rilevante, per non dire esemplare, per la collaborazione energetica russo-cinese è il gasdotto Power to Siberia, messo in cantiere dalla Gazprom: un’infrastruttura lunga 3.000 chilometri che si propone di connettere per la prima volta direttamente il grande produttore russo col grande consumatore cinese che alcuni resoconti stimano diverrà operativo già alla fine di quest’anno rivoluzionando di fatto il mercato del gas.

Al tempo stesso le compagnie cinesi stanno spingendo molto per il completamento della ferrovia di Belkomur, alla quale la COSCO cinese partecipa come investitore, che si propone di collegare i centri minerali russi degli Urali settentrionali al porto Artico di Arkhangelsk. Lo stesso luogo, dove nel marzo 2017 una delegazione cinese si recò per proporre lo sviluppo, a sue spese, di un porto marittimo e di una nuova ferrovia di 800 chilometri per collegare l’intera regione a parti della Siberia e della Russia settentrionale dove insistono significativi giacimenti di petrolio e gas. Tutti progetti che dovrebbero concludersi entro il 2025. Per allora la Cina dovrebbe essere riuscita a varare la sua prima rompighiaccio nucleare. Un tempo lungo abbastanza da capire se la Russia accetterà davvero di far diventare la Cina una potenza artica. Sarebbe un precedente: il primo paese che non costiero ad avere influenza concreta nell’Artico. Un notevole successo per la politica cinese.

In generale, la Russia a un certo punto dovrà decidere – e non è chiaro se e come potrà farlo – che tipo di reazione opporre alle raffinata strategia di cooperazione e competizione che Pechino ha messo in campo ormai da anni per aumentare la sua capacità di influenza nelle zone tradizionalmente a influenza russa. Si pensi all’Asia Centrale. Le ex repubbliche sovietiche, che mantengono ancora profondi legami con la Russia, stanno stringendo legami sempre più fitti con la Cina, a volte mediate dall’Unione euroasiatica di Putin, a volte frutto di relazioni bilaterali dove si replica il copione che la Cina sta recitando anche nella partita che si sta giocando sul futuro dell’Artico: collaborazione finanziaria in cambio di influenza. Succede in tutte le aree dove la Cina sta operando per costruire la sua ragnatela di influenza: dall’Africa al Polo Nord, passando per il Medio Oriente e appunto l’Asia centrale.

Per il momento, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, i rapporti fra le due potenze sembrano basati sulla voglia di cooperare. Per tornare all’esempio del gas, da quando Putin e il suo omologo cinese Xi Jinping hanno firmato l’accordo di fornitura di gas nel 2014, le banche e le società cinesi hanno investito oltre 40 miliardi di dollari in attività russe. Oltre ai progetti artici che abbiamo visto, i cinesi della CEFC China Energy hanno acquistato anche il 14,2% della compagnia petrolifera russa Rosneft. Le sanzioni occidentali sono state un potente collante fra Russia e Cina e le nuove prese di posizione degli Usa, dal nucleare iraniano ai dazi ai cinesi (e all’Ue) sembrano giustificare la costruzioni di nuove relazioni capaci di infittire la tela eurasiatica. Ma rimane il fatto che non è mai facile mantenere una relazione paritaria quando sono in gioco interessi notevolissimi. E il caso dell’Artico è un chiaro esempio di come la cooperazione possa facilmente trasformarsi in competizione. Inoltre, il collante dell’ostracismo Usa, che spinge all’abbraccio Cina e Russia, può facilmente sciogliersi non appena cambi il vento in Occidente. Il caso dell’Artico, da questo punto di vista, è un’ottima cartina tornasole per monitorare lo stato della relazione russo-cinese. Al momento la Northern Sea Route (NSR) russa sembra aver ispirato il progetto della Polar silk road cinese, che è andata ad alimentare il libro dei sogni della Belt and road initiative cinese. Non è detto che questo piaccia ai russi, che prima o poi dovranno sciogliere il dilemma della crescente influenza cinese sulla loro economia. Intanto però funziona.

(2/fine)

Puntata precedente: La Cina si prepara a diventare una potenza nell’Artico.

 

Cronicario: Meno tasse per tetto

Proverbio del 27 luglio Se tratti un uomo da volpe, ruberà le galline

Numero del giorno: 1.500 Migranti morti nel Mediterraneo nel 2018 secondo Oim

Visto il notevole successo che riscuote da noi il piagnisteo, c’è da aspettarsi che ogni giorno qualcuno dica la sua battendo sostanzialmente cassa, visto che abbiamo la fortuna di avere un governo popolato da persone non solo di cuore sensibile, ma anche poco inclini alle complicazioni dell’aritmetica.

Oggi la palma piagnisteo la vince di sicuro Confedilizia. Dopo aver letto i dati del Notariato, secondo i quali in un anno i prezzi medi degli immobili compravenduti sono diminuiti del 15%, l’augusto presidente se n’è uscito così: “Si tratta dell’ennesima conferma della condizione di estrema crisi nella quale si trova il settore immobiliare italiano, che Confedilizia denuncia da tempo. Il risparmio delle famiglie e delle imprese italiane si sta erodendo giorno dopo giorno, ma in troppi continuano a salutare positivamente il parziale recupero nel numero di compravendite, senza far notare che si tratta nelle stragrande maggioranza dei casi di vere e proprie svendite”.

Ora uno lo sboom del mattone italiano è dovuto a mille cause, dal credito farlocco ai redditi micragnosi, passando per il nostro disastro demografico. Ma per il nostro confedile il problema è uno solo: “L’Italia dell’immobiliare si distingue – come risulta dai dati Eurostat – rispetto a tutti gli altri Paesi europei, per una ragione molto semplice: da noi sono state attuate politiche fiscali folli che hanno letteralmente annientato (come per i tabaccai il calo degli aggi sulle lotterie, ndr) un intero settore e tutta l’economia che gli gira attorno. È ora di prenderne coscienza e di varare misure di segno opposto”.

Esagerati. Bastano meno tasse per tetto.

A lunedì.

Cronicario: E dopo la Dignità, servono vacanze sovrane

Proverbio del 26 luglio Chi è contento del suo non incontrerà sfortuna

Numero del giorno: 308 Importo medio reddito di inclusione in Italia

Cari Italiani,

Confturismo e Istituto Piepoli ci fanno sapere che quest’anno la nostra contabilità turistica è stata salvata dagli stranieri, (non quelli sui gommoni, quelli in aereo) che son venuti a far le vacanze da noi malgrado altre méte turistiche seducenti come Egitto e Turchia siano tornate di moda. So bene che molti di voi troveranno incredibile che qualcuno preferisca le Piramidi o le Moschee al Colosseo, ma tant’è: finché ci si ostina col feticcio del liberalismo queste cose capiteranno ancora.

Ma comunque non c’è da preoccuparsi. Nonostante il malvezzo, il prodotto turistico nostrano si vende come il pane appena cotto e ha prodotto 16 miliardi di euro di incassi che fanno un gran bene al nostro pil. Le bellezze italiane resistono pure alle pigrizie dell’estate (sarà mica liberale?) che quest’anno ha latitato. Ma c’è un ma. Questi miliardi che ristorano l’economia nazionale sarebbero stati molti di più se voi, carissimi, aveste fatto come ci si aspettava da veri patrioti vacanze sovrane. Arcinazzo invece che l’Engadina, la Sardegna al posto delle Fiji, per dire. Giusto perché lo sappiate: avete speso all’estero 9 miliardi di valuta nazionale che avrebbe potuto produrre qualche decimale di pil e di occupazione in più a casa nostra piuttosto che (orrore) all’estero. Ma sono certo che il governo del cambiamento vi persuaderà a cambiare queste consuetudini turboliberiste.

A proposito, anche oggi sono avvenuti fatti molto importanti nelle aule parlamentari dove si discute il fondamentale decreto Dignità, il più saliente dei quali è che l’approvazione del decreto è slittata. Ma non vi preoccupate: “E’ una buona notizia”, ha detto il ministro uno e bino: “Ne uscirà un decreto Dignità 2.0 rafforzato perché stiamo inserendo centinaia di milioni l’anno di euro di incentivi agli imprenditori per assumere con contratti a tempo indeterminato”.

Ah, nel caso vi fosse sfuggito, sempre il nostro ministro bino ha detto che il M5S voterà no a qualunque emendamento sui voucher che modifichi quanto già scritto nel decreto in discussione. Perché ci sono i voucher buoni (quelli del decreto) e quelli cattivi (quelli che vorrebbero entrarci) che sfruttano i giovani.

Sia come sia, il decreto slitta alla settimana prossima e siamo già ad agosto, quando la Dignità nazionale richiede un congruo periodo di ferie per ristorare lo spirito indomito, specie dopo una più che dignitosa abbuffata legislativa. Sarà mia premura informarvi, cari italiani, sulle vacanze dei nostri governanti. Ma non dubito saranno sovrane.

A domani.

 

Le aziende preferiscono la liquidità agli investimenti

L’ultimo report del Fmi dedicato agli squilibri globali propone un approfondimento molto interessante che torna a far luce su un argomento tanto rilevante quanto poco conosciuto e ancor meno discusso dell’economia del nostro tempo: il mare proprietario di liquidità dove nuotano molte multinazionali. Ne abbiamo già parlato, ma è bene tornarci perché l’analisi del Fmi aggiunge altri dettagli alla nostra osservazione. Cominciamo da una visione di insieme, peraltro parecchio suggestiva.

Questo grafico ci consente di apprezzare il peso specifico medio dei risparmi fatti dalle società non finanziarie isolato nelle sue componenti. Il risparmio delle imprese infatti può essere considerato come la somma dei profitti (operating surplus) e i redditi da proprietà meno le tasse, gli interessi passivi pagati e i dividendi. Nel periodo considerato, ossia sostanzialmente negli ultimi vent’anni, l’andamento favorevole della tassazione e dei tassi di interesse hanno contribuito notevolmente all’innalzamento del risparmio lordo, così come d’altronde le rendite e i profitti. Il peso dei dividendi è stato di parecchio inferiore, con la conseguenza che i risparmi netti son cresciuti notevolmente. “Questo trend è proseguito, anche se più lentamente, dopo la grande crisi finanziaria, quando i dividendi hanno smesso di crescere insieme ai profitti, persino cadendo in alcuni casi come la Germania”.

Il risparmio aziendale in eccesso, ossia che non si trasforma in investimenti, denominato corporate net lending, può essere utilizzato per buyback azionari, diminuire i debiti o acquisire asset finanziari. E tuttavia diverse osservazioni concordano sul punto che “l’accumulazione di contante è stato l’uso più saliente del corporate net lending”. Ecco come rappresentava questa situazione la Bis alcuni mesi fa.

La correlazione fra l’aumento del risparmio netto e l’accumulazione di cash è stata particolarmente forte in Germania e Olanda. E non a caso Germania e Olanda hanno un notevole attivo di conto corrente sulla bilancia dei pagamenti. Queste decisioni, che sembrano un fatto privato, hanno infatti notevole rilevanza pubblica. Il cash delle aziende, che anziché investire accumulano come Arpagone, gonfia gli squilibri globali e inasprisce le relazioni fra gli stati, come le cronache ci ricordano continuamente. Peraltro, ad esempio nel caso della Germania, molti accusano i governi degli squilibri correnti, trascurando il fatto che questi attivi sono sostanzialmente privati e il governo, a meno che non decida di espropriarli (ammesso che sia possibile), non può disporne in alcun modo.

Le ragioni di questa grande accumulazione di risparmio, divenuto ora liquidità che contribuisce a mantenere distesi i mercati monetari e ha trasformato le corporation in prestatori al servizio del mercato (compreso quello bancario) e degli stati, sono diverse. Si va dalle politiche fiscali favorevoli adottate nell’ultimo ventennio per le aziende, ma anche quelle monetarie che hanno favorito il risparmio sugli interessi pagati, fino alla crescente diffusioni delle imprese globali. Capire le ragioni di questo esito è sicuramente importante, ma ancor più dovrebbe essere provare a immaginare quello futuro. Quello presente è chiaro: molte multinazionali sono assai più potenti di quanto non fossero in passato. E soprattutto più ricche.

 

Cronicario: Più Dignità per tutti, a cominciare dai tabaccai

Proverbio del 25 luglio Il chilometro è lungo per chi è stanco

Numero del giorno: 70 Aumento % Tassa rifiuti dal 2010 secondo Confcommercio

Siccome vivo in un paese che ha talmente a cuore la Dignità delle persone da intitolarci una legge, appena posso mi abbevero al cronicario parlamentare per osservare in qual modo le nostre classi digerenti (rectius, dirigenti) interpretino questa categoria dello spirito. Non c’è nulla di più istruttivo, circa l’andazzo del periodo, che osservare la declinazione materiale di un valore morale.

Avrete letto da qualche parte la storia dei contrattisti a termine della Nestlé impiegati a Benevento che non hanno ricevuto il rinnovo a causa della decisione del governo di limitare a 24 mesi il tempo determinato. E magari vi siete guastati la digestione leggendo dei famosi 8.000 posti a rischio iscritti nella relazione tecnica del decreto, che ha provocato scintille epistemologiche fra il capo dell’Inps e un paio di ministri. Roba da prime time, ma c’è di meglio dietro le quinte. Personalmente ho trovato più istruttivo un bellissimo comunicato stampa diffuso ieri dalla Federazione dei tabaccai che come tutti – e giustamente – rivendicano con commovente prosodia la loro Dignità. Cito solo alcuni stralci perché non mi regge il cuore: “Così ammazzano un’intera categoria, quella dei tabaccai (…) nessuna categoria commerciale può sopravvivere a simili riduzioni (…) resteranno senza reddito 80.000 famiglie (…) così annientano una categoria”.

Ho capito subito che la dignitosissima dichiarazione di futura morte presunta dei tabaccai avesse a che fare colla Dignità di cui si discute a Montecitorio. Mi sono armato di santa pazienza e ho scrutato qua e là finché non ho scoperto che qualcuno dell’opposizione – pare che esista davvero e che ogni tanto si incarni in un certo Pd, ma anche in una tale Fi e quant’altro – aveva proposto di ridurre gli aggi dei tabaccai sui Gratta e Vinci, il Lotto e il SuperEnalotto, ossia il guadagno dei dignitosi tabaccai sul dignitosissimo gioco d’azzardo rappresentato dalle lotterie dei poveracci. E che le lotteria siano una roba da poveracci, più o meno disperati non bisogna aver letto Balzac (ma comune leggetelo che vi fa bene) per saperlo. Peraltro mi sembra di ricordare che la Dignità statale preveda anche il contrasto alla ludopatia. Ma forse non vale per i Gratta e vinci, chissà.

La sedicente opposizione aveva proposto di dimezzare l’aggio sui Gratta e vinci dall’8 al 4% e di ridurre quello sul Superenalotto al 6,5%. Leggendo la pregevole nota della Federazione ho scoperto che il gioco “pesa il 50% del fatturato dei tabaccai” e questo spiega perché la loro dignità valga quel robusto 8%, così come quella dello Stato valga quei chissà quanti miliardi che arrivano dalla vendita di illusioni ai poveracci. E siccome con la Dignità non si scherza, ecco che la stessa opposizione, che s’era premurata di fare una cosa all’apparenza dignitosa a favore dei poveracci ludopatici, ritira il suo emendamento, perché vivaddio la Dignità dei tabaccai non si tocca e ci eravamo sbagliati, signora mia.

Visto l’andazzo non mi stupisco che faccia bene il ministro uno e bino a ricordare che è meglio aspettare la fine dell’esame parlamentare, e quindi l’approvazione, prima di pronunciarsi sulla congruità dignitosa del provvedimento. Per dire: hanno provato pure a infilarci la detassazione della sigaretta elettronica, che ricorderete era uno dei punti qualificanti del Nuovo Contratto Con Gli Italieni. Anche perché nel frattempo che i tabaccai suonavano la campana a morto, dal Nord Est, terra di aziende che funzionano e di leghismo arrembante, arrivava un appello degli imprenditori contro la decisione dei ridurre a due anni il tempo massimo dei contratti a termine e di reintrodurre le causali, al quale il viceministro leghista all’economia ha promesso di rispondere “coi fatti”, lasciando trasparire l’intento di garantire più dignità per tutti. “Vedremo quando arriveremo all’articolo 1”, ha detto con tono maschio.

Sicché i poveri beneventani rimasti disoccupati per eccesso di dignità, stiano sereni. Li salverà il solito nord produttivo a vocazione leghista, a loro sudisti, in perfetta continuità con lo spirito italiano che per fortuna resiste persino all’invincibile governo del cambiamento e alla sua opposizione zen. Vi sembra poco dignitoso? Andate a comandare.

A domani.

Continua il boom di credito alle banche ombra

Le ultime statistiche bancarie pubblicate dalla Bis confermano il trend di ripresa dei prestiti bancari internazionali che già aveva fatto capolino dalla seconda metà del 2017, segnando un aumento di 451 miliardi a marzo 2018 rispetto a fine 2017. Complessivamente i prestiti transnazionali, nello stesso mese, hanno raggiunto quota 30 trilioni, il 2% in più su base annua. Ma le tendenze più interessanti sono quelle meno evidenti. In particolare si registra non solo la ripresa dei prestiti alle economie emergenti (+7% ne confronto fra marzo 2018 e marzo 2017), con la Cina a far la parte del leone, ma soprattutto il boom creditizio a favore del cosiddetto shadow banking, ossia gli intermediari non bancari come fondi di investimento, hedge fund, special purpose vehicles, eccetera. I prestiti sono cresciuti dell’8% su base annua.

Questo incremento è tanto più rilevante in quanto conferma una tendenza che risale al 2016 e che non accenna a diminuire. Solo da fine 2017 a marzo 2018 i prestiti alle banche ombra sono aumentati di 214 miliardi, totalizzando 5,8 trilioni di esposizione complessiva. L’incremento nell’ultimo trimestre censito si è concentrato in poche economie, e segnatamente quella Usa, dove sono affluiti 60 miliardi, seguita dal Giappone (41 miliardi), l’Irlanda (27 miliardi) e il Lussemburgo (25 miliardi). Gran parte di questi prestiti sono denominati in dollari, ma sono cresciti anche quelli denominati in euro, sterline e yen.

Un’altra osservazione interessante si può ricavare notando come il credito transazionale cresca ovunque tranne che nell’eurozona, che anzi ha contratto i suoi crediti esteri di circa il 4% su base annua replicando il trend declinante del 2017.

Fra i paesi avanzati primeggiano le banche giapponesi, che hanno aumentato i loro prestiti dell’8% su base annua, a fronte dell’aumento del 4% delle banche Usa. L’aumento dell’attività bancarie è stato trainato in piccola parte anche dai prestiti al settore non finanziario, in particolare ai governi, con una crescita del credito a questo settore di circa il 3% nell’anno finito a marzo 2018. La ripresa dei prestiti ai paesi emergenti è dovuta in gran parte alla Cina, che ha assorbito la metà delle risorse finite in Asia nel primo trimestre 2018, mentre in America Latina la parte del leone l’ha fatto il Brasile, che ha assorbito 11 miliardi.

Cina, Brasile e shadow banking, in sostanza, trainano la ripresa dei prestiti transnazionali. Se la fiducia bancaria sia ben risposta è un’altra storia.

 

 

Cronicario: Italy first, intanto per spaghetti e pomodoro

Proverbio del 24 luglio Il pane del povero è duro e le sue giornate sono lunghe

Numero del giorno: 5.603.215 Cittadini italiani all’estero nel 2017 (+20% su 2012)

Vi pare facile a voi cazzeggiare nel giorno in cui la Grecia e i greci bruciano, letteralmente, e muoiono a decine, mentre in Giappone altrettanti muoiono di caldo, dopo essere annegati nei giorni scorsi a causa della pioggia in centinaia. Ma bisogna pur farlo questo sporco lavoro del Cronicario. E per fortuna anche in questo giorno da tregenda arriva come per magia una buona notizia: l’export italiano extra Ue rimbalza come un gatto (vivo, spero).

Prima che iniziate a digerire questi dati, ammesso che vi regga lo stomaco, date un’occhiata al commento dell’Istat, che aggiunge altra gioia a questa letizia.

Il grosso di questi risultati li dobbiamo alla cantieristica navale, quindi, ossia una delle nostre vocazioni più soddisfacenti e misconosciuta: provate a chiedere al primo che passa cosa sappia di Fincantieri. Al contrario tutti sanno di un’altra eccellenza italiana,

ma non sanno quanto dovrebbero. Per fortuna ci sono compilatori eruditi come l’Ismea, Istituto dei servizi per il mercato agricolo, che oggi ha presentato un rapporto sull’export agroalimentare italiano molto succulento. A fine 2017 abbiamo esportato 41 miliardi di roba fatta in casa, aumentando le vendite del 23% negli ultimi cinque anni, più di quelle Ue (+16%). Fra le varie soddisfazioni, c’è anche quella che siamo i primi esportatori di pasta e di conserve di pomodoro, con una quota di circa il 65% dell’export europeo. Purtroppo il nostro saldo agroalimentare rimane negativo per quattro miliardi, quasi dimezzandosi però dal 2013, quando era il deficit era 7,3. Ma in tempi di ansia di primazia bisogna pure accontentarsi. Meglio gli spaghetti dei minibot.

A domani.

La guerra commerciale mette a rischio gli investimenti internazionali

Poiché viviamo un tempo nel quale una fantasia vagamente sconclusionata governa al posto del principio di realtà, non dovrebbe sorprenderci che molti stiano lavorando al sabotaggio del commercio internazionale. Costoro peraltro trascurano di osservare che tale attivismo minaccia seriamente di sabotare lo strumento principale della globalizzazione, ossia gli investimenti diretti esteri (IDE) che i paesi fanno l’uno l’altro per una pluralità di ragioni che riepiloga bene la Bce nel suo ultimo bollettino. Per evitare fraintendimenti, è meglio illustrare subito che gli IDE sono definiti tali quando “un’impresa possiede almeno il 10 per cento di una società situata in un altro paese”. Generalmente “questi investimenti sono condotti da multinazionali che investono all’estero mediante impieghi in nuovi progetti (greenfield investments), ossia l’apertura di
sussidiarie all’estero, o mediante attività di fusione e acquisizione”. Sulla utilità degli IDE la Bce non ha dubbi: “Gli IDE sono in grado di apportare numerosi benefici al paese ricevente”, per una serie di ragioni che vanno dalla promozione della concorrenza all’aumento della produttività e alla diffusione dell’innovazione tecnologica. In particolare, e questo ci riguarda più da vicino, “l’evidenza empirica conferma l’impatto positivo degli IDE sui paesi dell’UE”.

Vale la pena arrivare subito a una delle conclusioni riportate nell’articolo perché è la plastica rappresentazione di come il principio di realtà contrasti ormai sempre più vistosamente con le nostre fantasie o le nostre percezioni. Un’analisi econometrica svolta dalla Bce mostra che “in media, l’ingresso nell’UE ha aumentato del 43,9 per cento i flussi di IDE in entrata provenienti da altri paesi dell’UE, mentre non ha avuto impatti significativi sulla capacità di attrarre IDE provenienti da paesi non appartenenti all’UE”. Se poi guardiamo all’area euro, il risultato è ancora più rilevante: “L’adozione
dell’euro ha aumentato del 73,7 per cento gli IDE provenienti da altri paesi dell’area dell’euro. L’effetto ulteriore ascrivibile all’appartenenza all’area valutaria comune è stimato pertanto al 20 per cento circa”. In sostanza, partecipare a un’area comune, specie se integrata a livello valutario, stimola l’internazionalizzazione del capitale per una serie di ragioni legate all’eliminazione di rischio di cambio o di liquidità. E di conseguenza contribuisce a diffondere quei benefici che gli IDE portano con sé. Non è certo un caso che l’espansione della crescita nell’ultimo ventennio abbia generato anche quella degli IDE che sempre più si rivolgono verso le economie emergenti.

Altrettanto interessante è osservare che gli stessi paesi emergenti sono diventati una fonte crescente di investimenti diretti, col che completandosi quel processo di internazionalizzazione del capitale che ha cambiato le regole del gioco dell’economia: si pensi alle complesse catene di valore che oggi stanno dietro a una merce, o agli intrecci finanziari che stanno dietro i flussi commerciali di beni e servizi.

L’idea che si possa sanzionare il commercio senza mutare la delicata filigrana finanziaria tessuta intorno al mondo e gli investimenti esteri che ne conseguono è alquanto ingenua, ma purtroppo diffusa. Favorire il proprio commercio internazionale, utilizzando le leve dei vantaggi competitivi che l’internazionalizzazione porta con sé, è una delle tante ragioni che spingono le multinazionali a fare investimenti in altri paesi. Nel momento in cui gli stati iniziano a guerreggiare con i dazi, questo incentivo viene meno. Molti di temperamento autarchico argomenteranno che si può vivere benissimo ognuno a casa propria anche senza scambiarsi nulla, né beni né capitali. Ma bisognerebbe anche domandarsi se ciò sia coerente con la storia e con onestà intellettuale se la circostanza che gli IDE siano cresciuti dal 22 al 35% del pil fra il 2000 e il 2016 abbia giovato o no all’aumento del benessere globale.

Prima di rispondere però può essere utile proporre un’altra osservazione, ossia quanto siano permeabili i principali paesi del mondo agli IDE. “All’interno dell’Ue – spiega la Bce – le restrizioni agli IDE in entrata sono, al netto di due eccezioni, minori rispetto alla
media dell’OCSE”. Ai tanti che temono le invasioni di capitali stranieri in Italia, farà piacere che facciamo parte di queste eccezioni.

L’Italia infatti è abbondantemente sopra la media Ue e appena sotto quella Ocse per il numero delle restrizione agli investimenti diretti esteri. Peggio di noi, all’interno dell’eurozona fa solo l’Austria. Dovremmo interrogarci se aprirci maggiormente al capitale straniero possa contribuire alla salute della nostra economia. Ma a quanto pare è una domanda difficile, di questi tempi.

La Cina si prepara a diventare una potenza nell’Artico

La notizia del giugno scorso che la Cina ha lanciato una gara per costruire la sua prima nave rompighiaccio alimentata ad energia nucleare aggiunge un altro tassello alla complessa strategia che la Cina ha messo in campo ormai da anni per diventare un player nel grande gioco del mare e, indirettamente, nel mondo. Questa strategia passa naturalmente per il presidio della principali rotte commerciali, che significa presenza militare nei mari dove passa la grandissima maggioranza del commercio cinese, e soprattutto sulle rotte che devono ancora essere sfruttate, fra le quali spiccano quelle artiche, divenute d’interesse da quando il cambiamento climatico ha sciolto i ghiacci e lasciato immaginare nuovi percorsi economicamente più efficienti rispetto alle rotte tradizionali. Secondo alcuni resoconti la compagnia cinese Cosco avrebbe già inviato dieci vascelli in 14 viaggi lungo le rotte artiche in Europa risparmiando 220 gioni di navigazione, 7.000 tonnellate di carburante e 10 milioni di dollari di costi rispetto al tradizionale passaggio lungo il canale di Suez.

Non a caso la Cina, nel gennaio scorso, in qualità di osservatore ha presentato un libro bianco dedicato proprio alla gestione del Circolo Polare artico. Un fatto del genere presuppone già una strategia. E una strategia non si costruisce con la parole, ma con fatti molto concreti. La costruzione di rompighiaccio capaci di navigare le rotte artiche è una di queste. Come d’altronde lo è stata l’intesa raggiunta con i russi per lo sfruttamento dei giacimenti di gas della penisola di Yamal che ha condotto alla costituzione della Yamal LNG, società a maggioranza russa partecipata dai cinesi e dai francesi.

La penisola di Yamal affaccia sul mare di Kara che è uno dei punti nodali della Northern Sea Route (NSR), la rotta che sfocia nel Pacifico settentrionale sulla quale la Russia accampa una sostanziale titolarità visto che bordeggia lungo il suo territorio.

Una rotta estremamente appetibile per i cinesi, visto che la metterebbe in collegamento col mercato europeo assai più rapidamente di quanto non facciano le rotte tradizionali. Questo spiega l’interesse dei cinesi a partecipare al gioco artico, e soprattutto quello dei russi a diventarne i grandi protagonisti.

La Russia ci crede talmente che ha affidato la gestione della NSR al gigante statale dell’energia nucleare Rosatom, che è proprietaria della Rosatomflot, armatore dei vascelli a bandiera russa ma a capitale estero, cinese, canadese o giapponese, che provano ad attraversare la NSR finendo magari intrappolati nel ghiaccio come è accaduto di recente. Le rompighiaccio della Rosatomflot trasportano gas liquefatto ricavato dall’impianto di Yamal destinate al porto cinese di Jangdu e questo basta a capire perché i cinesi abbiano investito sul progetto Yamal e perché la costruzione della loro prima rompighiaccio sia più di una semplice notizia da addetti ai lavori. Somiglia di più a un’opa discreta, in perfetto stile cinese, su rotte che in un futuro più o meno lontano potranno diventare strategiche. Non a caso il vascello rompighiaccio di ricerca cinese Xuelong ha svolto finora otto missione nell’Artico e l’anno scorso ha percorso interamente il passaggio articolo di Nord Ovest che corre lungo la costa canadese.

La costruzione della sua prima rompighiaccio nucleare non è l’unico passaggio che suggerisce che i cinesi abbiano una strategia di lungo termine che si articola rafforzando la cooperazione con la Russia, e insieme competendo con la Russia rafforzando la presenza nelle zone tradizione di influenza dei russi, nell’artico come nel centro Asia. Una strategia che, nel lungo termine, potrebbe rivelarsi fonte di tensione fra i due paesi, che però potrebbero trovare nel dover far fronte al dirimpettaio Usa l’ingrediente magico per superarle. Gli esempi di questa strategia sono numerosi. Di recente la China Development bank (CDB) ha accettato di prestare fino a dieci miliardi di dollari alla gemella Vnesheconombank (VEB) con i quali la banca di sviluppo russa potrà finanziare progetti e infrastrutture nella zona artica. La VEB russa è stata colpita dalle sanzioni di Ue e Usa dopo il conflitto ucraino e quindi l’ossigeno cinese era l’unico sul quale la banca potesse contare. La Cina d’altronde non fornisce solo denaro alle ambizione artiche russe, ma anche e soprattutto tecnologie, anche quest’ultime venute meno dopo l’embargo. Ma certo non lo fa gratis.

(1/segue)

Seguito e conclusione: Il dilemma russo della Polar Silk Road cinese

Cronicario: Volano gli straccetti durante le nominations sovrane

Proverbio del 20 luglio Una moneta fa più rumore se il salvadanaio è vuoto

Numero del giorno: 133,4 Debito % sul pil italiano nel primo trimestre 2018

Sono sicuro che seguite col paté d’animo, come direbbero gli illustri di oggi, il filmaccio horror delle nomine governative  – l’estate chissà perché questi film tornano di moda – che oggi ha raggiunto il suo zenit con la riunione alla presidenza del coniglio (ops refuso) fra i massimi responsabili: il ministro Bino e il ministro Mammamia, presente il sottosegretario Spicciafaccende e il presidente del coniglio (ops, refuso di nuovo) che alla fine è servito – dicono – a trovare la sintesi. I protagonisti del seguito del film de paura sarebbero stati individuati. Si comincia con le nomination per le future interpretazioni nell’ambitissima Cdp che ai nostri eroici conquistadores deve sembrare una sorta di Eldorado pure se dentro c’ha i soldi delle formichine che ancora li mettono alla posta, come nel dopoguerra.

Proprio così. I nomi verranno comunicati più tardi, come si addice ai colpacci di scena dei film di genere. Ma tanto conta poco. L’aria che tira è quella che è e ce la spiega il ministro del trasporto amoroso, che oggi ha riconfermato il suo desiderio sovranista a proposito di Alitalia spiegando di “andare oltre la nazionalizzazione” perché lui è interessato “agli interessi nazionali e all’italianità”.

Senonché il (probabile) lieto fine su Cdp è stato terribilmente guastato dall’incursione nel copione di uno sceneggiatore che ancora non era comparso nel meraviglioso script governativo ma che certamente non poteva mancare in uno scenario tipicamente nostrano: il procuratore della repubblica. Proprio mentre volavano gli straccetti su Cdp, nella mattinata, in fondo si tratta di costosissime frattaglie mica una cosa seria, i sempre solerti gazzettieri delle procure ci hanno fatto sapere che il ministro Eretico, del quale il vostro Cronicario qui aveva pronosticato il rogo pubblico in tempi non sospetti, è finito nel solito tritacarriere nientepopòdimeno che per usura, un reato meravigliosamente storico-letterario.

Il che ha aggiunto quel sapore retrò, intonato d’altronde col ministro, alla nostra sceneggiatura horror, ma soprattutto ha messo in mezzo un sacco di altri pezzi grossi che incidentalmente sono a capo di gioielli della corona del pachiderma pubblico. Di Cdp, per dire, ma anche di Leonardo. La variazione splatter sul tema thriller-horror è sempre gradita, com’è noto agli amanti di genere, ma in questo caso ha provocato un terribile corto circuito nella coscienza legalitaria dei nostri beneamati sovrastanti che aspirano a diventar sovrani. Bisogna difendere il ministro eretico, e con esso anche il capo di Leonardo, quando magari quella poltrona farebbe comodo eccome, o bisogna far valere il principio che l’indagato lasci l’incarico, come già paventato per il capo di Fs?

Se pensate che l’amletico dilemma sarà sciolto su questo schermo di venerdì pomeriggio che fa un caldo extracomunitario state leggendo il Cronicario per sbaglio. Qui si dicono minchiate. A farle ci pensano altri.

A lunedì.