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Il mattone italiano continua a sgretolarsi
Gli ultimi dati pubblicati da Istat sugli andamenti del mercato immobiliare italiano mostrano che il lento sgretolamento della ricchezza abitativa rallenta ma non si ferma. L’indice dei prezzi delle abitazioni (IPAB) infatti, che misura l’andamento dei prezzi egli immobili acquistati dalle famiglie per abitazione o investimento, nel primo trimestre 2018 è diminuito dello 0,1% rispetto al quarto trimestre 2017 (dato congiunturale) e ha perso lo 0,4% rispetto al primo trimestre 2017 (dato tendenziale). Il grosso di questo calo è da attribuire alle abitazioni esistenti, che hanno perduto lo 0,8%, mentre le abitazioni nuove rispetto al primo trimestre 2017 crescono dell’1,3%. Senonché, il peso specifico delle abitazioni esistenti è molto cresciuto nel paniere che compone l’IPAB, ormai pesano circa l’80%, e questo spiega perché l’accelerazione dei prezzi del nuovo non basti a compensare il calo del vecchio. Il risultato è che il tasso di variazione acquisito dell’indice dei prezzi per il 2018 segna complessivamente un -0,5%.
Come si può osservare dal grafico, che riepiloga gli andamenti dell’IPAB dal 2010, il notevole peggioramento dell’indice dal 2010 è sostanzialmente provocato dall’usato, che ha subito un calo notevole fra il 2012 e il 2015 e poi da quell’anno ha continuato – più moderatamente – la sua erosione. L’aumento del peso specifico dell’usato sul nuovo spiega perché la curva totale dei prezzi abbia sostanzialmente ricalcato l’andamento dell’usato e disegna uno scenario poco rassicurante sul futuro dei prezzi. Il patrimonio abitativo italiano si è ammalato di vecchiaia e sembra sempre più difficile riuscire a renderlo attrattivo, anche considerando l’andamento dei redditi. Non a caso l’Italia è fra i pochi paesi ad economia avanzata dove la ripresa immobiliare non ha avuto corso.
Non è chiaro come e perché si dovrebbe interrompere questa tendenza. Ogni anno che passa, e in mancanza di investimenti sull’usato, la qualità del patrimonio immobiliare italiano è destinata a peggiorare e gli andamenti demografici, con le nascite al lumicino, sembrano fatte apposta per scoraggiare gli investimenti sul nuovo. E in ogni caso, l’andamento dei redditi non sembra ancora capace di sostenere la domanda, pure se l’offerta, a causa del calo dei prezzi diventa più conveniente. Il meglio che pare ci si possa attendere al momento è una stabilizzazione dei prezzi a questo livello. Ma il futuro del mattone italiano non pare per nulla rassicurante.
Cronicario: Si prepara il decollo dell’Alètalia
Proverbio del 9 luglio Una casa senza bimbi è come un giardino senza fiori
Numero del giorno: 126.094 Importo medio mutuo richiesto in Italia nel I sem 2018
Poiché le vacanze d’estate s’avvicinano e l’affare del governo s’ingrossa, è sempre bene portarsi avanti col lavoro specie quando uno si trova a fare il commissario straordinario di un meraviglioso esempio dell’efficienza dell’intervento pubblico nell’economia italiana.
Ecco, il valente commissario ha rilasciato una lunga intervista all’ex giornale dei vecchi poteri forti, in predicato di divenire il giornale di quelli nuovi, nella quale s’evince l’urgenza affinché il governo, dall’alto del suo ponderare (notoriamente prodigo di notevoli illuminazioni), s’affretti a decidere le sorti della compagnia di bandiera che ha goduto, con autocertificata efficacia, di una “cura che sta funzionando”.
Il problema delle cure, che nel caso della compagnia funzionano da un trentennio circa anche se l’ultima è iniziata solo un anno fa, è che poi bisogna decidere che farsene del malato a cui la lungodegenza – per questo ne parlo sul vostro Cronicario – inevitabilmente assegna una fama di menagramo. Chiunque sia al governo e senta parlare di Alitalia c’è da scommettersi che tocchi ferro. Sicché è del tutto comprensibile la reazione vagamente stizzita di una tale sottosegretaria che ha assicurato che la questione della compagnia di bandiera “è prioritaria, sia a titolo personale che per il governo tutto”. Alé. E tanto è vero che la sottosegretaria ha invitato il commissario a produrre, possibilmente prima della fine di agosto i conti della compagnia “al fine di consentire al nostro team di esperti di ottimizzare il piano di rilancio del’Alitalia, nell’interesse dell’azienda e dei cittadini tutti”. Alé, di nuovo. E non tanto perché ci sarà un team di esperti al lavoro sotto la canicola – probabilmente approfittando dell’estate per saggiare la consistenza delle rotte di medio e lungo raggio – ma perché il governo tutto troverà la soluzione migliore per i cittadini tutti. E visto l’aria che tira tutti vivranno felici e contenti con la nuova Alitalia. Anzi, Alétalia.
A domani.
L’epopea di bitcoin rischia di finire nel cimitero delle monete
Chi ha avuto la pazienza di leggere il lungo approfondimento su bitcoin pubblicato in questo blog non si stupirà granché scorrendo l’ottimo approfondimento che la Bis ha dedicato alle criptovalute nel suo ultimo rapporto annuale. Una ventina di pagine dove si spiega con grande chiarezza perché le valute come bitcoin non si possono considerare monete. Se anche lo fossero, perché qualcuno si ostina a usarle, il posto più naturale al quale sembrano destinate è quello del cimitero delle monete che già vari musei, come il British museum, amano esporre per ricordarci quanto sia facile creare una moneta e quanto sia facilissimo che muoia subito dopo.
Ovviamente la Bis non dice che sarà questa la fine di bitcoin e delle altre criptovalute che nascono come funghi in un mondo intossicato dal denaro facile e dalle mitologie anti sistema. Però una cosa si può affermarla con una ragionevole certezza: finché l’assetto istituzionale internazionale nella gestione della moneta si articolerà nella trinità stato-banca centrale-banche commerciali, con le banche centrali grandi protagonisti del gioco, gli spazi per le monete virtuali semplicemente non esistono. Esistono al massimo piccole nicchie di utilizzatori che, a loro rischio e pericolo, gestiscono un asset difficile da capire e ancora più difficile da spiegare. Col che mostrandosi il limite intrinseco di questa tecnologia. Una cosa che ha bisogno di essere spiegata non può essere una moneta, come dovrebbe insegnarci l’esperienza di ogni giorno. Se chiedete a chiunque cosa sia la moneta, ognuno vi risponderà mettendo semplicemente mano al portafogli. Il resto è roba da specialisti.
Detto diversamente, l’affermazione delle criptovalute implica la profonda trasformazione del modello di società al quale siamo abituati da secoli e che ci ha messo secoli a conformarsi. Il che è sicuramente possibile, ma non certamente probabile, almeno nel periodo che ci è concesso osservare. Vale la pena spendere comunque qualche parola in più perché l’analisi della Bis fornisce chiarimenti utili che giovano molto a dissipare alcuni luoghi comuni e molte fantasie che inducono a pensare la moneta come qualcosa di cui possiamo disporre liberamente e a nostro piacimento, quando invece si tratta di strumento tanto potente quanto fragile. E ancora una volta il cimitero delle monete è un ottimo promemoria. La storia, anche recente, è popolata di episodi in cui il pensiero magico dei cattivi gestori della moneta ha determinato autentiche tragedie. E per intendersi sui fondamentali, è meglio partire dalla definizione che dà la Bis della moneta, ossia una “convenzione sociale indispensabile sostenuta da un’istituzione statale che rende conto del suo operato e gode della fiducia dei cittadini”. Già questa definizione contiene tutti gli ingredienti della ricetta per una buona moneta. Ossia la convenzione sociale e l’istituzione statale che siglano quell’alleanza “pubblico-privato tra la banca centrale e le banche private, con la banca centrale al centro del sistema” che regola l’offerta di moneta “in quasi tutte le economie moderne”, come nota la Bis. Parliamo di un equilibrio che si è consolidato nel corso dei secoli e che i cantori delle valute virtuali, bravi in informatica ma scarsi in storia, pensano di rivoluzionare a suon di gigabyte. Probabilmente anche ignorandone sostanzialmente il funzionamento. L’esser banca è di per sé uno stigma che non necessita di altre sottolineatura per i profeti antisistema.
Ai più curiosi farà piacere sapere invece che “grazie al coinvolgimento attivo delle banche centrali, i diversi sistemi di pagamento oggi utilizzati sono sicuri, presentano un buon rapporto costi-efficacia, permettono scalabilità e godono della fiducia rispetto al fatto che un pagamento, una volta effettuato, è definitivo”. In sostanza le criptovalute si propongono come alternativa a questo modello, non soltanto per la valuta in sé, ma soprattutto per l’infrastruttura. “Gli utenti non devono avere fiducia solo nella moneta in sé, ma anche nel fatto che un pagamento verrà effettuato prontamente e senza intoppi”, spiega la Bis. Per questo la sfida di Bitcoin si gioca, più che sull’asset, sulla blockchain, ossia il libro mastro distribuito (DLT) dove vengono cifrate tutte le transazioni effettuate peer-to-peer e che devono autenticate dai minatori per generare la ricompensa denominata in nuovi bitcoin. “Con un ledger distribuito, lo scambio peer-to-peer di moneta digitale è fattibile: ogni utente può verificare direttamente nella sua copia del ledger se un trasferimento è stato effettuato e che non vi siano stati tentativi di doppia spesa”.
La mitologia di bitcoin, che vede nella liberazione dal “potere bancario” la panacea di ogni male economico, poggia su alcuni presupposti che è opportuno sottolineare perché spesso gli utilizzatori, attratti dai movimenti speculativi, non ne hanno consapevolezza. In particolare questa tecnologia funziona se “la larga maggioranza della potenza computazionale è controllata da miner onesti, gli utenti verificano la storia di tutte le transazioni e l’offerta di valuta sia predeterminata da un protocollo”. Giudicate voi quanto tali presupposti siano coerenti con la realtà. Intanto è utile sapere alcune cose. L’utopia di bitcoin non vive nell’immaginazione di chi l’ha pensata ma genera già enormi ricadute sociali, intanto per i costi che esprime. “Al momento della stesura del capitolo – scrive la Bis -, l’energia elettrica totale utilizzata per l’estrazione (mining) di bitcoin era equivalente a quella di economie di medie dimensioni come la Svizzera, e anche altre criptovalute usano ingenti quantità di energia elettrica. Per dirla nel modo più semplice possibile, la ricerca di una fiducia decentralizzata è diventata rapidamente un disastro ambientale”.
E poi ci sono le questioni tecniche sulle quali non serve dilungarsi. Basti sapere che se bitcoin dovesse processare la quantità di transazioni al momento gestite dai sistemi di pagamento tradizionali, “i relativi volumi di comunicazione, con milioni di utenti che si scambiano file dell’ordine di grandezza di un terabyte, potrebbero provocare un black out di internet”.
Rimane da chiedersi cosa rimarrà di questa rivoluzione vagamente effimera al termine della sua epopea. Dando per scontato che così com’è stato pensato il sistema di pagamento decentralizzato non potrà mai sostituirsi ai mezzi di pagamenti tradizionali basati su monete bancarie, qualcosa di questa tecnologia potrebbe scampare al destino che al momento sembra prevalere nelle previsioni degli esperti. Le monete virtuali nascono e muoiono a centinaia – bitcoin è solo quella più nota – e al momento se ne contano migliaia. Questo in qualche modo vuol dire che sono molto più effimere di quel che sembrano e che servono gli interessi di pochi che lucrano su questa attività. Al contrario molto più concreto potrà essere l’utilizzo del DLT, che, scrive la Bis “può essere efficace in contesti di nicchia, dove i benefici di un accesso decentralizzato superano i costi operativi più elevati del mantenimento di molteplici copie del ledger”. In sostanza, più che le criptovalute, che non funzionano come moneta, sono i sistemi di criptopagamenti che possono risultare utili. Come esempio viene fatto quello delle rimesse degli immigrati, che pesano annualmente 540 miliardi di dollari l’anno e generano notevoli costi di transazione. Ma anche qui, altre soluzioni sono possibili. Le banche centrali sono ben consapevoli che dovranno in qualche modo fare i conti con questa spinta all’innovazione e anche il dibattito sull’opportunità di emettere una digital currency di banca centrale ne è la conferma. Rimane il fatto che, nella storia monetaria, vince chi ha più fiato. E le valute virtuali hanno già il fiatone.
Cartolina: I black out di Bitcoin
Scoprire che per far girare la giostra di bitcoin i cosiddetti minatori hanno impiegato una quantità di energia elettrica che sarebbe bastata ad alimentare la Svizzera sorprenderà molti e lascerà indifferenti moltissimi. In fondo inseguire il mito della ricchezza digitale, per giunta contrabbandata come reazione antisistema al cattivo mondo bancario, al costo di un potenziale disastro ambientale non è così diverso dagli altri modi con i quali gli esagitati amanti della ricchezza provano a cavar denaro dal mondo. Qualcun altro forse ci rimarrà male notando come tutta questa fatica e questa spesa servano appena a compilare un pugno di operazioni al secondo. Ma è una fortuna che sia così. Perché se fossero di più il rischio assai concreto è che all’esaurimento dei terawattora corrisponda anche quello di Internet. La blockchain crescerebbe al punto da strozzare il web. Il black out della rete è persino peggiore di quello elettrico. Perché d’improvviso spariscono anche i bitcoin.
Il cuore degli scambi dell’Eurasia: il commercio fra l’UE e l’UEE
Se il commercio fra Ue e Cina è il motore che negli ultimi anni ha fatto crescere gli scambi all’interno del continente, il cuore del commercio dell’Eurasia rimane ancora quello fra UE e UEE, quindi fra Unione Europea e l’Unione economica eurasiatica nata per iniziativa di Putin anni fa. La prossimità, le consuetudini e i fabbisogni reciproci sono evidentemente più forti delle tensioni politiche che in questi anni tormentati hanno opposto l’UE alla Russia, che dell’EAEU (Eurasian Economic Union) è l’animatrice e l’azionista di riferimento. La Russia d’altronde è da sempre il grande gigante bianco annidato alle spalle dell’Europa, con la quale condivide il continente e, con molte incertezze, anche il destino. Anche la scelta di costituirsi in Unione, la Russia l’ha mutuata dagli europei d’occidente, pure se l’ispiratore è stato il presidente kazako Nazarbayev, che la fece balenare nello spazio effimero del pensiero politico addirittura nel 1994 durante un discorso all’università di Mosca. Ma d’altronde non c’è nulla di strano: anche l’Unione sovietica, nata assai prima dell’Unione europea, era un’unione di stati a vocazione imperiale guidata da Mosca. La storia lascia tracce indelebili sul presente, anche quando ci si sforza di cancellarle.
Il fatto che il commercio fra l’Europa e l’allora Unione sovietica abbia resistito ai torbidi della guerra fredda dovrebbe servire a spiegarci come mai ancora oggi, malgrado le crisi e le sanzioni, l’UE e l’UEE condividano traffici che nel decennio intercorso fra il 2007 e il 2016 si sono collocati stabilmente fra i 550 e i 575 milioni di tonnellate di merci, con un valore assai volatile, fra i 240 e i 460 miliardi di dollari, perché volatili sono i prezzi energetici che animano gran parte di questi scambi. Ma ciò che conta ricordare, in questo gigantesco scambiarsi beni, è che le esportazioni dai paesi dell’UEE verso l’UE superano di parecchio le importazioni: due volte in termini nominali e 20-30 volte in termini di volume fisico. Il volume fisico delle esportazioni UEE verso UE è aumentato del 5-10%, da 510-530 milioni di tonnellate a 557 milioni di tonnellate all’anno negli ultimi dieci anni, mentre i valori nominali sono diminuiti da oltre 300 miliardi di dollari a 155 miliardi nel 2016. A allo stesso tempo le importazioni sono diminuite sia in valori fisici (da 30 a meno di 20 milioni di tonnellate), sia in valori nominali (da 100-150 miliardi a 80 miliardi di dollari). Questo significa almeno due cose: l’UE ha un gran bisogno dei beni energetici dell’UEE, ma quest’ultima ha altrettanto bisogno del mercato UE. Il calo dell’export UE verso l’UEE ci dice invece che per gli esportatori europei questi mercati sono diventati meno strategici. Il calo dei ricavi determinato dal crollo dei prezzi dei beni energetici, uniti alle sanzioni contro la Russia hanno di fatto congelato l’export dell’UE verso i territori vicini, malgrado esistano grandi potenzialità.
Se andiamo a vedere come si articolano questi scambi la visione si precisa. L’80-90% delle esportazioni dell’UEE verso l’UE è rappresentato da beni energetici. Un altro 3-4% è composto da altre materie prime (minerali, legname e prodotti di metallo). Le importazioni invece sono dominate dai prodotti chimici, i macchinari e gli equipaggiamenti e i prodotti agricoli, con ogni categoria che pesa un 15-20% dell’importo totale. Le commodity non superano il 10% del totale. Quindi in sostanza l’UEE importa dall’UE molti prodotti finiti o semilavorati e alcuni beni primari. Da un punto di vista logistico, è importante sapere che una quota fra l’80 e il 90% delle merci che viaggiano fra le due unioni viene originata in Russia, e un altro 10% dal Kazakistan, seguito dalla Bielorussia. Altresì importante è sapere che il principale partner commerciale dell’Unione di Putin è la Germania, che assorbe circa il 20% del volume fisico di export e import, seguita dall’Olanda con il 14%, poi dall’Italia, con il 10% e dalla Polonia. Un altro 5% lo assorbono la Finlandia, la Francia e il Regno Unito.
Le caratteristiche dei beni esportati dall’UEE, in gran parte commodity che non possono essere stipate nei container, spiega anche l’evoluzione logistica dei trasporti commerciali. La percentuale dei container cargo dall’UEE all’UE è insignificante e pesa meno dell’1%. Al contrario i container cargo rappresentano il 20-25% del volume totale delle importazioni dall’UE. In sostanza, la struttura del commercio fra le due regioni è definito dalla tipologia delle merci che si scambiano. L’export dall’UEE, caratterizzato da beni energetici, implica la dominanza del trasporti marittimi (54-57%)o tramite oleodotti e gasdotti (30%). Treni (7-8%) e gomma (2-3%) si dividono il resto. Al contrario, il metodo principale di trasporto per le importazioni dell’UEE dall’UE sono le strade, che assorbono il 60-65% del totale, in aumento rispetto al 55% di dieci anni fa a fronte di un volume stabile di cargo che movimenta 15 milioni di tonnellate. Un altro 25-30% è spedito per mare, mentre il trasporto ferroviario ha perso quota, dimezzandosi dal 16-17% del 2006-08 all’8,5% del 2016. Anche qui la strutture dei beni esportati determina in buona sostanza la scelta della modalità di trasporto. L’UE spedisce macchinari ed equipaggiamenti o prodotti chimici che possono essere facilmente impacchettati. Il calo dei trasporti ferroviari si spiega invece con il cambio della struttura dell’import dei paesi UEE. L’embargo russo sui prodotti agricoli dai paesi UE, normalmente spediti alla Russia tramite ferrovie, e in particolare tramite la Polonia ha condotto al notevole calo registrato.
Quest’analisi sommaria ci dice alcune cose. Il mare e gli oleodotti servono più delle ferrovie per il trasporto di merci dall’UEE all’UE, ma anche, per le ragioni che abbiamo visto, per l’import dell’UEE dall’UE, la gran parte del quale si svolge su strada. Questo spiega perché nel gran discorrere di corridoi di collegamento fra le due regioni, quelli ferroviari rimangono in ombra. Almeno per adesso.
(4/segue)
Puntata precedente: Il motore degli scambi dell’Eurasia: il commercio fra Ue e Cina
Puntata successiva: Il dilemma dell’Eurasia fra mare e terra
Cronicario: Abbiamo svegliato le polizze, il resto può attendere
Proverbio del 27 giugno Le chiacchiere non cuociono il riso
Numero del giorno 0,092 Tasso % in asta del bot semestrale. Era negativo ad aprile
Non so a voi, ma a me questa storia delle polizze dormienti mi ha sempre inquietato. Insomma ci sono persone che (a loro insaputa?) sono intestatarie di polizze assicurative delle quali non traggono alcun frutto. Le polizze dormono, e gli intestatari di più. Figuratevi che gioia le assicurazioni, che intascano e non pagano. Finché non arriva l’Ivass.
Come chi è? Dai, è l’istituto nazionale che vigila sulle assicurazioni che oggi ha presentato il suo rapporto annuale e ha rivelato quella che nel tranquillo dormitorio che è diventato il nostro paese, popolato ormai da persone tramortite dai social, è diventata la notizia del giorno: le polizze dormienti si sono svegliate. Ben 187.493 belle addormentate hanno riaperto gli occhi per la gioia dei fortunati beneficiari che hanno intascato oltre 3,5 miliardi di euro di pagamenti. E ce ne sono almeno altre 3,8 di queste sospette dormiglione che chissà quanto sviluppano in valsente. Sempre perché siamo un paese abitato da poveri.
Se questa è la notizia del giorno, figuratevi le altre. Se togliamo dal mucchio le quotidiane facezie di Dichiarante uno e Dichiarante due, che oggi spaziavano dai migranti al decreto sulla Gig Economy, ribattezzata all’uopo Gigg Economy, di cose concrete ne rimangono poche. C’è il centro studi di Confindustria che vede l’economia in rallentamento quest’anno e il prossimo, che riferito al caso nostro è come dire a un artritico che perderà un ginocchio. Ma soprattutto c’è l’Unione petrolifera che ha riferito un paio di cose che hanno attirato la mia ficcante attenzione. Ecco la prima: la fattura elettronica per i benzinai serve a impedire le frodi sull’Iva, uno dei tanti primati italiani assai prima che Prima l’Italia divenisse uno slogan. Se applicata produrrà incassi all’erario di 150 milioni per i prossimi sei mesi del 2018. Ma siccome saprete che il governo ha già detto che rimanderà l’applicazione della norma al 2019, questi 150 milioni, che magari potevano servire a fornire la mezz’ora di internet gratis a tutti finiscono nell’oblio delle tasse non pagate.
Ma la seconda è ancora meglio. La nostra bolletta petrolifera è prevista in aumento del 20% quest’anno rispetto al 2017, una robetta da quattro miliardi. Nel 2017 era già cresciuta altrettanto rispetto al 2016. Conclusione: due anni fa pagavamo 13,5 miliardi per l’energia, quest’anno 21,5. Poi non vi stupite se il surplus del commercio estero si atrofizza. Non bastassero le mattane di Trump, c’è anche il caropetrolio.
A fronte di tutto ciò, un qualche sotto Dichiarante ha detto che ormai è prossimo il decreto che cambierà l’Italia. Abbiamo cominciato con le polizze e arriveremo anche a svegliare la nostra economia. Faremo un rave coi soldi dello stato. Quindi state sereni. Anzi dormite tranquilli.
A domani.
I consigli del Maître: I debiti globali dieci anni dopo e la spesa sociale italiana
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato. La trasmissione adesso è in pausa fino a settembre, quindi anche i nostri Consigli. Arrivederci.
Il debito globale dopo dieci anni di crisi. La Banca dei regolamenti internazionali di Basilea ha pubblicato la sua relazione annuale nella quale fa il punto sull’economia globale e individua le varie questioni critiche che si allargano all’ombra della crescita che ancora per fortuna prosegue. Una di queste criticità, forse la madre di tutte le criticità, è la questione del debito globale, che non solo non è diminuito ma anzi è sostanzialmente aumentato.
Ormai siamo abbondantemente sopra il 200% del pil, a livelli giapponesi, e non s’intravede alcuna tendenza di miglioramento. Al contrario. Il debito cresce ovunque con la differenza che negli emergenti riguarda in gran parte il settore privato e nei paesi avanzati quello pubblico. Fra gli emergenti preoccupa la Cina. Fra gli avanzati il Grande debitore sono gli Usa. Strano che non si piacciano.
I dazi di Trump fanno scricchiolare l’industria shale. L’incattivirsi della guerra commerciale fra Usa e Cina rischia di costare caro all’industria petrolifera shale statunitense, dopo che la Cina ha minacciato di applicare dazi sull’import di greggio dagli Usa. La Cina infatti è diventata una grande acquirente di petrolio Usa e i produttori americani hanno massicciamente investito in questi anni scommettendo sulla fame energetica della Cina che adesso potrebbe essere saziata altrove, visto che peraltro l’Opec ha aumentato la produzione.
La Cina potrebbe facilmente servirsi altrove mentre gli Usa farebbero certamente più fatica a sostituire la domanda cinese, che nell’ottobre scorso pesava oltre 400 mila barili al giorno. Se poi i dazi colpissero anche l’industria del carbone, come pare e dovessero estendersi a quella del gas liquefatto, il conto rischia di essere carissimo. Per Trump.
Il lavoro in Italia secondo l’Inps. L’Inps ha pubblicato gli ultimi dati, aggiornati ad aprile, sui contratti di lavoro, mettendo a confronto i primi quattro mesi del 2018 con gli stessi del 2017.
La buona notizia è che nei primi quattro mesi dell’anno si conferma l’aumento delle trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato, aumentati di 65 mila, in crescita del 68,1% rispetto ai primi quattro mesi del 2017. Probabilmente a questo risultato hanno contribuito gli incentivi per l’attivazione di contratti a tempo indeterminato per i giovani. Ma questo è anche preoccupante: cosa succederà quando finiranno gli incentivi. Un mercato che ha bisogno di essere incentivato si può dire che funzioni bene? Ai posteri l’ardua sentenza.
La spesa sociale in Italia secondo Ocse. Sempre perché è interessante fare paragoni, è utile proporre questo grafico preparato da Ocse sul totale della spesa sociale nei diversi paesi dell’area. Come si può osservare l’Italia è quarta in questa classifica e non ci sarebbe nulla di strano se non fosse che il grosso di questa spesa nasce dalle pensioni. Forse in Francia pagano anche altro con la spesa sociale.
Cronicario: Povera Italia, feat. Istat
Proverbio del 26 giugno Le avversità sono la fonte della forza
Numero del giorno: 261 Spread in punti base del Btp italiano sul Bund alle 12.30
Niente di meglio che cominciare la giornata canticchiando il ritornello sulla povertà in Italia, che fa tanto neo-neorealismo, tanto più quando Istat ci regala una versione aggiornata della contabilità più disgraziata del nostro paese: peggio c’è solo quella delle statistiche del mondiale senza di noi.
E siccome a qualcuno non piace leggere e al massimo guarda le figure, beccatevi anche il grafico e correte subito a canticchiare anche voi. C’è già la fila di politici volenterosi pronti a darvi una bella pacca sulla spalle.
Ai meno predisposti al piagnucolio suggerisco la lettura delle definizioni, come sempre ingiustamente sottovalutate dalla pubblicista per la semplice ragione che stanno alla fine del fascicoletto che conta venti pagine e quindi capite bene perché non lo leggerà mai nessuno. Si fa prima a leggere il titolo a dichiarare. E infatti neanche il tempo di far raffreddare le bozze che subito è arrivato il dichiarante uno che ha subito sottolineato che i dati Istat confermano la necessità che gli italiani vengano prima di tutti e poi il dichiarante due che ha parlato nell’ordine di: reddito di cittadinanza, dazi da valutare senza tabù e dignità, mettendoci sopra anche una mezz’ora di internet per tutti che ormai è un diritto primario (come il pane insomma).
Dichiarante uno e dichiarante due sono ormai contributori fissi delle nostre giornate come il caffé la mattina, la colazione di mezzodì e la cena al vespro, con tanto di borborigmi e deiezioni conseguenti. Sono una certezza. Ma non sono i soli ad aver dichiarato sulla povertà, figuratevi: si è scatenata la solita canizza. Tutti a cantare Povera Italia, che porta voti facili e incredibile popolarità in un paese che crede ancora alle favole e a Babbo Natale, purché sia residente a Montecitorio. Ma di leggere queste benedette definizioni, manco per sogno. Sicché ora ve le copio qua e se proprio volete cantare anche voi Povera Italia almeno cantate intonati con l’Istat, che sa quel che dice a differenza di quelli che ne parlano.
Paniere di povertà assoluta: rappresenta l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali per una determinata famiglia per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.
Soglia di povertà assoluta: rappresenta la spesa minima necessaria per acquisire i beni e servizi inseriti nel paniere di povertà assoluta. La soglia di povertà assoluta varia, per costruzione, in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza.
Soglia di povertà relativa: per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media per persona nel Paese (ovvero alla spesa pro-capite e si ottiene dividendo la spesa totale per consumi delle famiglie per il numero totale dei componenti). Nel 2017 questa spesa è risultata pari a 1.085,22 euro mensili.
I fabbisogni essenziali che vengono inseriti nel paniere di povertà assoluta “sono stati individuati in un’alimentazione adeguata, nella disponibilità di un’abitazione – di ampiezza consona alla dimensione del nucleo familiare, riscaldata, dotata dei principali servizi, beni durevoli e accessori – e nel minimo necessario per vestirsi, comunicare, informarsi, muoversi sul territorio, istruirsi e mantenersi in buona salute”. Poveri ma benestanti, insomma. Inoltre “la povertà assoluta classifica le famiglie povere/non povere in base all’incapacità di acquisire determinati beni e servizi. La misura di povertà relativa, definita rispetto allo standard medio della popolazione, fornisce una valutazione della disuguaglianza nella distribuzione della spesa per consumi e individua le famiglie povere tra quelle che presentano una condizione di svantaggio rispetto alle altre. Viene infatti definita povera una famiglia di due componenti con una spesa per consumi inferiore o pari alla spesa media per consumi pro-capite”. Bene se avete avuto la pazienza di leggere fino a qua siete maturi per il passo successivo: scoprire se siete poveri o no. All’uopo torna comodo questo strumento messo a disposizione da Istat. Se vi scoprite poveri, assoluti o relativi, com’è successo a me, non vi preoccupate. Dichiarante uno e due e la varia compagnia cantante stanno lavorando per noi. Ma poi non vi lamentate.
A domani.
Il ritorno della guerra fredda nel mercato del petrolio
La settimana scorsa, prima del vertice di Vienna nel quale l’Opec doveva decidere e e quanto aumentare la produzione di greggio, Scott Sheffield, presidente della Pioneer Natural Resources, che gestisce il bacino Permiano texano all’origine delle fortune dello shale oil Usa, ha rivolto un appello ai ministri del cartello per esortarli ad aumentare la produzione al fine di evitare strozzature nelle forniture di greggio. Le sanzioni iraniane che entreranno in vigore a novembre, il collasso della produzione venezuelane e i disordini libici erano ragioni più che sufficienti secondo Sheffield a riportare il greggio a quota 100 dollari in breve tempo. Una prospettiva giudicata disastrosa. “Un petrolio a 100 dollari – ha dichiarato – non aiuterà l’Opec e non aiuterà neanche noi nel Texas occidentale. Colpirà la domanda e farà cadere gli investimenti”.
Il punto saliente di questa affermazione non è tanto quello di natura industriale, che comunque ha la sua importanza, ma il fatto che un produttore americano si rivolga da pari ai suoi concorrenti. E’ la spia più evidente dei cambiamenti sostanziali che sono intervenuti nel mercato petrolifero da quando gli Usa sono diventati grandi produttori e, insieme, esportatori. La rimozione del divieto di export di greggio, deciso dall’amministrazione Obama nel 2015, è stato un evento che ha molto favorito l’industria nazionale, come afferma lo stesso Sheffield, dandole una vocazione internazionale. Gli Usa, secondo i dati forniti da Platts, hanno esportato circa due milioni di barili in media, nelle ultime settimane, a fronte dei 775 mila barili di un anno fa. Un’evoluzione che ha determinato la crescente interdipendenza fra i produttori Usa e i consumatori cinesi che abbiamo già osservato e che adesso rischia di essere messo in crisi a causa delle scelte dell’amministrazione Usa.
I dazi di Trump, infatti, intervengono in uno scenario che si stava consolidando ormai da diversi anni e la risposta cinese, che prevede un dazio del 25% sull’import di beni energetici dagli Usa, ha un effetto potenzialmente destabilizzante. Da un punto di vista squisitamente quantitativo, i dazi sembrano più una minaccia per gli Usa, che esportano il 15% circa della loro produzione in Cina, piuttosto che per i cinesi, per i quali il petrolio Usa pesa circa il 3,5% delle loro importazioni. Ma la questione dirimente è altrove. Come opportunamente osservato da Kenneth Medlock, senior director alla Rice University’s Baker Institute Center for Energy Studies, in una dichiarazione pubblicata da Platts, “L’attuale retorica mercantilista è dannosa per la crescita economica e può provocare ramificazioni geopolitiche a lungo termine, stabilendo relazioni commerciali diverse da quelle attuali”. Il punto è tutto qua. La Cina dovrà sostituire i barili acquistati dagli Usa e non sarà problematico, viste l’orientamento espansivo confermato dalle ultime decisioni dell’Opec plus, ossia il cartello dei produttori tradizionali con l’aggiunta della Russia. Ma ciò non potrà che avere conseguenze sul mercato petrolifero del futuro. La Cina potrebbe sostituire il light crude Usa, che finirebbe fuori mercato una volta applicato al prezzo del WTI il costo del dazio, con maggiori acquisti dall’Africa occidentale, in particolare dalla Nigeria, o dal Nord Europa, ma gli Usa dovranno trovare compratori per il loro greggio. Potrebbero essere il Canada o l’Europa occidentale, se non fosse che anche con questi paesi l’amministrazione Trump ha aperto contenziosi commerciali. Questo scenario riporta indietro le lancette della storia in una sorta di riedizione fuori tempo massimo delle dinamiche della guerra fredda. La Cina tornerebbe nell’alveo delle sue relazioni commerciali tradizionali centrate su Russia, Arabia Saudita, Africa e magari l’Iran, visto che il paese è finito anch’egli nel mirino statunitense con la conseguenza che diventerà sempre più difficile vendere il suo petrolio, ed è già un grande esportatore di greggio in Cina.
Questa sorta di guerra fredda del petrolio non farebbe bene a nessuno, e tantomeno ai produttori, con quelli Usa in testa. “L’industria è molto preoccupata”, ha detto a Platts Joe McMonigle, analista di Hedgeye Capital. E non solo per le tariffe cinesi ma “per le politiche commerciali in generale”. Raffreddare il commercio significa congelare la produzione e di conseguenza il consumo di energia. E non solo di petrolio. I dazi cinesi minacciano anche l’import di carbone dagli Usa, che è più rilevante di quello di petrolio, e potrebbero minacciare anche il gas naturale liquefatto.
Si tratta di produzioni che non sono soltanto strategiche per l’economia Usa, ma anche per la politica Usa. L’idea che la Cina avrebbe continuato a comprare petrolio e carbone Usa se non fosse stato per i dazi di Trump rischia di essere molto più insidiosa per la popolarità del presidente assai più di un deficit commerciale che si trascina da decenni. E forse i cinesi puntano su questo.
(2/fine)
Puntata precedente: L’industria Usa dello shale paga il costo dei dazi di Trump
Cronicario: Harleysti di tutta Europa unitevi
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Cari amici harleysti – mai guidato una Harley però so che è una passione niente male – vi scrivo per darvi una notizia che vi farà molto piacere: la vostra casa madre ha deciso di spostare una parte robusta della produzione fuori dagli Usa in modo da schivare i dazi che l’Ue ha messo sulla vostra moto preferita, per vendicarsi dei dazi voluti da Mister T. Questo straordinario risultato, che farà di sicuro felici i lavoratori americani che così potranno riposare di più, farà felicissimi voi, che risparmierete un 2.000 e rotti dollari medi di dazio che vi sareste dovuti sobbarcare dopo l’aumento dal 6% al 21% della tariffa, e farà ancora più felici i lavoratori di Australia, Brasile, India e Thailandia, dove sono allocati gli impianti internazionali della Harley. Un capolavoro assoluto.
La Harley stima che i dazi costeranno un centinaio di milioni l’anno che ovviamente la società non ha la minima intenzione di scaricare sui consumatori finali, cioé voi, cari harleysti d’Europa, e così fa produrre in quei paesi con i quali l’Ue ha una politica commerciale meno tesa, pur di mantenere i prezzi fermi. Anche perché va bene la passione, ma duemila dollari sono sempre una spesa niente male. Felice per questa decisione anche la borsa di New York, dove la Harley ha perso l’1,72% in apertura.
Perciò cari harleysti di tutta Europa unitevi e dite un bel grazie a nostro super Presidente che con la sua illuminata politica del commercio internazionale tiene bassi i prezzi favorendo le delocalizzazioni. Dite che non doveva andare così? E’ una fake news.
A domani.



















