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Cronicario: Il commercio e la realtà aumentata della statistica

Proverbio del 9 maggio Se non sai da dove vieni non sai dove stai andando

Numero del giorno: 3.800.000 Indennità fine mandato per Ad/Dg di Terna

Oggi è il giorno dell’Europa e lo sapete già, perché il vostro Cronicario preferito non se ne perde una di cose sollazzevoli e ve le comunica con onesto anticipo. Quindi la chiudiamo con una bella locandina e andiamo oltre.

Anche perché chissenefrega dell’anniversario delle dichiarazioni di Schuman quando escono insieme i dati sul commercio estero tedesco e quelli sul commercio al dettaglio italiano? Robe da intenditori, ve lo assicuro.

Cominciamo dai tedeschi che fanno faville. A marzo 2017 hanno esportato beni per 118,2 miliardi e ne hanno importate per 92,9 “le cifra più alte mai registrate per export e import”, dice l’istituto di statistica, aumentando del 10,8% il primo e del 14,7% il secondo su base annua. Interessante osservare che il surplus in valori assoluti di marzo 2017 è inferiore a quello di marzo 2016. Questo tanto per capire che le percentuali sono una cosa, e la realtà un’altra.

Il caso italiano è ancora più istruttivo. Nel primo trimestre 2017 le vendite al dettaglio in valore sono aumentate dello 0,7%, quelle in volume dello 0,1%. In pratica abbiamo comprato quasi le stesse cose spendendo di più. Un raro esempio di inflazione applicata.

E tralasciamo il fatto che parliamo di base trimestrale. Perché andiamo sulla base annuale scopriamo che sono pure diminuite dello 0,4% in valore e dell’1,4% in volume.  Ed ecco allora come si usano le statistiche: se volete sembrare ottimisti dite che le vendite al dettaglio sono aumentate, che è vero. Se siete pessimisti dite che sono diminuite. Perché lo è altrettanto. Avete capito a che servono le statistiche?

Perciò decido di festeggiare insieme all’Europa anche la statistica, che è l’autentica realtà aumentata del nostro tempo. E poi cambio di nuovo argomento perché forse la ciccia sta altrove. Ad esempio in questa affermazione di Credit Suisse secondo la quale la Cina potrebbe investire dai 313 ai 502 miliardi (soprattutto la precisione mi stupisce) sui paesi della Belt initiative.

Magari vi state chiedendo cosa sia la Belt Initiative. Ottima domanda. La risposta però la trovate qui.

A domani.

Dal 2012 The Walking Debt ha regalato oltre 1.000 articoli e diversi libri a tutti coloro che hanno avuto la cortesia di seguirci. Adesso stiamo lavorando al progetto Crusoe e vi chiediamo di continuare a seguirci partecipando alla sua crescita e al suo sviluppo. Sostenere Crusoe significa sostenere l’idea di informazione basata sul rapporto con le persone e senza pubblicità. Per sostenerci basta molto poco, e si può fare tanto. Tutte le informazioni le trovi qui.

 

 

 

La Chat di Crusoe con @LBaggiani: I tassi bassi scoraggiano il credito

Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Leonardo Baggiani (L) @LBaggiani.

C Buongiorno Leonardo. Stavo scorrendo il rapporto sulla stabilità finanziaria di Bankitalia e leggo con rara gioia che le banche stanno meglio.

L Ah come era la storia dei tassi che dovevano risalire?

C  I tassi…già come stanno i tassi?

L Ai minimi stanno. Ho il report ABI, dati a febbraio.

C E che dicono?

L Prestiti fino a un milione: italia 2,2 Area Euro 2.22, dovrebbero essere minimi assoluti

C Un po’ come la domanda di credito allora 😉

L Oltre il milione: 1% in Italia, 1,27 AE. Forse come la domanda di credito “buona”

C Abbiamo un gap credit/GDP negativo per una decina di punti rispetto al pre-crisi, era troppo prima o è giusto adesso?

L O almeno, buona in relazione al tasso che – schiacciato dalla politica monetaria – va a prevalere

C Vuoi dire che il tasso rasoterra non incoraggia l’offerta di credito?

L Sì, dico questo; mi pare ne avessimo parlato e comunque ne ho lasciato traccia su internet; io ritengo che tra i meccanismi meno valutati ci sia il problema dei tassi troppo bassi che spingono di fatto a un razionamento dell’offerta, tra l’altro comunque già indirizzata dalla normativa sull’RWA  per cui chi presta tende a contenere con forza la componente di rischio perché questi tassi non remunerano niente.

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Cronicario: Vi presento l’europeo medio

Proverbio dell’8 maggio I saggi parlano parole semplici

Numero del giorno: 21.000.000.000 Calo emissioni bond banche italiane 2016

Dunque oggi si celebra lo scampato pericolo francese e tutto il cronicario globale risuona di giubilo talmente ottuso che qualcuno scrive persino che i mercati non festeggiano perché avevano già scontato la vittoria di Macron.

Perciò, visto che il clima è questo – cazzeggio libero – il vostro Cronicario ci sguazza come un pesce nell’acqua. Ma certo ha molto da imparare. Prendete Eurostat: all’apice del cazzeggio ha preso spunto dall’entusiasmo generale per rammentare che domani, 9 maggio, è il giorno dell’Europa, quello della “dichiarazione Schuman” del 1950 quando l’allora ministro degli esteri francese tenne un discorso a Parigi per illustrare la sua idea di cooperazione politica che ha contributo a portarci dove siamo.

Bene quale opera meritoria di commemorazione, che mi ha fatto Eurostat? Ha trovato l’uomo medio europeo. Poi dice che la statistica non serve.

Allora com’è questo uomo medio europeo? Eurostat ce lo spiega in un video che dura 2,16 minuti. Non vi voglio guastare la sorpresa, ma sappiate che in media siamo ultraquaratenni che lavorano più di 40 ore settimanali  ed è previsto che lavorino (gli uomini) per quasi quarant’anni. Vi risparmio il resto perché tutti ‘sti quaranta mi hanno fatto pensare prima alla quarantena e poi alla quaresima.

Perciò abbandono l’Europa e le commemorazioni e mi dedico religiosamente alla lettura del discorso del presidente della Consob al mercato finanziario, che non capisco bene cosa sia – una sorta di messaggio a reti unificate che trasmettono sull’ignoto – però si chiama così. Qui trovo delle autentiche perle di saggezza che dovete assolutamente conoscere. “L’euro avrebbe potuto favorire, anche grazie all’effetto benefico della pressione del vincolo esterno, l’adozione di un modello virtuoso di sviluppo per il sistema produttivo italiano (..) negli ultimi vent’anni il nostro sistema produttivo ha subito un’erosione di competitività nell’ordine del 30% rispetto alla Germania (..) la moneta unica ha creato un ecosistema in cui la competitività può essere difesa e incrementata solo attraverso la leva dell’istruzione, dell’innovazione e delle riforme (..) il solo annuncio di un ritorno a una valuta nazionale provocherebbe, da parte degli investitori internazionali, un immediato deflusso di capitali, tale da mettere gravemente a repentaglio la capacità dell’Italia di rifinanziare il terzo debito pubblico del mondo. Italexit sarebbe uno shock per l’intera eurozona. Ne metterebbe a rischio la sopravvivenza”. Insomma abbiamo in mano la bomba atomica della finanza internazionale. Sono sicuro che tutto ciò ci condurrà a una decisa assunzione di responsabilità collettiva.

E niente oggi non si riesce a smettere di ridere. Vive la France.

A domani.

 

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La metamorfosi del petrolio

Ogni giorno quando facciamo il pieno all’auto attingiamo al pozzo che sembra senza fondo – ma così non è – delle risorse petrolifere mondiali. Dietro questo gesto così semplice e familiare si agita un mondo estremamente complesso che da numerosi decenni scrive inosservato i capitoli più rilevanti della nostra storia economica.

Anche oggi le vicissitudini del mercato petrolifero, che sono tecniche, economiche e soprattutto politiche, stanno silenziosamente scrivendo la nostra cronaca economica, solo che pochi ci fanno caso, e ancor meno se sottraiamo dallo sparuto gruppo degli osservatori quegli specialisti che masticano il birignao del mondo petrolifero. Gente che usualmente parla a se stessa e quindi non ha voglia di raccontare il mutamento del mercato petrolifero che sta generando un profondo cambiamento non solo di tipo ambientale, ma soprattutto geopolitico.

Il boccino della produzione si sta lentamente spostando da Oriente a Occidente grazie soprattutto al cambiamento tecnologico. E, al tempo stesso, il petrolio rimane alla base delle previsioni degli esperti sui tassi di inflazione dai quali dipendono le decisioni di politica monetaria delle banche centrali. Basta questo a connotare l’oro nero come l’autentico lubrificante del nostro circuito economico globale, specie se consideriamo che proprio l’energia a basso costo è stato lo straordinario motore dello sviluppo economico iniziato dal secondo dopoguerra.

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Il Nuovo numero di Crusoe: La metamorfosi del petrolio. Grazie a @LBaggiani per la splendida Chat

Cosa sta succedendo nel mercato petrolifero? Aldilà del balletto delle quotazioni del greggio che risentono come ogni commodity della stagionalità e delle circostanze, si registrano sommovimenti profondi nel mondo dell’oro nero che coinvolgono la geografia dei produttori, alle prese con una transizione epocale. I produttori tradizionali, pressati da costi di estrazione elevati e quotazioni declinanti, stanno rarefacendo gli investimenti, mentre i newcomers – i produttori di shale oil – diventano sempre più protagonisti. In prima linea, fra questi innovatori, ci stanno gli Stati Uniti, che di recente hanno aumentato significativamente la produzione di petrolio alternativo e sono diventati esportatori. Insieme cerchiamo di capire cosa significa tutto ciò per il mercato e, soprattutto per la politica del petrolio.

Questa settimana torna la Chat e con l’occasione torna anche Leonardo Baggiani (@LBaggiani), che i lettori di Crusoe conoscono bene perché proprio con lui abbiamo fatto la nostra prima chiacchierata sul numero zero. Anche in questa occasione ci ha regalato tempo e idee ed è venuta fuori una splendida chiacchierata iniziata dai bilanci bancari e da lì verso i ripidi scoscesi dell’economia internazionale e del pensiero economico. La lettura della settimana è dedicata al rapporto sulla stabilità finanziaria di Bankitalia, come sempre una lettura assai istruttiva. Chiudono la newsletter la selezione delle notizie della settimana e poi le nostre notizie invisibili, quelle che trovi solo su Crusoe. Buona lettura.

Ci rivediamo il 12 maggio.​

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Cronicario: Il petrolio si sgonfia come la France e il nostro pil

Proverbio del 5 maggio Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco

Numero del giorno: 6.100.000 Auto prodotte in Cina nel I Q 2017

Sarà colpa del caldo incipiente, ma qui inizia ad ammosciarsi tutto. Ha iniziato il petrolio di prima mattina quando il WTI è scivolato sotto i 45 dollari, a 43,76 per poi rimbalzare in tarda mattinata e riportarsi sopra i 45. Ma ormai il danno era fatto: gli occhiuti ficcanaso che scrutano i listini si sono accorti che il petrolio ha un problema.

Leggo persino un ficcante analista spiegare che “il crollo è causato principalmente dalla ripresa della produzione americana di shale oil che di fatto sta coprendo il taglio attivato dai paesi del cartello Opec”. E allora mi sorge il sospetto che i fighetti del piano di sopra, quelli che scrivono cose serie – mica come il sottoscritto – e non dicono mai le parolacce, non avessero tutti i torti quando dicevano la stessa cosa a fine dicembre scorso. Ma non gli dico niente perché se la tirano e figuratevi se non lo sanno già.

Ma soprattutto mi s’ammoscia la ripresa in Italia. L’Istat, che fa di tutto per dare buone notizie, ha pubblicato la sua nota mensile dove si legge che l’indicatore anticipatore della crescita rimane positivo ma evidenzia una decelerazione.

Che non sarebbe inquietante se non andassimo già così piano. Provateci voi a decelerare una tartaruga.

Se volete una rappresentazione del nostro stato letargico, vi basti guardare l’andamento delle nostre vendite retail, scese al livello più basso degli ultimi cinque mesi

e poi confrontarle con quelle della Germania, che hanno registrato il rialzo più alto da luglio 2015.

Ma lo sgonfiamento più solenne è quello della Francia. Madame La France ha visto ammosciarsi il dibbbattito sulle sue elezioni che ci ha sfiancato per queste due settimane pre ballottaggio – e vi faccio grazia dei mesi precedenti – solo perché aveva una candidata minacciosa. E noi che dovremmo dire?

Poiché non si può dire che vincerà Macron perché tutti i cervelloni si sono scottati prima con la Brexit e poi col trionfo americano di Mister T, ecco allora che i soliti paraculi se ne escono con cose tipo Macron è in testa ma…chi può dire che succederà? Ecco:

E invece no. Non sarebbe il cronicario globale che è se non ci fossero povericristi che si pro-curano da vivere scrivendo queste cose. Il vostro Cronicario invece è speciale. Non lo paga nessuno, perciò non dice minchiate ma solo verità cristalline. E non ha certo paura di dire le cose come stanno.

Ed è in questo spirito di profonda riverenza della vostra intelligenza che esprimiamo la verità definitiva circa l’esito delle elezioni francesi.

Il nuovo presidente francese lo scoprirete dopo le elezioni.

A lunedì.

Cronicario: Spremuta fiscale all’italiana per Google

Proverbio del 4 maggio I bambini sono la luna che splende

Numero del giorno: 43.700.000.000 Deficit commerciale Usa a marzo

Non ci si crede, ma il nostro Fisco è riuscito a farsi pagare 306 milioni di euro da Google per non so quale pendenza che i californiani avevano maturato nei confronti del nostro erario. Adesso prepariamoci ai cazzari che parleranno di trionfo sulle multinazionali sanguisughe, del tipo Davide contro Golia, salvo poi dimenticare che quei colossi di fatto controllano l’economia a livelli mai visti prima.

Scopro ad esempio leggendo Bloomberg che Apple ha in cassaforte 257 miliardi di dollari fra cash e titoli. Questi ultimi pesano 148 miliardi e sono l’equivalente del valore del primo fondo comune a reddito fisso del mondo, il Vanguard Total Bond Market Index fund, che ne gestisce “appena” 145.  Che vuol dire che Vanguard e Apple insieme fanno quasi trecento miliardi di debiti di qualcuno, che magari qualcuno è anche il vostro e neanche lo sapete. E tralasciamo il fatto che Google e i suoi compari abbiano inaugurato un trimestre iniziale record quest’anno.Solo lui ha fatto una robetta da oltre cinque miliardi di utile.

La spremuta fiscale all’italiana è un piacevole solletico per Google e fa notizia solo perché accade ogni tanto. Come quando si danno brioche al popolo.

Abbandono Google alle sue risatine e mi avventuro nei meandri del petrolio, di cui si sono occupati quelli più seri di me stamattina, per segnalarvi questo grafico che dice tutto quello che c’è da sapere.

Il petrolio sta in quella confortevole fascia di oscillazione che rende assai conveniente ai produttori di shale darsi da fare perché ci guadagnano parecchio. E c’è da giurarci che da lì non si schioderà per lungo tempo. Guarda caso la Russia ha fatto sapere di non aver ancora deciso se proseguirà nel taglio della produzione concordato con i paesi Opec alla fine dell’anno scorso. Sarà mica che non ci rientra con questi prezzi?

Per una parola di speranza, si può sempre bussare alla porta della Bce dove la gentile numero due della vigilanza europea unificata, la signora Sabine Lautenschläger ha suggerito alle banche europee di prepararsi per la Brexit: “Devono decidere come affrontarla e preparasi al peggio sarebbe opportuno”.

Ma il premio cazzeggio del giorno lo vince senza dubbio la nostra biondissima Marine Le Pen che ha detto che la Francia verrà governata da una donna: da lei o dalla Merkel. Insuperabile, come il tonno.

A domani.

 

Crollano gli investimenti petroliferi, ma non per lo shale

Pochi giorni fa l’IEA, agenzia internazionale dell’energia, ha pubblicato alcuni dati che mostrano come sia regredita l’attività tradizionale di esplorazione e scoperta di nuovi pozzi petroliferi a fronte di un notevole aumento delle produzioni alternative, shale oil in testa. Le compagnie, infatti, continuano a tagliare i costi di esplorazione con la conseguenza che i progetti convenzionali autorizzati per cercare il petrolio sono al più basso livello degli ultimi 70 anni (vedi grafico).

In particolare, le scoperte di petrolio sono diminuite a 2,4 miliardi di barili nel 2016, a fronte di una media di 9 miliardi l’anno lungo gli ultimi 15 anni. Al tempo stesso il volume di risorse estratto da progetti autorizzati per lo sviluppo è diminuito a 4,7 miliardi di barile, il 30% in meno rispetto al 2015, conseguenza del fatto che i progetti che si sono tramutati in decisioni di investimento sono calati al livello più basso dagli anni ‘40. Che sta succedendo?

Secondo l’IEA questo brusco ribasso nell’attività del settore tradizionale dell’estrazione è la conseguenza dell’altrettanto brusco taglio degli investimenti provocato, o quantomeno incoraggiato, dal calo dei prezzi petroliferi. E’ interessante osservare, tuttavia, che il crollo del settore tradizionale si associa a una notevole resilienza dell’industria statunitense dello shale, rimbalzata dopo l’accordo di Vienna del 30 novembre scorso, anche grazie al notevole ribasso dei costi – circa il 50% in meno dal 2014 – che ha reso i prezzi attuali più che convenienti per far ripartire la produzione. La media del prezzo di equilibrio del Permian basin texano quota adesso intorno ai 40-45 dollari al barile e si prevede che la produzione aumenti di 2,3 milioni barili al giorno entro il 2022 al prezzo corrente, e anche di più se i prezzi dovessero salire ancora. Al contrario il settore offshore, che pesa un terzo delle produzione di petrolio, è stato duramente colpito dalla crisi. Nel 2016 solo il 13% dei progetti approvati era offshore a fronte di più del 40% osservato fra il 2000 e il 2015. Nel Mare del Nord, ad esempio, gli investimenti globali sono arrivati a 25 miliardi di dollari nel 2016, circa la metà del livello del 2014.

Al momento il settore tradizionale pompa ogni giorno 69 milioni di barili che coprono in grandissima parte il fabbisogno quotidiano globale di 85 milioni, ma rimane il fatto che la produzione di shale ormai ha superato i sei milioni di barili al giorno e che buona parte arriva dagli Usa che perciò sono diventati strategicamente importanti nel mercato petrolifero. Tanto più in un contesto dove si prevede una crescita globale della domanda di petrolio di 1,2 milioni di barili al giorno l’anno nei prossimi cinque anni a fronte della quale il crollo degli investimenti potrebbe condurre a una notevole restrizione dell’offerta.

Ciò malgrado la spesa per investimenti è prevista ancora in calo quest’anno e il livello dei progetti di esplorazione approvati rimane depresso. “Ogni evidenza mostra un mercato del petrolio a due velocità – ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’IEA – con le nuove attività a un livello storicamente basso del settore tradizionale che contrasta con la notevole crescita del settore shale statunitense. La questione chiave del futuro del mercato del petrolio è per quanto tempo una crescita del settore shale può compensare il rallentamento del resto dei settori”. Questione che è economica, evidentemente, ma soprattutto strategica. Ammesso che lo shale riuscisse nel tempo a equilibrare l’offerta di petrolio, questo farebbe degli Usa una potenza energetica con potenziali effetti destabilizzanti sullo scenario globale. La dualità del mercato petrolifero rischia di essere molto più che un problema. Rischia di diventare un’opportunità. Per gli Usa.

Cronicario: Deutsche Bank studia il mandarino

Proverbio del 3 maggio Il giorno è breve per chi vuole lavorare

Numero del giorno: 3,9 Aumento % prezzi alla produzione nell’EZ su marzo 2016

Provate a pronunciarlo: Hna. Non Na: Hna, con l’ha aspirata che avrete orecchiato in qualche mercatino cinese mentre cercate carabattole a basso costo. Si perché il popolo – noi – conosce solo quei cinesi. Ma in realtà ce ne sono altri che girano in business o sui jet privati come quelli, immagino, della Hna, che è un conglomerato cinese dove dentro si trova di tutto, dagli aerei agli alberghi

e che, guardacaso, è diventata la prima azionista di Deutsche Bank col 9,92%, lasciandosi alle spalle i fenomeni di Blackrock, al 5,9%. Ce li vedo proprio i tedeschi a imparare il mandarino adesso.

Anche perché Mister Hna, al secolo Chen Feng, miliardario con fama di grande investitore in Europa, ha già in animo di spedire l’amministratore delegato del suo veicolo di investimenti europeo, tale Alexander Schuetz, che di sicuro il mandarino già lo sa, dritto nel consiglio di sorveglianza di DB, che di recente ha fatto un aumentino di capitale da un otto miliardi e ha pure postato un utile trimestrale gradevolmente in crescita.

Detto ciò, chiudo con le notizie serie perché anche oggi Eurostat, che come ricorderete ha lanciato la #YouthWeek ha postato questo grafico al fine di rispondere all’annosa domanda: ma i figli quando si levano dalle balle?

Ovviamente i nostri il più tardi possibile. Dopo i Croati e i maltesi ci siamo noi, con un’età media di 30,1 anni. Quindi considerando che mediamente facciamo i figli a quarant’anni, per lo più uno, ecco che finalmente ho scovato la vera vocazione della prole: farci da badanti al costo della nostra pensione. E così abbiamo pure bello che risolto il problema della disoccupazione giovanile.

Sempre per restare in zona Ue/EZ vi segnalo l’ultimo dato sul pil, quello relativo al primo trimestre 2017 che è in crescita su base mensile dello 0,5% e dell’1,7% su base annuale.

Se guardiamo all’Ue a 28, i dati diventano +0,4% e +1,9%. Insomma: l’Europa, eurodotata o meno, tira la carretta con una certa dignità.

In chiusura vi segnalo questa perla rilasciata dal presidente Istat che ci svela uno dei segreti meglio custoditi dalla statistica mondiale: “La disuguaglianza è un fenomeno multidimensionale: reddito, genere, educazione, tassazione, salute e aspettative di vita”. Ma anche colore dei capelli, girovita, numero di scarpa, altezza, bellezza, bruttezza, peso e forma. Rassegnatevi. Siamo diversi

A domani.

 

I deficit fiscali non diminuiscono la diseguaglianza in Cina

Si tende a credere – con grande fiducia – che le espansioni fiscali siano di per sé garanzia di una più equa redistribuzione del reddito. Tale suggestione si scontra con alcune evidenze che mostrano con chiarezza come il deficit non sia di per sé una garanzia di miglioramento della diseguaglianza. E ciò persino in economie dove la pianificazione statale è profonda e pervasiva, come in quella cinese.

Abbiamo già osservato alcuni effetti imprevisti dello stimolo fiscale cinese avviato dopo la crisi del 2008. L’ultimo Fiscal Monitor del Fmi ci consente di osservarne un altro che solleva dubbi circa il reale effetto degli stimoli fiscali, quando chi li pone in atto non si ponga espressamente la redistribuzione del reddito fra gli esiti della sua azione. Molte azioni pubbliche sono state improntate a questo principio. Si pensi ad esempio alle politiche di protezione sociale. Ma non è affatto detto che sia sempre così. A volte gli stimoli fiscali hanno effetti che possono andare nella direzione opposta a quella di una maggiore eguaglianza distributiva. Quando, ad esempio, si presta maggiore attenzione a politiche di stabilizzazione economica – si pensi a un intervento per aumentare la domanda effettiva – o di tipo allocativo, quando si sceglie di privilegiare un settore piuttosto che un altro. Non è affatto detto che interventi in questi due ambiti conducano naturalmente a una maggiore equità. Può anzi accadere il contrario. Alcune politiche, nota ad esempio il Fmi citando i tagli di tasse sui capitali, possono avere implicazioni negative per la distribuzione del reddito nel breve periodo.

“La politica fiscale – scrive il Fmi – gioca un ruolo importante per assicurare che i benefici della crescita siano condivisi all’interno della popolazione”. E tuttavia nella maggioranza delle economia avanzate le politiche fiscali “sono state sempre meno efficaci negli ultimi 20 anni” per lo più a causa, da una parte, della generosità dei benefit sociali erogati, dall’altra per una tassazione sempre meno progressiva. Fanno eccezione il Giappone e l’Italia che, osserva sempre il Fmi, “hanno migliorato il ruolo redistributivo del loro sistema di trasferimento fiscale e dei trasferimenti”.

Al contrario, nei paesi emergenti l’impatto redistributivo del sistema fiscale è rimasto modesto, con evidenti conseguenze sulla diseguaglianza, che rimane molto elevata. Vuoi perché gli incassi fiscali sono bassi, vuoi perché non esistono meccanismi efficienti di trasferimenti statali. Sicché si assiste al paradosso – e il caso cinese è l’esempio migliore – di un forte aumento del deficit fiscale senza che a ciò corrisponda una diminuzione del tasso di diseguaglianza, che anzi è in crescita. Ciò probabilmente è dovuto al fatto che il governo ha prediletto interventi di stabilizzazione e/o allocazione senza curarsi troppo dell’aspetto redistributivo.

Alcuni grafici aiuteranno a farsi un’idea più chiara. La Cina, insieme ai paesi esportatori di greggio, è stata il paese che più di tutti ha contributo all’aumento del deficit fiscale dei paesi emergenti dal 2012 ad oggi come si può vedere qui. La qualcosa ha condotto a un notevole aumento del proprio debito pubblico. Al tempo stesso però, la Cina è il paese che esibisce l’aumento più notevole di diseguaglianza, come si può riscontrare osservando l’evoluzione dell’indice di Gini nel trentennio fra il 1985-2015. In sostanza, i benefici della crescita straordinaria vissuti dalla Cina, e malgrado un imponente stimolo fiscale recente, sono stati condivisi assai meno di quanto si pensi. La politica fiscale non è stata efficace (vedi grafico) e la distribuzione del reddito è rimasta profondamente diseguale. Fatto strano per un paese comunista.