Etichettato: the walking debt
Cronicario: Uscire dalla Brexit? Hai visto May
Proverbio del 10 dicembre Non puoi aprire un libro senza imparare qualcosa
Numero del giorno 0,1 Aumento % mensile produzione industriale Italia a ottobre
Poiché mi pare triste iniziare una nuova settimana raccontandovi degli zerovirgola italiani, che rimano bene col farfuglìo della vita moderna, e specialmente quello politico, decido di cambiare paese e volo in UK. Cambio addirittura continente, si potrebbe dire, visto che la prossima primavera porterà con se oltre al fiorire degli alberelli la fuoriuscita del Regno Unito dall’Europa. Un evento che segna il definitivo trionfo della storia sulla geografia.
Ci sarebbe poco da dire, in effetti, se non fosse che stamattina la Corte di Giustizia europea, sulla quale l’Uk non avrà più giurisdizione dal prossimo 29 marzo stando le cose come sono adesso, non avesse detto che se vuole – ma se proprio vuole – il governo può anche decidere di revocare la Brexit e la cosa finisce qua.
Figuratevi che è successo Oltremanica. Un paio di ministri hanno subito detto che tireranno dritto (cit.) e uno di loro si è spinto a chiedersi “come si sentirebbe quel 52% dei cittadini che ha votato la Brexit” se il governo tornasse suoi suoi passi? Mah. Più o meno come quel 48% che ha votato per restare nell’Ue immagino. Ma non è tanto questo che eccita la fantasia dei specialisti in Brexit, ormai un vero e proprio filone letterario, quanto il fatto che domani molto probabilmente non si terrà il voto nella Camera dei Comuni che avrebbe dovuto ratificare l’accordo con l’Ue per l’uscita marzolina.
Chissà se è vero. Dicono che la premier parlerà oggi pomeriggio ai Comuni e lì sapremo. Magari si è capito che uscire dalla Brexit è peggio che uscire dalla Ue. Magari faranno pure una bella marcia indietro. Hai visto May…
A domani
Il cappio sovrano che impicca le banche italiane
L’anno che verrà minaccia di essere parecchio complicato per la banche italiane, alle prese col caro spread che provoca più di un terremoto nei bilanci degli istituti, grandi e piccini. Se ne sono avute diverse avvisaglie, ad esempio osservando quanto caro Unicredit abbia dovuto pagare il collocamento di un’obbligazione presso un investitore istituzionale. Il titolo è di tipo senior non preferred, ossia un’obbligazione chirografaria non preferita, come la definisce Bankitalia, che può essere “assorbito” in caso di bail in, stando a metà fra un’obbligazione senior e un’obbligazione subordinata. Una novità che l’ordinamento italiano ha introdotto sul finire del 2017 e che già a inizio 2018 suscitava l’attenzione delle banche. Non è certo un caso, come vedremo. Infatti già nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria dell’aprile scorso, Bankitalia notava che “all’inizio del 2018 sono stati collocati i primi titoli subordinati computabili ai fini MREL destinati a investitori qualificati, recentemente introdotti dalla regolamentazione europea (obbligazioni chirografarie non preferite) due intermediari italiani hanno collocato 2 miliardi”. Uno di questi intermediari era stato proprio Unicredit che lo scorso 18 gennaio aveva collocato un altro di questi bond pagando però uno spread di 70 punti base sopra il tasso swap in euro, a fronte dei 420 richiesti dal mercato lo scorso 28 novembre. Evidentemente il mercato di gennaio era molto meno esigente di quello di novembre, e questa è una conseguenza evidente del caro spread.
Il caso Unicredit mostra, qualora fosse necessario, quanto le vicissitudini politiche pesino sul destino finanziario dei nostri intermediari e perché servirebbe parecchia prudenza quando si gestisce il bilancio pubblico. Quando aumenta il costo di raccolta per lo stato, infatti, aumenta anche per le banche, e questo per una pluralità di ragioni, non ultima la circostanza che le banche italiane sono imbottite di titoli di stato. Il cappio sovrano rischia di strangolarle, insomma, per un verso o per un altro.
In tal senso, la lettura simultanei dei rapporti sulla stabilità finanziaria di aprile e novembre 2018 è molto istruttiva. Disegna due realtà molto diverse. Ad aprile Bankitalia scriveva che “il rendimento medio delle obbligazioni senior garantite a cinque anni emesse sui mercati internazionali nei primi mesi del 2018 dalle banche italiane è stato pari allo 0,46 per cento”. Nel rapporto pubblicato a novembre, si legge invece che “nel periodo compreso tra la fine di aprile e la fine di ottobre il rendimento medio delle obbligazioni senior garantite a cinque anni quotate sui mercati internazionali è raddoppiato, portandosi all’1,0 per cento; il rendimento medio delle obbligazioni non garantite è triplicato, al 2,4 per cento. Negli altri principali paesi dell’area dell’euro non ci sono state variazioni di rilievo, con l’eccezione della Spagna”.
Questo fenomeno cammina di pari passo con un altro, che vale la pena documentare con precisione: la quantità di debito pubblico in pancia alle banche. Ad aprile 2018 Bankitalia scriveva che “l’esposizione delle banche italiane nei confronti del settore pubblico del Paese continua a ridursi a un ritmo sostenuto. Nei dodici mesi terminanti in febbraio l’ammontare di titoli pubblici italiani in portafoglio è diminuito di 44 miliardi, a 295 e la loro quota sul totale delle attività è scesa dal 9,6 all’8,5 per cento”. A novembre invece sottolineava che “tra maggio e settembre le banche italiane hanno effettuato ingenti acquisti netti di titoli sovrani (per 39 miliardi). Gli investimenti contribuiscono a stabilizzare i prezzi dei titoli nei momenti di maggiore tensione e possono consentire successivi guadagni in conto capitale nel caso di una ripresa dei corsi; essi tuttavia espongono le banche ai rischi associati a ulteriori cali dei prezzi. Oltre i due terzi dei titoli acquistati è stato classificato nel portafoglio delle attività valutate al costo ammortizzato, attenuando l’effetto delle successive variazioni dei prezzi sul livello di patrimonializzazione. L’incidenza dei titoli pubblici italiani sul totale delle attività delle banche è aumentata di 0,7 punti percentuali, al 9,5 per cento un valore inferiore di circa 2 punti percentuali rispetto ai livelli massimi registrati all’inizio del 2015”.
Con l’aggiunta che “gli acquisti netti di titoli di Stato effettuati nel periodo hanno compensato il calo di valore dei titoli stessi”. Quindi le banche non solo hanno sofferto un calo di valore sullo stock, ma hanno anche dovuto impegnare buona parte dei flussi di attivi nell’acquisto di Btp.
Ricapitoliamo: quando sale lo spread le banche si “devono” riempire di Btp per stabilizzare il valore già corposo dei Btp che tengono fra gli attivi. Inoltre l’aumento dei tassi rende più caro il costo della raccolta in un momento in cui le banche italiane si trovano a dover sostenere notevoli costi per essere in regola con i requisiti MREL. Questa è una storia che merita un approfondimento a parte. Ma una cosa possiamo già dirla. Il cappio sovrano costa carissimo. E rischia di essere mortale per molte banche.
(1/segue)
Seconda puntata: Nel 2019 arriva il conto “europeo” per le banche italiane
Dollaro ed equilibri globali in una fase di de-globalizzazione
Questo articolo è stato pubblicato lo scorso 4 dicembre sull’edizione on line di Aspenia.
Nulla racconta meglio del tramonto di un impero quanto osservare le vicissitudini della sua moneta. Cento anni fa, quando ancora il mondo degli affari era denominato in sterline, la Grande Guerra segnò l’inizio del tramonto per il dominio di Londra nel mondo finanziario. Ma ci vollero alcuni decenni prima che la sterlina perdesse la sua supremazia. Solo nel secondo dopoguerra il dollaro si affermò definitivamente come principale valuta di riserva, nonché quale strumento del commercio internazionale e finanziario. La sterlina rimase dignitosamente a far presenza, come capiterà allo yen alcuni decenni dopo e più tardi ancora al giovane euro e al giovanissimo yuan, che solo di recente ha iniziato a muovere i suoi primi passi nel Grande Gioco valutario.
Ma la circostanza dirimente, al di là delle riserve internazionali, è che i mercati contano in dollari ogni cosa. La valuta USA è di fatto, se non di diritto, la valuta internazionale. Il dollaro nel tempo ha consentito agli Usa di mantenere quell’esorbitante privilegio che già negli anni ’60 indignava le élite francesi. Gli Stati Uniti, a differenza degli altri paesi, non hanno bisogno di guadagnare o farsi prestare dollari per finanziare i propri deficit commerciali, perché li emettono. E non c’è solo questo. Washington mantiene un attivo sulla parte corrente della bilancia dei pagamenti, nella sezione dei redditi da investimenti, malgrado la posizione netta degli investimenti USA sia negativa da moltissimo tempo.
A ben vedere, tuttavia, questo “privilegio” nazionale ha giovato molto alla causa della crescita internazionale. Proprio come accadde con la sterlina ai tempi della prima globalizzazione, dall’ultimo trentennio del XIX secolo fino alla prima guerra mondiale, il dollaro ha consentito nel secondo dopoguerra uno sviluppo notevolissimo dei commerci di beni e di capitali. La lingua franca del dollaro ha rimpicciolito il mondo, e così ha favorito i processi di globalizzazione. Giocoforza chiedersi se le pulsioni de-globalizzanti che spirano dall’Occidente, a cominciare proprio dagli Stati Uniti, ci porteranno ad assistere al tramonto dell’egemonia del dollaro nei mercati valutari. De-dollarizzazione equivale a de-globalizzazione?
Il resto dell’articolo è disponibile a questo link.
Gli immigrati “spingono” la forza lavoro di Germania e Italia
Per ragioni difficili da capire, ma che sarebbe molto interessante approfondire, Germania e Italia, due paesi che più diversi non potrebbero essere, hanno in comune una demografia avversa che una recente ricognizione pubblicata dalla Fed di S. Louis rappresenta perfettamente col grafico sotto.
I dati non sono aggiornatissimi, ma c’è da credere che la situazione non sia mutata granché. I tassi di natalità, che sono l’altra faccia dell’aumento dell’età media della popolazione, e quindi della quota degli over55 sul totale, vedono l’Italia fanalino di coda e la Germania solo di recente migliorata, grazie alle politiche di apertura sull’immigrazione che hanno consentito l’afflusso di centinaia di migliaia di profughi nel paese. Questa la situazione dieci anni fa.
Questa quella più recente.
Se torniamo al grafico iniziale, osserviamo che Germania e Italia hanno la quota più elevata di over 55 sul totale della popolazione, rispettivamente il 33,8% e il 33,7. Ciò significa che rischiano un serio salasso di forza lavoro una volta che questa coorte andrà in pensione. Al tempo stesso questi due paesi sono in coda a un’altra classifica, ossia quella del numero di immigrati nati in loco.
Le due cose paiono collegate. Tanto più se si osserva, come ha fatto la Fed citando un rapporto Ocse, che “circa l’87 per cento degli stranieri nati in Italia, negli anni 2011-2012 si trovava nella fascia di età lavorativa dei 15-64 anni”. Questo dato era “circa il 23% più elevato della coorte corrispondente di italiani. Ciò significa che gli immigrati, anche se pochi, contribuiscono in proporzione più degli italiani all’aumento della forza lavoro.
Anche questa è un’altra somiglianza con la Germania. In qualche modo questi due paesi devono fare i conti con una demografia avversa che sposta il peso del sostegno della crescita economica, che passa da quello delle popolazione, sulle spalle degli immigrati. Il che genera un dilemma alquanto complicato. Le opinioni pubbliche guardano in gran parte con sospetto alle politiche migratorie. Ma al tempo stesso fanno sempre meno figli, che sono il futuro. Forse perché hanno smesso di crederci.
Cronicario: Come tagliare 55 miliardi di pensioni e vivere felici
Proverbio del 5 dicembre L’uomo saggio preferisce avere molto ingegno e pochi onori
Numeri del giorno: 2,4 e 6,7 Pensioni di invalidità ogni 100 abitanti al Nord e al Sud Italia
Siccome ormai è tana libera tutti, nel senso che ormai qualunque cazzaro può dire la sua acchiappando pure un sacco di like, il Cronicario si lancia nell’agone e lancia un proposta che farà traballare il tavolo dove, febbrile, prosegue il dialogo del Governo del Cambiamento con la Commissione della Persistenza sugli annessi e connessi della manovra del popolo.
Mettetevi seduti che è roba grossa perché l’idea geniale riguarda le pensioni, ossia la nostra fissazione nazionale che ci costa uno sproposito. Se non ci credete guardate questo grafichetto pubblicato da Istat un paio di anni fa.
All’epoca – i dati erano riferiti al 2015 – la spesa complessiva era di 280 miliardi e rotti, che di sicuro sono aumentati negli ultimi tre anni perché la spesa per le pensioni in aumento è una delle certezze del nostro paese insieme a quella dell’aumento del debito pubblico. Un piccolo caso tutto italiano.
E insomma stavo leggendo le ultime dal bilancio sociale Inps, che di mestiere paga le pensioni, quando ho scoperto che lo stato preleva dalla fiscalità generale (le nostre tasse) 110 miliardi l’anno e li trasferisce all’Inps, che ne ridà indietro 55 allo Stato sotto forma di prelievi fiscali che l’Inps trattiene sulle pensioni erogate. Questo perché l’Italia, a differenza di altri, fa pagare le tasse sulle pensioni, grazie alle quali paga le pensioni.
Allora ho fatto i conti della serva (sbagliati, ma comunque pratici). Mettiamo per ipotesi che i 55 miliardi di prelievo fiscale del 2017 siano rimasti gli stessi dal 2015, quando la spesa delle pensioni pesava il 17% del pil e valeva 280 miliardi. Se sottraiamo i 55 dai 280 e facciamo una proporzione…
Vabbé, insomma, se facciamo due conti viene fuori che al netto delle tasse la spesa pensionistica sul pil è poco superiore del 13,5%. Hai voglia a fare quota 100. Facciamo pure quota 90, che acchiappi pure i nostalgici.
E così tagliamo la spesa per le pensioni (di 55 miliardi), come chiedono tutti, e insieme aumentiamo il numero di quelli che possono andare in pensione, come chiedono tutti. Finalmente possiamo vivere felici. Vi convince? Ecco, questo è il problema.
A domani.
Cronicario: Tenetevi forte, è scoppiato il dialogo con la Ue
Proverbio del 4 dicembre La cattiveria ritorna a chi l’ha fatta
Numero del giorno: 14.000.000.000 Investimenti Audi sull’elettrico nei prossimi 5 anni
Dai su, che finisce tutto bene. Abbiamo scherzato. Lo spread tornerà a 140, quant’era più o meno prima che il governo del cambiamento facesse cambiare il costo del rischio Italia – che poi quello è lo spread – la borsa, sospinta dalla corrispondenza d’amorosi sensi sino-americana tornerà a 24.000 punti, dov’era prima che collassasse sotto i 20.000, e riusciremo pure ad avere la crescita prevista dal governo dell’1,5% nel 2019 malgrado il deficit di deficit previsto.
D’altronde l’ha detto pure vicepremier Uno (o Due fate voi): “”Il 2%? E’ un numero su cui si esercitano giornalisti e commissari Ue, noi badiamo alla sostanza e a trovare risorse”.
Sicché leggo tutto d’un fiato il commissario brussellese mentre detta alla stampa di aver “preso nota delle intenzioni dell’Italia di ridurre il deficit”, oltre al fatto che “il dialogo con l’Italia è in corso, diventa più intenso, vediamo un tono diverso, un diverso modo di cooperare e vediamo l’Italia disponibile ad ascoltare il nostro punto di vista”.
Occhio però, perché il ministro dell’Economia, che rima sempre di più con Mammamia ha lanciato uno dei suoi ascoltatissimi allarmi…
“Servono decisioni politiche”, ha detto, sottolineando che “i tempi sono stretti” per evitare la procedura di infrazione. Cosa ci dobbiamo aspettare?
Per il momento sappiamo solo che il ministro Mammamia probabilmente stasera si presenterà in commissione parlamentare. Magari riuscirà a spiegare agli onorevoli come sia possibile ragionare su una manovra che prevede il 2,4% di deficit mentre promettiamo di farne di meno a Bruxelles. Cose che succedono quando scoppia il dialogo.
A domani.
La bolla nascosta nel mattone francese
La Francia ogni tanto brucia e tutti noi fatichiamo a capire perché. Forse dipende dalla circostanza che siamo poco abituati a scrutare nella filigrana del suo tessuto economico. La contabilità francese, chissà perché, risulta poco accattivante. E questa magari è anche una fortuna, visto che i numeri sono capaci di riservare notevoli sorprese, alcune delle quali poco rassicuranti.
Senza bisogno di andar troppo lontano, può risultare molto istruttivo leggere una recente release della Banca di Francia che accende un faro su un settore solitamente (purtroppo) poco osservato e perciò meritevole della massima attenzione: il settore degli immobili commerciali. Quest’ultimo ha segnato una crescita notevolissima in questi ultimi anni che ha portato i prezzi francesi sulla vetta dell’Europa.
Notate che la Francia primeggia su tutti, persino sull’UK, dove i prezzi degli immobili commerciali crescono senza sosta dal 2009, potendo contare su un ciclo espansivo che, al netto dell’arretramento segnato nel 2008, prosegue da oltre vent’anni e che quest’anno ha portato i prezzi a un livello addirittura superiore a quelli pre crisi. Se guardiamo agli altri paesi osserviamo con stupore che la Germania, dove è in corso un boom immobiliare, ma solo sul settore residenziale, espone prezzi degli immobili commerciali appena in lieve ripresa, poco sopra quelli italiani, il che è tutto dire. I prezzi italiani, infatti, sono i più bassi del campione considerato insieme con quelli olandesi.
I dati ci dicono che nel 2017 la crescita dei prezzi nominali nel settore, in Francia, è stata del 3,7%, a fronte di un’inflazione dell’1,2% e di un aumento dei prezzi residenziali del 2,3%. Il prezzo medio degli immobili ha raggiunto i 6.500 euro al metro quadro e nella zona d’affari parigina sfiora ormai i 14.000. Il rendimento medio, sempre nel 2017, è stato del 4,3%, a fronte di un tasso medio di lungo termine (dal 1998) del 5,6%. Il mattone commerciale francese, insomma, è un ottimo affare e questo spiega probabilmente perché i prezzi continuino a tirare. Il che non implica che continueranno a farlo. La Banca di Francia è molto prudente su questo punto. Pure se i prezzi sembrano coerenti con i fondamentali, questi ultimi sono parecchio influenzati dal livello ancora molto basso dei tassi di interesse e dall’outlook economico tutto sommato ancora positivo. Ciò significa che qualora queste condizioni mutassero anche il boom del mattone commerciali potrebbe terminare, e malamente.
Di buono c’è che l’esposizione delle banche a questo settore, che rimane una nicchia è marginale. Ma a fronte di un calo del 9% dei corsi immobiliari, nel caso di un aumento dei tassi di 100 punti base, come ipotizza la banca, è saggio attendersi che il contagio si estenda anche alle imprese e magari persino alle famiglie. In questo caso in piazza insieme ai gilet gialli degli automobilisti troveremo anche qualche inquilino.
Cronicario: Goldman Packs e quelli dello “spread a zero”
Proverbio del 3 dicembre Serve poco scavare un pozzo quando la casa brucia
Numero del giorno: 16,95 Nuova quota capitale Bce dell’Italia (-0,5 punti)
C’è di che esserne fieri, altroché. Noi italiani stiamo mobilitando le migliori intelligenze, preoccupate assai delle nostra contabilità pubblica, al punto che ormai si sprecano gli allarmi e gli spauracchi. Quello di giornata ce lo regala una nota banca statunitense, campionessa del gioco globale che affascina tutto il mondo.
Costei non si perita d’avvisarci che l’anno prossimo rischiamo assai seriamente di “flirtare con la recessione”.
Decisa a vincere il premio Gufo D’Oro (e non sarebbe Gold sennò) la suddetta se ne esce con questa previsione sul pil italiano nel 2019.
Peggio ancora, se n’è uscita con la previsione che pure se ci becchiamo altri 100 punti base di spread in più, alla fin fine sono affari nostri (sempre nel senso dei pacchi) perché il resto del mondo se ne infischia.
Quindi il nostro beneamato governo del cambiamento può stare tranquillo: il mondo là fuori andrà avanti anche se noi continuiamo a pazziare. Semmai si può nutrire qualche incertezza sul fatto che andrà avanti il governo, ma di questi tempi…
Se non ci credete sentite che dice questo tizio, portavoce dell’associazione che raggruppa le banche italiane, navigatissime nel gioco preferito dalla banca americana tutta d’oro. “Non mi rassegno ad uno spread prolungato e tanto meno quasi eterno a 300 punti. Deve essere una fase eccezionale che deve essere superata”.
E mica solo questo. “L’Italia deve puntare ad avere lo spread a zero, o quasi a zero come nel primo decennio di vita dell’euro”. Proprio oggi l’euro festeggia il ventennale a Bruxelles, guarda un po’ il caso.
Ma capisco che il banchiere nostrano abbia nostalgia dello spread a zero. C’incartavi dei pacchi meravigliosi.
A domani.
Nasce una zona di libero scambio fra Iran e UEE
L’accordo era stato annunciato in pompa magna a maggio, e nei giorni scorsi è arrivata la ratifica formale: L’Unione euroasiatica di Putin e l’Iran creeranno una zona di libero scambio dando così seguito al memorandum siglato al forum di Astana dello scorso 17 maggio. L’accordo è stato approvato dal parlamento russo nella seconda metà di novembre e di fatto inserisce la repubblica islamica, alle prese con le difficoltà seguite all’applicazione del secondo round di sanzioni Usa, nella cornice istituzionale dell’Unione centroasiatica a guida russa, che nelle ambizioni di Putin dovrebbe integrare l’interno continente Euroasiatico, dalla Russia al Portogallo.
La ratifica dell’accordo, aldilà del dato politico, comunque rilevante, ha diverse conseguenze economiche per i paesi coinvolti, proponendosi infatti di sviluppare i commerci e la cooperazione tramite robuste dosi di liberalizzazioni e abbattimento delle tariffe. Gli accordi dovrebbero entrare in vigore nell’arco dei prossimi due mesi e tutti si aspettano che serviranno a incrementare notevolmente i traffici fra la repubblica islamica e l’UEE. Al momento, secondo alcune stime, l’interscambio è alquanto limitato, seppure in crescita. Si parla di circa due milioni di tonnellate di merci per un valore di circa 1,13 miliardi di dollari cumulati nei primi sette mesi dell’anno iraniano corrente (dal 21 marzo al 22 ottobre), in crescita comunque rispettivamente del 37 e del 52% rispetto allo stesso periodo del 2017. Un segnale più che evidente di come l’escalation Usa abbia finito col favorire lo sviluppo dei commerci fra le regioni più prossime.
Peraltro la gran parte di questo interscambio l’Iran lo fa proprio con la Russia, con la quale esiste una familiarità di lunga data. Sempre nel periodo considerato, i due paesi hanno totalizzato scambi per un volume di 1,14 milioni di tonnellate per un valore superiore agli 860 milioni di dollari, in crescita rispettivamente del 20 e del 63% rispetto a un anno prima. L’accordo avrà validità triennale e servirà sicuramente ad avvicinare ancor di più due economie assai diverse fra loro e forse per questa ragione vicendevolmente utili.
L’ingresso dell’Iran nell’orbita economica russa non dovrebbe essere sottovalutato dai politici europei. La sospensione momentanea dell’attuazione delle sanzioni Usa contro l’Iran non dovrebbe far dimenticare – innanzitutto a noi italiani – quanto siano rilevanti – e complicate – le relazioni economiche che legano l’Europa all’Iran. Adesso, se possibile, ancora un po’ più complicate.
Cartolina: Cercasi italiani disperatamente
Prima gli italiani, dicono i politici che amano solleticare la pancia del popolo. Ma dovrebbero chiedersi quanti sono gli italiani e soprattutto quanti ne rimarranno, adesso che la nostra curva demografica ha intrapreso una discesa ripida. L’ultimo rapporto Istat che ne tratta somiglia a una contabilità dell’estinzione. Racconta le nostre strade vuote di bimbi e piene di capelli bianchi, ricordando che “il calo dei nati è particolarmente accentuato per le coppie di genitori italiani” che nel 2017 hanno generato 358.940 bambini, 121 mila in meno rispetto al 2008. Questa ritrosia ha molte ragioni, ma fondamentalmente una. Gli italiani hanno imparato, e non da oggi, che l’Io viene prima dell’Altro. Prima gli italiani, perciò. Poi i figli.




























