Etichettato: the walking debt

Cronicario: La bolla che si sgonfia fa più paura del Bottocoin

Proverbio del 6 febbraio Sorridi alla vita e la vita ti sorriderà

Numero del giorno: 2,3  Percentuale inflazione nell’area Ocse a dicembre 2017

Ora, e lo dico col massimo rispetto, ma chissenefrega di Bitcoin? Che il Bottocoin fosse nell’aria, oltre che nelle cose, il vostro Cronicario ve l’aveva già detto il 16 gennaio scorso, quando la moneta virtuale (ma fregatura molto reale) stava ancora intorno ai 12.000 dollari, provenendo nientemeno che da quota 20.000, e da allora si è dimezzata. Oggi è scesa sotto i 6.000 dollari e quel quel fenomeno di Roubini, passato alla storia come l’economista che aveva previsto la crisi del 2008 (ma solo perché gli altri preferivano non pre-vedere), ha detto che Bitcoin ormai somiglia ai dinosauri, preconizzandone quindi l’estinzione, e di prevedere (daje) che arriverà presto a 5.000.

Figuratevi adesso a chi importa che Bitcoin faccia il botto in un momento in cui la borsa Usa prende uno schiaffone di oltre il 4% come quello di ieri che non si vedeva dai bei tempi bui della crisi. Nel caso vi domandaste perché i timori e i tremori della borsa Usa si comunicano con la velocità dei terremoti all’Europa e all’Asia, che stamane hanno scavato dei bei buchi nella loro capitalizzazione, date un’occhiata a questo grafico. E’ del 2017 ma rende l’idea.

In un mondo in cui oltre la metà del valore di borsa si fa negli Usa è vagamente illusorio pensare che la tremarella americana non la pagheremo tutti. Ma attenzione a scomodare la paura della bolla che si sgonfia, che sicuramente fa capolino come un fungo dopo la pioggia nelle nostre testoline affaticate dal rumore di fondo delle news. E’ in azione una brutta bestia che fa molti più danni del pssss delle bolle che si bucano. Una bestiaccia sempre troppo poco riconosciuta: la volatilità.

Ora ve lo spiego. Prima però portiamo un po’ di realtà nella fantasia. Gli espertoni che vivono di contabilità hanno calcolato che con ieri si è interrotto un periodo durato 312 giorni, il più lungo della storia borsistica Usa, durante il quale non si sono mai visti ribassi superiori al 3%. In pratica le azioni hanno corso, incespicando ogni tanto ma senza cadere mai davvero, col risultato che la giornataccia di ieri ha portato il guadagno delle borse Usa al 23% rispetto a un anno fa. Ora, se voi aveste guadagnano il 23% in un anno su uno qualunque dei vostri asset, non vi verrebbe voglia di venderlo?

Ora a voi magari no, però a molti sì. Ed ecco che improvvisamente i mercati diventano elettrici e arriva la volatilità. Ogni stormir di fronde è un pretesto per scappare col malloppo – la storia dell’aumento dei salari Usa e della paura dell’inflazione (e dei rialzi Fed) che vi stanno propinando in ogni salsa per giustificare il crollo è credibile almeno quanto quella che il calo dipenda dal vostro mal di pancia – pure al costo dei circa 4.000 miliardi che la stampa sensazionalistica calcola siano andati perduti in capitalizzazione globale in questi giorni di vendite, sempre trascurando di far notare quanto le borse siano cresciute prima. Chissà perché le perdite fanno più notizia dei guadagni.

La volatilità prosciuga le borse e produce occasioni d’oro sotto forma di titoli rinsecchiti dal fortunale. Detto in altre parole: i fessi perdono e i furbi guadagnano. Se avete paura della bolla che si sgonfia, a fronte di fondamentali ancora solidi della mitologica economia reale e pure in presenza di notevoli storture di quella finanziaria (a cominciare dal livello esagerato dei debiti), avete già deciso da che parte stare. La volatilità, che molti osservatori prevedono in crescita nel 2018, farà strame dei vostri preziosi soldini. E state pur certi che qualcuno comprerà a basso costo quello che avete comprato a caro prezzo. Bitcoin compresi.

A domani.

Il minidollaro fa bene anche agli investimenti globali

Un paper recente della Bis (“The dollar exchange rate as a global risk factor: evidence from investment”) aggiunge un altro tassello alla nostra comprensione degli effetti della svalutazione del dollaro sull’economia internazionale. Abbiamo già osservato alcune singolarità collegate al commercio, notando come la svalutazione del dollaro possa generare un miglioramento degli scambi, pure se al costo di un maggior deficit commerciale Usa. Adesso il paper della Bis ci consente di osservare gli effetti sul canale finanziario, che in qualche modo è il complemento di quello commerciale, ma sul quale le oscillazioni valutarie hanno effetti profondamente diversi.

L’impatto, infatti, si osserva sul canale degli investimenti e in particolare per le economie emergenti, che hanno forti esposizioni denominate in dollari, sia bancarie che obbligazionarie, ormai arrivate a più di 3.500 dollari.

In particolare lo studio osserva la relazione fra la forza del dollaro, i flussi transfrontalieri di credito bancario e gli investimenti reali. Gli autori hanno svolto alcuni esercizi empirici al termine dei quali hanno riscontrato che un rafforzamento del dollaro è associato con una crescita minore dei prestiti bancari internazionali denominati nella valuta Usa e a una diminuzione degli investimenti reali nei paesi emergenti. Come si può osservare dalla tabella, che riporta le statistiche bancarie nei primi tre quarti del 2017, i prestiti in dollari verso le economie emergenti, Cina in testa, sono cresciuti regolarmente. E nel 2017 è noto che il dollaro si è molto indebolito nei confronti delle principali valute.

E mentre questo accadeva cresceva la quota di debiti denominati in dollari complessiva, ormai superiore agli 11 trilioni.

Un’evidenza che conferma la regola empirica osservata nella studio secondo la quale “quando il dollaro si deprezza rispetto alla valuta di un determinato paese, i residenti di quel paese tendono a prendere in prestito più dollari”. Tale regolarità si basa su alcuni driver che riguardano sia la domanda di dollari che l’offerta. La prima viene influenzata dalla circostanza che prendere a prestito in dollari che si svalutano, avendo obbligazioni in valuta locale, rende più forte il bilancio del debitore. Al tempo stesso i creditori, notando il rafforzamento della posizione di bilancio del debitore conseguente alla svalutazione del dollaro, possono essere spinti a prestare ancora di più. La concretezza di questo canale finanziario, collegato alle oscillazioni valutarie, viene documentata in diversi studi che la Bis passa in rassegna e sviluppa ulteriormente, arrivando alle conclusioni che abbiamo già detto.

Sottolineare che l’apprezzamento del dollaro scoraggia gli investimenti nelle economie emergenti è di sicuro una notevole indicazione di policy che dovrebbe essere tenuta in considerazione in un momento in cui si parla di guerra valutaria. Specie considerando che “nell’impatto netto dell’attività economica generale, il canale finanziario attualmente domina il tradizionale canale commerciale”. Come dire: si fanno grandi discussioni sulla bilancia delle merci, ma poi il problema sta altrove. Un calo degli investimenti fa più male dei benefici che possono arrivare dal commercio. I sostenitori delle svalutazioni competitive farebbero bene a ragionarci sopra.

Cronicario: L’IPhone X non ti fa rispondere al telefono, però ti riconosce

Proverbio del 5 febbraio  Per innalzare una muraglia devi mettere pietra su pietra

Numero del giorno: 57,7 Indice Pmi servizi Italia a gennaio. Top da giugno 2006

Ora vi dovrei dare una notizia seria ogni tanto, come ad esempio l’offerta incredibile che Broadcom ha messo sul piatto per acquisire Qualcomm, in una delle battaglie più epiche nel mondo misterioso dell’industria dei semiconduttori. Per dire: 121 miliardi di dollari, che sono 82 dollari per azione a fronte dei 70 proposti e rifiutati a novembre, oltre all’accollo di 25 miliardi di debiti che fanno 146 miliardi tondi. Una roba mai vista. Ma d’altronde sia l’acquirente che l’acquisito, ammesso che accetti, sono due giganti del settore e il fatto che queste notizie volino basse nell’attenzione generale è solo la dimostrazione che siamo distratti da ben altro.

Dovrei darvi ‘sta notizia seria ogni tanto, dicevo, specie considerando che Qualcomm è finito davanti al bazooka della cattivissima commissaria europea Margrethe Vestager, che gli ha inflitto una multarella delle sue (997 milioni) per aver pagato suon di miliardi ad Apple per convincerla a comprare i suoi chip a danno di altri. Salvo poi litigare furiosamente con la stessa Apple. Ed è stata l’apparizione di Apple nelle cronache Qualcomm a far naufragare, come i tre quarti delle mie buone intenzioni, l’idea di fare un pezzo serio.

Eppure l’intenzione c’era tutta. Stavo persino leggendo il serissimo Financial Times, giornale notoriamente noioso e cattivissimo a differenza del Cronicario, e improvvisamente mi è apparsa la notizia del giorno: il telefono dell’IPhone X non funziona. No aspettate: non vi sto dicendo che avete speso mille e chissà quanti euri per niente. Avete innanzitutto la soddisfazione che il vostro telefono vi riconosca come un cagnolino. E se questa gioia la dovete pagare col prezzo di qualche telefonata persa perché non vi appare subito la chiamata che volete che sia? D’altronde solo un troglodita usa ancora il telefono quando si può comunicare in silenzio.

Ora questa cosa del telefono farlocco è capitata a qualche centinaio di utenti, che evidentemente non hanno capito che il ritardo nell’arrivo delle chiamate non è un baco ma una funzione del super intelligente IPhone X che individua gli scocciatori prima dell’ignaro ricevente e li silenzia. Apple ha preferito tenere segreta questa informazione, che il Cronicario vi rivela in esclusiva internazionale, e ha liquidato la cosa dicendo che farà approfondimenti. In compenso il grande capo di Apple ha annunciato il migliore trimestre della storia di Apple (il quarto del 2017) con l’IPhone X che “ha superato le nostre attese”. Che non dovevano essere alte se alla fine Cupertino ha venduto 77,3 milioni di IPhone, l’1% in meno rispetto al quarto trimestre 2016. Subito purgata dalla borsa, Apple pensa di rifarsi tirando fuori un altro sistema operativo per gli smartphone, tre nuovi Mac e altre tre IPhone entro il 2018. Così dicono i bene informati. Ormai per meno di tre modelli alla volta Apple neanche si scomoda. Ma la vera svolta di Apple non arriva dall’IPhone: arriva da Mister T.

Con la riforma fiscale Apple ha già fatto sapere che rimpatrierà una quarantina di miliardi dall’estero e creerà un ventimila posti di lavori negli Usa oltre che un nuovo campus. Quindi se il telefono non funziona, pazienza: hanno molto da fare a Cupertino. A proposito di Mister T. Oggi la Bce se è uscita con una delle sue perle secondo la quale la riforma fiscale di Trump, sempre quella, rischia di provocare una corsa al ribasso delle aliquote fiscali internazionali, erodendo le basi imponibili in anche in Europa.

Un modo forbito per dire che Mister T. rischia di provocare una diminuzione delle tasse anche da noi. Fosse vero potrei pure cambiare pettinatura.

A domani.

I tassi bassi? Dipendono anche dal fisco

Un paper molto interessante pubblicato dal NBER, (“Are interest rates really low?”) solleva una questione usualmente poco considerata nei ragionamenti degli esperti sul livello dei tassi di interesse, ossia l’influenza che la politica fiscale ha sul rendimento delle obbligazioni, a cominciare dai titoli di stato. Usualmente siamo abituati a calcolare i rendimenti (yield) depurando il tasso di inflazione dal tasso nominale. O almeno questa è la congettura alla base di gran parte della modellistica che sussume le decisioni di politica monetaria e le analisi dei policy maker. Non si tiene conto, vale a dire, dell’influenza che la tassazione ha sui rendimenti effettivi che vanno in tasca ai creditori.

La questione non è di poco conto. Trascurare gli effetti del fisco sui rendimenti rischia di falsare l’analisi dell’efficacia delle decisioni di politica monetaria. Se la banca centrale tiene i tassi a un certo livello, tentando di “indovinare” il tasso naturale di interesse, che come sappiamo è una congettura utile a stimare il livello di attività dell’economia, ma i suoi modelli non tengono conto dell’effetto della tassazione sui rendimenti, si possono fraintendere i segnali che arrivano dal mercato, che al contrario tiene conto dei rendimenti più che del livello dei tassi, e quindi fare scelte di policy errate. E soprattutto si rischia di avere una percezione falsata del livello effettivo dei tassi.

Gli autori insistono proprio su questo punto. “Contrariamente alla comune percezione – scrivono – gli investitori obbligazionari non hanno subito tassi di interesse inusualmente bassi durante e dopo la grande recessione del 2008. Ciò in quanto gli investitori tassabili (non tutti lo sono, ndr) devono pagare le tasse sui rendimenti nominali, prima che l’inflazione riduca i loro guadagni reali sul tasso di interesse”. I calcoli degli autori mostrano che i Treasury Usa a lungo termine “non sono stati meno attrattivi per gli investitori tassabili nel 2016 rispetto al 2006”. Tutt’altro. Nel 2016, infatti, il rendimento reale dopo le tasse è stato dell’1% a fronte dello 0,5% del 2006. Quindi non è neanche vero, come siamo portati a credere, che i rendimenti siano inusualmente bassi. Nel 1976 erano addirittura negativi per l’1,7%, erano allo 0,6% nel 1966 e addirittura allo 0,8% nel 1956. I rendimenti del 2016 sono bassi rispetto al 2,4% del 1996 e al 2,9% del 1986. Ma come si vede l’idea corrente che oggi i tassi siano a livello inusualmente basso “sembra esagerata”.

Questa esagerazione, che appartiene sicuramente al sentire comune di tanti di noi, certo non incanta gli investitori più sofisticati, osservano gli autori, e questo scardina un altro luogo comune assai diffuso nel nostro discorrere, ossia che il livello basso dei tassi generi quella “fame di rendimento” che spinge gli investitori a rischiare di più. Il “search for yield”, come si chiama, esiste di sicuro. Ma non è più pressante di quanto sia stato in passato. Dovremo trovare altrove i segnali dell’eccezionalità del nostro tempo. Uno ce lo suggerisce il governatore della banca di Spagna, che qualche giorno fa ha parlato delle sfide di fronte alle quali si trovano le banche centrali. Le BC hanno moltiplicato per quattro, nel caso del Giappone addirittura per cinque il proprio bilancio, che ormai pesa il 40% del pil dell’eurozona per la Bce (4,4 trilioni di euro), il 24% del pil per la Fed (4,4 trilioni di dollari) e quasi il 100% del pil per il Giappone (5,2 trilioni di yen). Questo, a differenza dei tassi bassi, è una novità assoluta.

Cronicario: Perdere 500 miliardi di mattone e vivere (in)felici

Proverbio dell’1 febbraio Il rimedio contro i tempi avversi è la pazienza

Numero del giorno: 145 Kg di cibo che ogni italiano getta nella spazzatura ogni anno

A chi dice che noi italiani siamo vagamente incazzati, vorrei ricordare che abbiamo avuto un lustro (a dir poco) vagamente depressivo e che, come se non bastasse, ce lo ricordano pure ogni giorno.

Ora vorrei dire a questi signori che se siamo sicuri esperti del piagnisteo dipende pure dal fatto che, oltre a essere dotati di un certo talento melodrammatico, abbiamo visto la nostra economia praticamente investita da un meteorite proprio mentre iniziavamo a credere di avere i superpoteri. Mi chiedo come avrebbero reagito – chessò – gli inglesi, maestri di aplomb, se avessero perduto più di 500 miliardi di ricchezza abitativa in cinque anni.

Bene, a noi è successo, e precisamente fra il 2011 e il 2016, come ci racconta Istat in una release molto istruttiva che mostra come la crisi abbia tosato notevolmente la nostra ricchezza patrimoniale, abitazioni in testa.

E siccome le famiglie sono le grandi proprietari di case, nel nostro paese, finisce che buona parte di questo dimagrimento coatto lo hanno subito loro. Parliamo di 350 miliardi buoni.

Ci sta che siamo un filo incazzati, che dite? Ma siccome non vedo nessuno che marcia per le strade con le chiavi di casa in mano, ne deduco che il nostro buon carattere mediterraneo abbia avuto il sopravvento. Della roba in fondo ce ne infischiamo, basta che abbiamo sole, cuore& amore.

Oddio, in effetti nel 2011 eravamo un filo più soddisfatti. Ma è questione di decimali. Abbiamo perso 500 miliardi di ricchezza abitativa – e vi faccio grazia del resto – e francamente ce ne infischiamo. Sono vagamente fiero di noi. Mi chiedo se non dipenda dal dettaglio che complessivamente la nostra ricchezza patrimoniale (esclusa quella finanziaria) nel 2016 abbia superato i 9,5 trilioni, l’84% dei quali sono immobili. Siamo un popolo di palazzinari (in)felici. Forse il buonumore viene alimentato dalla circostanza che il robusto dimagrimento dal 2012 sia stato più che compensato dal robustissimo incremento del valore del nostro patrimonio abitativo a partire dal 2001, quando inizia la serie. Il calo del valore delle abitazione dell’8,1% rispetto al 2011 non impedisce che il valore cumulato dal 2001 al 2016 sia cresciuto del 76%, passando da 3.268 miliardi a 5.738. Fino al 2008 crescevamo al ritmo del 9%. Questo mentre i nostri redditi andavano così:

Quindi al momento del picco dei nostri valori abitativi, i redditi avevano già perso quasi il 10% rispetto al livello del 2003. Vi sembra strano che il mattone sia dimagrito? A me sembra strano che sia ancora in piedi.

A domani.

 

Il minidollaro può far bene al commercio internazionale

Alcune circostanze rendono curioso il dibattito che si è sviluppato ai piani alti dell’economia e della politica internazionale, culminato nei timori di una nuova guerra valutaria che in qualche modo l’amministrazione Trump rischia di alimentare, se non addirittura provocare, con le politiche di indebolimento del dollaro associate alle restrizioni commerciali. A Davos sono risuonate le parole preoccupate dei banchieri centrali europei e Trump ha ribadito che la sua politica metterà al primo posto l’America, anche se temperando tale volontà col desiderio di collaborare con gli altri partner. Questo scenario, tuttavia, trascura alcuni fatti che sembrano contraddire la vulgata che collega l’indebolimento del dollaro al miglioramento del commercio Usa, talché all’amministrazione conviene perseguirlo pure se al costo di conflitti valutari coi partner.

Il primo elemento lo ha fornito il Fmi, che ha presentato il suo World economic outlook proprio a Davos nei giorni scorsi dal quale si osserva che nel 2017 il commercio internazionale è stimato sia aumentato del 4,7%, più della crescita globale e le proiezioni sono superiori al 4% anche per quest’anno e il prossimo, pure se con ampi caveat relativi ai rischi collegati proprio all’aumento delle barriere commerciali. Il secondo elemento l’ho ricavato dal Sole 24 ore che ha pubblicato questo grafico molto istruttivo sulla svalutazione del dollaro dal momento dell’insediamento di Trump, quindi dalla fine del 2016.

Chiunque segua le cronache ricorderà sicuramente i continui moniti che l’amministrazione Trump ha rivolto al mondo, e ribaditi anche nell’ultimo intervento a Davos del presidente, sulla volontà americana di avere un commercio equo con i partner, evidentemente reputati non abbastanza onesti nella competizione. Aspirazione legittima che sussume un atteggiamento poco rassicurante, se la si associa alla svalutazione sofferta del dollaro nell’ultimo anno e alle ultime cronache sui dazi decisi dagli Usa su pannelli solari e frigoriferi.

Ma la terza osservazione è forse la più interessante. Malgrado la grande attenzione che l’amministrazione Usa ha dedicato al commercio internazionale sin dal suo insediamento, nonostante la svalutazione del dollaro e adesso pure i dazi, il saldo commerciale non è mai stato così negativo negli ultimi mesi.

Questa evidenza, a meno di non voler accusare la sfortuna, lascia ipotizzare che il saldo commerciale statunitense abbia dinamiche appena più complesse di quelle che fanno semplicemente riferimento al tasso di cambio. La forte svalutazione del dollaro verso l’euro, per fare l’esempio più vicino a noi, non ha per esempio impedito all’Italia di realizzare una crescita dell’export verso gli Usa di circa il 10% nel 2017 rispetto al 2016 e addirittura di oltre il 17% a dicembre 2017 rispetto allo stesso mese del 2016.

Se allunghiamo lo sguardo sul saldo commerciale Usa nell’ultimo decennio troviamo un altro elemento suggestivo che arricchisce la nostra osservazione e il nostro ragionamento.

In sostanza il saldo commerciale Usa migliora drasticamente, arrivando a dimezzarsi il deficit, solo fra la fine del 2008 e il 2009, quando il commercio internazionale conosce il suo collasso peggiore, proprio in corrispondenza di una ripresa del dollaro, che si apprezza in corrispondenza del  flight to quality verso gli asset Usa generato dalla crisi.

Se uniamo i puntini, queste evidenze ci consentono di delineare una congettura vagamente contro intuitiva relativamente al rapporto che lega il valore del dollaro al saldo commerciale Usa e al commercio internazionale, che potremmo semplificare così: un dollaro debole peggiora il saldo commerciale Usa e insieme favorisce il commercio internazionale. Se così fosse, svalutare il dollaro servirebbe poco al commercio Usa, ma sarebbe positivo per il commercio internazionale, che infatti è cresciuto l’anno scorso malgrado le restrizioni non siano certo diminuite. Merito della ripresa, certamente, ma forse anche della particolare configurazione del commercio internazionale, dove il dollaro gioca un ruolo pressoché unico.

Proprio di questo parla un recente paper diffuso dalla Bis, la Banca dei regolamenti internazionale di Basilea, che si basa sull’osservazione del ruolo crescente giocato dalla catene globali di valore (Global value chain, GVC) nel commercio internazionale dove si intersecano due temi dove il dollaro gioca un ruolo determinante: quello finanziario, legato ai capitali necessari per far funzionare le esportazioni, e quello più spiccatamente commerciale, visto che molte transazioni sono denominate in dollari. “Il risultato dell’interazione di questi due i temi è che il tasso di cambio del dollaro
risulta come determinante dell’attività delle GVC. In particolare, un dollaro più forte è associato a un credito più rigido e a condizioni e attività di GVC ridotte. Di conseguenza, le esportazioni da un’economia emergente possono cadere quando la sua valuta si deprezza contro il dollaro”. Insomma, il canale finanziario del commercio internazionale espresso in dollari ha un’importanza rilevante, provocando effetti addirittura contrari a quelli che siamo abituati a considerare. “Paradossalmente, una valuta più debole rispetto al dollaro potrebbe in realtà servire a smorzare i volumi commerciali, piuttosto che stimolarli”. La svalutazione del dollaro, insomma, fa bene al commercio internazionale e al tempo stesso peggiora il saldo commerciale Usa, anziché migliorarlo come si potrebbe credere. E’ una congettura certo. Ma sarebbe saggio prenderla in considerazione prima di parlare di minacciare guerre valutarie. Si rischia di far danni e per giunta inutilmente.

I consigli del Maître: Il mistero sugli effetti della svalutazione Usa e la cannabis canadese

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il dollaro debole? Forse fa bene ai commerci. Le polemiche seguite all’intervento di Draghi che senza troppi giri di parole ha ricordato che le svalutazioni competitive sono fuori dalle regole del Fmi, riferendosi chiaramente agli statunitensi, hanno acceso un faro sulla notevole svalutazione della valuta Usa da quando si è insediato Trump.

L’idea che una svalutazione, in questo caso del dollaro, avrebbe dovuto favorire l’export Usa, fa a pugni però con la realtà dei numeri.

E se guardiamo all’andamento del nostro export commerciale verso gli Usa, ne abbiamo piena conferma.

Sembra proprio che la svalutazione del dollaro abbia giovato al commercio internazionale, anziché danneggiarlo e che ciò abbia favorito i paesi a valuta forte, tutto il contrario di quello che suggeriscono i manuali di economia. Come mai? Uno studio della Bis ipotizza che per il dollaro, che non è una valuta come tutte le altre visto che nomina gran parte delle transazioni commerciali, il canale finanziario giochi un ruolo importante. Al punto che una dollaro debole favorisce i commerci anziché deprimerli. Tutto il contrario di quello che insegnano i manuali. Che a questo punto forse dovrebbero essere rivisti.

Economia della cannabis canadese. L’istituto statistico canadese ha rilasciato una interessante release che fornisce per a prima volta un ordine di grandezza sull’economia della cannabis, che pur essendo illegale nel paese, a meno che non sia per uso medico, esprime un giro d’affari tre volte più grande di quello del tabacco e gareggia quello della birra. Ciò dipende da fatto che, a differenza di tabacco e birra, che vengono importati, la cannabis canadese viene prodotta in gran parte in casa, per un valore della produzione stimato di 3,4 miliardi nel 2014, diminuito a 3 miliardi nel 2017 ma solo perché nel frattempo si sono abbassati i prezzi. All’inizio della serie statistica, nei primi anni ’60, non era così: il Canada importava dall’estero il 40% della sua canapa illegale, oggi siamo appena all’8%. Il fenomeno del consumo di canapa riguarda 4,9 milioni di persone che nel 2017 hanno speso circa 5,7 miliardi per consumare questo prodotto, il 90% di costoro per scopi ricreativi, ossia non medicali, e quindi fuori dalla legge. La spesa per alcool è stata di 22,3 miliardi e per il tabacco di 16 miliardi. Ma questi due settori, a differenza di quello della canapa, generano introiti per il fisco. Ciò malgrado il consumo di canapa sia cresciuto in media del 6% fra il 1961 e il 2017 e la produzione di oltre il 7%.

Il razzismo delle paghe Usa. La Fed ha rilascia una interessante ricognizione che mostra come persistano a distanza di quarant’anni grandi gap notevoli fra le retribuzione delle persone di colore e i bianchi negli Stati Uniti. Il gap è più ampio fra gli uomini rispetto alle donne, e non accenna a diminuire. I maschi neri guadagnano in media un quarto in meno rispetto ai bianchi e tale differenza non si riesce a spiegare con nessuno dei parametri usati nelle normali analisi econometriche sui mercati del lavoro.

Forse la spiegazione più semplice – una questione di razzismo – è quella che non si può dire.

Le ore di lavoro degli italiani. Eurostat ha diffuso i dati delle settimana lavorativa degli europei, con contratti a tempo indeterminato dalla quale emerge che l’Italia è penultima dopo la Danimarca per ore di lavoro totali.

Ora il problema non ci sarebbe se compensassimo il numero delle ore con una produttività più elevata. La settimana più lunga ce l’hanno i britannici. Per fortuna adesso hanno deciso di lasciare la Ue.

Ecco perché l’euro è tornato a crescere sul dollaro

E se fosse tutta una questione di fondamentali? Il brusco apprezzamento dell’euro sul dollaro, che gli analisti hanno imputato al clima politico che da un annetto spira di là dall’Atlantico, forse è debitore degli andamenti macroeconomici assai più di quanto non dipenda dalla cattiva digestione dei politici, e in particolare quelli statunitensi che nei giorni scorsi hanno voluto far credere prima di essere contenti che il dollaro si indebolisse, suscitando le proteste dei banchieri centrali europei, e poi sono tornati al più confortevole ritornello, tipicamente yankee, di volere un dollaro forte.

Ma forse ai giorni nostri, ad alto tasso di internazionalizzazione dei capitali, i desiderata politici sono anch’essi ostaggio delle quantità economiche che miriadi di operatori compulsano freneticamente per decidere cosa comprare. E siccome anche il cambio obbedisce alla legge della domanda e dell’offerta, se gli acquirenti comprano più Europa che Usa, ecco che il cambio ne risente né più né meno di come accadrebbe se invece della valuta fossero sul piatto due diversi tipi di autovetture.

La domanda quindi da porsi è: gli acquirenti hanno più ragione di chiedere euro rispetto a dollari di quante ne avessero in passato? A guardare i dati qualche ragione in più sembra proprio ce l’abbiano. Una recente pubblicazione dell’European political strategy centre, pensatoio di stanza presso la Commissione Ue, fornisce alcuni elementi che confortano l’ipotesi secondo la quale l’Europa va bene, per certi versi meglio degli Usa, e questa è una ragione sufficiente a spiegare la forza dell’euro rispetto al dollaro. Vi do giusto alcuni numeri su cui riflettere. Il primo riguarda la crescita reale, che nell’UE a 27 è stabilmente intorno al 2% dal 2014, sorpassando con ciò sia il Giappone che gli Usa, con prospettive buone anche per quest’anno e il prossimo. L’andamento soddisfacente dell’indice PMI, che ha raggiunto il suo massimo nel 2017, conferma la ripresa degli investimenti, più robusta di quella Usa.

L’UE a 27 si conferma anche più attrattiva per gli investimenti diretti dall’estero rispetto agli Usa (424 miliardi nel 2016 versus 391 per gli Usa), ma soprattutto l’Unione si conferma una superportenza dell’export, con un valore che vale il 50% del pil, 30 punti in più rispetto ai partner Usa.

A ciò secondo gli esperti hanno contributo i 45 accordi di commercio che l’Ue ha concluso con 76 paesi che hanno molto favorito le esportazioni. Questo risultato ne porta con sé un altro che insidia uno dei grandi primati del dollaro (e che concorre al suo successo): l’utilizzo come valuta internazionale per scambi commerciali e finanziari. Il 36% dei pagamenti globali sono ormai conclusi in euro a fronte del 39% in dollari. Il dollaro è ancora sul podio, ma c’è un concorrente di tutto rispetto.

Notate che nel dicembre 2012 l’euro aveva già sorpassato il dollaro come quota sui pagamenti globali ma poi era intervenuta la crisi dell’euro che solo un paio di anni dopo ha iniziato a mitigare i suoi effetti. L’Ue ha pure notevolmente migliorato la propria produttività, raggiungendo il livello di Usa e Giappone, e gode di una posizione fiscale invidiabile, con un debito del governo assai inferiore al 100% del pil (83%), a differenza di quanto accade negli Usa (108%) e soprattutto in Giappone (240%) nel 2017. Migliorato drasticamente anche il tasso di occupazione, che dal 2013 ha superato quello Usa grazie alla creazione di 9 milioni di posti di lavoro che si prevede saranno 12 nel 2019.

Insomma se è vero che l’Europa è tornata, come si intitola icasticamente lo studio degli esperti di Bruxelles, la forza dell’euro trova molte ragioni in questi andamenti, anche se certo bisogna ricordare un paio di circostanze. La prima è che l’euro non è la valuta dell’UE a 27 ma solo quella dell’UE a 19, anche se di sicuro la valuta europea gioca un ruolo importante nei paesi europei che non l’hanno adottato. Peraltro non è chiaro quali saranno le conseguenze dell’uscita dell’UK dall’UE. Di questo lo studio non parla e d’altronde sarebbe chiedere troppo a un pensatoio che ama l’Europa per mestiere. Ma pure al netto di queste avvertenze, i progressi dell’area europea sono visibili e innegabili. E quanto pare i mercati ne sono consapevoli.

La crisi del mattone? Conta pure il pre-giudizio dei proprietari

Gli amanti delle quantità osservabili, fra i quali s’iscrivono d’ufficio anche gli economisti, guardano con una certa difficoltà a ciò che si fatica a impacchettare in un modello matematico. Per costoro, far riferimento a categorie sfuggenti come il giudizio, l’umore, la percezione e cose simili svilisce il rigore formale al quale ambiscono e così dimenticano, specialmente gli economisti, che sono amenità siffatte a informare il nostro essere uomini e quindi il nostro agire economico. Per un Keynes che è riuscito a far digerire agli economisti un concetto tutto sommato banale come quello delle aspettative, ci sono milioni di economisti formali che storcono il naso quando ad esempio si prova a capire, come ha fatto di recente la Fed di Boston, quanto i giudizi confusi sui valori immobiliari di proprietà impattino negativamente sull’economia reale e quella finanziaria. Per noi italiani la questione dovrebbe riservare un sicuro interesse. Specie adesso che gli ultimi dati Eurostat hanno certificato che l’andamento deludente dei nostri corsi immobiliari, in decrescita anche a novembre sia su base congiunturale che tendenziale, sia una nostra poco felice peculiarità, visto che nell’eurozona i prezzi sono saliti in media di oltre il 4%. Le domande che dovremmo porci sono semplici: aldilà dei fondamentali quanto pesa la percezione sbagliata dei nostri valori immobiliari sulla circostanza che questi ultimi abbiano andamenti poco soddisfacenti? E soprattutto che influsso ha tale cattiva percezione sul comportamento della domanda e dell’offerta?

In attesa che qualcuno risponda con una ricerca analitica dedicata al nostro paese, possiamo farcene un’idea scorrendo quella della Fed, che ha il pregio di quantificare qualcosa – sempre economisti sono – e soprattutto di far venire dei dubbi in un mondo che millanta troppe certezze. E dubitare del nostro giudizio quando valutiamo la casa in cui abitiamo è un atto di puro buon senso, visto che su tale valutazioni tendiamo a costruire importanti decisioni di consumo, risparmio e investimento. Ad esempio quando pensiamo di comprare una nuova abitazione, il primo passo è fare una valutazione della nostra per capire quale sia la base di partenza. Quindi ciò che pensiamo della nostra proprietà condiziona la ricerca di quella nuova. Tutto ciò è perfettamente naturale. Il problema è che è altrettanto naturale, almeno secondo quanto racconta la Fed, che tendiamo a sbagliarci. Gli autori, infatti, mostrano che nel periodo 1984-2013, circa la metà delle famiglie americane censite nel campione ha sistematicamente calcolato male il vero valore attuale della propria casa. Il 25% di queste famiglie lo ha sottovalutato dell’11% o più, mentre il 25% lo ha sopravvalutato di almeno il 9%. Il problema nasce dal fatto che poi la teoria economica, semplificando come fa su ogni cosa, genera equivoci. La maggior parte degli studi sulle scelte nella gestione dei portafogli individuali, infatti, presuppone che le famiglie abbiano una conoscenza accurata del valore di mercato della loro casa, e quindi non considerano in che modo le convinzioni imprecise sui valori delle case potrebbero distorcere le altre scelte di portafoglio.

Introdurre la realtà nella congettura della perfetta conoscenza del valore dei propri asset conduce al alcune scoperte poco gradevoli. Ne elenco solo alcune perché in fondo è il principio che è interessante prima delle sue conseguenze quantificabili. La prima scoperta interessante è che quelle famiglie che hanno acquistato una casa durante periodi in cui i prezzi delle case sono in calo tendono a sottostimare il valore della loro casa, mentre le famiglie che hanno acquistato una casa durante periodi di crescita positiva dei prezzi delle case tendono a sopravvalutare il valore della loro casa. Inoltre i valori soggettivi delle case, sottostimati o sopravvalutati che siano, tendono a rimanere fermi per circa sei o sette anni, in media. Quindi le famiglie rivedono solo raramente le loro convinzioni sul valore di mercato della casa. E anche la durata del possesso influenza la correttezza delle valutazioni. All’inizio, infatti, i proprietari tendono a conoscere con precisione il valore dell’abitazione, se non altro perché l’hanno comprata. Ma poi l’informazione, che ha un costo di aggiornamento come ogni cosa, tende a sbiadire e con essa il nostro giudizio.

Oltre a questi aspetti ce ne sono altri, che non vanno ignorati: l’influenza sulle altre scelte di investimento. “Un aumento dell’1% nella misura dell’errata percezione dei prezzi delle abitazioni riduce la quota media di altre attività rischiose dell’1,76% per tutte le famiglie, una diminuzione media di 4,56 per i partecipanti al mercato azionario e una diminuzione media del consumo non domestico del 2,72%. Un aumento dell’1% della sopravvalutazione porta, in media, a una diminuzione del 7,91% della probabilità di investire nel mercato azionario”. Ed ecco come il giudizio sbagliato influenza l’economia finanziaria e quella reale. Anche qui, non è tanto la correttezza dei numeri che interessa, ma il loro significato.

Se torniamo a guardare al mattone italiano è esercizio di puro buon senso chiedersi in che misura la nostra stagnazione immobiliare dipenda dai pre-giudizi dei proprietari. In attesa che qualcuno faccia i conti, contentiamoci di chiedercelo. Già è un notevole passo in avanti.

Perché all’Italia serve una strategia per esportare più servizi

Siamo in campagna elettorale, mi dico, e le cronache dimostrano con quanta facilità i nostri politici promettano le cose più fantasiose per accaparrarsi un voto, salvo poi dimenticarsene subito dopo. E poiché promettere è gratis, mi aspetterei di trovare uno qualunque di costoro almanaccare le folle con un giuramento solenne: venderemo più servizi e così facendo miglioreremo non solo la nostra posizione estera, ma anche la nostra produttività. Troppo complicato? Ok, proviamo così: dobbiamo migliorare i nostri servizi per avere un’economia più moderna e maggior benessere.

Purtroppo di tale argomento non trovo traccia nel nostro dibattito elettorale, che ha poche idee ma confuse su roba tipo flat tax, euro, pensioni, e altre amenità ma si guarda bene dall’osservare la realtà aldilà dei (presunti) desideri di chi vota. Un vero peccato perché la realtà offre tantissime occasioni di riflessione che purtroppo molto difficilmente riescono a guadagnarsi la ribalta della pubblica attenzione, completamente invasa dalle notizie futili. Come accade alla moneta, l’informazione cattiva scaccia quella buona.

Vale la pena tuttavia fare un tentativo assolutamente inattuale come in fondo è tutto questo blog. E per l’occasione decido di servirmi di un grafico pubblicato sull’ultimo bollettino economico di Bankitalia che contiene numerosissimi spunti di analisi.

Come si può osservare il saldo del conto corrente (linea nera) si è stabilizzato a poco meno del 3% sul pil da circa un anno. A questa stabilizzazione ha contribuito il saldo dei redditi primari, cresciuto nel corso del 2017, che ha compensato la diminuzione del saldo delle merci. Su quest’ultimo ha sicuramente pesato l’aumento della nostra bolletta energetica (linea rossa tratteggiata con i rombi) che come si può osservare si avvia a pesare il 2% del pil e peggiora da fine 2016, quando l’Opec e la Russia hanno inaugurato la politica dei tagli. Col petrolio ai livelli attuali non c’è da aspettarsi miglioramenti. Noterete che nel 2012 questa bolletta pesava il 4% del pil e se guardate alle quotazioni potete anche farvi un’idea di che livello di prezzi serve per arrivare grossomodo a questo risultato.

Pure ammettendo che il prezzo del petrolio rimanga ai livelli attuali, per mantenere il nostro livello attuale di saldo corrente, il cui attivo ci garantisce una importante stabilità finanziaria, dobbiamo continuare a esportare come stiamo facendo, e possibilmente anche meglio, sperare che i cambiamenti annunciati di politica monetaria impattino poco sui nostri investimenti esteri, dai quali dipendono i redditi primari, e soprattutto dovremmo provare a invertire alcune partite storiche sulle quali siamo ancora deficitari (lo eravamo anche sui redditi primari). La candidata naturale a questa inversione è quella dei servizi, visto che è improbabile cambiare segno a quella dei redditi secondari, dove si racchiudono ad esempio le rimesse degli immigrati.

L’economia dei servizi, peraltro, è quella dove si concentrano possibilità e aspettative di crescita. In un articolo pubblicato alcuni mesi fa trovo un grafico che rappresenta bene la situazione del nostro paese nel confronto internazionale.

Come si può osservare il nostro export di servizi pesa poco più del 2% del totale globale e non basta neanche a evitarci una posizione deficitaria. In sostanza mentre siamo i decimi esportatori al mondo di bene, non riusciamo a superare il quindicesimo posto in quella dei servizi che pesano circa il 18% del nostro export complessivo a fronte di una media internazionale del 23. Le prospettive, secondo Sace, sono tuttavia in miglioramento. L’istituto stima una crescita annua dell’export di servizi al 4,3% a fronte del 4% per i beni da qui al 2020. Dal 2019 il valore dell’export dei servizi, attualmente intorno ai 95 miliardi, dovrebbe superare i 100. Ma certo sarebbe interessante capire se oltre a questi andamenti “prevedibili” fosse possibile imprimere una spinta a un settore che si dimostra sempre più vitale nelle economie moderne. Peraltro sembra che abbiamo anche le carte in regola per provarci. Basti considerare che circa il 40% dei nostri attuali introiti sui servizi deriva dal turismo.

Tuttavia è chiaro che occorrerebbe una robusta analisi preliminare, per capire ad esempio dove si collochino i nostri deficit sui servizi – alcuni puntano l’indice sul settore finanziario – e quali potrebbero essere eventuali punti di forza da sviluppare, ricordando che i paesi emergenti, India e Cina in testa, stanno approfittando delle opportunità offerta dallo sviluppo digitale per far salire rapidamente la loro quota di export di servizi sul totale del loro commercio estero. Trattandosi in molti casi di produzioni ad alto valore aggiunto, peraltro, puntare sui servizi farebbe bene alla nostra produttività complessiva e quindi alla crescita.

Ecco, di tutto questo mi  piacerebbe si parlasse in campagna elettorale, almeno quando si parla del futuro del paese, invece che dell’ennesima bufala fiscale. Ma temo che dovrò rassegnarmi a parlare da solo.