Etichettato: the walking debt

Cronicario: Il balletto del petrolio e quello dei prezzi

Proverbio del 14 marzo Per una buona fame non esiste pane cattivo

Numero del giorno: 741 Inflazione % stimata in Venezuela dall’opposizione

Visto che la neve si è messa in mezzo facendo slittare il meeting tra la Frau e il Mister, e perciò dovremo aspettare venerdì per saperne qualcosa, torno alle ugge dell’economia spicciola per raccontarvi di quella bazzecola che s’aggira per l’Europa e il mondo come il classico fantasma ma strusciando rumorosissime catene.

L’inflazione, quindi, che notoriamente non esiste (semicit.) perché al massimo è inflazione indotta dall’aumento dei prezzi energetici. Sarà. Intanto però l’indice dei prezzi al consumo tedesco, cresciuto del 2,2% a febbraio 2017 sul 2016, mostra questi andamenti.

E soprattutto si osserva in crescita costante da dicembre. In Germania come altrove. In Spagna, per dire, siamo ormai vicini al 3%, negli Usa siamo stabilmente sopra il 2% e fra i paesi emergenti si segnala l’India, al 3,65%.

Certo, nessuno batte il 741% stimato in Venezuela. Ma mica per la cifra, quanto per il fatto che la cifra l’ha fatta l’opposizione, il che segna l’evoluzione naturale della statistica. Il cazzeggio politico.

A proposito di Spagna, l’Ocse, oggi la rilasciato la sua Survey. La Spagna sta meglio di prima, ma non vuol dire che stia bene. La crescita è ripartita

ma ancora i benefici si vedono poco sul versante dell’occupazione e del livello generale dei debiti, pubblici e privati, ancora molto elevati.

E’ interessante osservare invece il livello della tasse sul lavoro nel mercato spagnolo.

Ma non avevano fatto le riforme strutturali?

Ora però siccome il rialzo dei prezzi è dipeso dall’energia, mi domando sinceramente curioso se il fantasma che s’aggira per l’Europa verrà esorcizzato ora che il petrolio è crollato.

E soprattutto adesso che si è saputo che l’Arabia Saudita, infischiandosene bellamente dei tagli decisi a novembre dall’Opec ha aumentato la produzione a febbraio. Come andrà a finire? Ah saperlo. Intanto scopro con stupore che non è tutto inflazione quello che sta agitando il mondo. Ci sono persino prezzi che calano (a parte quelli del petrolio).

Già. Da quando è diventata legale il prezzo della cannabis è crollato. Smoke in the water (semicit.).

A domani

La Chat di Crusoe con @cac_giovanni: Un Norway-Style deal per la Brexit

Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Giovanni Caccavello GT) @cac_giovanni.

C Buongiorno Giovanni. Mi sembra che la notizia di inizio settimana sia la definitiva acquisizione di Opel da parte dei francesi della Peugeot. Ormai non si può dire che sia una sorpresa, ma di sicuro adesso tutti gli altri grandi player dovranno rivedere le loro strategie. Ti sei fatto un’opinione in materia?

G Ciao. Anche qui in UK oggi si parla molto dell’accordo Peugeot-Opel. Alcune reazioni sono interessanti, anche alla luce della “Brexit”.

C Già: è curioso un mondo dove insieme convivono l’internazionalizzazione e la voglia di chiudere i confini. Mi chiedo quale tendenza prevarrà. Tu che abiti laggiù, che idea ti sei fatto?

G Da quel che ci è stato riferito, la prossima dovrebbe essere la settimana decisiva. Il governo May dovrebbe ufficialmente dare il via alle negoziazioni, attivando l’Articolo 50. Per ora bisogna dire che e’ tutto ancora molto incerto ed il governo britannico e’ stato molto restio nel comunicare informazioni su “hard o soft” brexit.

C Mi chiedo se tanta prudenza celi una strategia o se invece il tutto sia abbastanza improvvisato. Ma poiché non lo sapremo mai, forse è più interessante chiedersi se si inizi a delineare il piano economico che l’UK metterà in campo una volta che partiranno le contrattazioni. Tu vedi probabile una ripresa del settore manifatturiero britannico?

G Visto il recente passato, temo di no. Qui in UK molti hardcore Brexiters sono ancora indirettamente legati ai fasti dell’impero britannico. Osservando dati di Bruegel, nel corso di questi ultimi decenni il Regno Unito è stato il paese che ha perso maggiormente in termini di settore manifatturiero. Difficile che questi lavori tornino nel medio periodo. A mio modo di vedere, nonostante le notizie giornaliere riportate un po’ ovunque, il governo Britannico cercherà alla fine di avere una sorta di “Norway-Style deal” con l’Unione Europea.

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Cronicario: La singolar tenzone fra tripla A e tripla T

Proverbio del 13 marzo Il cane non torna mai dove è stato bastonato

Numero del giorno: -0,5 Calo % produzione industriale Italia su base annua

Non è oggi e neanche domani che vorrei essere una mosca per infilarmi invisibile laddove succedono le cose. M’importa poco di ronzare attorno agli umori dell’uditorio raccolto ad ascoltare il nostro beneamato Supermario, che tanto quello che ci doveva dire ce l’ha detto in tutte le lingue, classiche, barbare, romanze e germaniche. Né m’importa di ficcare il naso ronzante nel cuore del FOMC della Fed, che mercoledì forse alza i tassi forse no, ma soprattutto

No. Vorrei essere quella mitica mosca per infilarmi nella stanzetta – per dire – dove domani si incontreranno Mister T e la Mutti germanica. Trump&Merkel. La tripla T di Trump Taglia le Tasse, che se ne infischia di debito e deficit, e la tripla A di chi fa surplus fiscale. Non è un incontro: è una singolar tenzone fra due visioni del mondo, come sempre accade quando si confrontano i tedeschi e chi parla inglese almeno da un secolo a questa parte, come sa chiunque abbia letto Sombart.

Solo che oggi i mercanti sono i tedeschi, e gli eroi..gli eroi…beh..anche gli statunitensi sono alquanto mercanteggianti, solo che gli dice maluccio. Sarà per questo che la Merkel si porta una scorta di industriali. Per insegnarli il mestiere. Magari con l’occasione ci scapperà anche qualche consiglio su come risparmiare qualcosina. Guardate un po’ quanto spende di pensioni la città di Chicago.

Ma che volete che sia. Come direbbe il governatore Visco – che in effetti l’ha detto stamattina – “il sentiero di riduzione del debito passa necessariamente per la crescita”. Una frase che per profondità e saggezza mi ha subito riportato alla memoria una perla nascosta che ho scovato frugando negli archivi del Nber, dove tre simpatici economisti hanno prodotto uno studio per capire se i ricchi sono più egoisti dei poveri, arrivando alla seguente conclusione: “La differenza principale fra i ricchi e i poveri è semplicemente il fatto che i ricchi hanno più soldi”. Quindi non è che siano stronzi: sono solo ricchi.

Se questo passa il convento degli economisti, ormai in corso di evoluzione dal luogo comune all’algoritmo popolare, tocca accontentarsi di quel che passano gli statistici (che sono gli economisti dei grandi numeri) per dare una parvenza di dignità al vostro Cronicario preferito (sempre perché è l’unico). E il dato più interessante che trovo, ottimo alla vigilia dell’attivazione dell’articolo 50 da parte dell’UK per dare corpo e sostanza alla Brexit, è quello pubblicato dall’istituto di statistica britannico che calcola che il 44% dell’export britannico va in Europa e il 53% dell’import Uk arriva dall’Europa. Con persone così non puoi che litigarci, è evidente.

Per concludere vi segnalo questo pregevole scritto che parla di Netflix e della guerra in corso per l’accaparramento dei contenuti televisivi, che vuol dire produzione e distribuzione. L’economia dell’immaginario si dimostra sempre più vitale. E noi italiani, ancora a parlare di Rai e Mediaset, sempre più rincoglioniti.

A domani.

Il mestiere dei mercanti di armi

 

La Cina crescerà del 6,5% quest’anno, dice il premier Li Keqiang, illustrando i piani economici del governo che mostrano con chiarezza come il paese stia tentando, lentamente, di normalizzare un’economia drogata dal credito e dagli investimenti pubblici. E tuttavia nella stesso giorno in cui il primo ministro parla delle previsioni di crescita, l’agenzia Nuova Cina fa sapere che la spesa militare, sempre per quest’anno, supererà per la prima volta i mille miliardi di yuan: per la precisione, 1.040 miliardi, pari a circa 152 miliardi di dollari. Un aumento del 7% della spesa militare, rispetto all’anno scorso, che vale circa l’1,3% del Pil. Di questa delicata materia, che coinvolge risorse enormi e relazioni geopolitiche complesse, il premier non ha parlato granché, limitandosi a confermare che il governo vuole rafforzare la difesa marittima e aerea, proseguendo così in un percorso di incremento delle spese militari, cresciute a doppia cifra dal 2009 in poi, per scendere al +7,6% nel 2016 e al 7% di quest’anno.

Si potrebbe credere, osservando questi dati, che tali spese siano il necessario contrappasso per chi voglia completare il processo di formazione di grande potenza, status al quale la Cina ormai ambisce apertamente e con buon diritto, trattandosi della seconda economia mondiale e della prima potenza regionale. E tuttavia saremmo in errore. La crescita straordinaria della spesa per armamenti non riguarda solo la Cina, ma è comune a territori che nessuno immaginerebbe mai impegnati in un procacciamento attivo di materiale bellico. Il Qatar, ad esempio, fra il 2007 e il 2011 ha aumentato del 245% le sue importazioni di armi, ben al di sopra della media dell’86% riportata dai paesi del Medio Oriente nello stesso periodo. Il mestiere delle armi, per ricordare un bellissimo film di Ermanno Olmi, seduce ancora i governanti di tutto il mondo. Ma il mestiere di mercati di armi ancor di più.

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Il nuovo numero di Crusoe: Il club dei mercanti di armi. Grazie a @cac_giovanni per la splendida Chat

Il nostro viaggio nell’economia reale, iniziato con una ricognizione del settore dell’acciaio con le sue complesse ramificazioni internazionali, si arricchisce questa settimana di un capitolo dedicato a un altro settore che ha profonde ramificazioni internazionali e geopolitiche, trattando di una materia per sua natura conflittuale: le armi.
Abbiamo recuperato un po’ di dati recenti sul mercato delle armi, su chi siano i principali player di questo delicato (e costoso) mercato che ogni anno mobilita centinaia di miliardi e in qualche modo cambia le mappe del potere nel mondo. Abbiamo visto la straordinaria crescita della Cina, come importatore ma soprattutto come produttore, e scoperto il peso specifico, nel mercato delle importazioni, dell’Asia, a cominciare dal Medio Oriente. Il mestiere delle armi smuove legioni di mercanti, ma soprattutto smuove i governi, che stanno dietro a queste transazioni che replicano la filigrana di alleanze e inimicizie assai più chiaramente delle correnti diplomatiche.

Nella Chat di questa settimana abbiamo chiacchierato amabilmente con Giovanni Caccavello (su Twitter: @cac_giovanni), che, vivendo a Londra, ci ha fornito alcune visioni di prima mano sul mondo britannico alla vigilia della Brexit vera e propria, ossia l’inizio della trattativa con l’Ue. Poi, ecco le notizie imperdibili degli ultimi cinque giorni. La lettura di questa settimana è dedicata alla Quarterly review della Bis, che contiene analisi e dati molto interessanti da osservare sull’evoluzione dell’economia internazionale. Chiude la nostra newsletter la solita selezione di notizie invisibili: quelle che trovi solo su Crusoe.

Buona lettura. Ci rivediamo il 17 marzo.

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Cronicario: Misteri d’Italia: occupati e disoccupati aumentano insieme

Proverbio del 10 marzo Nessuno inciampa due volte sulla stessa pietra

Numero del giorno: 17 % di europei che soffrono di privazioni materiali

E alla fine vince l’Istat quando scrive che nel IV trimestre 2016 aumentano sia i disoccupati che gli occupati, mentre calano gli inattivi.

Nel senso che aumentano gli occupati perché calano gli inattivi, e per la stessa ragione aumentano anche i disoccupati.

Vabbé: mica è colpa mia se la statistica non parla la vostra lingua (anche se ci assomiglia e per questo siete disorientati). Quindi la cosa migliore che potete fare è che vi leggiate la nota Istat e, soprattutto, le definizioni.

 

Una volta che avrete risolto il mistero della schizofrenia del mercato del lavoro italiano, vi farà piacere sapere che non tutto il mondo è sottosopra come il nostro. Ci sono anche statistiche facili. Tipo questa.

Si capisce subito infatti che in Germania la disoccupazione è meno della metà della media Ue a 28, e che sta addirittura un punto sotto quella Usa. E sarà pure un caso, ma nel 2016 il costo del lavoro, nel 2016, è cresciuto del 2,5%. Altro che exit strategy.

Oppure quest’altra, che ci dice un’altra cosa chiarissima: l’aumento dei prezzi all’ingrosso, sempre in Germania, del 5% a febbraio rispetto a un anno fa.

Per essere ancora più chiari, ancora in Germania l’export a gennaio 2017 è aumentato dell’11,8% rispetto a un anno prima. Allora com’è che in Germania le statistiche sono chiare come il sole e da noi sembrano confuse?

Ottima domanda. Rispondetevi da soli.

A lunedì.

 

Cartolina: Diseguaglianza dell’età

Crescendo scambiamo tempo con denaro, almeno chi riesce a compensare il decumulo della vita con l’accumulo di ricchezza. Una magra compensazione, ma molti si accontentano di poco. Gli altri, la gran parte che non capitalizza, invecchia e basta. E tuttavia nell’arco di una vita la consolazione di un piccolo patrimonio, sogno di ognuno divenuto realtà al tempo del risparmio come diritto, del Tfr e della pensione, è di gran lunga più diffuso di quanto certe cronache del piagnisteo ci rappresentino.  In media – e come in ogni media con un sottofondo di bugia – gli anziani hanno più denaro dei giovani, ricchi solo di futuro, proprio perché hanno speso più tempo. Un mondo fa i giovani potevano sopportare la ricchezza degli anziani, che voleva dire anche pagare loro una pensione generosa, perché gli anziani erano pochi. Ma poi, un mondo dopo, gli anziani sono diventati troppi e i giovani pochi. Le pensioni sono rimaste, però, sommandosi alla ricchezza cumulata in una vita. E i giovani si sono scoperti ultimo anello della catena sociale. Senza niente, a parte un tempo svuotato persino delle sue promesse. Alla diseguaglianza delle opportunità, che da secoli corruccia i popoli, se n’è aggiunta una peggiore, perché non v’è ricetta alcuna che possa mitigarla. La diseguaglianza dell’età.

Cronicario: La Bce nel giorno della macchietta

Proverbio del 9 marzo Un sorriso ti fa guadagnare dieci anni di vita

Numero del giorno: 6,1 Tasso di disoccupazione nell’area Ocse

Succede che non succede niente e siccome lo sapevano tutti, ecco tutti a dire che è una sorpresa. Il più divertente – una vera macchietta – è di sicuro il ministro tedesco delle finanze, l’ottimo Schaeuble che invita a smetterla coi tassi bassi – passo “doloroso ma necessario” – qualche ora prima che uscisse il comunicato della Bce per dire che i tassi rimangono dove sono e ci rimarranno a lungo.

Poi il nostro beneamato Mago di Ez ha preso la parola e ha spiegato quello che tutti sapevano, ossia che ogni cosa rimane come prima perché l’inflazione di base è bassa, pure se quella nominale è risalita. Salvo poi alzare le stime del’inflazione dall’1,3 all’1,7 quest’anno e dall’1,5 all’1,6% quella per l’anno prossimo. E chi vuole capire capisce.

Se poi ancora vi chiedete cosa pensa di fare la Bce, in un anno funestato dalle elezioni nei paesi core dell’eurozona, la risposta è evidente.

Se questa era la notizia del giorno, figuratevi il resto. La cosa più eccitante che ho recuperato è la sintesi dei bilanci bancari pubblicata da Bankitalia, che alcune informazioni interessanti comunque ce le dà. Ad esempio che a gennaio i prestiti al settore privato sono cresciuti dell’1,2%, e quelli alle famiglie del 2,2. Sono cresciuti pure i depositi, del 3,5%, mentre la raccolta obbligazionaria è definitivamente collassata (-18,1%).

Sempre Bankitalia ci delizia con l’economia italiana in breve, dove l’unica informazione utile che trovo è che il valore delle esportazioni italiane è aumentato di quasi il 40% dal 2007 per i paesi extra Ue mentre non è arrivato neanche al 10% in più nei paesi Ue. Chi dice che il nostro futuro è in Europa, non si riferiva evidentemente alle esportazioni.

A domani.

Un muro d’acciaio fra Usa e Cina

Molto si è scritto del discorso di Trump a camere unificate, ma poco si è letto di un tweet rilasciato dall’account ufficiale del presidente, nel quale Trump sottolineava di aver emesso una nuova direttiva in virtù della quale le pipelines statunitensi, quindi gli oleodotti, “devono essere fatti con acciaio americano”. Nulla che stupisca l’osservatore, ormai avveduto circa il vezzo nazionalistico del nuovo presidente. Ma limitarsi alla nota di colore, almeno in questo caso, rischia di generare un profonda sottovalutazione della posta che c’è in gioco nel settore dell’acciaio, a livello globale, innanzitutto, ma anche e soprattutto negli Stati Uniti.

Cominciamo da una veduta d’insieme. Secondo l’ultimo Global steel report rilasciato dall’International Trade administration Usa, nel 2015 il 69% della produzione globale di acciaio era assicurato dai paesi della regione Asia-Oceania, mentre l’America del Nord pesava un risicato 7% e l’Unione europea il 10%. Se guardiamo ai paesi singoli, la Cina primeggia – cinque compagnie cinesi stanno nella top ten delle aziende che producono acciaio – seguita dal Giappone e dall’India. Gli Usa sono quarti, più o meno al livello della Russia che segue da vicino. Poi ci sono Corea del Sud, Germania, Brasile, Turchia e in coda l’Ucraina. Al tempo stesso però, se guardiamo dal lato della domanda, osserviamo che la regione Asia-Oceania “consuma” il 66% della produzione globale, quindi di fatto è eccedentaria del 3%, e gli Usa il 9%, quindi è deficitaria del 2%.

Non ci sarebbe nulla di strano, se tale situazione non si accoppiasse a un crescente calo di produzione statunitense, che nel 2015 ha perso l’8,6% rispetto all’anno precedente, mentre la regione Asia-Oceania solo del 2,2, cui fa eco un tasso di capacità produttiva che è cresciuta nel decennio 2005-15 a fronte però di un utilizzo declinante: nel 2015 siamo al 68,3% di tassi di utilizzazione degli impianti, a fronte del 69,7 dell’Asia-Oceania e del 71,8% dell’Ue. Insomma: gli Usa consumano più acciaio di quanto ne producono, malgrado potrebbero produrne di più. Perché non lo fanno? Probabilmente perché conviene loro importarlo.

La disposizione del presidente di fare gli oleodotti solo con acciaio americano, in tal senso, se potrà far piacere ai produttori, non è detto piaccia a chi l’acciaio deve comprarlo. Ma di sicuro questi ultimi sono meno rappresentati rispetto ai produttori, che invece la loro voce la fanno sentire eccome. Chi volesse farsene un’idea può farsi un giro sul sito dell’AISI, l’American Iron and steel Institute, la cui missione è “influenzare le policy pubbliche, educare e formare l’opinione pubblica al supporto di un’industria dell’acciaio forte e sostenibile, impegnata alla realizzazione di confezionare prodotti che incontrino i bisogni della società”. E non è certo un caso che una delle comunicazioni ospitate dal sito sia della Manifactures for Trade enforcement, associazione che raccoglie importanti produttori americani, fra i quali quelli di acciaio, e che si oppone fermamente alla concessione dello stato di economia di mercato alla Cina. Nella nota in questione, la MTA plaudiva alla decisione del governo Usa di opporsi alla concessione dello stato di economia di mercato alla Cina.

In conclusione, Trump non sta costruendo solo un muro col Messico. Ne vuole tirare su un altro con la Cina. Ma stavolta non di mattoni: d’acciaio.

Cronicario: Gentili signore e signorine…

Proverbio dell’8 marzo L’uomo è la lana, la donna la tessitrice

Numero del giorno: 38,1 Incremento % su base annua delle importazioni cinesi

Gentili signore e signorine, nel giorno della festa che il mondo ha deciso di dedicarvi per celebrare la vostra indubitabile importanza, noi del Cronicario abbiamo deciso di infischiarcene delle solite notizie noiose e dedicarci interamente a voi, a mo’ di omaggio.

Quindi niente Cina che va in deficit commerciale per 9,15 miliardi per la prima volta dal 2014. Ignoriamo pure il boom della produzione industriale tedesca di gennaio, salita del 2,8% sul mese precedente. E figuratevi quanto ci importa del Pil Giapponese, che ha fatto il +0,3% nell’ultimo quarto 2016.

Oggi vogliamo parlare solo di voi, che per i maschietti siete il cielo e la terra anche se vi dicono sempre il contrario e fanno pure peggio.

Sicché approfittiamo dell’impazzimento ottomarzolino del cronicario globale per ravanare le informazioni che meglio raccontano di come il mondo – almeno quello che al Cronicario interessa, ossia quello economico – ha pensato di celebrarvi. Individuiamo subito il trend che va per la maggiore: il gender gap. Che detta a parole nostre vuol dire che alle donne fregano un bel po’ di soldi e di opportunità solo perché donne. Ecco come la racconta la Commissione Ue.

Una roba che fa arricciare i sentimenti a chiunque, a patto di averceli. Più didascalica, la nostra Istat la racconta così.

In stile Ue, per capirci.

Vi risparmiamo il resto dei gender gap, perché ne abbiamo trovati di qualunque tipo, persino sulla diversa percezione dell’arcobaleno. Da che ne abbiamo dedotto una verità che ci sembra inconfutabile: uomini e donne sono diversi, nella vita come nell’economia. Le donne patiscono ingiustamente ancora molto a causa di questa diversità.

Il secondo trend è meno visibile, e tuttavia emerge con fatica fra i fiorellini e gli hashtag. Ed è questo: le donne non fanno più figli, o ne fanno sempre meno e sempre più tardi. Questo è il succo.

Per chi non lo sapesse, il fertility rate misura il numero medio di figli di una donna in età fertile. E siccome ancora oggi per fare i figli servono almeno due persone, se una donna ne fa meno di due vuol dire che il saldo demografico è negativo. In sostanza la popolazione diminuisce. Quanto all’età, queste sono le medie della prima gravidanza. Noterete che le donne italiane sono le più tardive.

Dunque, gentilissime: da una parte il mondo preme – e con buona ragione – affinché vi si faccia lavorare e vi si paghi come gli uomini. Dall’altra si lamenta – e con altrettanto buona ragione – che le popolazioni invecchino per mancanza di ricambio. Ossia di bambini che voi dovreste non soltanto far nascere, ma anche accudire. Magari fino alla maggiore età, oltre ad occuparvi pure del marito, notoriamente inetto.

In sostanza quello che vi stanno dicendo, gentili signore e signorine, è che vi dovete sdoppiare. Una voi deve andare al lavoro e starci una ventina di ore al giorno per aumentare il più possibile la produzione. L’altra voi stare a casa – gratis – a occuparsi della riproduzione. In pratica vogliono farvi la festa. Fossimo in voi, saremmo parecchio nervose.

In ogni caso, tanti auguri.

A domani.