Categoria: Annali

Cronicario: E dopo Pechino Mister T azzanna il pecorino

Proverbio del 6 maggio Con un orecchio ascolta, con l’altro ignora

Numero del giorno: 716.000.000 Valore export di armi dell’Italia nel IQ 2019 (-29% su IQ 2018)

Più carico che mai, il nostro Mister T. s’è esibito in una di quelle sue pose da bombarolo che gli riescono benissimo, nell’epoca di internet. E infatti si manifesta su twitter come uno spiritello pazzoide e dice cose abnormi con quella faccia un po’ così…

Questo accadeva ieri sera, all’ora americana, per giunta di domenica. Questo spiega certe reazioni disdicevoli, quando stamattina l’Italia ha preso coscienza e, oltre al freddo polare a maggio, ha visto le borse cinesi perdere fra il 5 e il 7 cento.

Sembrava che tutto filasse a meraviglia fra Mister T e i ragazzi dello zoo di Pechino. E invece era tutta una finta. Panico, orrore e raccapriccio, e per finire in bellezza anche la nostra borsetta caracolla e perde un 2 per cento secco a una cert’ora, che poi è più o meno la stessa in cui viene si viene a sapere che non paghi di aver terremotato le borse cinesi – ah la delegazione cinese ha fatto sapere che andrà negli Usa a trattare – gli emuli di Mister T hanno dato il via alla procedura per daziare l’Ue colpendo dove fa più male.

Proprio così. I bene informati ci fanno sapere che nel mitragliatore tuittero di Trump sono già pronti i prossimi colpi diretti non solo all’Ue, ma verso un settore che ci vede in prima linea il Europa: l’agroalimentare. Dopo Pechino, tocca al pecorino. Si salvi chi può.

A domani.

 

Alla scoperta del sistema pensionistico cinese

Non si può dire di conoscere l’economia di un paese se non si ha una qualche infarinatura di quello che oggi è uno degli assi portanti dell’equilibrio della società che questa economia esprime, ossia il sistema pensionistico. Malgrado dati poco più di un secolo di esistenza, almeno come sistema pubblico, la previdenza ormai incorpora una delle voci di costo più rilevanti per le finanze degli stati, ma soprattutto rappresenta un asset economicamente e psicologicamente rilevante per le famiglie che trova nel rilevantissimo peso specifico dei fondi pensione internazionali sui mercati finanziari la sua contropartita.

A fronte di queste premessa, imparare a conoscere il sistema pensionistico cinese, anche per i numeri che esprime, diventa assolutamente interessante, oltre che utile, specie considerando l’importanza che i mercati dei capitali cinesi – tema che sarà oggetto di un approfondimento futuro – si preparano a interpretare nell’economia internazionale.

Il miglior modo per cominciare la nostra ricognizione sulla previdenza cinese è servirsi di un recente approfondimento pubblicato dal Nber (The Chinese pension system) , che ha il vantaggio di essere aggiornato e molto analitico, col che servendo bene allo scopo di delineare non solo la fisionomia ma anche le problematiche di questo sistema che è molto simile a quello dei suoi cugini occidentali ma ha anche diverse peculiarità.

In comune con i sistemi occidentali, ad esempio, c’è la circostanza che il sistema previdenziale cinese si articoli su più livelli. Il primo, di esclusiva pertinenza pubblica, serve ad assicurare una qualche forma pensionistica agli anziani cinesi e viene sussidiato dal governo. Il secondo è quello alimentato dai datori di lavoro che versano dei contributi che integrano quelli pubblici. Il terzo livello viene invece alimentato dai risparmi dei lavoratori con strumenti di tipo sostanzialmente assicurativo.

A far la differenza, rispetto ai sistemi occidentali, sono le cifre in gioco. Alla fine del 2017 lo schema pensionistico pubblico cinese contava oltre 915 milioni di partecipanti, che pesavano il 65,8% della popolazione, per una spesa corrispondente di 4.032 miliardi di yuan, il 5% del pil cinese. A fronte di questo sistema “universale” troviamo invece cifre assai meno importanti per gli altri livelli pensionistici. Le imprese che partecipano al secondo livello sono circa 80 mila, meno dello 0,5% del totale delle imprese cinesi, per un totale di 23,3 milioni di lavoratori interessati da schemi pensionistici. Il terzo livello, poi, viene definito “ancora allo stato infantile”.

A fronte di questa situazione generale, che andremo ad approfondire, ci sono alcune conclusioni che possiamo già anticipare a conferma di quanto la Cina partecipi ai tormenti dell’economia internazionale. Proprio come i paesi più sviluppati, e malgrado la spesa tutto sommato ancora limitata del paese per la previdenza, Pechino dovrà vedersela con problemi assai complicati nel futuro più prossimo. Il rapido invecchiamento della popolazione, innanzitutto.  “La quota degli over65 sul totale della popolazione raddoppierà entro il 2030 rispetto al livello del 2010, scrivono gli economisti del Nber, e “nel frattempo, il sistema attuale sta mantenendo a malapena il proprio equilibrio finanziario con l’aiuto di sussidi governativi”. Al momento lo stato cinese sussidia con circa 800 miliardi di yuan l’anno (l’1% del pil) il sistema pensionistico ed è probabile “si registri un aumento drammatico in mancanza di riforme”. Anche la Cina, insomma, dovrà riformare le sue pensioni. Col che possiamo solo rivolgerle un cordiale saluto di benvenuto.

(1/segue)

Seconda puntata: Come funziona la pensione pubblica in Cina

Cartolina: La crescita persistente del debito italiano

Leggo vagamente preoccupato Bankitalia sottolineare come “l’aumento dei tassi all’emissione osservato dal
maggio dello scorso anno non si è ancora riflesso in un aumento dell’onere medio del debito pubblico”. E capisco che il futuro del debito italiano, in tempi in cui si ipotizzano crescite dello 0,2 per cento, dopo aver vaticinato improbabili boom in arrivo, è quello di una crescente persistenza. Nulla che la storia non ci abbia già insegnato. Negli ultimi quindici anni se ne contano appena un paio nei quali l’andamento del debito fosse visibilmente declinante e le varie curve che ne disegnano i destini lasciano poche speranze pure agli osservatori distratti. Sempre Bankitalia ricorda che ad aprile scorso il governo ha aumentato le stime dell’indebitamento netto da 2% al 2,4% del pil mentre il rapporto debito/pil arriverebbe al 132,6 per cento malgrado privatizzazioni (assai presunte) per l’1 per cento del prodotto. Il governo promette che il debito calerà entro  il 2022. Ma per allora l’avremo dimenticato tutti.

La classe media in Italia non declina, anzi: aumenta

Prima di concludere questa ricognizione sulle sorti del ceto medio, cui Ocse ha dedicato nei giorni scorsi un paper appassionato nel quale se ne lamenta il declino, vale la pena spendere qualche riga per osservare come tale involuzione, che di fatto corrisponde a una involuzione di peso politico e quindi sociale, almeno nelle premesse che confeziona l’istituto, non ha riguardato il nostro paese, dove anzi la classe media negli ultimi trent’anni ha guadagnato posizioni. Il grafico sotto misura la dimensione della classe media fra il 1980 e il 2010 utilizzando come punto di osservazione la popolazione in età lavorativa e l’appartenenza al ceto medio del capofamiglia, quindi relativamente alla sua occupazione.

Come si può osservare i posti di lavoro iscrivibili alla classe media sono diminuiti nel trentennio considerato mentre sono aumentati di un paio di punti, quelli più a basso reddito, a suggerisce quindi uno scivolamento di quello che una volta era ceto medio (o meglio una piccola parte di esso) verso il basso. Se guardiamo il dato generale disaggregato nei diversi paesi che compongono l’area, otteniamo altre informazioni interessanti.

Come si può osservare, l’Italia è uno dei pochi paesi (insieme a Messico e Cile) ad aver registrato un aumento dei lavori da classe media, diciamo così, a fronte di cali generalizzati in tutti gli altri. E soprattutto si è registrato una crescita della quota dei redditi più elevati (upper income) a fronte di una notevole diminuzione di quelli più bassi (lower income). Insomma, la narrativa Ocse sul declino della classe media, con tutti i suoi annessi e connessi che abbiamo già discusso, sembra si attagli poco al caso italiano. E tuttavia abbiamo finito col diventare un caso di scuola del populismo contemporaneo. Forse dovremmo cambiare punto di vista. O almeno iniziare a nutrire qualche dubbio.

(4/fine)

Puntata precedente: Il mattone che schiaccia il peso medio

Cronicario: Facciamo pace (fiscale) adesso o anche dopo

Proverbio del 30 aprile Il sapiente dubita della sua sapienza

Numero del giorno: 506.000 Famiglie che hanno avuto il Rei da gennaio 2018 a marzo 2019

Partire è come morire, lo sanno tutti. Perciò non stupitevi se tornando a casa dopo il lungo ponte avrete la sensazione di essere degli zombie. Anzi, siatene lieti: significa che siete intonati col resto del paese, che discute sempre delle stesse cose da alcuni decenni e continua a farlo.

Ve la faccio breve perché domani è di nuovo festa e mi stanco solo a pensarci. Stasera scadono i termini per la “pace fiscale”, nome social-edulcorato dell’ennesimo condono fiscale meglio noto come rottamazione-ter, che quindi ne evoca altre due già scontate. I bene informati ci fanno sapere che sono arrivate 1,3 milioni di domande, 800 mila delle quali avanzate on line e il resto agli sportelli.

Quest’ennesimo grande successo del governo del cambiamento, che fa il paio col milione abbondante di redditi di cittadinanza e i quasi 130 mila quotisti 100 che si preparano alla pensione, ci fa capire quanto siamo fortunati ad avere un governo così bene intonato con i bisogni autentici della cittadinanza.

Ora lo so che anche voi siete stanchi all’idea di un’altra festa domani e per giunta vi tocca pure sbrigarvi a fare quell’altra pratichetta pacificatrice, perché nel mezzo del ponte vi eravate dimenticati di quell’altro debituccio con Fisco non pagato. Ma non state a preoccuparvi. Vicepremier Uno (o Due fate voi) ha già detto che scaduto il termine di oggi, ne arriverà un altro. La pace prima di tutto.

Buon primo maggio.

Il Mattone che schiaccia il ceto medio

Con le premesse che abbiamo visto e gli effetti quantitativi che abbiamo osservato, rimane il fatto che poi è all’origine dei tormenti del ceto medio così analiticamente illustrati da Ocse. La circostanza, vale a dire, che “avere uno stile di vita da classe media è diventato più difficile”. Laddove lo stile ha a che vedere con certe condizioni di vita. Quindi una casa dignitosa, una buona istruzione, servizi sanitari abbordabili e di qualità, oltre ovviamente a tutti quei beni che fanno la gioia dei consumatori di oggi.

Ed è proprio qui che casca il proverbiale asino. “I prezzi dei beni e servizi di consumo di base come la sanità, l’istruzione e l’alloggio sono aumentati ben al di sopra dell’inflazione”, sottolinea l’organizzazione. E questa circostanza si può osservare dal grafico sotto.

Come si può osservare, in particolare il costo dell’abitare, diciamo così, è quello che più degli altri ha messo sotto pressione il ceto medio. Ocse stima che, in media nell’area, questa voce di costo assorba circa un terzo del reddito disponibile e che costituisca “la voce più rilevante del costo delle famiglie”.

Anche qui, bisogna relativizzare. Se oggi questa voce di costo assorbe un terzo dei redditi familiari, ieri, ossia negli anni ’90, ne assorbiva un quarto. Quindi sebbene il mattone sia divenuto più pesante, è l’insieme degli aumenti del costo dello “stile di vita” a far la differenza. Stile di vita al quale è storicamente associata la proprietà di un’abitazione.

“L’abitazione – scrive Ocse – è più di un semplice bene di consumo: in molti paesi, la classe media è tradizionalmente associata al possesso di una casa”. Di conseguenza l’aumento dei prezzi delle abitazioni ha inciso profondamente sull’essere parte della classe media. E non finisce qui. “L’aumento dei prezzi delle case ostacola anche la mobilità della manodopera verso le aree urbane più dinamiche – sottolinea ancora – e, più in generale, la mobilità sociale ascendente in quanto le generazioni attuali e future sono meno in grado di acquistare proprietà rispetto ai loro genitori”. E qui il tema diventa generazionale.

Come si può osservare si è passati dai 6,8 anni di stipendio medio del 1985 per comprare casa agli oltre 10 del 2015. Significa in sostanza più debiti e più a lungo, con tutte le conseguenze che ciò comporta sul resto della spesa per consumi.

Se diamo per inteso che i redditi non siano cresciuti abbastanza per sostenere l’aumento del costo dello “stile ceto medio”, rimane da capire perché questi costi siano cresciuti così tanto di più non solo rispetto al reddito ma anche dell’inflazione.

Se torniamo al primo dei grafici osservati, notiamo che i servizi di istruzione, che pure dovrebbero servire ad avere un reddito, sono cresciuti al livello dell’housing. Ma mentre nel caso delle abitazioni si può sempre incolpare la pressione sulle grandi città dove si concentrano l’offerta e la domanda di occupazione, da cosa è dipeso l’aumento degli altri servizi? Rispondere a questa domanda servirebbe a capire meglio tutta la storia.

(3/segue)

Puntata precedente: Di cosa parliamo quando parliamo di ceto medio

 

 

Di cosa parliamo quando parliamo di ceto medio

Esplorare il mito sul declino del ceto medio richiede buona volontà e pazienza, vista la quantità di ricerche che ha ispirato, ultima delle quali il rapporto Ocse “Under pressure: the squeezed middle class” che ha motivato questa mini serie di approfondimento. Soprattutto è necessario intendersi sul significato dei termini, cominciando proprio da quello di ceto medio, che sembra una di quelle espressione fatta apposta per andar bene a tutti pure quando ognuno ne ha un’idea diversa.

In realtà, come ogni termine che ha alle spalle un’elaborazione statistica, il termine ceto medio ha un significato preciso. Almeno per l’Ocse. E qualcuno potrà trovare singolare che magari il modo in cui l’istituto definisce gli appartenenti al ceto medio non corrisponda al suo modo di vedere la cosa. Ma questo è il bello dei luoghi comuni: sono fatti apposta per mettere d’accordo tutti anche quando significano cose diverse per ognuno.

La definizione scelta da Ocse per ceto medio è parecchio ampia. In dettaglio, si classifica come appartenente al ceto medio una famiglia che abbia un reddito compreso fra il 75% e il 200% del reddito mediano del paese di riferimento. Quindi ogni paese avrà una classificazione diversa del ceto medio perché diverso è il livello del reddito mediano. Ma prima di andare a vedere nel dettaglio, è utile sottolineare un dato che dovrebbe servire a capire meglio di cosa stiamo parlando. “In media, nei paesi dell’Ocse, la percentuale di persone nelle famiglie a reddito medio, (definito come abbiamo visto, ndr) è sceso dal 64% al 61% tra la metà degli anni ’80 e la metà del 2010”. Quindi il declino del ceto medio nei paesi Ocse sta tutto in questo 3% di persone. E dovremmo chiederci in che misura sia dipeso da una discesa sotto la soglia che abbiamo visto o da una salita sopra. Si smette di esser ceto medio anche perché si diventa più ricchi, pure se su questo il mito tende a sorvolare.

Ma il punto, secondo Ocse, è un altro. “L’influenza economica della classe media e il suo ruolo di centro di gravità economica si sono indeboliti. Il reddito complessivo di tutte le famiglie a reddito medio era tre volte il reddito aggregato delle famiglie ad alto reddito tre decenni fa. Oggi, questo rapporto è inferiore a tre”. Il punto, quindi, è politico. Specie considerando che “il gruppo a medio reddito è diventato più piccolo con ogni successivo generazione: il 70% dei baby boomer faceva parte della classe media ventenne, rispetto al 60% dei millennial. La generazione del baby boom ha avuto una vita lavorativa più stabile rispetto alle generazioni più giovani”.

Questo significa che la classe media sia “sotto pressione”, come titola il paper? In effetti “i redditi medi sono a malapena cresciuti, sia in termini relativi che assoluti, nella maggior parte dei paesi dell’Ocse. Complessivamente, negli ultimi 30 anni, i redditi mediani sono aumentati di un terzo in meno rispetto al reddito medio del 10% più ricco”. Il problema quindi non è che il ceto medio non guadagna abbastanza rispetto al ceto più elevato. E qui si arriva al punto saliente: la diseguaglianza nella crescita dei redditi.

A fronte di questa cornice, che implica evidenti punti di vista, è opportuno fare un altro passo in avanti nella ricognizione dei dati, che ci consenta di quantificare per capire meglio. Cominciamo da una rappresentazione che ci permette di osservare la percentuale di classe media, cosi come definita, nei vari paesi dell’area.

 

Ovviamente, come abbiamo già detto, la soglia qualificante per l’appartenenza al ceto medio vari a seconda del paese considerato. In Messico il range varia dai 3.800 ai 10.000 dollari annui, negli Usa fra i 26.500 e i 70.600.

Ancora più interessante è osservare l’andamento dei redditi delle varie classi considerate, che mostra con chiarezza che l’accelerazione del reddito è direttamente proporzionale all’ammontare del reddito stesso. Per dirla in altro modo, più si guadagna, più i redditi crescono. E d’altronde, piove sempre sul bagnato, come insegnano i proverbi senza bisogno di sapere la statistica.

Purtroppo l’analisi di Ocse non risale a prima del 1985, scelto chissà perché come momento di partenza dell’osservazione. In compenso ci fa sapere che in alcuni paesi l’inclinazione della curva, ossia la crescita relativa dei redditi più elevati rispetto a quelli mediani è stata più pronunciata. Negli Usa, ad esempio, “la quota dell’1% più ricco è quasi raddoppiata dall’11 al 20% nel corso dei tre decenni fino a quasi la metà dell’incremento del reddito complessivo registrato nel periodo”. E questo ha provocato l’indebolimento del ceto medio, ossia della sua capacità “politica” di  influenzare i processi.

Prima di farsi avvolgere dal sacro fuoco dell’indignazione, è opportuno farsi alcune domande. Davvero è sufficiente considerare solo il reddito per classificare il ceto medio senza considerare la ricchezza? E’ saggio pensare che siano variabili esclusivamente economiche a determinare le influenze politiche?

L’Ocse non sembra aver dubbi. Ma forse dovrebbe.

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Puntata precedente: Miti del nostro tempo: Il declino della classe media

Puntata successiva: Il mattone che schiaccia il ceto medio

 

 

Cartolina: Comprasi casa disperatamente

Fortuna che a Pechino i prezzi delle abitazioni son calati dopo la crisi, visto che prima servivano quasi sessant’anni di stipendio per comprare una casa di 100 metri quadri. Adesso, che il mercato è più abbordabile, ne bastano cinquantacinque. Quindi una persona fa giusto in tempo a entrare nell’età adulta – e speriamo per lui professionale – e spendere tutto il resto della sua esistenza, pure da pensionato, a pagarsi la casa. Se non vuole fare un sacrificio così grosso, può sempre comprare una casa più piccola. O, se proprio non ce la fa, trasferirsi a Shanghai, dove di anni di stipendio ne bastano quaranta. In alternativa rimane la provincia, dove te le cavi con un ventennio di stipendi. Ma è triste la vita senza le luci della città. Anche in Cina.

Cosa ci racconta l’analisi del saldo Target 2

Appartiene ai vezzi di una certa divulgazione economica, purtroppo assai diffusa, utilizzare in maniera disinvolta termini e linguaggi tecnici per sottintendere significati che spesso poco a nulla hanno a che vedere con la realtà. Addirittura, alcune espressioni tecniche sono diventate ammiccamenti. Il saldo Target 2 è sicuramente uno di questi. Uno strumento puramente contabile è divenuto fonte di dibattito politico. Il che è sensato quanto potrebbe esserlo dibattere politicamente sulle quattro operazioni.

Tant’è. Come non si ripete mai abbastanza, viviamo immersi in mitologie che sono particolarmente invadenti quanto si discorre di cose economiche e la vicenda del Target 2, che è roba da contabili, ha finito con l’interpretare suo malgrado un ruolo nella recita a soggetto sul tema l’Italia e l’Europa, con tutte le sue varianti (“Noi buoni, loro cattivi”, oppure “Noi cattivi loro buoni”, eccetera).

CIò spiega perché possa essere utile prendere a pretesto l’ultimo bollettino economico della Banca d’Italia e provare a svelare l’arcano (se tale è) del Target 2, che, aldilà delle interpretazione che se ne possono dare, è uno strumento molto utile per fotografare i flussi finanziari fra l’Italia, rappresentata dalla sua Banca centrale, e l’Europa dell’euro, quindi l’eurosistema delle banche centrali.

Come è noto, tutti i passaggi di denaro fra un paese e un altro vengono intermediati dalle banche centrali di riferimento. E poiché l’eurozona condivide una moneta unica, il sistema delle banche centrali (l’eurosistema) si è dotato di uno strumento contabile che serve proprio a rendicontare i flussi finanziari fra le banche sorelle. Il Target 2, appunto. Il cui saldo, per dirla con le parole di Bankitalia, rappresenta “la contropartita contabile di tutte le transazioni eseguite fra residenti e non residenti” di un paese. Dell’Italia, nel caso nostro.

Nel 2018, questo saldo è risultato debitorio per 482 miliardi. Questo non significa che la Banca d’Italia abbia un debito di 482 miliardi, ma che il saldo fra gli ingressi e le uscite di denaro passato dalla Banca d’Italia è stato negativo per 482 miliardi. In sostanza, sono usciti più soldi di quanti ne siano entrati. Questa situazione viene rappresentata dal grafico sotto, che individua anche le componenti di questi flussi finanziari.

Notate l’istogramma azzurro, che rappresenta gli “investimenti italiani in titoli esteri”. Si tratta quindi di attivi dei residenti italiani, che quotano centinaia di miliardi, che rappresentano un deflusso nel sistema Target per la Banca d’Italia perché questi fondi sono passati dalla Banca d’Italia per trovare la loro collocazione estera. Il saldo di conto corrente, al contrario, che rappresenta la somma algebrica degli scambi con l’estero, e che nel nostro caso origina un surplus, rappresenta un attivo per la Banca d’Italia anche se puramente contabile, perché sono entrati dei soldi in Italia e quindi sono “passati” dalla banca centrale.

La premessa generale serve a capire l’andamento dei flussi nel corso dell’anno passato che è utile osservare perché racconta molto degli umori (e dei timori) degli attori economici, italiani e non. La tabella rappresenta i flussi del 2018, suddivisi nelle varie voci collegate alla bilancia dei pagamenti.

La prima informazione è che nel 2018 il saldo è peggiorato per 43 miliardi, quindi la posizione debitoria dei Bankitalia (nel senso che abbiamo detto) è peggiorata. In sostanza sono usita dall’Italia 43 miliardi in più di quelli che sono entrati e la tabella ci aiuta a capire le ragioni. Ad esempio sono usciti 51 miliardi di investimenti esteri dai titoli di stato italiani, e altri 13 miliardi sono usciti dagli investimenti esteri in obbligazioni private, cui se ne aggiungono altri 12 usciti dalle obbligazioni bancarie. Quindi l’estero ha venduto titoli italiani per 76 miliardi che rappresentano un deflusso sul sistema Target 2. Un altro deflusso è rappresentato dagli investimenti degli italiani in titoli esteri, che sono ammontati in 46 miliardi. Complessivamente quindi i deflussi sono stati (76+46) 122 miliardi. A questi bisogna aggiungere anche i 17 miliardi rappresentati da “altre voci” che fra le altre cose misurano anche gli investimenti diretti che hanno rappresentato ulteriori deflussi. Arriviamo cosi a 139 miliardi di uscite complessive.

Sul lato degli afflussi le voci sono due: la raccolta netta all’estero delle banche italiane e il saldo di conto corrente. Del secondo abbiamo già detto. La prima voce merita un approfondimento, visto che è stata anche oggetto di qualche strumentalizzazione e diatriba. Leggiamo quello che scrive Bankitalia. “La raccolta interbancaria all’estero comprende sia quella direttamente effettuata sul mercato monetario tramite transazioni bilaterali con controparti estere, che viene registrata nel conto finanziario della bilancia dei pagamenti come aumento di passività (“altri investimenti”) del settore “banche”, sia quella sul mercato MTS Repo, in cui si negoziano contratti pronti contro
termine in titoli di Stato”. In sostanza le nostre banche svolgono alcune operazioni all’estero che rappresentano per loro un aumento di indebitamento, ma per il paese un  ingresso di risorse finanziarie che quindi contribuiscono a incrementare gli afflussi e quindi diminuire il saldo negativo.

Se guardiamo alla tabella scorgiamo che gran parte di queste operazioni – 43 miliardi – vengono mediate da controparti centrali che “nell’analisi dell’evoluzione del saldo sono riclassificate nella raccolta netta all’estero del settore bancario italiano”. Quindi per una ragione puramente contabile. Nella classificazione della bilancia dei pagamenti, infatti, questi importi sarebbero classificati come relativa al settore privato non bancario. Ma al di là delle differenza di classificazione, è il fine di questa raccolta ad essere interessante. “Nel complesso dei primi due mesi del 2019 il saldo TARGET2 è rimasto sostanzialmente stabile. A fronte di afflussi netti derivanti dagli investimenti in titoli di Stato da parte degli investitori non residenti si è ridotta la raccolta del sistema bancario italiano sul mercato MTS Repo”, scrive ancora Bankitalia. Questo invece è quanto si legge nel rapporto sulla stabilità finanziara, sempre di Bankitalia, del novembre scorso: “Le banche italiane hanno aumentato notevolmente la posizione debitoria netta nei confronti dell’estero sul mercato MTS repo per finanziare a tassi contenuti gli acquisti di titoli di Stato”.

Ricapitoliamo: L’estero vende i titoli pubblici italiani. Le banche italiane sono “costrette” a comprarli per non fare esplodere lo spread (e i loro bilanci) e per farlo raccolgono denaro all’estero sul mercato dei repo, quindi a tassi calmierati, per far rientrare questi denari in Italia sotto forma di acquisti di titoli di stato da parte dei residenti. In sostanza: si può pure tentare di spacciare (e qualcuno ci ha provato) due brutte notizie (la vendita dei titoli italiani dall’estero e l’indebitamento estero delle nostre banche per sostenere il corso dei nostri titoli di stato) per una buona. Ma poi la realtà, della quale il saldo Target 2 è solo uno specchio, presenta sempre il conto. Ed è sempre salato.

Il Secolo asiatico? La domanda è giusta, la risposta forse no

E’ più che sensata la domanda che titola l’edizione italiana dell’ultimo libro di Parag Khanna (“Il secolo asiatico?”, Editore Fazi). Quanto alla risposta, il titolo dell’edizione inglese (“The Future is Asian. Commerce, Conflict, and Culture in the 21st Century) rivela che l’autore ha pochi dubbi. Anzi: non ne ha affatto. Il secolo XXI sarà asiatico. Convinzione sempre più diffusa, che gareggia con quella del tramonto occidentale, di cui in fondo è la conseguenza logica. Due luoghi comuni, però, non fanno una realtà.

Detto ciò, il libro è istruttivo e vale la lettura, al netto di un tono alquanto perentorio che dissimula una certa leggerezza di argomenti. Si inserisce in quella vasta produzione di testi con ritmo giornalistico, taglio storiografico e ambizioni onniscienti che sono sempre più alla moda fra i lettori che ambiscono a penetrare problemi complessi leggendo un libro solo. Il testo è corposo, perciò, e zeppo di aneddotica su qualunque argomento, covando ambizioni enciclopediche. E questo spiega perché la lista dei ringraziamenti somigli ai titoli di coda di un film, per quant’è lunga.

Certamente, come ogni libro, paga dazio al suo autore, nato in India, cresciuto negli Emirati Arabi e poi definitivamente “occidentalizzato” dopo il trasferimento negli Stati Uniti da dove ha iniziato il suo perpetuo giro per il mondo, specializzandosi in relazioni internazionali. Oggi Khanna abita a Singapore, che per lui è una sorta di avanguardia del futuro che ci aspetta. In sostanza è il perfetto esemplare di quell’élite globalizzata, oggi in disgrazia presso svariate opinioni pubbliche, che l’Occidente ha cresciuto e coccolato ricevendone spesso in cambio sonori rimproveri. Tant’è. E’ giusto che Khanna ci ricordi l’importanza dell’Asia, ma dovremmo prima intenderci su cosa sia l’Asia.

E infatti il libro parte da qui, con una bella cartina che fotografa la porzione di mondo racchiusa fra la parte orientale dell’Africa, lungo un meridiano immaginario che include anche l’Italia, fino al Giappone, con un confine meridionale nel nord dell’Australia. Più che l’Asia, le Asie dunque. Ma l’Asia di Khanna, a cui viene dedicato un excursus storiografico molto utile per il lettore occidentale, si può considerare un monolite regionale solo a patto di notevoli semplificazioni. E tuttavia è proprio questo il punto di osservazione. “Geograficamente – scrive -, l’Asia si estende dal Mediterra­neo e dal Mar Rosso fino al Pacifico, abbracciando due terzi del continente euroasiatico e comprendendo cin­quantatré paesi e quasi cinque miliardi di persone, di cui 1,5 miliardi nella sola Cina. Il secolo asiatico, dunque, avrà inizio quando l’Asia si cristallizzerà in un tutto maggiore della somma delle parti. Questo processo è già iniziato”.

Il tono vagamente oracolare non deve scandalizzare. Non si scrive un libro del genere senza avere una visione e Khanna ce l’ha. L’Asia, con la sua connotazione di società a forte vocazione burocratica dove il valore della democrazia è subordinato alla sua capacità di assicurare il benessere dei cittadini, è il futuro che il nostro analista preconizza per noi occidentali, stanchi e disordinati. E il punto di inizio di questa narrazione è il 2017, quando per la prima volta si sono riuniti a Pechino i 68 paesi della Belt and Road iniziative promossa dalla Cina. La Cina è il gigante asiatico col quale Khanna sa di dover fare i conti. E tuttavia dice che “la Bri è stata concepita e lanciata in Asia e sarà guidata dagli asiatici”. Il che suona stonato. La Bri è un’idea cinese sulla quale sta investendo massicciamente la Cina. La parola Cina, d’altronde, è presente oltre 760 volte nelle 528 pagine del libro di Khanna e questo significherà pure qualcosa.

A parte questo dettaglio (non da poco), che siano le Asie di Khanna i grandi motori dello sviluppo economico dell’ultimo ventennio risulta chiaro dai numeri. Così come è vero che l’Occidente si sta auto-fagocitando generando crisi di vario genere, economiche, politiche e sociali, che messe insieme manifestano una crisi di senso.

Ma basta questo a dedurne che l’Asia, anzi, le Asie esprimano una visione comune? Basta dire che la zona economica asiatica – i paesi dalla penisola arabica alla Nuova Zelanda – rappresenta il 50 per cento del pil globale per credere che questa “zona” abbia una dignità politica?

Pensare che un’economia comune generi una politica comune è un errore che noi europei dovremmo avere imparato a riconoscere. E il fatto che uno studioso indulga in certe semplificazioni fa sospettare più che altro le sue simpatie. L’Asia di Khanna in sostanza è una bellissima invenzione. Territoriale, innanzitutto: “Asia è prima di tutto un descrittore geografico”. Al limite geoeconomica. Mentre è poco convincente che diventi anche un’entità geopolitica senza una qualsiasi leadership che ne guidi il processo.

Ma questo, direbbe Khanna, è un pregiudizio tipicamente occidentale. Fra le tantissime convinzioni del nostro autore c’è anche quella che fra le caratteristiche dell’ “asianità” ci sia l’essere multilaterale e che questa sia una qualità che l’Asia porterà in dote all’Occidente in vista della sua “asianizzazione”. O sarebbe meglio “cinesizzazione”, come già vaticinava Geminello Alvi in un bel libro di diversi anni fa (“Il capitalismo, verso l’ideale cinese, Marsilio)?

Eh no: “L’Asia non può essere limitata alla Cina”, dice sempre Khanna. Il che è geograficamente corretto e politicamente dubbio. In ogni caso ridurre il tutto a un confronto fra un’Asia, multilaterale e moderna, e un Occidente declinante che finirà con l’essere “asianizzato”, può essere una buona idea per un libro, ma rischia di rappresentare nulla di più che letteratura.

In definitiva, in un tempo in cui abbondano le primazie è lecito dubitare che ne serva un’altra, stavolta asiatica. Fra l’America First di Trump e l’Asia First di Khanna (“È come se gli asiatici stessero dicendo: «Prima l’Asia»”, scrive) è solo questione di sfumature. Tesi e antitesi che non è detto diventeranno sintesi, se non per chi ne scrive. Khanna è un indiano ormai americano che vive a Singapore. Ma trasformare un’autobiografia nel destino dell’umanità è un po’ troppo. Persino per Khanna.

(2/segue)

Puntata precedente. L’alba malinconica del Secolo asiatico

Puntata successiva. La “giapponesizzazione” della moneta