Categoria: Annali
Cronicario: Se cala il pil è colpa dei tecnici. Anzi dei magazzinieri
Proverbio del 5 marzo Chi è esperto di inganni non conosce pudore
Numero del giorno: 1 Calo % produzione meccanica nel IVQ 2018 secondo Federmeccanica
Cittadini,
il pil è diminuito e va bene. Ma bisogna sapere leggere i dati diffusi da Istat per evitare le solite interpretazioni faziose. Perciò è opportuno che sappiate (e ricordiate) bene alcune cose fondamentali che potete twittare a piacimento.
La prima, fondamentale: è colpa di quelli di prima. Detto ciò, se proprio volete continuate a leggere, sennò basta questo a chiudere il discorso.
Ma se proprio proprio ci tenete a far la figura dei cervelloni, allora potete uscirvene dicendo che “Si vabbé, il pil è diminuito nel quarto trimestre ma meno della stima. Parliamo di un -0,1%, ai confini dell’errore statistico. E’ chiaramente una recessione tecnica”.
Non sapete che vuol dire recessione tecnica? Vabbé, a parte che non ve lo chiederà mai nessuno. Ma nel caso rispondete che vuol dire che la recessione è colpa dei tecnici, non dei politici. Ma sempre di quelli di prima.
E se proprio vi ci tirano per i capelli, e proprio proprio c’avete tempo da perdere con i troll, dite a questi fenomeni che “Istat ha certificato che la domanda interna va bene e anche l’export netto, quindi grazie al governo del cambiamento non solo gli italiani spendono di più, ma anche gli stranieri comprano più italiano. Siamo invincibili. Il calo, se proprio di calo vogliamo parlare, è stato determinato dalle scorte”.
Vuol dire che è chiaramente in corso un complotto dei magazzinieri. Sono tecnici, d’altronde. E di sicuro pure del Pd.
A domani.
Il mondo gira intorno a una bomba obbligazionaria da 13 trilioni di dollari
Poiché viviamo tempi esagerati, e non è detto che sia cosa di cui andar fieri, dobbiamo esser grati all’Ocse che di recente ha pubblicato una ricognizione aggiornata sul settore obbligazionario corporate internazionale che ci lascia capire come il boom cinese, che abbiamo osservato, non sia un incidente della storia, ma una semplice circostanza comune. Semplicemente, la crescita vertiginosa delle obbligazioni corporate cinesi è parte di un movimento globale – anzi, del movimento globale – al quale Pechino partecipa in ragione diretto del peso specifico della sua economia, ormai pienamente inserita in quella internazionale.
Il dato parla da solo e non ha bisogno di molti commenti. In dieci anni il valore delle obbligazioni globali è pressoché raddoppiato in termini reali, portandosi a 13 trilioni a valore di fine 2018. Una rivoluzione internazionale che vede gli Usa nel ruolo di avanguardisti, atteso che le loro emissioni di corporate bond, sempre nel decennio 2008-18, sono arrivate a quotare 1,7 trilioni di dollari l’anno, a fronte della media di 864 miliardi di dollari annui che si registrava prima della crisi. Le imprese, insomma, hanno raddoppiato le loro emissioni, vendendo quindi crescere il loro debito.
Il grafico sopra mostra questa evoluzione e guardando quello di destra possiamo anche notare un’altra cose: ad aumentare non è stato solo il valore delle emissioni, ma sono cresciuti, specie nei paesi emergenti (e questo ci riporta alla Cina) gli emittenti. Le due cose evidentemente solo collegate. Addirittura nel 2016 il numero dei soggetti emittenti dei paesi emergenti aveva superato quello dei paesi avanzati. Oggi la situazione è diversa. Ma abbiamo comunque un numero più che raddoppiato di emittenti nei paesi avanzati, dai 1.133 del 2007 ai 2.327 del 2017 (divenuti 1.789 nel 2018) mentre negli Emergenti abbiamo un aumento di 5 volte e mezzo fra il 2007 (347 emittenti) e il 2016 (1917 emittenti).
Bisogna tenere a mente questi numeri per una semplice ragione: nei prossimi tre anni le imprese non finanziarie dovranno rinnovare circa quattro trilioni di dollari di bond in scadenza, che equivalgono all’incirca all’intero bilancio della Fed. E questo si prepara in un mondo dove esistono già dei competitori affamati di finanziamenti – in particolare gli stati sovrani che nel 2019 si prevede emetteranno oltre 11 trilioni di dollari di bond – e soprattutto in un contesto di riduzione dell’appetito per il rischio. Basta ricordare che nel 2018 le emissioni di bond corporate sono diminuite del 41% rispetto all’anno precedente, con emissioni nette divenute negative. Il che, secondo Ocse, è un buon indicatore della riduzione dell’appetito degli investitori per questa categoria di obbligazioni.
Tale riduzione di appetito, sottolinea Ocse, può essere in qualche modo collegata all’aumento dei bond con merito di credito basso. Le obbligazioni con rating BBB, che stanno giusto un gradino sopra il non investment grade sono aumentate costantemente in questi anni. In particolare i bond BBB erano il 30% del totale nel 2008 e adesso sono arrivati al 54%. La storia ci ricorda che c’è un evidente collegamento fra la diminuzione della qualità dei rating e l’aumento dei default. Peraltro il diminuire delle emissioni di qualità elevata fa parte di un trend iniziato negli anni ’80. Il global corporate rating index sta sotto il livello BBB+ da nove anni consecutivi. Questo trend va a braccetto con un altro: il costante indebolimento delle clausole di protezione degli investitori (covenant protection).
Il rovescio della medaglia di questo aumento di rischio per l’investitore è ovviamente il maggior costo che il debitore deve sostenere per collocare il suo debito. Pure in periodo di tassi rasoterra. Nell’ipotesi di un ciclo avverso molti debitori BBB scenderebbero facilmente sotto la soglia investment grade, e quindi il loro debito diverrebbe assai più costoso dovendo trovare nuovi investitori che prendano il posto dei molti che dovrebbero disfarsi di obbligazioni divenute troppo rischiose. Si pensi ad esempio a certe categorie di investitori professionali che non investono sotto il livello investment grade. Per fare un confronto col passato, nel 2009 il 7,5% dei bond BBB furono declassati a non investment grade entro la fine di quell’anno. Se si considera che lo stock dei bond BBB in circolazione è di circa 3,6 trilioni di dollari, se ci fosse un livello di downgrade analogo a quello del 2009 avremmo 274 miliardi di bond “degradati” sul mercato in cerca di compratori. Se alle imprese non finanziarie aggiungessimo anche quelle finanziarie, stima Ocse, arriveremmo facilmente a 500 miliardi.
Per dare una visione più ampia, può essere utile dare un’occhiata alla geografia di questo debito corporate. Nel 2018 le compagnie Usa hanno emesso il 35% del totale dei bond e quelle europee il 20%. L’Occidente, insomma, primeggia.
Ma fra i paesi emergenti, che non si sono risparmiati in questi anni, è la Cina a far la parte del leone. Prima della crisi le emissioni di bond corporate erano quasi nulla, ma sono esplose subito dopo, fino ad arrivare a 590 miliardi di dollari nel 2016. E abbiamo visto anche perché nella nostra miniserie sul mercato obbligazionario cinese.
Quest’altro grafico ci consente di avere una visione di insieme non soltanto relativamente alla geografia degli emittenti, ma anche della loro qualità.
E qui arriviamo alla conclusione. A fine 2018 il totale dello stock dei bond corporate quota quasi 13 trilioni di dollari. Le compagnie dei paesi avanzati oggi ne hanno emesso il 79% del totale, cresciuto del 70%: dai
5,9 trilioni di dollari nel 2008 a 10,17 trilioni di dollari nel 2018. Nei paesi emergenti il mercato obbligazionario è trainato principalmente dalla crescita in Cina.
Questa piccola rivoluzione che si è consumata in un decennio, durante il quale il peso specifico dei bond corporate sul credito internazionale è cresciuto dal 48 al 57%, quindi sostituendosi ad altre forme di finanziamento, a cominciare dal credito bancario. Detto in parole semplici, il mondo gira attorno a questa montagna di soldi che abbiamo già visto che tipi di rischi incorpora. Speriamo di rimanere in orbita.
Come funziona il mercato dei bond quotati in Cina
Il fratello minore del gigantesco mercato interbancario dei bond cinesi, che vive in gran parte di transazioni over the counter, quindi non regolamentate, è quello quotato che opera all’interno delle borse di Shanghai e di Shenzen istituite intorno al 1991 come compagnie pubbliche. Fin dal ’95 l’unico mercato borsistico legale di bond ruotò attorno a queste due borse. All’epoca fu un grande successo. Al punto che, come abbiamo visto, nel 1997 la banca centrale, preoccupata dall’esuberanza degli investitori – l’uso abbondante di bond come collaterali per repo finalizzati al procacciamento di liquidità da investire sulle borse – ordinò alle banche commerciali di portar via la loro carta dal mercato quotato e istituì il mercato interbancario che da quel momento in poi conobbe una straordinaria fioritura.
Ciò malgrado, il mercato quotato non scomparve, anzi. Nel tempo ha tenuto seguito il passo di crescita dell’intricatissimo sistema finanziario cinese. Alla fine del 2018 il valore dei bond in circolazione in questo segmento della borsa aveva raggiunto i 9,2 trilioni di yuan, con un valore di emissioni annue che nello stesso anno aveva raggiunto i 2,5 trilioni. Il mercato è regolato dalla China Security Regulatory Commission (CSRC, 证监会), l’agenzia cinese che ha anche la responsabilità dei mercati borsistici cinesi, mentre fra i partecipanti si annoverano gli investitori istituzionali e quelli retail. Le operazioni di settlement e di gestione degli scambi sono gestiti dalla China Security Depository & Clearing Co. Ltd (CSDC, 中证登).
I bond scambiati in questo mercato sono distinti a seconda dell’emittente: il governo, le imprese non finanziarie o le istituzioni finanziarie. E’ uso classificare i bond di imprese finanziarie e non finanziarie sotto l’etichetta comune di “Credit bonds”. Ma aldilà delle tassonomia, ciò che conta sottolineare è che gli emittenti sono in larghissima parte, oltre al governo, entità governative: sia imprese (SOEs) che banche. Per avere un’idea del peso specifico delle diverse classi di bond nel mercato, anche nel confronto con quello Usa, si può osservare il grafico sotto.
Come si può osservare i bond del governo primeggiano in entrambi i paesi, più negli Usa che in Cina, ma comunque le quote delle obbligazioni financial e corporate sono simili. Nel mercato obbligazionario cinese la quota di bond è più concentrata nel mercato interbancario, mentre in quello quotato sono preponderanti i bond corporate.
Chi volesse una visione di dettaglio, può far riferimento alla tabella sotto, che riepiloga le cifre del mercato dei bond nelle sue diverse articolazioni e nel confronto 2008-2018, che ha segnato una straordinaria crescita del settore.

Mentre le due tabelle a seguire con consentono di confrontare in dettaglio i volumi dei due mercati (interbancario e quotato) e anche le diverse istituzioni che li regolano e li gestiscono. Un po’ di anagrafica che serve a prendere confidenza con le istituzioni cinese, assai poco conosciute da noi.
Adesso che sappiamo quali sono e come sono organizzati i mercati dei bond, dobbiamo fare il passo successivo: conoscere che tipo di bond vengono scambiati in questi mercati. Ed è qui che si svela l’intrico della finanza cinese.
(3/segue)
Puntata precedente: Il gigante della finanza cinese: il mercato interbancario dei bond
Puntata successiva: Alla scoperta del magico mondo delle obbligazioni cinesi
Cronicario: Sbagliare tutte le previsioni di governo: fatto
Proverbio dell’1 marzo Si ama di più chi si vede poco
Numero del giorno: 250.000.000 Minusvalenza potenziale per CdP sulle azioni Tim
Se proprio dovessimo muovere un rimprovero, al nostro amato governo del cambiamento, potremmo fargliene uno solo: è troppo pessimista. Per dire, a dicembre scorso aveva rilasciato le ultime previsioni, che erano già belle tristi, ma evidentemente non abbastanza. Un eccesso di ottimismo, perdonabile vista la giovane età. I numeri rilasciati oggi da Istat fotografano per la nostra gioia numeri ben peggiori che confermano il meraviglioso percorso di felice descrescita nel quale ci siamo infilati..
Ecco il quadro diffuso a dicembre dal governo. Dicembre 2018. Ieri insomma.
mentre sul debito si pensava che…
Ed ecco i dati Istat.
Quanto ai contributi per la crescita del Pil, eccoli qua.
E stendiamo un velo pietoso sulla stima dei deflatori (leggetevi le note metodologiche sennò vi viene il mal di testa).
Non era facile sbagliarle tutte. Ma fortunatamente abbiamo governanti di talento. E se qualcuno critica, dite che ha sbagliato l’Istat.
Buon week end.
Cartolina: I cinesi che vennero dal freddo
Si temono i cinesi specie quando portano doni, potremmo dire, vista la diffidenza che suscita l’ampia disponibilità di Pechino a concedere prestiti. Sarà perché il capitale dei cinesi è onnipresente come i loro ristoranti. Oppure perché non piace che ci sia un altro paese a praticare la politica di potenza. In Groenlandia ad esempio. La grande isola artica, già colonia danese ma ancora gravitante fra un’autonomia concessa e un’indipendenza agognata, ha bussato a denari a Pechino, per finanziare la costruzione di un aeroporto. La Cina, già proprietaria di miniere in zona, ha subito aperto le porte. Si è avuta così la conferma che i cinesi amano le latitudini fredde. Possiamo immaginarne la ragione. Nel profondo Nord sono custoditi tesori in risorse energetiche e si delineano inedite rotte commerciali. E possiamo pure immaginare perché gli Usa, che in quell’isola hanno una base militare d’epoca nazista dal nome assai evocativo di Thule, ci abbiano messo lo zampino. Alla fine dicono che il prestito sarà concesso dalla madrepatria danese, che prima non ne aveva voluto sapere, con tanto di aiutino Usa. Il capitale cinese è rimasto fuori dalla porta. Ora proverà con la finestra.
Cronicario: Porti aperti alla Renault
Proverbio del 28 febbraio L’ottimismo è un dono di Dio, il pessimismo dell’uomo
Numero del giorno: 2,1 Andamento % inflazione carrello della spesa a gennaio in Italia
Ancora con questa storia dei porti chiusi? Mai porti sono aperti, anzi apertissimi, dice vicepremier Uno (o Due, fate voi) sempre che chi entra porti cose belle che piacciono agli italiani…
perché abbiamo ricchi premi e cotillons, per chi porta soldi mica andiamo a vedere da dove venga.
Per usare le parole del nostro illuminato Vicepremier Due (o Uno, fate voi) , “per gli investimenti stranieri che danno lavoro in Italia e portano ricchezza in Italia i porti italiani sono apertissimi”. Peraltro il Nostro Onnisciente, Onnipotente e Onnidichiarante indossatore sa pure che “le navi hanno bisogno di porti” e come se non bastasse ci ha rivelato che ci sono porti in Italia. Si, e pure che “si trovano in situazioni drammatiche da anni. Penso a Gioia Tauro e altre realtà, che vanno dragate, sistemate e rilanciate”. E come si fa?
“Il business cinese, è assolutamente da considerare, ne sappiamo qualcosa anche per quello che riguarda il porto di Trieste e i suoi dintorni”. Quindi porti apertissimi a chi ha i soldissimi.
Altro che twittare cabine telefoniche. Cambi una vocale e il gioco è fatto. Come si dice Renault in cinese?
A domani.
Mattone: l’Italia lascia la Germania raddoppia
Non è certo un caso che il boom del mattone tedesco, cresciuto notevolmente anche nel 2018, sia ormai ospite fisso nelle ricognizioni della Bundesbank. Se ne era già occupato il rapporto sulla stabilità finanziaria, nel novembre scorso, dove si osservava il cumularsi di rischi negli istituti bancari provocato dal notevole aumento dei mutui per abitazione a fronte di un potenziale aumento dei tassi di interesse. E adesso tocca al bollettino mensile di febbraio, che al tema ha dedicato un titolo che dice tutto quello che c’è da sapere: “Forte aumento dei prezzi delle abitazioni nel 2018”. In particolare, l’anno scorso, secondo le stime degli economisti della banca, i prezzi degli immobili residenziali sono cresciuti dell’8,5% nelle aree urbane, in linea con quanto si è registrato nei tre anni precedenti, mentre nelle sette città principali (Berlino, Colonia, Düsseldorf, Amburgo, Francoforte sul Meno, Monaco e Stoccarda) sono aumentati addirittura del 9,5%.
Il problema è tutto qua. I prezzi hanno continuato a galoppare e non più ormai solo nelle prime sette città, dove ormai l’indice – fatto 100 il valore degli immobili residenziali nel 2010 – è praticamente raddoppiato, ma anche nelle municipalità minori. E non solo: “Mentre si stava attenuando la pressione ascendente, ancora molto forte, sui prezzi degli alloggi nelle città tedesche, – spiega il bollettino – quelli delle proprietà al di fuori delle aree urbane stavano aumentando ad un ritmo più veloce rispetto agli anni precedenti”.
Complessivamente le 127 municipalità incluse nell’indicatore hanno visto prezzi in crescita di quasi l’80% dal 2010. E pure se è vero che l’economia – e quindi i redditi – hanno fatto notevoli progressi in quest’arco di tempo è del tutto logico, oltre che saggio, chiedersi quanto sia sostenibile questa corsa dei prezzi adesso che l’economia mostra segni di rallentamento.
La forte domanda di immobili è stata sostenuta dall’outlook positivo delle famiglie sui redditi futuri e dalle condizioni “estremamente favorevoli” del mercato del lavoro. Ma anche la politica monetaria molto distesa ha fatto la sua parte. “Il 2018 non ha visto quasi nessun aumento dei tassi di interesse sui prestiti per gli acquisti di abitazioni”, scrivono gli economisti della banca.
Che il settore sia ormai molto surriscaldato lo conferma un’altra circostanza. “Malgrado l’offerta aggiuntiva di alloggi l’anno scorso sia cresciuta in misura considerevole, non è stata ancora in grado di tenere il passo con la forte domanda. Ciò è stato evidentemente dovuto anche in parte al crescente interesse per le abitazioni fuori città”. Conseguenza quest’ultima del notevole prezzo delle abitazioni in città che ha finito con lo spostare la domanda verso le aree circostanti. Effetti simili si sono osservati anche nel segmento degli affitti, che sono cresciuti assai più che negli anni passati non solo nelle aree urbane, ma anche al di fuori. Tutto ciò spiega perché gli economisti non esitino a parlare di crescita esagerata dei prezzi. “I prezzi delle abitazioni nelle città sono ancora ben al di sopra del livello che appare giustificato dalle determinanti economiche e demografiche a lungo termine”. In particolare viene stimata una deviazione dai livelli “normali” fra il 15 e il 30%.
Gli andamenti esuberanti del mercato tedesco sembrano un assurdo economico se li confrontiamo con quelli del nostro paese, malgrado con la Germania condivida i lineamenti della politica monetaria che implicano un costo assai ridotto del credito e nonostante certe somiglianze negli andamenti demografici. Gli ultimi dati pubblicati da Istat infatti, relativi al terzo trimestre 2018 sono poco esaltanti.
Sempre su base 2010 (indice 100) da noi i prezzi complessivi sono diminuiti di oltre il 15%, ma solo perché quelli delle abitazioni nuovi sono riusciti a rimanere stabili. Perché se guardiamo all’andamento dei prezzi nel campione più ampio dell’immobiliare italiano, ossia le case esistenti, il confronto con la Germania è addirittura scoraggiante. I prezzi infatti sono scesi di quasi il 25% in media. Mentre la nostra ricchezza immobiliare si bruciava per un quarto, quella tedesca quasi raddoppiava. Dovremmo farci qualche buona domanda, prima di pensare di avere la risposta.
Cronicario: La fiducia diminuisce? Per fortuna aumentano i tassi sui Btp
Proverbio del 27 febbraio Acido, dolce, amaro, pungente: bisogna assaggiare tutto
Numero del giorno: 1.300.000.000 Perdite investimenti in costruzione nel 2019 secondo Ance
Va tutto come da programma. Anzi: da contratto. Ci avviciniamo a passo baldanzoso verso il magico mondo con le cabine telefoniche a gettoni e possibilmente la tivvù in bianco e nero, che faceva tanto neorealismo, e che prepara l’avvento del canale unico.
Le ultime notizie che arrivano dal fronte occidentale denotano che il morale delle truppe è basso. Che è la premessa necessaria del rialzarsi dello spirito nazionale fiaccato dal lusso.
Vengo al dunque. Oggi l’Istat ha rilasciato dati eccellenti sulla fiducia degli italiani, sia consumatori che imprese, finalmente (e doverosamente) in calo.
Il governo del cambiamento non deve riscuotere fiducia, perbacco, ma fede. I cittadini devono credere nel cambiamento, mica sperarci. Sennò moriamo disperati (cit.). E per fortuna i dati rafforzano la nostra credenza (non il mobile). Sempre Istat oggi ha comunicato dati eccellenti sul commercio internazionale di gennaio, col surplus con l’estero finalmente diventato un deficit di ben 578 milioni.
E’ un ottimo inizio, ne converrete. Non se ne poteva più di questo risparmio contrazionario. E soprattutto si è fatta sentire anche la zia brussellese, quella che rilascia le previsioni stagionali. Ebbene oggi finalmente ha capito la grande rivoluzione che sta avvenendo in Italia: “La manovra 2019 include misure che rovesciano elementi di importanti riforme fatte in precedenza, in particolare sulle pensioni, e non include misure efficaci per aumentare il potenziale di crescita”, hanno detto quei geni dell’Ue.
Vi pare facile? Per niente. E per concludere in bellezza, lo stato ha collocato un bel pacco di miliardi di Btp con tassi in crescita di qualche decina di punti base. Un’ottima notizia.
Soprattutto è una notizia bellissima perché così finalmente torneremo a investire il nostro gruzzoletto come accadeva ai tempi della cabina telefonica col gettone e del canale unico e non avremo più neanche il problema di farci derubare dalle banche che ci vendono le cose complicate che dovremmo persino far finta di capire. Almeno quando li dai al governo, i tuoi soldi, lo sai che li affidi in buone mani.
A domani.
Il petrolio low cost spiazza i produttori tradizionali non gli Usa
Non è stato mai facile analizzare gli andamenti, piuttosto erratici, del mercato del greggio, esposto com’è ai capricci della politica e alla complessità intrinseca di un settore ad alta intensità di capitale. Ma di recente a tali difficoltà se ne sono aggiunte di nuove. L’innovazione tecnologica, legata sostanzialmente alle produzioni shale Usa ha di fatto cambiato notevolmente la geografia dei produttori internazionali.
Si apprezza meglio il significato di questo grafico se si allunga lo sguardo.
Nel 2009, anno cui il grafico sopra estratto dal Bollettino Opec di quell’anno fa riferimento, gli Usa producevano circa 5 milioni di barili di greggio al giorno. L’ultimo bollettino Opec disponibile (2017) stima la produzione 2016 degli Usa a quasi nove milioni nel 2016. E sappiamo dai dati dell’Agenzia internazionale dell’energia che gli Usa ormai hanno superato gli 11 milioni di barili a inizio di quest’anno.
Questo progresso, rapido e inaspettato, è diventato uno dei motivi per i quali capire gli andamenti dei prezzi del petrolio è diventato esercizio estremamente complesso. E spiega anche perché nell’ultimo decennio i prezzi abbiano subito notevoli altalene che implicano aumenti altrettanto significativi della volatilità implicita dei prezzi.
Tutto ciò conduce a una conclusione che, pur avendo cause economiche ha profonde ripercussioni politiche. In sostanza, come ha notato la Bce nel suo ultimo bollettino, il ruolo dell’Opec nella determinazione dei prezzi si è ridimensionato, pure se rimane un “fattore importante nella dinamica dei corsi petroliferi”. I produttori tradizionali hanno provato a mettere fuori gioco i produttori shale Usa provocando un aumento di offerta per far scendere i prezzi. Ma alla fine il gioco si è ritorto contro di loro. “Tali azioni – sottolinea la Bce – hanno portato soltanto a una riduzione di breve durata della produzione di petrolio da scisti. Alla fine del 2016 l’Opec è stato costretto a riesaminare il proprio approccio, poiché le preoccupazioni relative al livello della domanda globale hanno portato a ulteriori ribassi dei corsi petroliferi. Inoltre, la strategia dell’Opec ha gravato sulle finanze pubbliche dei suoi membri e gli indicatori sulla loro sostenibilità sono peggiorati bruscamente fra il 2014 e il 2016 per la maggior
parte dei paesi membri”. La retromarcia dei produttori tradizionali ha avuto inoltre come effetto che “quando i corsi petroliferi hanno ripreso ad aumentare nel 2017, i produttori statunitensi hanno rapidamente recuperato le loro quote di mercato”. Questo effetto lo si può osservare agevolmente nel grafico dell’Eia sopra.
La questione adesso è capire quanto sia strutturale questo cambiamento delle quote di mercato, specie adesso che il petrolio sembra avviato a una stabilizzazione dei prezzi. Anche qui per provare a rispondere dobbiamo partire da un dato industriale. Per essere sostenibile, una produzione deve essere remunerata dal prezzo. Quindi un buon indicatore per provare a indovinare gli sviluppi può essere guardare i punti di pareggio delle produzioni Usa rispetto a quelli tradizionali. Quelli dei paesi mediorientali possiamo ricavarli da un’analisi del Fmi.
I dati relativi all’industria shale Usa li propone invece la Bce.
Come si può osservare, i prezzi di pareggio delle produzioni Usa esistenti sono anche inferiori ai 30 dollari, mentre quelli nuovi sono di poco superiori ai 50. Ai prezzi attuali quindi rimangono competitivi. Al contrario i produttori mediorientali hanno punti di pareggio più elevati e questo spiega perché di recente l’Opec sia nuovamente intervenuta annunciando tagli di produzione. Ma è lecito dubitare che ciò sia sufficiente per riuscire a orientare i prezzi. “La rivoluzione del petrolio da scisti – sottolinea la Bce – ha modificato la struttura del mercato petrolifero. Le strategie Opec ora devono considerare la reazione endogena dei produttori di petrolio da scisti. La concorrenza del petrolio da scisti può ridurre il potere dei tradizionali produttori di petrolio di innalzare i prezzi oltre un
dato livello nell’orizzonte di lungo periodo”.
Sarà per questo che la Russia, notoriamente dipendete dall’export di petrolio per il suo equilibrio economico, si è data una regola, di cui discute l’ultimo staff report del Fmi dedicato al paese, che prevede un saldo fiscale a zero del bilancio primario con un prezzo del greggio a 40 dollari al barile. La regola prevede che gli incassi derivanti da un prezzo superiore a quello di benchmark siano indirizzati verso un fondo, il National Welfare Fund, che funziona sostanzialmente come uno stabilizzatore. Ma non è tanto questo che interessa qui. Ciò che conta è il livello di benchmark scelto, che implica una visione sui prezzi che può definirsi prudenziale, o più semplicemente realistica. Lo shale oil ha finito con l’impostare al ribasso i prezzi del petrolio. E i produttori tradizionali, chi più chi meno, sono stati spiazzati. Ora quelli che erano i padroni del mercato devono giocare in difesa.
Cronicario: Nella vecchia fattoria, (T)ria ia ohhh
Proverbio del 26 febbraio Alla volpe addormentata non cade niente in bocca
Numero del giorno: 67.738 Domande arrivate all’Inps per Quota 100
Nella commedia orwelliana nella quale ci agitiamo felici come bambini tristi a un certo punto si presenta nientemeno in onda che il ministro Mammamia, che guardacaso rima con economia e infatti dicono che se ne occupi.
Lo so, sembra un’esagerazione, ma così dice il governo del cambiamento e quindi sarà sicuramente vero. E che mi combina il ministro? Inizia a dire delle cose assurde, tipo che “bisogna portare avanti l’economia italiana”. Peggio ancora, che bisogna stare ai patti, compreso quelli fiscali, immagino, perché sennò “nessuno viene ad investire in Italia”.
E, dulcis in fundo, che l’oro della Patria è di Bankitalia e l’Alitalia “deve trovare una soluzione di mercato”. Mercato e Bankitalia capito?
Vi potete immaginare cosa si è scatenato nella politica italiana.
Addirittura si è fatto sentire Vicepremier Uno (o Due, fate voi) che ha detto che “si fa quel che dice il contratto” e poi ha convocato un vertice. Appuntamento fra poco nella vecchia fattoria Chigi: il Gatto, la Volpe e il ministro Mammamia, ia, ia ohhhh.
A domani.













































