Categoria: Annali
Norvegia e Finlandia diventano il ponte nord europeo della Cina
Dovremmo guardare di più a ciò che accade lassù, al Nord estremo. Perché fra i ghiacci artici che si stanno sciogliendo si stanno delineando nuove rotte commerciali assolutamente inedite che metteranno in relazione – e lo stanno già facendo – paesi finora lontanissimi. La Norvegia e la Cina, per esempio. Chi avrebbe mai pensato fino a un ventennio fa che una sperduta cittadina norvegese avrebbe dedicato un festival di cinque giorni al tema “La Cina più settentrionale del mondo”?
Proprio negli stessi giorni, in Norvegia si scatenava una polemica furiosa sui rischi di spionaggio rappresentati dalla Cina per il paese nord europeo, prendendo a pretesto il probabile ingresso nel 5G norvegese della Huawei cinese, operatore primario della digital silk road cinese. Peraltro il primo operatore norvegese di telefonia, Telenor, ha rapporti contrattuale con la Huawei sin dal 2009. E anche qui, abbiamo già visto quanto pesi l’Artico nella singolar tenzone che molte potenze stanno disputando per l’egemonia digitale.
Proprio nell’ottobre scorso i reali norvegesi, con seguito governativo, sono andati a trovare il presidente cinese Xi a Pechino, e pure se con qualche imbarazzo – le differenze culturali sono più persistenti dei ghiacci artici, evidentemente – la visita ha segnato un progresso importante nel rapporto bilaterale. Giocoforza chiedersi quale sia la ragione di questa improvvisa passione che ha rapito vicendevolmente i freddi vichinghi e gli enigmatici mandarini. Il commercio, certo. Ma c’è altro?
Un primo indizio di risposta lo possiamo trovare scorrendo un bell’intervento di Oystein Olsen, governatore della banca centrale norvegese che ci offre alcune informazioni molto interessanti sulla Norvegia e sulla Cina, che lette insieme alle cronache consentono di intravedere la fisionomia del puzzle.
Quel che bisogna sapere della Norvegia ha il pregio di entrare in una frase incastonata nell’intervento del governatore norvegese: “Abbiamo bisogno degli altri paesi più di quanto gli altri paesi ne abbiano di noi”. La Norvegia, infatti, è un’economia aperta che esporta molto, ma poche cose, e quindi ne importa altrettante, ma di diverso tipo.
Dal canto suo la Cina notoriamente esporta tante cose, ma soprattutto esporta moltissimi beni di tecnologia avanzata. Chi pensa che i cinesi esportino ancora solo cianfrusaglie ha perso il treno della storia.
E la Norvegia, pur avendo l’Ue come partner principale, ha una quota rilevante delle sue importazioni di provenienza cinese.
Quindi il commercio è di sicuro un potente incentivo allo sviluppo delle relazioni bilaterali. E abbiamo già visto che questo include anche partnership in settori strategici come le telecomunicazioni. Ma guardando più a fondo, possiamo provare a scorgere altre motivazioni, che hanno più a che fare con le vocazioni, presenti e soprattutto future, della Norvegia.
Negli ultimi cinquant’anni il paese ha potuto contare sulle materie prime energetiche come solido fondamento della sua economia. “I ricavi da questa industria hanno migliorato il benessere dei cittadini di oggi e di domani”, dice il governatore. Peraltro il settore è alle prese con una interessante trasformazione che questo grafico riassume egregiamente.
“Ma – avverte il nostro banchiere – dobbiamo essere preparati per quando l’industria non si espanderà più e inizierà a declinare. Avremo bisogno di crescere in altri settori”. Obiettivo ambizioso. Ma alcune classi dirigenti riescono persino a fare programmazioni di lungo termine. Incredibile vero?
“Le imprese devono guidare il cambiamento strutturale e l’innovazione, ma le autorità possono fornire condizioni operative favorevoli per promuovere un settore imprenditoriale innovativo e sostenibile”. E la Norvegia, fin da tempi non sospetti, ha dimostrato di essere in grado di riuscirci. “La storia – sottolinea – ha dimostrato che le imprese e l’industria norvegesi hanno una forte capacità di adattamento. Molti degli odierni operatori petroliferi hanno avuto una lunga storia in altri settori prima di entrare nel settore energetico. Un primo esempio è l’industria della costruzione navale, che negli anni ’70 ha subito un forte calo della domanda di navi. L’industria aveva risorse e abilità che potrebbero essere ri-orientate alla produzione di piattaforme e altri input”. Soprattutto, la Norvegia ha un asset che il tempo, a differenza del petrolio, non consuma: la posizione geografica. Ecco dove si trova Kirkenes, la cittadina sul mare di Barents che ha festeggiato la Cina.
Una posizione invidiabile. Vicino sia al confine russo che a quello finlandese, un altro paese che di recente ha visto fiorire una corrispondenza di amorosi sensi con la Cina che trova il suo viatico proprio nello sviluppo di piattaforme logistiche.
Norvegia e Finlandia insieme sono un’ottima porta d’ingresso del commercio cinese in Europa. La Norvegia dal mare, che potrebbe tornare ad essere l’autentica vocazione di questo paese, la Finlandia via terra. Peraltro nella seconda metà di quest’anno la Finlandia sarà di turno nella presidenza Ue e il primo ministro finlandese, in visita a Pechino nel gennaio scorso, ha dichiarato che approfitterà di questa occasione per provare a rafforzare i legami fra Europa e Cina. Il commercio, quindi, genera, come sempre ha fatto nella storia, legami politici che sono vitali per tutte le economie, come quella norvegese o cinese, che vivono degli scambi con l’estero.
La penetrazione commerciale cinese in Europa, quindi,potrà avvenire da sud, lungo i porti greci e spagnoli, per cominciare, e da nord, lungo le rotte artiche, tramite il corridoio scandinavo, somigliando così a una confortevole tenaglia. I problemi non sorgono mai quando la tenaglia avvolge. Ma quando stringe.
Cronicario: Sono sovraistruito ma non è stata colpa mia
Proverbio del 25 febbraio Per chi ha fame il pane cuoce lentamente
Numero del giorno: 539.000 Posti di lavori persi in Italia nelle costruzioni dal 2008 al 2017
E così un bel giorno di febbraio (parecchio freddino) vengo a sapere che siamo ridotti così:
Addirittura che c’è un terribile mismatch (cercate la traduzione) sul mercato del lavoro.
E com’è possibile? Di chi è la colpa? (domanda preferita nell’Italia del secolo XXI). Risposta facilissima, per fortuna.
Infatti non è colpa mia se ho studiato filologia delle lingue morte della mezzaluna fertile senza che nessuno mi spiegasse che sarebbe stato complicato trovare un lavoro adeguato e adesso mi trovo a incartare hamburger, e per giunta a mezzo servizio perché manco mi fanno fare una giornata intera. Pare che non si riesca in nessun modo a convincere la gente a mangiare di più.
Di conseguenza non è colpa mia, se dopo una vita ad accecarmi sui glifi oggi m’hanno iscritto a una delle categorie che va per la maggiore: i sovraistruiti/sottoccupati: l’ultimo grido in tema di disgraziati professionali che ormai dicono siano uno su quattro. Infatti, dice l’Istat che oggi ha presentato un rapporto congiunto con altri enti (Inps, Inail e Anpal), si tratta di “un fenomeno in continua crescita, sia in virtù di una domanda di lavoro non adeguata al generale innalzamento di istruzione, sia per la mancata corrispondenze tra le competenze specialistiche richieste e quella possedute”. Non avete capito?
Ve la faccio semplice: i datori di lavoro hanno bisogno di persone istruite a fare le cose che servono a loro. Persino lo Stato, pensa te.
No, infatti. Inoltre, nel tempo che prendevo il dottorato, si è sviluppato un contesto in un cui aumenta “la quota di occupazione meno qualificata”.
No infatti, non è colpa mia. E’ colpa dell’Istat.
A domani.
Il gigante della finanza cinese: il mercato interbancario dei bond
Se si guarda l’evoluzione a dir poco stupefacente conosciuta dal mercato dei bond in Cina si comprende bene l’entità del miracolo economico avvenuto in un trentennio laggiù. A fronte di un mercato che ormai vale quasi il 100% del pil, c’è stato un tempo in cui i bond venivano portati fisicamente negli uffici delle banche e da lì scambiati a mano fra venditore e acquirente. Era l’epoca delle prime obbligazioni, quelle del Tesoro, che il ministero delle finanze aveva iniziato a collocare dal 1981, e quelle corporate, emesse dopo le norme del 1987 che le avevano autorizzate. Un anno dopo, nel 1988, il governo approvò un progetto pilota per consentire la circolazione e lo scambio della carta del Tesoro in 61 città, creando il primo mercato secondario che funzionava scambiando fisicamente i titoli. Era il physical bond counter market. Dieci anni dopo questo mondo era sparito.
Questa fase vagamente primitiva infatti fu definitivamente archiviata ai primi degli anni ’90. Il mercato fisico aveva mostrato enormi difficoltà a funzionare, prima fra tutte il rischio di truffe. Si decise perciò di affidare le transazioni ai mercati centralizzati. Nel 1991 lo Shanghai Stock market divenne il depositario dei bond cinesi con la benedizione del governo. Nasceva così l’età del bond quotati che però ne preparava un’altra che si mostrerà assai più importante negli anni a venire: quella del mercato interbancario dei bond.
Paradossalmente, questa evoluzione, che finirà col marginalizzare il mercato dei bond quotati, fu favorita proprio dallo straordinario successo che le obbligazioni incontrarono sul mercato. Nel 1997, infatti, il mercato di Shanghai conobbe una notevole crescita – l’indice passò dal 1.000 a 1.500 da inizio anno a maggio. Il mercato secondario, che coinvolgeva banche commerciali ed investitori privati, vide un incremento notevolissimo delle transazioni repo nelle quali i bond venivano usati come collaterali per ottenere prestiti per speculare in borsa. La perfetta eterogenesi dei fini.
Tanto perfetta che la banca centrale cinese iniziò a preoccuparsi. A giugno di quell’anno impose alla banche commerciali, che stavano inondando di fondi il mercato azionario, di ritirarsi dal settore dei bond quotati e di operare nel neonato mercato interbancario, obbligandole a spostare tutta la carta che avevano in portafoglio in questo settore che di conseguenza conobbe una crescita rapidissima. In poco più di vent’anni il mercato all’ingrosso interbancario divorò il mercato retail diventando il pilastro dell’obbligazionario cinese. All’inizio i partecipanti erano appena 16 banche commerciali. Ma mano a mano che la finanza prendeva piede nel paese, l’accesso all’interbancario fu garantito a un numero sempre maggiore di soggetti. Nell’arco di appena tre anni, alla fine del 2000, i partecipanti erano già 693.
A febbraio 2014 la banca centrale cinese autorizzò 16 grandi istituti a scambiare sull’interbancario anche i loro wealth management products (WMPs), ossia prodotti finanziari emessi dal settore dello shadow banking, cresciuto notevolmente in quegli anni, che spesso ha proprio le banche alle spalle. Ciò condusse all’ingresso di altri soggetti in questo interbancario, compresi gli emittenti di WMP, fondi di investimento e compagnie fiduciarie. A dicembre 2018 i 16 partecipanti del 1997 erano diventati 6.543. “Queste istituzioni finanziarie – spiegano gli autori del nostro paper NBER – coprono quasi l’intero sistema finanziario cinese al giorno d’oggi”. Tutti insieme appassionatamente.
E da oggi, quindi che dobbiamo partire. Il mercato interbancario di bond è diventato il mercato primario del governo e delle entità governative dove vengono collocati i bond. Inoltre è il mercato di riferimento della banca centrale per le sue operazioni di mercato aperto. Nell’aprile 2003 la banca centrale condusse la sua prima operazione nel mercato interbancario emettendo titoli a sei mesi per cinque miliardi di yuan. Al tempo stesso è diventato il collettore del risparmio cinese e il suo distributore verso l’economia reale. Insomma, è diventato il polmone finanziario della Cina, e questo spiega il suo straordinario volume di affari.
I dati parlano chiaro. A fine 2018 il valore del mercato interbancario dei bond in circolazione ha raggiunto i 76 trilioni di yuan, con un livello di emissioni di 41 trilioni, lo stesso anno. I partecipanti sono così distribuiti:
Da notare che il secondo gruppo di partecipanti per volume dopo le banche commerciali è rappresentato dal mutual fund, che includono anche i soggetti che operano nel settore ad alto tasso di crescita del wealth management. Il regolatore, ossia la banca centrale, People’s Bank of China (PBC, 中国人民银行), ha imposto a tutti i partecipanti di aprire conti presso la China Central Depository & Clearing Co. Ltd, (CCDC, 中债登) che funziona da entità di deposito e clearing house, mentre gli scambi vengono veicolati tramite il China Foreign Exchange Trade System (CFETS) 外汇交易中心. Dal 2009 alla CCDC si è affiancata la Shanghai Clearing House (SHCH,
上清所) mettendo di fatto fine a una situazione di monopolio. Il mercato interbancario dei bond cinesi ormai somiglia sempre più a quello dei paesi occidentali. E’ diventato altrettanto complicato. E quindi rischioso.
(2/segue)
Puntata precedente: Quel che c’è da sapere sul mercato obbligazionario cinese.
Puntata successiva: Come funziona il mercato cinese dei bond quotati
Cronicario: Non abbiamo bloccato la Tav, è un esperimento sociale
Proverbio del 22 febbraio Fai attenzione a ciò che si dice, non a chi lo dice
Numero del giorno: 11 Percentuale della popolazione venezuelana emigrata secondo l’Onu
E’ venerdì pomeriggio e figuratevi che voglia c’ho di parlarvi di Tav, ossia il miglior distillato possibile del supercazzolismo nazionale. Però occorre pure che qualcuno riporti le ultime parole famose del nostro illuminato governo che oggi – e come sempre – ha strappato gli applausi dei social-isti italiani.
Comincia di buon Mattino il nostro vicepremier Uno (o Due, fate voi) che ben barbato e spettinato almanacca l’uditorio spiegando che no, perbacco, “Non c’è alcun blocco della Tav, c’è solo una revisione del progetto con l’obiettivo di portare a termine il progetto”. Per la cronaca la revisione, che durerà chissà quanto, è la logica conseguenza dell’analisi costi/benefici, che derivava da una domanda annosa: ma la Tav si fa?
A un certo punto arriva anche la parola magica: referendum. E già ce li vedo legioni di piemontesi a compulsare alcune migliaia di pagine di documenti per conoscere e deliberare.
Finalmente, sul far del pomeriggio, sono arrivate le parole illuminatissime del ministro il quale ci ha fatto sapere che 1) la Tav non è bloccata ma solo sospesa e che 2) comunque la Tav non è una priorità perché semmai i benefici si vedranno fra 50-70 anni. Un po’ come accade con l’istruzione di massa. Accadeva almeno.
Buon week end.
Cartolina: L’ascesa dell’America Saudita
E così zitti zitti (ma poi neanche troppo) gli Usa hanno rosicchiato quasi un quinto del mercato petrolifero globale, dove ormai i protagonisti storici, Opec e non, vedono declinare la loro fortuna. Il Novecento è stato il secolo dell’oro nero, scoperto in Persia nel 1908 e da lì divenuto il protagonista silenzioso di tante cronache e ancor più guerre. Che secolo sarà mai allora il XXI, che ha trovato il modo di cavar petrolio dalle rocce? Sappiamo che inizia sotto i colori Usa, ma chissà come finirà. Alcuni resoconti raccontano dei progetti cinesi di fratturare rocce a profondità sempre più inaccessibili, con chissà quali rischi e pericoli. Ma per adesso l’unico fatto certo è che gli Usa hanno praticamente eliminato il loro deficit energetico e iniziano a diventare esportatori netti. Che mondo sarà senza più l’ipoteca del fabbisogno estero degli americani? Quello dell’America Saudita.
Cronicario: Si avvicina Quota 100 mila
Proverbio del 21 febbraio Il cuoco inesperto accusa sempre il forno
Numero del giorno 200.450 Aumento contratti a tempo indeterminato in Italia nel 2018
E’ una delle cose più esaltanti mai viste. La misura di quanto noi italiani siamo baldi e ardimentosi. Che nulla ci può fermare. Che siamo invincibili. La corsa che stiamo compiendo toglie addirittura il fiato.
Tutto cominciò in sordina in un freddo giorno di gennaio.
Ma si capiva subito che il momento era topico. A fine giornata infatti…
Che significa 756 domane in sei ore: 2,1 al minuto. Una robetta da razzo. Ma il meglio doveva ancora venire.
Nelle prime otto ore dell’indomani vengono presentate 7,89 domande al minuto. E poi si replica.
Finché non arriva la valanga. L’urlo dei migliaia di scatenati dal lavoro rintrona l’Inps.
In 12 giorni lavorativi si superano le 42 mila domande. Significa che ogni giorno sono stati liberati “dalla schiavitù della Fornero”, come ebbe a dire un illustre vicepremier, ben 3.533 persone.
Questo scatenamento nazionale prosegue indefesso nei giorni successivi.
Fino al rush di ieri.
In ventitré giorni, sabati e domenica inclusi, il governo dello scatenamento ha liberato quasi sessantamila persone.
Gli schiavisti stiano preoccupati. Su di loro incombe Quota 100. Mila.
A domani.
Quel che c’è da sapere sul settore obbligazionario cinese
A molti parrà fin troppo esotico interessarsi alle caratteristiche dell’enorme settore obbligazionario cinese, giudicandolo materia di nicchia, se non addirittura da specialisti. Ma ciò è la conseguenza principale del fatto che non si conosce abbastanza. Per fortuna è stato pubblicata di recente una pregevole analisi dal Nber (Chinese bond market and interbank market). Leggendola risulta chiaro il ruolo importantissimo che il settore obbligazionario cinese gioca all’interno del settore bancario e di conseguenza, nella stabilità finanziaria internazionale.
Siccome saltare subito alle conclusioni rischia di essere fuorviante, è meglio dedicarsi a conoscere prima la fisionomia di questo settore, ripercorrerne la storia, e infine osservare il presente. Partendo proprio da qui, ma per la semplice ragione che è proprio la dimensione raggiunta da settore obbligazionario che lo rende degno di approfondimento.
Quello che il grafico sopra non dice, ma che è meglio sapere subito, è che la notevole crescita del settore obbligazionario, che ormai sfiora il 100% del Pil (era il 35% nel 2008) ha condotto a una crescita notevolissima del peso specifico dei bond nei mercati finanziari, arrivando ad eguagliare quello che si registra negli Usa, dove il peso del bond sul pil ormai sta intorno al 200%. Parliamo (dato 2017) di una capitalizzazione che si aggira intorno al 130% di quella delle borse. Significa in pratica che la metà (rispetto al pil) di bond cinesi capitalizzano sui mercati finanziari quanto quelli Usa a casa loro, malgrado il peso dei bond Usa sul pil sia il doppio di quelli cinesi. Teniamolo a mente.
La seconda cosa che dobbiamo sapere subito è che il settore obbligazionario cinese si compone di due sotto-settori. Uno, over the counter (ossia non regolamentato) che anima un nutritissimo settore interbancario, e un altro che tratta strumenti quotati nei mercati di Shanghai e di Shenzen. La cosa interessante è che a farla da padrone, per una serie di motivi che andremo ad approfondire, è quello interbancario che alla fine del 2018 assorbiva l’89% del totale dei bond in circolazione a fronte dell’11% di bond quotati.
Significa in pratica che questa montagna di carta, il cui valore ormai equivale quasi al pil cinese, è per la quasi totalità detenuta dal circuito bancario, che quindi ne incorpora in gran parte il rischio. Si tratta di strumenti di vario tipo che riguardano soggetti anche molto diversi fra loro, dal governo ai privati, passando per le imprese pubbliche e i governi locali. Ma aldilà della tassonomia, che andremo a vedere, rimane il punto sistemico: il rischio finanziario dei bond cinesi è in pancia alle banche, molte delle quali sono sistemiche. Significa che il settore obbligazionario sarà pure cinese. Ma è anche un problema nostro.
(1/segue)
Puntata successiva: Il gigante della finanza cinese, il mercato interbancario dei bond
Cronicario: Manovra, il governo non concede il bis
Proverbio del 20 febbraio Tutto arriva per chi sa aspettare
Numero del giorno: 0,2 Crescita mensile % produzione costruzioni a dicembre in Italia
E purtroppamente lo spettacolo di una manovra bis ci sarà negato. Lo ha detto col solito tono maschio vicepremier Uno (o Due, fate voi) nella sua diuturna elencazione delle cose giuste e sbagliate, da fare e da non fare, che di solito si concludono con un nuovo cappellino e due braciole in diretta.
Sicché comprendete il dispiacere dei fan. Il rifiuto del governo di ripetere lo spettacolo delizioso andato in scena quest’autunno, se pure si addice a un governo davvero del cambiamento, che non vellica i bassi istinti delle masse, ma anzi li educa con la continenza e il garbo istituzionale, ha lasciato il pubblico in debito di bis.
Ma non dovete pensare che sia cattiveria quella del governo. Non è che non voglia fare la manovra bis. E’ che davvero non può. Manca ancora la prima.
A domani.
Nel lungo periodo saremo tutti ricchi
A furia di inerpicarsi nella storia si finisce sempre col trovare informazioni interessanti che avvalorano la saggezza dei proverbi. Come quello secondo il quale il miglior modo per far soldi è averne già, che implica avere la possibilità di investire un gruzzolo in strumenti finanziari e dimenticarsene. Un bel giorno si scoprirà di essere più ricchi di prima pure se nel frattempo ci sono state un paio di guerre e un qualche default. Parrà strano, ma dicono funzioni.
Se avete voglia a vostra volta di inerpicarvi nella storia, assai più di quanto ci si possa riuscire con un post, suggerisco la lettura di un paper pubblicato qualche tempo dal Nber (“Sovereign bond since Waterloo“) che ha il pregio di offrirci uno sguardo sul mercato obbligazionario sin dal 1815, ossia dai tempi di Waterloo, che per gli autori segna un po’ l’inizio del mercato dei bond sovrani. Una storia fortunatissima, pure se funestata da una miriade di default, ristrutturazioni, haircut e svariati altri eventi traumatici, primo fra tutte le guerre. E tuttavia, come si diceva all’inizio, i possessori di titoli obbligazionari, alla fine ci hanno sempre guadagnato, in alcuni momenti anche più delle azioni.
Ma sarebbe far torto alla fatica degli autori ridurre il tutto a una semplice questione di rendimenti. Vale la pena osservare almeno un altro paio di dettagli. Cominciamo dalla frequenza dei default.
Notate l’impennata degli istogrammi, relativi ai prestiti bancari andati male. La modernità è giovata poco ai creditori. Altresì interessante notare la concentrazione di default sovrani nel ventennio precedente e successivo alla seconda guerra mondiale, cui però è succeduta una certa stabilità entrata in crisi negli anni ’70.
Un’altra informazione interessante che si ricava dal database prodotto dagli autori è che in media anche gli haircut dei prestiti ammalorati non hanno superato il 50%, e spesso in molti casi il default non ha interrotto il pagamento delle cedole. Ha riguardato gli stock ma non i flussi.
E questo spiega perché i rendimenti complessivamente ne abbiano sofferto poco.
Da questa tabella si può osservare il rendimento medio reale nei vari periodi in cui è articolato lo studio. In quest’altro grafico, invece si può osservare il livello medio degli haircut rispetto al rendimento.
Queste poche note sono sufficienti per trarre un piccolo insegnamento che, mutuando una vecchia massima, potremmo tradurre così: disponendo di un capitale di partenza, nel lungo periodo saremo tutti ricchi. Peccato che saremo pure morti.
Cronicario: C’hanno affatturato il fatturato dell’industria
Proverbio del 19 febbraio Una gioia copre cento dolori
Numero del giorno: 10.800.000.000 Vendite di Btp da parte dell’estero a dicembre 2018
“Bisogna reagire!!”, dice il boss degli imprenditori osservando gli spettacolari dati del fatturato e degli ordinativi dell’industria a dicembre.
“Aprire i cantieri”, esorta poi, spiegando che trattandosi di misura anticiclica serve a spingere lo sviluppo. Istat dice che è crollato il settore auto (-23,6%), ma tutto fa brodo, nell’economia ai tempi di Facebook.
Se è per questo dice pure, sempre Istat, che dall’esterno spira aria brutta. E non dipende dal fatto che là fuori non hanno la fortuna di essere governati dal cambiamento. Quanto dalla circostanza che “l’indice grezzo degli ordinativi segna un calo tendenziale del 5,3%, derivante da diminuzioni sia per il mercato interno (-3,6%) sia per quello estero (-7,6%)”.
Segno che il prodotto italiano tira meno. O magari che tirano meno anche quelli esteri che hanno bisogno del prodotto italiano.
Ma non c’è da preoccuparsi. Quando ha scoperto che c’era un problema di fatture per le industrie il governo del cambiamento ha subito elaborato una strategia infallibile.
Per tutto il resto, c’è postcard.
A domani.









































