Categoria: Annali
Cronicario: I lavoratori poveri del Lussomburgo
Proverbio del 16 marzo Dove parla l’oro, tutto tace
Numero del giorno: 70.000.000.000 Costo cancellazione legge Fornero secondo la Uil
Stavo arrotando l’urlo di dolore quando ho saputo che Eurostat stava per rilasciare i dati sull’aumento notevolissimo dei lavoratori in povertà. Mi ricordavo infatti che noi italiani abbiamo assicurato una performance niente male, di sicuro aiutati dall’andamento soddisfacente del nostro costo del lavoro, che anche oggi ci regala ampie soddisfazioni.
Lo so che è scritto piccolo, ma fidatevi: nel quarto trimestre 2017 è sceso dello 0,2%, contribuendo sicuramente ad alimentare la nostra spettacolare crescita dei redditi.
Dicevo, mi stavo preparando ad arrotare l’urlo di dolore, pronto a squadernare la difficile condizione di componente di una famiglia monoreddito con prole che bordeggia con gioia lo scoperto di conto corrente, quando improvvisamente Eurostat ha pubblicato questo grafico:
Ora non è tanto avere la conferma che in Italia più di uno su dieci che lavora sta in povertà che mi manda in confusione: lo sospettavo. Quanto scoprire che i lavoratori in povertà sono più numerosi in Lussemburgo che da noi: addirittura il 12%. Peggio stanno solo in Spagna, Grecia e Romania. Il Lussemburgo, capite?
Dovrebbe chiamarsi Lussomburgo, altroché. Non ci credete. Vabbé: vi do una dritta. Sapete quant’è il salario minimo lassù?
Ripetete con me: millenovecentoventitré euri al mese. Chiudete gli occhi e adesso visualizzate il reddito medio italiano (il salario minimo manco esiste da noi perché siamo pudibondi).
I dati sono vecchiotti, ma non state a preoccuparvi, la situazione non sarà cambiata granché, anzi forse è peggiorata. In sostanza il nostro salario medio somiglia alla paga minima dei poveri lavoratori del Lussemburgo. Eh, direte, ma chissà quanto costa la vita laggiù. Ve lo dico io.
Un 20% scarso in più (dati 2017) a fronte di uno stipendio medio che è quasi il doppio. Pensa che vitaccia che fanno i lavoratori poveri in Lussomburgo.
Beati loro.
A lunedì.
Cartolina: Il vero obiettivo degli anti global
C’è un gran girarci intorno al vero obiettivo dei vari profeti anti global, sovranisti, populisti o come meglio suggerisce la vostra fantasia. Qualcuno parte da lontano, evocando il continuo prosciugarsi della labor share, effetto di una storica ricomposizione dei pesi fra capitale e lavoro. Altri, ugualmente sofisticati, scomodano stagnazioni secolari e deflazioni dei salari che seguono trend altrettanto epocali determinati dalle orde asiatiche, entrate a pieno giro nella giostra dell’economia globale e invocano, keynesianamente, interventi pubblici, più o meno nazionali, monetari o fiscali. I meno scafati se la prendono col libero commercio, che uccide il negozio del vicino e l’industria nazionale, e spacciano il protezionismo come la panacea di tutti i mali di oggi infischiandosene di quelli di domani. Poi ci sono gli amanti delle semplificazioni, che riducono tutto al reddito e allora perché non darne uno a ognuno e risolvere d’incanto i nostri problemi? Tutti costoro indicano la direzione ma si guardano bene dal puntare il dito, forse per un residuo senso del pudore, o forse perché notare che le uniche ad averci guadagnato dalla globalizzazione, e specialmente a partire dalla crisi, sono state le multinazionali darebbe ai loro discorsi un sapore troppo retro’ persino in un tempo denso di nostalgie come il nostro. Gli anti global, sovranisti, populisti o come si chiamano, lo sappiano o no, ce l’hanno a morte con le multinazionali, che vivono e prosperano nella globalizzazione. Non vogliono che le imprese siano libere di fare affari dove e come meglio loro convenga e sognano uno stato che le metta in riga e provveda a loro come a ogni cosa, a partire da ognuno di noi. Questo è il vero obiettivo. Tutto il resto è noia.
Il futuro della globalizzazione passa dal Mare Cinese meridionale
Lunedì mattina, 5 marzo, la portaerei Usa Carl Vinsom si è fatta vedere nel porto vietnamita di Da Nang. Fatto storico, visto che è la prima portaerei americana a costeggiare il Vietnam dal 1975, quando terminò il conflitto, e insieme simbolico, visto che il Vietnam è uno degli stati impegnati nella lunga tenzone che da anni si combatte silenziosamente, a suon di isole artificiali e insediamenti militari, nel mare meridionale della Cina. Ovviamente i cinesi sono stati i primi a reagire. Il ministro degli esteri cinese, parlando dopo pochi giorni a una conferenza stampa a margine del National People’s congress, la sessione annuale del parlamento cinese, ha detto genericamente che “poteri esteri” stanno mostrando i muscoli e creando grandi disturbi nella regione del Mare cinese meridionale. E così, d’improvviso, la questione del conflitto silenzioso è tornata attuale, proprio nel momento in cui l’amministrazione Trump svela il suo piano di dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio che sembra fatto apposta per penalizzare, oltre all’industria europea, quella cinese.
I dazi, che certo non lasceranno indifferente Pechino, sono solo l’ultimo fronte di tensione che gli Usa dovranno affrontare con i cinesi. Ma probabilmente il caso della portaerei in Vietnam ha creato maggiore nervosismo al governo cinese per la semplice ragione che si tratta di una interferenza in un processo assai complesso che Pechino sta portando avanti da anni con i paesi dell’Asean e che dovrebbe condurre alla redazione di un codice di condotta, annunciato nel novembre scorso, per la gestione della regione del Mare cinese meridionale, zona tanto contesa quanto strategica. Le ragioni sono molteplici. I fondali sono molto pescosi e si pensa contengano anche importanti riserve di idrocarburi. Ma soprattutto è una zona da dove si dipanano importanti rotte commerciali, attraversate da numerose navi piene di container, ossia l’ossigeno che alimenta l’economia esportatrice della Cina.
Come si può osservare dal grafico, oltre alla linea diretta di trasporto marittimo verso gli Usa attraverso il Nord Pacifico, esistono almeno quattro rotte che attraversano il Mar cinese meridionale che sono vitali per i traffici diretti verso l’Europa, l’Africa e il Sud America. Alcuni specialisti stimano che attraverso il Mare cinese meridionale passi la metà del traffico merci del mondo. In sostanza, si tratta di una regione altamente strategica per il futuro della globalizzazione, che com’è noto procede innanzitutto per mare, con la stragrande maggioranza delle merci trasportate su container e cargo. Un grafico tratto dall’ultima Review of maritime transport dell’Unctad illustra benissimo questa situazione.
Come si può osservare, l’andamento del trasporto marittimo di merci segue pressoché quello del commercio internazionale. E non è certo un caso che la Cina possegga (insieme alla Germania e alla Grecia) il 39% delle flotte commerciali del mondo. Si stima che Pechino disponga di 5.000 navi mercantili e abbia costruito, insieme a Giappone e Corea del Sud, le navi sulle quali ha il 92% delle merci nel 2016.
Al tempo stesso, lungo il Mare cinese meridionale transitano un terzo dei trasporti di greggio globale e la metà del gas naturale destinati alla Cina, ma anche alle altre potenze asiatiche. E la Cina, in particolare, vede passare il 70% dei suoi acquisti di petrolio attraverso lo stretto di Malacca.
L’economia del mare, per la Cina, è a dir poco vitale, e perciò non deve stupire che qualche anno fa, nell’ambito del tredicesimo piano quinquennale, gli estensori abbiano ribadito che una delle priorità assolute è diventare una “potenza marittima”, attraverso la modernizzazione della flotta e insieme tramite l’occupazione di territori strategici nel Mar Cinese meridionale e orientale. In uno dei libri bianchi della difesa pubblicato dal governo cinese, si legge che Pechino conferisce “grande importanza alla gestione dei mari e degli oceani e alla protezione dei diritti e degli interessi marittimi”. Ecco perché la Cina deve rafforzarsi e “costruire una marina da combattimento efficiente e multifunzionale”. Il passaggio dalla marina commerciale a quella militare spiega bene il notevole incremento nella spesa militare, che abbiamo già osservato, e insieme ricorda l’epopea della marina tedesca prima della Grande Guerra, che la Germania di allora creò per insidiare la supremazia inglese sui mari, prima commerciale e poi militare per soddisfare le sue velleità coloniali. La storia tende a ripetersi, pure se cambiano i personaggi e gli interessi.
Questa chiave di lettura spiega perché Pechino da parecchio tempo abbia tracciato la sua linea immaginaria, conosciuta come Linea dei nove trattini, lungo il Mare Cinese meridionale e anche perché, come di recente è stato documentato, vi abbia costruito intorno delle isole artificiali dove ha installato infrastrutture militari che hanno mandato su tutte le furie gli altri paesi che insistono sul Mare, fra i quali il Vietnam, appunto, e anche le Filippine. Tale modo di fare è proseguito noncurante anche di una sentenza della Corte dell’Aja, richiesta proprio dalle Filippine, che nel luglio 2016 stabilì che le acque rivendicate dai cinesi erano acque internazionali, che però è rimasta lettera morta. E spiega anche perché gli Usa, sostenuti anche da altri paesi come la Gran Bretagna e l’Australia, si erigano a paladini della libera navigazione dei mari e ogni tanto facciano capolino nel Mare cinese meridionali esibendo l’artiglieria. Perché la diplomazia è una bella cosa, ma alla fine è la spada che traccia il solco dove passano i mercati. La Cina lo sa e gli Usa meglio di lei. E non c’è rischio che lo dimentichino.
(2/fine)
Cronicario: Anche Supermario s’appella a San Precario
Proverbio del 14 marzo L’avidità sminuisce ciò che si raccoglie
Numero del giorno: 3,14 Oggi si festeggia il pi greco
Mi ero ripromesso di parlare solo della giornata del pi greco oggi, perché nella mia sostanziale devianza economica avevo capito che era la giornata del pil greco, che in Grecia va come va anche se ormai non ne parla più nessuno perché la Grecia è demodé come il ghigno di Varoufakis.
Ma poi mi è cascato l’occhio sulla locandina delle festa ed è stato ancora più esaltante: festeggiare il pi greco, senza l, è addirittura geniale: il numero più bello e sconclusionato del mondo che se ve lo chiedo a bruciapelo manco vi ricordate cos’è.
Tranquilli, neanche ve lo dico. Sappiate solo che la comunità statistico-scientifica internazionale si è mobilitata per celebrare questo numeretto, peraltro approssimato, che sta alla base di una miriade di applicazioni tecnologiche che se ve le dicessi rimarreste a bocca aperta. Ma tranquilli, non vi dico neanche questo perché il mio proposito di fare un giorno di vacanza e trasformarmi in Piero Angela ha cozzato duramente con la realtà. E non mi riferisco al fatto che proprio nel giorno del pi greco è morto Stephen Hawking, ma che sempre nella giornata del pi greco un altro grande scienziato ha rivelato al mondo una dura verità:
Antefatto. Oggi il nostro Supermario Draghi si è trovato a parlare a un convegno a Francoforte dove ha detto un sacco di cose bellissime. Tipo che entro il 2020 la Bce stima che la disoccupazione arriverà al 7,2% e che da metà 2013 sono stati creati 7,5 milioni di posti di lavoro. Meglio ancora: “Tutti i posti di lavoro persi durante la crisi sono stati recuperati e il tasso di disoccupazione è ai minimi da dicembre 2008”.
Ma poi, mentre gli ascoltatori pendevano dai suoi occhiali, lui li ha fulminati con una scioccante rivelazione: “Ci sono interrogativi sulla qualità di questi posti di lavoro” con “un aumento del part-time e di quelli a termine”.
Ma chi l’avrebbe mai detto?
Lo choc della rivelazione dura finché non mi ricordo che anche il nostro Supermario è un precario. Gli hanno fatto un contratto a otto anni, ma fra poco termina e chissà che gli riserverà il futuro.
Lui si che ci capisce.
A domani.
Cronicario: L’Ocse vota il governo italiano che non c’è
Proverbio del 13 marzo Il cielo ha lo stesso colore ovunque tu vada
Numero del giorno: 5.700.000 Stima aumento poveri in Italia nel 2050
Fermi tutti non toccate niente. Adesso che anche l’Ocse ha detto di infischiarsene del futuro politico italiano – visto che le sue ultime previsioni non ne tengono conto – la cosa migliore che potete fare – dico a voi, signori della politica – è continuare con tutta la lentezza del caso le vostre consultazioni. Litigate con calma. Non ci corre appresso nessuno, nè tantomeno qualcuno si aspetta che da voi provenga qualcosa di risolutivo. Tanto per la cronaca, la situazione vista dai parigini di Ocse è la seguente:
Vedete quell’uguale accanto alle previsioni per quest’anno e il prossimo? Bene, ecco come lo spiegano: “L’esito delle elezioni non ha un impatto sulle nostre previsioni di crescita”. Così il capo economista ad interim Ocse, Alvaro Pereira, che, non pago, sottolinea che lassù, fra i boulevard, sono “piuttosto positivi sull’Italia”. E perché mai, ‘sto miracolo? “Da quando c’è l’euro – spiega – vediamo per la prima volta tassi di crescita fino all’1,5%”. E inoltre “i mercati hanno reagito bene alle elezioni, ed è in corso una ripresa del mercato del lavoro grazie alle riforme fatte”. L’Italia “beneficerà” dal buon andamento in Europa.
Perciò, cari politici, prendetevela con calma e per favore, esercitando appieno il vostro notorio senso di responsabilità, che in tempi normali è sinonimo di rilassatezza e in tempi straordinari di immobilità. Persino dall’Istat arrivano consigli alla prudenza. Guardate le nuova release sul mercato del lavoro:
Ora non stiamo a guardare i dettagli, che com’è noto sono affari da azzeccagarbugli, mentre a noi piacciono le emozioni. L’occupazione aumenta e la disoccupazione scende: è questo che fa titolo. Chi volete che legga fra le righe che l’occupazione è in gran parte a termine (+298 mila a fronte di 73 mila permanenti) e che abbiamo ancora un sacco di inattivi che diminuiscono al rallentatore. Prima bisognerebbe sapere di cosa stiamo parlando. E anche questo esercizio è decisamente fuorimoda nel mondo del paste&click.
C’è giusto un problema che complica le cose. Sempre l’Ocse ci ricorda che viviamo una certa congiuntura storica che non è roba da mammolette. Guardate quest’altro disegnino
Traduco per i daltonici e i presbiti: negli ultimi trent’anni, a livello Ocse, quindi in 17 paesi fra i quali il nostro, i redditi più elevati sono cresciuti del 60%, quelli mediani del 40% e quelli più bassi del 20. Il che fa il paio con quanto ci ha ricordato ieri Bankitalia, riferito espressamente al nostro paese.
Ve la faccio semplice: se continua così, cari politici, non servirete più voi per risolvere i problemi. Servirà la forza pubblica.
A domani.
La volatilità e il sentiero stretto delle banche centrali
Proprio come i governi – quello italiano l’ha trasformato addirittura in uno slogan – anche le banche centrali sono costrette a camminare lungo un sentiero stretto per gestire il nostro tempo straordinario. Un tempo molto difficile da comprendere, come riconosce Claudio Borio, Capo del Dipartimento monetario ed economico nel suo commento alla ultima rassegna trimestrale della Bis. Borio si riferisce agli andamenti del dollaro, vieppiù erratici e poco decifrabili, ma potremmo per analogia estendere questa considerazione agli andamenti di questi primi mesi del 2018 dai quali emerge giusto una chiara evidenza: è tornata la volatilità e con essa la paura. Che non dipende dalla volatilità, sia chiaro. Semmai il contrario. E tuttavia, “un certo livello di volatilità può essere anzi di aiuto”, osserva Borio, riferendosi allo scrollone salutare che certi saliscendi possono dare al nostro insensato desiderio che le cose vadano sempre bene: che l’economia cresca indefinitamente e si possa solo guadagnare passeggiando fra i mercati. Cosa che non è, ovviamente. I mercati, al contrario, nascondono trappole, disseminate fra le promesse di profitto che la pubblicistica commerciale assegna a ognuno dei suoi prodotti. I quali, peraltro, sono sempre più fantasiosi, e quindi complessi e perciò pericolosi. L’esempio degli strumenti finanziari che scommettono proprio sulla volatilità, e che sono stati duramente penalizzati dai torbidi borsistici che hanno sconvolto i mercati azionari Usa a inizio febbraio è quello più calzante.
Non è la volatilità a generare la paura, ma semmai l’essere nel tempo finanziario, per prendere a prestito una bella espressione di Heidegger. Dimentichiamo la paura quando guadagniamo per riscoprirla d’improvviso quando perdiamo. Sicché la volatilità è la conseguenza delle ondate di panico, e non il contrario. Esiste addirittura un indice, l’indice VIX, soprannominato l’indice della paura proprio perché monitora la volatilità.
Ma se il problema è la gestione della paura, si capisce perché l’evoluzione istituzionale delle nostre società abbia consegnato ai governi ieri e alle banche centrali oggi così tanto potere per gestire le nostre faccende, in questo caso economiche. Senonché questa delega è scomoda a riceversi, oltre che piacevole. I governi, che il sentiero stretto lo frequentano da molto più tempo, lo stanno scoprendo con crescente raccapriccio, osservando l’evolversi degli umori delle loro popolazioni, che votano e fanno sbiadire i vecchi protagonisti. Emergono movimenti che con poco discernimento vengono degradati a populismi, mentre in altre latitudini, si pensi alle recenti modifiche costituzionali cinesi che revocano il limite di due mandati per il presidente, fioriscono nuove autocrazie superpotenziate dall’ibridazione tecnologica.
Le banche centrali sono nuove a questa costrizione che nasce dal desiderio, nel loro caso dei mercati. La crisi, che le ha costrette alle politiche monetarie straordinarie, ha tracciato il sentiero stretto sul quale sono costrette a camminare: devono insieme rassicurare, attraverso la forward guidance, e rieducare. Innanzitutto al rischio. Che significa ricollegare il rendimento ai normali tassi di interesse – rialzandoli – invece che ai funambolismi dell’ingegneria finanziaria. Tornare alla normalità vuol dire ricordare che la paura è salutare. Che il rischio si paga (con l’interesse) e che non esistono pasti gratis, tantomeno quelli pagati dalle banche centrali. Perché chi crede che i debiti delle banche centrali non lo riguardino ha una percezione confusa di come funzionino le nostre società.
Non c’è nessuna certezza che nel percorrere questo sentiero stretto, le banche centrali non pagheranno pegno, esattamente come è accaduto ai governi che hanno perso consenso. In un tempo che sembra sbiadire sempre più in narrazioni favolose dove prevale il pensiero magico, le banche centrali rischiano di apparire come residuati bellici di un periodo razionalista, e perciò rottamabili. Il rischio della fiscal dominance incombe su di loro e quindi su di noi. Ma fino ad allora: festa!
Cronicario: Il nuovo governo prepara la riscossa dei redditi. Però parla tedesco
Proverbio del 12 marzo Per il cavallo pigro il carro vuoto è pesante
Numero del giorno: 23 Quota % di italiani a rischio povertà secondo Bankitalia
Se vi piacciono i precipizi, godetevi la panoramica da questo dirupo che m’appare d’improvviso in una piovosa mattinata di marzo sul sito di Bankitalia, opportunamente dissimulato.
Ecco, questo ripido a pendenza che sfiora i 90 gradi mostra l’andamento del reddito delle famiglie italiane, a prezzi costanti, a partire dal 2006. Così finalmente sapete perché non arrivate a fine mese. E non dipende dal fatto che si è allungato il mese.
“Il reddito è ancora inferiore di circa il 15 per cento a quello registrato nel 2006, prima dell’avvio della crisi finanziaria globale”, nota Bankitalia. Epperò è salito del 3,5% il reddito medio equivalente, che è una diavoleria statistica usare per misura il benessere e nel nostro grafico è la linea rossa. Che come vedete non è che se la passi tanto meglio. Vabbé, uno si potrebbe pure accontentare. Senonché leggo che anche l’età fa la differenza, e non serve che vi spieghi perché.
E per finire con le buone notizie, abbiamo pure che nel frattempo è pure aumentata la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi, misurata secondo l’indice di Gini: “Nei dieci anni precedenti, seguiti alla crisi finanziaria globale, il livello della disuguaglianza, misurato dall’indice di Gini, è aumentato di 1,5 punti percentuali riportandosi in prossimità dei livelli toccati alla fine degli anni novanta del secolo scorso (34,3 per cento); per effetto della prolungata caduta dei redditi familiari, il rischio di povertà è più elevato rispetto a quel periodo, ma inferiore per i nuclei il cui capofamiglia ha più di 65 anni o è pensionato”.
Quanto alla ricchezza media, immobiliare e finanziaria, siamo sotto di un quasi dieci per cento rispetto al 2014 (218.000 euro procapite) e ci troviamo intorno ai 206.000, con un valore mediano che “riflette la forte asimmetria nella distribuzione”. E qui viene fuori un altro ripido.
“La quota di ricchezza netta detenuta dal 30 per cento più povero delle famiglie, in media pari a circa 6.500 euro, è l’1 per cento”, mentre “il 30 per cento più ricco delle
famiglie, di cui solo poco più di un decimo è a rischio di povertà, detiene invece circa il 75 per cento del patrimonio netto complessivamente rilevato, con una ricchezza netta media pari a 510.000 euro”, con la sottolineatura che “oltre il 40 per cento di questa quota è detenuta dal 5 per cento più ricco, che ha un patrimonio netto in media pari a 1,3 milioni di euro”.
La buona notizia dopo tutto questo è che oggi finalmente è stato firmato l’accordo per il nuovo governo. Dicono che il nuovo esecutivo abbia un programma formidabile e che sia animato delle migliori intenzioni. L’unico problema è che parla tedesco e quindi non ci capiremo granché. Toccherà fidarsi. Ma in fondo ci siamo abituati.
A domani.
In Italia serve subito un governo, ma anche no
Eletto finalmente il nuovo Parlamento, ci aspetta una maratona chissà quanto lunga prima che i partiti riescano a trovare un accordo che consenta al paese di avere un governo. La prospettiva che potrebbe volerci molto tempo spaventa molti, ma forse a torto. La situazione economica del paese, che può contare su una riserva di energia frutto del buon andamento del 2017 e insieme è ancora alle prese con gravi difficoltà, consiglia di prendersi tutto il tempo necessario per arrivare a un esecutivo ben congegnato. Un buon governo tardivo è sicuramente meglio di un brutto governo balneare. E d’altronde non mancano i precedenti. Gli appassionati di vicende politiche ricorderanno, negli ultimi anni, il caso belga, quello olandese, quello spagnolo e adesso quello tedesco, dove il governo deve ancora arrivare dopo oltre sei mesi dalle elezioni.
Questa riflessione la suggerisce una recente analisi di Ref ricerche, basata sull’osservazione dei dati di contabilità nazionale diffusi alla fine dell’anno scorso che consentono di farsi un’idea chiara dello stato generale della nostra economia. La diagnosi è presto fatta: “Il quadro congiunturale si presenta in recupero. Resta però aperta la doppia chiave di lettura già da tempo evidenziata, ovvero il fatto che la nostra crescita si è rafforzata contestualmente a un quadro internazionale in deciso miglioramento. Il gap di crescita fra l’Italia e gli altri paesi dell’eurozona resta però ampio e questo conferma la nostra vulnerabilità rispetto all’eventualità di un contesto internazionale meno favorevole”. Insomma, stiamo andando meglio ma non stiamo ancora bene. E questo si intravede confrontando gli andamenti della nostra crescita con quelli degli altri paesi europei.
L’economia italiana “ha acquisito maggiore vivacità”, ma sono rimaste criticità che hanno impedito al nostro tasso di crescita di convergere verso quello di altri paesi dell’area: “L’Italia resta indietro a fronte di una ripresa che sta raggiungendo
ritmi significativi anche in alcuni paesi periferici, come Irlanda, Spagna e Portogallo”. Una “devianza” che potrebbe risultare problematica qualora la congiuntura dell’eurozona dovesse perde slancio. Con un gap di crescita di circa l’1%, secondo i calcoli dell’istituto, ci si mette poco a tornare a una crescita zerovirgola, specie se l’inflazione non aiuta il pil nominale. E i prezzi sono ancora freddi, al netto delle variazioni collegate alle dinamiche petrolifere.
La buona notizia è che l’anno trascorso lascia in dota una buona eredità che consente di stimare una dinamica di crescita già acquisita di quasi mezzo punto,
che gli indicatori congiunturali, ad esempio il clima di fiducia delle imprese e delle famiglie, sembrano sostenere. Il 2017 peraltro ci consegna anche il quadro di un’economia trainata dall’industria e soprattutto dalle esportazioni, cresciute del 6% agganciandosi molto bene alla ripresa del commercio mondiale e superando anche i tassi di crescita dell’export di altre economie dell’euro. Ciò può esser dipeso dal “graduale miglioramento della posizione competitiva dell’industria per effetto dell’apertura del differenziale nelle dinamiche salariali rispetto ai partner europei”.
L’altra buona notizia è che il ciclo dei investimenti, spinto notevolmente da quelli in macchinari e mezzi di trasporto, è ripartito, e si vede qualche spiraglio di miglioramento anche nel settore delle costruzioni, che agonizza da anni.
Questo ciclo probabilmente è stato favorito anche dagli incentivi fiscali per l’acquisto di macchinari, concessi nel 2016, che fanno il paio con quelli triennali concessi sul versante contributivo a partire dal 2015, quando fu approvata la normativa sui contratti a tutela crescente, che ha attuato il cosiddetto Jobs Act. Peraltro proprio quest’anno scadono i primi incentivi concessi nel 2015 e sarà interessante osservare che effetto avrà sul mercato del lavoro.
Un’altra buona notizia riguarda il settore dei servizi, nel quale l’Italia ha uno storico deficit con l’estero e che perciò dovrebbe sforzarsi di migliorare, per sostenere i nostri attivi di conto corrente.
Anche nel 2017 la dinamica della crescita nel settore dei servizi è stata più debole di quella dell’industria, con l’eccezione però di quelli legati al turismo, che ha goduto del notevole aumento della crescita delle spese dei non residenti. Complessivamente il nostro saldo estero è in ottima forma, avendo ormai un attivo consolidato pari a circa il 3% del pil.
I segnali di debolezza semmai arrivano dall’interno. “La ripresa degli investimenti è molto legata alle condizioni favorevoli dal lato delle tassazione, e non sono esclusi contraccolpi in negativo quando gli incentivi si esauriranno. D’altra parte, la ripresa dei consumi si è materializzata contestualmente a una crescita ancora molto debole dei redditi delle famiglie, soprattutto a causa della protratta fase di stagnazione dei salari”. Finite le buone notizie, iniziano quelle cattive, che in qualche modo ad esse sono conseguenti. Così come la crescita degli investimenti dipende dagli incentivi (e chissà che accadrà quando finiranno), il miglioramento dei differenziali di competitività dipende dalla stagnazione dei salari che a sua volta indebolisce la domanda interna. Quest’ultima subisce anche il lieve aumento dell’inflazione, cresciuta lentamente di circa l’1% riflettendo “l’assenza di tensioni sul versante del mercato del lavoro”. Un’inflazione insufficiente a dare una sterzata al pil nominale, che avrebbe aiutato la nostra contabilità pubblica, ma più che sufficiente per abbattere i redditi privati, cresciuti assai meno
Proprio sul lavoro si concentrano le maggiori criticità. Nel 2017, per l’intera economia, il salari nominali sono cresciuti in media dello 0,2% “cui corrisponde una contrazione in termini reali di circa l’1%”, scrivono gli studiosi. La domanda di lavoro delle imprese è stata vivace, e per la prima volta dopo tre anni di stagnazione la produttività del lavoro ha mostrato un modesto incremento. Ma questo incremento ha avuto un costo. “Dato il recupero della produttività e tenendo conto della stagnazione del costo del lavoro, la crescita del costo unitario del lavoro è risultata di segno negativo (-0.3 per cento per l’intera economia, anche questo un minimo storico). La (poca) inflazione dell’anno è quindi andata interamente a beneficio dei margini delle imprese”. Quindi ancora meno reddito (e risparmio) per i lavoratori. Non finisce qui. Il lavoro italiano si caratterizza sempre più per l’elevato numero di contratti a termine “che potrebbero avere favorito la formazione di uno stock di lavoratori con contratto a termine relativamente ampio e di carattere permanente”. Non a caso in Italia è molto elevato il numero di lavoratori che risultano in povertà.
Di fronte a questo scenario a dir poco complesso la cosa peggiore sarebbe semplificare. Non serve un governo frettoloso. Ne serve uno paziente.
Cronicario: Dalla Cina con furore contro i dazi di Mister T.
Proverbio del 9 marzo Chi vuole fare qualcosa trova sempre il modo
Numero del giorno: 2,7 Crescita % annua credito ai privati in Italia a gennaio
Un applauso al nostro beneamato Mister T, che con la sua idea di daziare l’import di acciaio (al 25%) e di alluminio (al 10%) ha fatto incazzare mezzo mondo, che poi è quello che si arricchisce anche grazie agli Usa. Per farvene un’idea, guardate questa agile rappresentazione.
Ecco, ora provate a graduare l’incazzatura misurandola col metro dell’attivo commerciale. Cominciamo dall’Unione europea. I diplomatici reggitori del moccolo di Bruxelles cercano ancora di capire se il principio di esentare gli amici, la dottrina Trump diffusa su Twitter,
varrà anche per i disponibilissimi europei.
Almeno fino a quando dalla Germania non arriva la Confindustria tedesca che parla di “affronto” e a ruota la ministra tedesca dell’economia che accusa gli Usa di protezionismo e promette reazioni. A quel punto anche la Francia “deplora la decisione di Trump” costringendo l’Ue, per bocca del vicepresidente Katainen a dire di esser pronta a portare gli Usa davanti al WTO.
La Cina, per questione di fuso orario, ha reagito prima, ma il tono era simile: “Difenderemo i nostri diritti e interessi”, ha detto il ministro del commercio cinese, mentre l’associazione cinese dei produttori ha chiesto misure contro l’import di prodotti made in Usa.
La Corea del Sud, anche lei diuturna per i nostri standard, annuncia che potrebbe rivolgersi al WTO anticipando di qualche ora la trovata Europea, mentre il Giappone, assai più mansueto, chiederà a Trump di essere esentato. In conferenza stampa i giapponesi hanno detto che le loro esportazioni non costituiscono un problema per gli Usa e anzi aiutano l’occupazione americana.
A seguire le associazioni di produttori e poi direttamente i produttori, come la divisione olandese della Tata Steel (che è indiana) hanno rivolto accorati appelli agli americani perché non li penalizzino. Eurofer, l’associazione europea, parla di decine di migliaia di posti di lavoro a rischio nell’Ue, facendo senza saperlo il verso alla Casa Bianca che ieri ha diffuso questa tabella.
E così discorrendo. La paura dei dazi si è diffusa come una pestilenza in tutto il mondo. Persino Federalimentare, che al massimo produce broccoletti, a un certo punto si è sentita in dovere di ricordare che i dazi fanno male al commercio e quindi all’economia. “Bisogna tuttavia riconoscere che Trump ha ragione quando afferma la necessità di difendersi”, ha chiosato il presidente. I dazi sono come le seccature. Sono inevitabili. Ma solo per gli altri. O almeno uno ci spera.
A lunedì.
Cartolina: Era meglio indebitarsi da piccoli
Ora che il debito delle famiglie Usa ha finalmente superato il livello pre crisi, affermandosi così la definitiva normalizzazione delle pratiche che pure a tale crisi hanno condotto, val la pena osservare il mutamento antropologico di questo debito, nel suo distribuirsi all’interno della società per capire dove si annidino le prossime linee di faglia. Così facendo scopriremo che addirittura il 10 per cento di questi 13,15 trilioni di debiti, contati al quarto trimestre 2017, erano prestiti per gli studenti, che perciò devono badare ad oltre 1.300 miliardi di obbligazioni, quasi quanto il nostro pil, senza che ci riescano troppo bene. E’ una novità assoluta, figlia della crisi: mai i debiti studenteschi sono cresciuti così tanto in così poco tempo nella storia americana. Il problema è che “non solo i debiti aumentano – nota una banchiera della Fed – ma aumentano anche le insolvenze”. Ben l’11 cento di queste obbligazioni, infatti, ha generato ritardi nei pagamenti superiori a 90 giorni o è finito in default. Parliamo di oltre 130 miliardi, più del pil dell’Ungheria. Molti di questi giovani iniziano la loro vita adulta già falliti, e tuttavia sono loro il futuro del paese. Forse per questo è meglio indebitarli da piccoli.










































